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A causa delle attività umane la crisi climatica ha già toccato quota +1,09°C. Le concentrazioni atmosferiche di CO2 sono le più alte degli ultimi 2 milioni di anni
Presentando l’ultimo rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha detto che «l’odierno IPCC Working Group
1 Report è un codice rosso per l’umanità. I campanelli d’allarme sono assordanti e le prove sono inconfutabili. La soglia del riscaldamento globale concordata a livello internazionale di 1,5 gradi al di sopra dei livelli preindustriali è pericolosamente vicina. Siamo a rischio imminente di raggiungere gli 1,5 gradi nel breve termine. L’unico modo per evitare di superare questa soglia è quello di intensificare urgentemente i nostri sforzi e proseguendo sulla strada più ambiziosa. Per mantenere in vita gli 1,5° C, dobbiamo agire con decisione ora».
Nella sua dettagliata relazione sul rapporto, il capo dell’Onu ha fatto notare che «le soluzioni sono chiare: economie inclusive e verdi, maggiore prosperità, aria più pulita e una salute migliore sono possibili per tutti, se rispondiamo a questa crisi con solidarietà e coraggio. In vista della cruciale conferenza sul clima COP26 a Glasgow a novembre, tutte le nazioni – in particolare le economie avanzate del G20 – devono unirsi alla net zero emissions coaltion e rafforzare le loro promesse di rallentare e invertire il riscaldamento globale con credibilità e concretezza, e maggiori Nationally Determined Contributions (NDC) che stabiliscano step dettagliati».
L’imponente lavoro dell’IPCC documenta che la temperatura media globale del pianeta nel decennio 2011-2020 è stata di 1,09°C superiore a quella del periodo 1850-1900, un picco arrivato a valle di numerosi quanto preoccupanti record: nel 2019 le concentrazioni atmosferiche di CO2 sono state le più alte degli ultimi 2 milioni di anni e quelle degli altri principali gas serra (metano e biossido di azoto) le più elevate degli ultimi 800.000 anni; negli ultimi 50 anni la temperatura della Terra è cresciuta a una velocità che non ha uguali negli ultimi 2.000 anni; l’aumento medio del livello del mare è cresciuto a una velocità mai vista negli ultimi 3.000 anni, arrivando a +20 cm rispetto al 1901. In ogni scenario esplorato dagli scienziati IPCC la temperatura media globale aumenterà almeno fino a metà secolo, ma – nello scenario migliore, quello con azzeramento emissioni climalteranti nette entro il 2050 – si potrebbe ancora contenere l’aumento delle temperature entro i +2°C.
Co2: Il 5% delle centrali elettriche nel mondo inquina per il 73% delle emissioni. Lo studio dell’Università del Colorado
Lo studio ha analizzato i profili di emissione di CO2 di 29.078 centrali elettriche a combustibili fossili di 221 paesi, impianti a carbone al top
Il 5% delle centrali elettriche in tutto il mondo rappresenta quasi i tre quarti (il 73%) delle emissioni globali di CO2 da produzione elettrica. A rivelarlo è uno studio del team dell’Università del Colorado Boulder, guidato dal professore di sociologia Don Grant, membro del Renewable and Sustainable Energy Institute dell’ateneo americano.
LO STUDIO
Lo studio ha analizzato i profili di emissione di 29.078 centrali elettriche a combustibili fossili di 221 paesi e ha scoperto i “super inquinatori”. Non sorprende che le centrali elettriche più inquinanti si siano rivelate tutte le centrali a carbone che funzionavano in modo inefficiente per la quantità di energia prodotta.
POLONIA E GERMANIA NELLA CLASSIFICA
I primi dieci impianti più inquinanti sono in Polonia, India, Corea del Sud, Taiwan, Cina, Germania e Giappone, secondo la ricerca pubblicata su Environmental Research Letters. La Corea del Sud ha tre centrali elettriche a carbone tra i primi dieci super inquinatori. L’India ne ha due e gli altri paesi ne hanno una ciascuno.
Secondo gli autori della ricerca, l’intensità di emissione dei dieci peggiori impianti del mondo ha superato quella di altre centrali elettriche a combustibili fossili nei loro paesi d’origine nel 2018 a un tasso superiore dal 28,2 per cento al 75,6 per cento rispetto alle controparti. Ciò suggerisce che gli impianti sono molto inefficienti nella combustione del carbone, secondo la ricerca.
