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Visualizzazione post con etichetta Capacity market. Mostra tutti i post
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05 aprile 2021

FERMARE IL GAS. La transizione ecologica e la svolta di Civitavecchia

 Tratto da Micromega.net

La transizione ecologica e la svolta di Civitavecchia


“No al gas, sì alle rinnovabili”. Il movimento popolare per la riconversione della centrale Enel a carbone della città è un esempio positivo di coalizione sociale per cambiare il modello di sviluppo.

Giorgio Pagano 

Il degrado della biosfera – di cui il cambiamento climatico è uno degli aspetti più drammatici, ma non l’unico – è arrivato a un punto cruciale, di rottura. Il rapporto commissionato dal governo britannico all’economista indiano Partha Dasgupta inizia così: “Le nostre economie, i mezzi di sussistenza e il benessere dipendono tutti dal nostro bene più prezioso: la natura. Siamo parte della natura, non separati da essa”. Se lo ignoriamo, spiega Dasgupta, le conseguenze saranno “catastrofiche”. Il processo di distruzione del nostro ecosistema ha fatto un salto di qualità, e l’insorgenza della pandemia, favorita da questo processo, lo sta mostrando a tutti. La sfida al Covid-19 è dunque parte integrante della questione ambientale, che è questione “rivoluzionaria” perché richiede il cambiamento profondo del sistema economico e dei suoi presupposti: le risorse naturali non sono illimitate -già oggi avremmo bisogno di 1,6 Terre per mantenere gli attuali standard di vita- e il mercato non può essere l’unica guida del sistema economico.

Il sistema economico va cambiato “dall’alto”, cioè dai governi e dagli Stati, e “dal basso”, dalle persone e dalle comunità. Tra i limiti dell’impostazione del Ministro Roberto Cingolani, così come è emersa nella sua audizione in Parlamento, forse il principale è che non è venuta nessuna proposta di partecipazione dei cittadini, delle comunità locali, delle associazioni civiche e delle organizzazioni sindacali all’elaborazione e all’attuazione della transizione ecologica. Ma la transizione si realizzerà solo se sarà anche “conversione”: senza un profondo coinvolgimento di ciascuno di noi e della società non si transita ma si ristagna.

Un esempio positivo di partecipazione viene dal movimento popolare sorto a Civitavecchia, dove l’ENEL intende riconvertire a gas una centrale a carbone. Un gruppo di ricercatori e tecnici ha messo a punto un progetto alternativo, che prevede la produzione di elettricità esclusivamente da fonti rinnovabili, stabilizzate nella loro intermittenza da stoccaggi di idrogeno verde prodotto sempre da fonti rinnovabili. Sul progetto si è aperta una discussione, sono state coinvolte le associazioni e – fatto straordinario – si sono mobilitati i lavoratori, che hanno scioperato a più riprese, ed è entrata in campo la Camera del Lavoro, insieme a UIL e USB.

Il tema è centrale. In Italia si vorrebbero chiudere le centrali a carbone nel 2025 per approdare non alle fonti rinnovabili ma al gas, che è solo meno inquinante del carbone e resta una fonte fossile: si stanno progettando o sono in fase di autorizzazione 15 nuove centrali a gas, per un totale di 14 MW di nuova potenza installata, in sostituzione di 8 MW a carbone. Il rapporto del think tank indipendente Carbon Tracker spiega molto bene, confrontando rinnovabili e gas, che la scelta del gas è sbagliata: sia perché inquina, aggiungendo 18 milioni di tonnellate di emissioni in un Paese che deve tagliarne il 55% nel corso di questo decennio, sia perché è antieconomico per i cittadini, che con il gas pagherebbero bollette più care, fino al 60% in più, e per gli stessi investitori, che rischiano di finanziare nuovi impianti già non competitivi. Inoltre il rapporto dimostra nel dettaglio che il gas non è più sicuro delle rinnovabili e che non è abbondante, ma esposto a molta “volatilità”.

Il movimento di Civitavecchia, forte di questi dati e del suo progetto alternativo, può e deve estendersi al resto del Paese. La transizione energetica non è di proprietà di ENEL, perché riguarda il futuro di tutti e della natura. Deve vedere protagoniste le istituzioni e le comunità locali. E il mondo del lavoro: Civitavecchia rappresenta una svolta perché dimostra che questo mondo può uscire da una posizione vetero produttivistica e difensiva e diventare punto di riferimento essenziale di quella che alcuni anni fa fu chiamata “coalizione sociale” – un progetto purtroppo abbandonato – per il cambiamento del modello di sviluppo.