“Il motivo per cui questi impianti relativamente inefficienti vengono utilizzati così pesantemente è un argomento maturo per indagini future”, hanno scritto gli autori.
LE PREVISIONI SULLE RIDUZIONI DELLE EMISSIONI
Lo studio ha esaminato di quanto si ridurrebbero le emissioni globali nella produzione di elettricità se i super inquinatori dovessero tagliare la CO2. Se il 5% dei maggiori inquinatori abbassasse la propria intensità di emissione alla media globale per gli impianti a combustibili fossili, le emissioni mondiali di CO2 potrebbero diminuire del 25%, secondo lo studio. Se gli impianti a carbone e petrolio nel primo 5% degli inquinatori passassero al gas naturale, le emissioni globali diminuirebbero del 29,5%. Infine, se il primo 5% degli inquinatori incorporasse la cattura e lo stoccaggio del carbonio (CCS), le emissioni globali di carbonio dalla produzione di elettricità diminuirebbero del 48,9%, sempre secondo lo studio.
“Una delle sfide che gli attivisti per il clima devono affrontare è determinare di chi è esattamente la colpa della crisi climatica – ha detto Grant a VICE -. Il nostro studio inizia ad affrontare questo problema nell’identificare i super inquinatori”.
Più che la soluzione per la crisi climatica, a noi l’idrogeno sembra una pericolosa distrazione dal necessario cambio di modello che milioni di persone in Europa e nel mondo chiedono a gran voce. Non solo per ridurre le emissioni di CO2, metano e altri gas climalteranti, ma anche e soprattutto per costruire un modello economico più giusto, sostenibile e finalmente libero dai combustibili fossili.
L’idrogeno “pulito” è una favola senza lieto fine
Il governo italiano ha trovato la soluzione alla crisi climatica: si chiama idrogeno. Per carità, Palazzo Chigi è in buona compagnia, con aziende, istituzioni e perfino alcune organizzazioni della società civile (non solo nostrane), pronte a festeggiare la buona novella, sulla quale sono state già redatte delle linee guida per una strategia nazionale. Prima di sognare un mondo in cui tutto sarà alimentato dall’idrogeno pulito e in cui la crisi climatica sarà solo un lontano ricordo, facciamo un bel bagno di realtà.
Partiamo da un dato molto esemplificativo: attualmente meno dell’1% per cento dell’idrogeno prodotto nel mondo proviene da fonti rinnovabili. Del rimanente, circa il 90% proviene dalle odiate fonti fossili, principalmente gas e in parte carbone. Il governo italiano auspica di coprire al massimo il 20% dei bisogni energetici del Paese con l’idrogeno “verde”, ovvero prodotto con fonti rinnovabili, entro il 2050. Anche se tutto dovesse andare secondo i piani, cosa tutt’altro che scontata, così rimarremo con l’80% dei consumi coperto dalle fossili e solo in parte dalle rinnovabili già installate. Uno scenario di certo vantaggioso per la lobby del gas e dell’idrogeno, contrarie alla conversione alla piena elettrificazione incentrata sulle rinnovabili. Questo sarebbe il modo di affrontare realmente la crisi climatica?
Inoltre nelle linee guida per la strategia italiana si parla di “20% del fabbisogno coperto da idrogeno verde”, senza dire però dove verrebbe prodotto. Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia(IEA), produrre idrogeno interamente da energia elettrica(rinnovabile o meno) porterebbe a una domanda di energia di 3.600 TWh, più del doppio dell’attuale generazione di energia all’interno dell’Unione europea. Ma non dovremmo, invece, imparare a contenere la domanda di energia e investire in efficienza?
Guarda il video dei gastivists:
Cambia la tecnologia, ma non il modello
La ricetta è sempre la stessa. Anche l’idrogeno verde è calato all’interno di un modello iper-centralizzato di produzione e distribuzione, che rimane incentrato sulle fossili. Un modello che si fonda su mega progetti e consumo di suolo, a discapito delle comunità e dell’ambiente. Un modello che accompagna – e non mette in discussione – l’espansione delle estrazioni di gas fossile, dall’Est Mediterraneo al Mozambico o all’Artico (solo per citare alcuni progetti). In altre parole, gas e idrogeno prodotto dal gas, procedono mano nella mano. Nulla di nuovo, e quindi di più democratico o sostenibile, sotto al sole.
Un modello sbagliato che per altro sarebbe imposto dalle corporation e dalle istituzioni europee anche a paesi esterni all’UE: entro il 2050, l’Europa vuole installare sul suo territorio 40 GW di rinnovabili per la produzione esclusiva di idrogeno e altri 40 GW alle porte dell’Unione europea. Tra i primi candidati troviamo l’Egitto e il Marocco, che sono già collegati all’Europa da gasdotti verso la Spagna e l’Italia, con mega-progetti di solare concentrato per l’export di energia. Progetti questi già criticati per l’importante quantità di acqua di cui necessitano, il che nelle zone desertiche rappresenta un limite significativo.
Ricapitolando, esiste un serio problema di modello estrattivista traslato sulle rinnovabili, con tutto l’addentellato di impatti nefasti che i progetti su larga scala provocano su contesti ambientali estremamente fragili o dove i diritti umani sono minacciati, come nel caso dei territori contesi del Sahara Occidentale sotto l’attuale sovranità del Marocco, dove si trovano alcuni dei mega progetti di solare concentrato di cui sopra. A corollario di tutto ciò è quasi inevitabile porsi una doppia domanda: crediamo davvero che l’idrogeno verde sia sostenibile?
Il cavallo di Troia del gas
La lobby dell’idrogeno è la stessa della lobby del gas. Una lobby potente, forte e strutturata, che sta in pole position per accedere ai finanziamenti europei del Recovery Plan e del Green Deal Europeo per modificare i gasdotti esistenti e attrezzarli per trasportare l’idrogeno. Così ci si porta un pezzo avanti per il futuro, rimanendo vincolati alle fossili. Ma intanto, come tra le righe ammette la stessa Snam, si continua ad andare a tutto gas, che finché esisterà e sarà richiesto dal mercato avrà la priorità sull’idrogeno.
Non è un caso che Snam sia tra i principali proponenti dell’idrogeno prodotto dal gas fossile, con o senza la promessa cattura delle emissioni (CCS), una tecnologia ampiamente messa in discussione dagli studi scientifici e tecnici. La narrazione sull’idrogeno sembra fatta su misura proprio per il settore estrattivo, che può continuare a espandersi e allo stesso tempo si presenta come attore di cambiamento. Ma è davvero questo “il cambiamento” che vogliamo?
Soldi per i soliti sospetti
Adattare gli impianti come i gasdotti per favorire anche il trasporto dell’idrogeno ha un costo tutt’altro che risibile e di cui nessuno parla. I soldi ce li dovrebbe mettere lo Stato, nemmeno a dirlo, perché secondo le aziende, quello che viene offerto è “un servizio al pubblico”. La verità è che si tratta di un’attività commerciale, chiaramente nelle mani di corporation che vendono dei servizi allo Stato e alla collettività per fare un profitto. Ma noi abbiamo davvero bisogno di questo “servizio”?
Invece di andare alle sempiterne corporation del settore estrattivo, queste risorse potrebbero essere veicolate verso lo sviluppo di un nuovo paradigma. Un immenso segnale di rottura con il passato, all’insegna del decentramento e dei bisogni reali delle persone, delle rinnovabili su piccola scala e controllate da comunità di persone invece che dalle mega corporation, e del mettere in rete. Un modello finalmente affrancato dalle immancabili “proiezioni di mercato sulla domanda di energia”, opera degli stessi colossi energetici, e che rinneghi il mantra della “crescita esponenziale dei consumi” per una più ragionata riduzione sulla base dei bisogni e non del profitto.
Tratto da WWF Il cambiamento climatico è una realtà e sta già provocando impatti e fenomeni di frequenza e intensità mai visti nella storia umana e con essi sofferenze, perdita di vite, sconvolgimento degli ecosistemi e della ricchezza di biodiversità che sostengono la nostra vita.