E il nuovo Ministero della Transizione ecologica? Avrebbe un senso vero se sostenesse proposte come questa, e se mutasse lo schema finora impostato dal Ministero dello Sviluppo economico, che ostacola le rinnovabili e offre sovvenzioni alle centrali a gas: nel 2020 è stato infatti introdotto il capacity market, che prevede 20 anni di generosissimi incentivi per nuove centrali a gas, giustificati da ragioni di sicurezza del sistema, quando per la flessibilità e la sicurezza del sistema esistono, come dimostra lo studio di Carbon Tracker, alternative più economiche, efficienti e con ridotte o zero emissioni di gas serra. Vedremo se Mario Draghi saprà cambiare, o se sarà subalterno alle potentissime ENEL ed ENI, figlie di un modello centralizzato che va anch’esso superato. Non c’è spazio per una neutralità che non disturbi gli interessi costituiti.

15 novembre 2020

Interrogazione parlamentare per chiedere la moratoria delle aste sul Capacity Market

 Tratto da Bignotizie.it

Un’interrogazione parlamentare per chiedere la moratoria delle aste sul Capacity Market


“Il Comitato S.O.L.E. riafferma la propria contrarietà alla costruzione di nuove centrali a gas in tutta Italia e nel territorio. Ritiene che tali impianti, finanziati da Capacity Market, vadano in rotta di collisione con gli obiettivi di riduzione delle emissioni radicalmente proposti dalla Commissione Europea. Questo a maggior ragione a Civitavecchia, città soffocata da 70 anni di servitù industriali e dove non passa giorno che una qualche impresa voglia disporre una nuova attività nociva (a cui per inciso il Comitato si opporrà con tutte le sue forze). Il Capacity Market è un meccanismo che prevede remunerazione per gli impianti impegnati a garantire una determinata capacità di produzione, in relazione a picchi di domanda, che di fatto premia le grandi centrali termoelettriche (nella prima asta infatti, dei 41 GW assegnati solo 1 GW è andato alle rinnovabili)”. 

“Per questo motivo il Comitato ha chiesto la collaborazione di un gruppo di parlamentari, che speriamo sempre più numeroso, e li ha invitati a presentare una interrogazione scritta con l’obiettivo di sospendere le aste del Capacity Market in attesa della doverosa revisione del Piano Nazionale Energia e Clima (PNIEC) per allinearlo ai nuovi ed ambiziosi obiettivi europei.
Ringraziamo tutti coloro che ci hanno aiutato in questa azione, in particolare gli onorevoli Stefano Fassina, Lorenzo Fioramonti e Rossella Muroni, primi firmatari dell’interrogazione depositata il 13 novembre alla Camera e tutti i parlamentari che presenteranno la stessa in Senato a cominciare da Maurizio Buccarella, Gregorio De Falco, Elena Fattori, Paola Nugnes.
Il Comitato S.O.L.E., insieme a tutti i cittadini di buon senso chiede ai ministri competenti, in primis al Ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli, tanto quanto segue come da interrogazione:
“se intende il governo adeguare in tempi brevi il PNIEC alle nuove necessità richieste dai rinnovati obiettivi europei in tema di emissioni climalteranti, alzando in maniera coerente con l’UE gli obiettivi di abbattimento previsti per l’Italia, portandoli dall’attuale 38% ad almeno il 55% deliberato dalla Commissione. In tal senso si chiede se intende il governo diminuire il ruolo del gas nella produzione di energia, aumentando al contempo la capacità degli accumuli e favorendo la penetrazione massiccia delle fonti rinnovabili, anche attraverso l’autoproduzione e le
comunità energetiche. Conseguentemente a quanto richiesto al punto precedente si chiede anche che venga effettuata una moratoria sulle aste dell’attuale Capacity Market in attesa della necessaria revisione del PNIEC da allineare ai nuovi obiettivi. E ancora se il governo sta effettuando una valutazione prospettica, non limitata alla mera fase contingente, della quantità e della qualità del lavoro connesso alla transizione energetica, in raffronto con il permanere delle fonti fossili previsto dal PNIEC 2019.” La sospensione delle aste almeno fino a revisione del PNIEC bloccherà la possibilità di progettare nuove centrali a metano in tutta Italia. E questo risultato è fondamentale per una nuova era “green”.
COMITATO S.O.L.E.

01 luglio 2015

Per la crisi del termoelettrico italiano non si vede la fine

Tratto da Qualenergia

Moody's: per la crisi termoelettrico italiano non si vede la fine

Bassi prezzi del gas, domanda fiacca ed eccesso di capacità secondo l'agenzia di rating faranno continuare il calo dei prezzi dell'elettricità all'ingrosso, che scenderanno dagli attuali 48-51 €/MWh per assestarsi tra i 42 e i 47 € per MWh fino al 2020. Per i grandi dell'energia convenzionale sarà dura e il capacity market non potrà fare molto.
Calo della domanda elettrica che continuerà anche per una maggiore efficienza energetica, overcapacity dovuta anche alla potenza da fonti rinnovabili e prezzi del MWh all'ingrosso destinati a continuare a calare: il quadro dipinto dall'ultimo report di Moody's sul mercato elettrico italiano (allegato in basso) non è confortante per il termoelettrico e il capacity market in arrivo – secondo l'agenzia di rating -  potrà fare poco per migliorare la situazione dei grandi dell'energia convenzionale....
La riduzione della domanda di elettricità, dovuta a un maggiore impatto delle misure di efficienza energetica sui consumi, sta esercitando un'ulteriore pressione al ribasso sul prezzo dell'elettricità – si spiega – e il mercato elettrico rimarrà caratterizzato da un eccesso di offerta, nonostante la chiusura di molti impianti termoelettrici, peraltro ormai obsoleti.
Lo scenario dipinto è chiaro se si guarda al grafico in basso, che mostra un calo della domanda elettrica, disaccoppiato dal Pil che invece torna a crescere, c'è quindi una diminuzione dell'intensità energetica.
Nel contempo il parco elettrico italiano, nonostante le chiusure previste, resterà sovradimensionato:
Insomma, come scrive l'agenzia “non si vede la fine della crisi della generazione convenzionale” in atto. Poco potranno fare anche le chiusure in arrivo (nel grafico sotto la previsione di come cambierà il parco elettrico italiano). Porteranno, si legge, ad effetti positivi per i cash flow operativi delle aziende, ma avranno un effetto limitato sui prezzi all'ingrosso. Molti degli impianti in chiusura operano, infatti, già al minimo carico o funzionano esclusivamente come back-up del sistema.
Nessuna ripercussione significativa sui prezzi dell'elettricità o sui cash flow delle società nemmeno con il capacity market, poiché il costo della capacità messa all'asta “sarà verosimilmente coperto con la cessazione degli schemi di copertura dei costi per determinati impianti idonei a fornire servizi essenziali al sistema elettrico".
Le utility italiane maggiormente esposte a un ulteriore declino dei prezzi elettrici sono soprattutto Enel (Baa2, outlook stabile), A2A (Baa3, stabile), Edison (Baa3, stabile) e Compagnia Valdostana delle Acque (Baa1, stabile), data la loro significativa attività di generazione elettrica in Italia, mentre Hera (Baa1, stabile) e Acea (Baa2, stabile) risultano "molto meno esposte".
Come potranno adattarsi le utility al contesto di prezzi bassi che si prevede? Reggerà meglio chi diversificherà il portafoglio di business, diminuendo l'esposizione all'attività di generazione elettrica, anche con cessioni di attività e riduzione della capacità produttiva, e aumentando la presenza nel settore delle vendite al dettaglio.
Escludendo la volatilità dei prezzi del gas e la generazione idroelettrica, Moody's considera la riforma dell'EU ETS "il principale elemento di impatto sui prezzi dell'energia elettrica". Un incremento sostanziale dei costi della CO2 andrebbe, infatti, a discapito delle centrali a carbone, mentre sarebbe un vantaggio per il segmento della generazione idroelettrica e avrebbe un effetto pressoché neutrale sugli impianti a gas.......