I gas serra nell'atmosfera hanno raggiunto livelli senza precedenti. Ogni altro ritardo nell’azione climatica metterà il pianeta e chi lo abita a rischio di sconvolgimenti inimmaginabili.
Per evitare che la situazione precipiti e che gli impatti del climate change siano ancora più violenti, è necessario limitare il riscaldamento globale a 1,5°C e per farlo dobbiamo azzerare le emissioni di CO2 ben prima del 2050. V
Il riscaldamento globale avrà effetti catastrofici come l’innalzamento del livello del mare, l’incremento delle ondate di calore e dei periodi di intensa siccità, delle alluvioni, l’aumento per numero e intensità delle tempeste e degli uragani. Questi fenomeni avranno un impatto su milioni di persone, con effetti ancora maggiori su chi vive nelle zone più vulnerabili e povere del mondo, danneggeranno la produzione alimentaree minacciano specie di importanza vitale, gli habitat e gli ecosistemi.
Il 2020 sarà un anno strategico per i Paesi firmatari dell'Accordo di Parigi, che potranno evitare la catastrofe climatica rivedendo gli obiettivi dei loro contributi nazionali (NDC) e presentando strategie a lungo termine (LTS) ambiziose, per avvicinare il mondo all'obiettivo di limitare il riscaldamento a 1,5°C rispetto all’epoca preindustriale.
Vogliamo assicurare un futuro al Pianeta e alle persone.
Per questo, bisogna raggiungere una nuova impostazione dell'economia, sostenibile, equa e non fondata sul carbonio entro il 2050, in grado di resistere a quel livello di cambiamento climatico che non siamo più in grado di evitare.
La nostra visione del futuro è costituita da:
• Un nuovo accordo globale a livello internazionale – tale trattato deve essere efficace, giusto e legalmente vincolante
• Promuovere strategie e percorsi con obietti e tappe precise a livello nazionale – per arrivare all’azzeramento delle emissioni per la metà del secolo, costruendo una transizione all’economia del futuro nella quale l’Italia può e deve avere un ruolo
• Promuovere l’efficienza energetica – il modo più rapido ed economico per ridurre le emissioni di CO 2
• Promuovere le fonti energetiche rinnovabili – come l’energia solare, quella eolica e quella geotermica
• Sviluppare e promuovere strategie di adattamento al cambiamento climatico – per salvaguardare le persone e gli ecosistemi a rischio.
Lettera al Presidente del Consiglio dal Prof. Alessandro Marescotti
L'ILVA è un climate monster
E' la prima fonte di CO2 in Italia se si conteggiano anche le due centrali termoelettriche CET2 e CET3 che ricevono i gas di cokerie e altoforni, bruciandoli e liberando una quantità imponente di gas serra
24 settembre 2019
Associazione PeaceLink
Al Presidente del Consiglio
Prof. Giuseppe Conte
Gentile Presidente, come tutti noi, anche lei avrà ascoltato le dure parole di Greta Thunberg sui cambiamenti climatici. Le emissioni di CO2 costituiscono una minaccia per il futuro. E’ bene non avere reticenze e dire tutta la verità. Ma in Italia la verità sulla CO2 non è ancora stata detta tutta.
UN CLIMATE MONSTER
In Italia infatti la massima fonte globale di emissioni di anidride carbonica (CO2) è costituita dalla somma della CO2 dello stabilimento siderurgico di Taranto con la CO2 delle sue due centrali termoelettriche connesse.
Le scriviamo per comunicarle i numeri che fanno di tale stabilimento un mostro climatico.
Non a caso i suoi impianti sono ancora sotto sequestro e funzionano solo in virtù di deroghe e di proroghe a base di una lunga serie di decreti legge che non fanno onore all’Italia. Le ricordiamo che lo Stato italiano è stato recentemente condannato dalla Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU) per non aver protetto la popolazione. Ciò nonostante ad ArcelorMittal è stata garantita l'immunità penale fino al 2023.
Le scriviamo per sollecitare la sua attenzione sul fatto che lo Stato italiano ha accumulanto un'enorme responsabilità per non aver agito.
Non ha agito per tutelare Taranto. Non solo.Non ha agito per tutelare l'intero Pianeta dal cambiamento climatico, a cui le emissioni di CO2 dello stabilimento siderurgico contribuiscono in modo significativo.
Siamo davanti a una fonte emissiva senza pari in Italia. Infatti lo stabilimento siderurgico di Taranto svetta su tutti superando i dieci milioni di tonnellate annue di CO2 se si considerano anche le centrali termoelettriche connesse. I dati che con questa lettera elenchiamo sono di una evidenza scientifica inoppugnabile e vogliono ristabilire la giusta informazione sulle emissioni del ciclo siderurgico integrale.....
Sommando alle emissioni di CO2 dello stabilimento (4.700.000 tonnellate/anno) anche le emissioni di CO2 delle due centrali termoelettriche CET2 e CET3 (3.046.760 + 2.941.890 =5.988.650) si ottiene un totale di10.688.650 tonnellate/anno di CO2provenienti dal ciclo siderurgico integrale.
Con questi numeri lo stabilimento siderurgico di Taranto diventa la prima fonte emissiva di CO2 in Italia.
Perché questa informazione non circola?
UN APPELLO ALL'AZIONE
Signor Presidente, la invitiamo ad occuparsi personalmente della massima fonte emissiva di CO2 in Italia: l'ILVA di Taranto.
Lei ha detto all’ONU che l’Italia è in prima linea per l'ambiente.
Ce lo dimostri spiegando come intende contrastare la minaccia climatica delle emissioni siderurgiche a Taranto. E agendo di conseguenza.
Cordiali saluti e buon lavoro
Prof. Alessandro Marescotti
Presidente di PeaceLink www.peacelink.it
Una madre culla suo figlio. Gli occhi della madre sono affettuosi, ma il suo seno si è trasformato in una ciminiera e sta allattando il suo bambino con fumi tossici invece che con latte nutriente.
Questa è l'immagine ritratta in uno dei primi dipinti di Carla Luccarelli, dopo la morte di suo figlio Giorgio all'età di 15 anni. Le ciminiere, spiega Carla, raffigurano i camini di Ilva, la più grande fabbrica d'acciaio in Europa. È a Taranto, una città costiera nel sud Italia.
"Viviamo accanto a una fabbrica di cancro", dice. I suoi dipinti non sono solo un modo per incanalare il dolore, ma una forma di protesta contro l'enorme impianto, il governo che gli consente di operare, e il suo nuovo proprietario ArcelorMittal, il più grande produttore mondiale di acciaio.....
Dal 2011, la Corte di Giustizia Europea (CGE) ha ripetutamente dichiarato che l'impianto di Ilva viola gli standard ambientali.La Corte di Giustizia Europea ha ordinato al governo italiano di agire - con scarso successo.Nella sua sentenza più recente dello scorso gennaio, ha rilevato l'incapacità del governo di proteggere i suoi cittadini dall'inquinamento che mette in pericolo la loro salute.
Nemmeno i tribunali italiani hanno avuto successo....
Tratto da ilpost Una coalizione di 29 stati e città statunitensi ha citato in giudizio l’amministrazione Trump per le nuove regole meno stringenti sulle emissioni di CO2
Una coalizione di 29 stati e città statunitensi, per lo più a guida Democratica, ha citato in giudizio l’amministrazione Trump per bloccare le nuove regole meno stringenti sulle emissioni di CO2 da parte delle centrali a carbone. Secondo le accuse, l’Affordable clean energy emanato dell’Agenzia per la protezione ambientale (EPA) non proteggerebbe in modo adeguato i cittadini dall’inquinamento e dalle conseguenze dei cambiamenti climatici. La causa è guidata dalla procuratrice generale di New York Letitia James e, scrive il New York Times, potrebbe arrivare fino alla Corte Suprema.
Le nuove regole sulle emissioni stabilite dall’amministrazione Trump sono molto più permissive rispetto a quelle che erano state imposte dal Clean Power Plan (CPP) voluto nel 2015 da Barack Obama, che fissava limiti nazionali sull’inquinamento da biossido di carbonio delle centrali e imponeva agli stati di attuare dei piani per ridurre le emissioni entro il 2022. Ora è stato invece stabilito che i singoli stati potranno decidere da soli quali standard e quali limiti imporsi per le emissioni delle loro centrali. Durante la campagna elettorale Trump aveva insistito molto sulla volontà di cambiare le regole volute da Obama e di aiutare l’industria del carbone.
Papa Francesco:«La civiltà richiede energia, ma l’uso dell’energia non deve distruggere la civiltà!».
Città del Vaticano - Due anni e mezzo dopo l’accordo di Parigi, «le emissioni di CO2 e le concentrazioni atmosferiche dovute ai gas-serra sono sempre molto alte. Questo è piuttosto inquietante e preoccupante». Così Papa Francesco in Vaticano con i partecipanti al Simposio dirigenti imprese del settore petrolifero, del gas naturale e di altre attività collegate all’energia.
Secondo Bergoglio «destano preoccupazione anche le continue esplorazioni per nuove riserve di combustibile fossile». «Ecco perché c’è bisogno di discutere insieme - industriali, investitori, ricercatori e utenti - riguardo alla transizione e ricerca di alternative», ha detto. «La civiltà richiede energia, ma l’uso dell’energia non deve distruggere la civiltà!».
«L’individuazione di un adeguato mix energetico è fondamentale per combattere l’inquinamento, sradicare la povertà e promuovere l’equità sociale», ha sottolineato Francesco nell’udienza ai partecipanti al Simposio per i dirigenti delle principali imprese del settore petrolifero, del gas naturale e di altre attività imprenditoriali collegate all’energia svoltosi in Vaticano .
“Questi aspetti spesso si rafforzano a vicenda - ha spiegato -, dal momento che la cooperazione in campo energetico è destinata ad incidere sull’alleviamento della povertà, sulla promozione dell’inclusione sociale e sulla tutela ambientale». Secondo il Pontefice, «gli strumenti fiscali ed economici, il trasferimento di capacità tecnologiche e in genere la cooperazione regionale e internazionale, come l’accesso all’informazione, dovrebbero essere congruenti con tali obiettivi, che non vanno considerati frutto di una particolare ideologia, ma obiettivi di civiltà, che promuovono anche la crescita economica e l’ordine sociale».
«Uno sfruttamento ambientale che invece non consideri le questioni di lungo periodo - ha aggiunto - potrebbe solo tentare di favorire una crescita economica a breve termine, ma con un sicuro impatto negativo in un arco temporale più ampio, incidendo sull’equità intergenerazionale così come sul processo di sviluppo». «È sempre necessaria - ha detto ancora papa Bergoglio -una oculata valutazione dell’impatto ambientaledelle decisioni di natura economica, per considerare bene i costi umani e ambientali a lungo termine, coinvolgendo il più possibile nei processi decisionali le istituzioni e le comunità locali»
CO2 in atmosfera, record assoluto ad aprile: superate le 410 parti per milione
«Stiamo continuando a tutta velocità con un esperimento senza precedenti sul nostro pianeta, l'unica casa che abbiamo»
Per la prima volta nella storia la media della concentrazione di anidride carbonica in atmosfera nel mese di aprile ha superato le 410 parti per milione (ppm), secondo la serie di misurazioni Keeling Curve realizzata all’Osservatorio Mauna Loa alle Hawaii, la concentrazione media mensile di anidride carbonica nell’atmosfera era di 410,31 ppm, con un picco di 411,24 ppm il 29 aprile.
Alla Scripps Institution of Oceanography dell’università della California – San Diego, spiega che «Questo segna la prima volta nella storia dei dati di Mauna Loa che una media mensile ha superato le 410 parti per milione. Questo rappresenta anche un aumento del 30% della concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera globale da quando la Keeling Curve è iniziata nel 1958». Le prime osservazioni fatte nel marzo di 60 anni fa erano a 315 ppm di CO2 in atmosfera.
.....Prima dell’inizio della rivoluzione industriale, I livelli di CO2 avevano oscillato nel corso dei millenni, ma non avevano mai superato i 300 ppm in nessun periodo negli ultimi 800.000 anni».....Insomma, stiamo spingendo il nostro pianeta verso un riscaldamento oltre i livelli che gli scienziati e la comunità internazionale ritengono “sicuri”. E lo stiamo facendo molto velocemente: agli albori della rivoluzione industriale, circa nel 1880, le concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera erano 280 ppm, ora sono il 46% più elevate.
Per Keeling «è un’altra pietra miliare nell’aumento crescente di CO2 nel tempo. Ci avvicina ad alcuni obiettivi che non vogliamo davvero raggiungere, come andare oltre le 450 o 500 ppm». Continua qui
Che c’entrano l’ambiente e i cambiamenti climatici con temi come lavoro, sicurezza, immigrazione, salute, tasse e sviluppo economico che – quando va bene – si fanno largo nella campagna elettorale? Se la risposta che affiora alle labbra è “niente”, sappiate che è quella sbagliata: l’ambiente non è cosa separata e diversa dal lavoro e dall’economia, ma è anzi al cuore della questione. Per questo 19 tra i maggiori scienziati italiani che si occupano di cambiamenti climatici e ambiente – raccolti nel Comitato scientificoLa scienza al voto – hanno deciso di mobilitarsi mettendo all’erta politici e opinione pubblica su quelle criticità ambientali che hanno (e avranno sempre di più) ripercussioni sulle nostre attività produttive, sul nostro territorio e sulla nostra stessa salute.
«Non si tratta – spiega Antonello Pasini, climatologo Cnr e coordinatore del Comitato – di aggiungere un tema alla campagna elettorale, bensì di capire che solo tenendo conto del contesto ambientale si possono individuare le migliori soluzioni per risolvere i problemi che affliggono il paese. Noi infatti abbiamo elaborato proposte di intervento scientificamente fondate e le abbiamo declinate nelle priorità dei cittadini: come ottenere più lavoro, come gestire l’immigrazione, come garantire la sicurezza, come controllare la pressione fiscale......
I mutamenti climatico-ambientali – avvertono infatti gli scienziati – sono un fenomeno globale che già oggi è particolarmente evidente in Italia. Se a causa dell’attività umana il pianeta si sta riscaldando in maniera inequivocabile (le temperature medie globali sono aumentate di almeno 0,5 °C nell’ultimo trentennio e di quasi 1 °C nell’ultimo secolo), nel nostro Paese i cambiamenti climatici corrono già oggi molto più della media globale: le temperature medie sono aumentate di almeno 1 °C nell’ultimo trentennio e di quasi 2 °C nell’ultimo secolo, un incremento praticamente doppio. Ovviamente quello del riscaldamento globale resta appunto un problema globale, e in questo l’Italia è chiamata a fare la sua parte nel negoziato internazionale, ma con quale credibilità se a livello nazionale le emissioni di gas serra equivalgono (Ispra, 2015) a ben 433 milioni di tonnellate l’anno di CO2 e sono tornate a crescere? Circa l’85% delle emissioni – ricordano gli scienziati – sono dovute al settore energetico, industriale e dei trasporti (sostanzialmente le combustioni fossili): l’azione in questi settori è dunque di fondamentale importanza, e sarebbe in grado di dare una spinta robusta (anche) al mercato del lavoro. Con circa 97.000 occupati, oggi l’Italia si piazza ad esempio al quarto posto fra i Paesi Ue con la maggiore quota di posti di lavoro legati al settore delle rinnovabili dopo Germania (322.300), Francia (162.100) e Gran Bretagna (109.200), un dato che può e deve crescere ancora molto.
A quest’asse portante se ne affiancano poi altri, come la necessità stringente di rendere più circolare – ovvero, in grado di mantenere più a lungo il valore delle materie prime nei cicli di produzione e consumo – la nostra economia. Come spiegano dal Comitato scientifico, l’Italia necessita dunque di ricerca e sviluppo di prodotti progettati secondo i principi dell’economia circolare, del risparmio energetico e del ridotto consumo di materie prime, la riconversione del settore manifatturiero (con graduale rilocalizzazione delle industrie – consumare meno, produrre meglio, produrre qui), la creazione di una compiuta filiera del riciclo, l’introduzione di incentivi legati all’impatto ambientale della produzione e della distribuzione (carbon tax?). Le ricadute occupazionali saranno in questo caso dirette e indirette, grazie al nuovo sviluppo delle esportazioni di beni e servizi con alto valore aggiunto, e quanto più velocemente verrà promossa la transizione, tanto più velocemente saremo in grado anche di esportare tecnologie e conoscenze.........Leggi tutto