13 giugno 2015

Qualenergia : Ecco come il fotovoltaico sconvolgerà il mercato elettrico europeo

Tratto da Qualenergia

Ecco come il fotovoltaico sconvolgerà il mercato elettrico europeo

Un nuovo report della società di consulenza tedesca Roland Berger traccia alcuni scenari sulla penetrazione del fotovoltaico in Europa nei prossimi anni. In Paesi come l'Italia il solare FV potrà arrivare entro il 2030 a soddisfare il 50% della domanda di residenziale e commerciale. Ma le utility devono ripensare la loro strategia.
La produzione da fotovoltaico in Europa nel giro di 15 anni si moltiplicherà per quattro e il solare al 2030 coprirà dal 10 al 14% della domanda elettrica del vecchio continente. In Paesi in cui il FV è già forte, come Italia e Germania, già nel 2025 questa fonte potrebbe arrivare a superare la domandabaseload, cioè il carico di base, e fornire più del 50% dell'energia nei picchi di domanda. Chiaramente il sistema elettrico e le utility dovranno adattarsi a questo sconvolgimento.
L'avvertimento arriva da un nuovo dossier della società di consulenza tedesca Roland Berger (allegato in basso), ed è solo l'ultimo di una lunga serie di report da think-tank dell'economia e della finanza che mettono in guardia sull'impatto “disruptive” che la fonte solare avrà nei prossimi anni sul mondo dell'energia.
Solo l'1% della potenza FV installata in Europa al momento, sottolinea lo studio, è delle compagnie elettriche tradizionali: il solare è per le utility fondamentalmente un concorrente che si mangerà una fetta rilevante della domanda.
Come anticipato e come si vede dal grafico sotto, il fotovoltaico in alcuni sistemi elettrici, tra cui quello italiano, avrà un ruolo da protagonista. Gli istogrammi a destra mostrano, per ogni Paese, il contributo della potenza da FV che si prevede sarà operativa a quell'anno (colonna gialla) in rapporto alla potenza totale (colonna), alla domanda baseload (trattino grigio scuro) e alla domanda di picco (trattino grigio chiaro): in Italia, ad esempio, si prevede che ci sia più potenza da FV rispetto a quella necessaria per il carico di base e abbastanza da coprire più di metà della domanda di picco.
Per il nostro Paese e qualche altro Roland Berger stima che, entro il 2030, il FV potrà soddisfare il 50% della domanda del residenziale e del commerciale. Le utility dovranno dunque rinunciare a business model basati sui volumi attuali della elettricità venduta. La strada quasi obbligata per le compagnie elettriche sarà quella di vendere flessibilità e servizi energetici.
“Si dovranno sviluppare soluzioni per assicurare la continuità della fornitura elettrica (vista la produzione intermittente del FV, ndr). Le utility, nel ridisegnare i loro modelli di business per adattarsi al nuovo stato delle cose, possono giocare un ruolo importante nel bilanciare domanda e offerta”, osservano gli analisti.
In particolare il ruolo delle centrali termoelettriche sarà quello di adattare velocemente la produzione ai cambiamenti di domanda e offerta: per farlo si dovrà passare a meccanismi di mercato che premino la potenza flessibile messa a disposizione anziché la mera produzione, serve cioè un capacity market, come quello che vari Paesi, tra cui il nostro, si stanno preparando ad adottare.
A spingere la crescita del fotovoltaico sarà il calo dei costi (vedi grafico sotto). Il report ricorda come, per il prezzo dei moduli, si sia passati dai 100 $/Wp del 1975 agli 0,60 del 2014. E i costi continueranno a calare, citando la stima di Deutsche Bank: del 40% del costo dei sistemi entro il 2017 .Continua a leggere qui
Leggi anche su Ugobardi.blogspot:

Abbiamo 5 anni per smettere di costruire centrali a carbone  ......

23 maggio 2015

Giulio Meneghello :La crisi del termoelettrico e il rischio che la paghino le rinnovabili

Tratto da Qualenergia

La crisi del termoelettrico e il rischio che la paghino le rinnovabili


Prezzi negativi, capacity market e addirittura un mercato “ghetto” dove rinchiudere le rinnovabili. Mentre i sindacati sono giustamente preoccupati per l'occupazione nelle centrali a fonti fossili, si pensa a come cambiare le regole per alleviare la crisi del termoelettrico. Ma alcune soluzioni sono molto pericolose per l'energia pulita.
Il termoelettrico italiano, cicli combinati a gas in primis, è in una crisi probabilmente senza soluzione e i sindacati, preoccupati per i posti di lavoro, fanno pressing sul Governo. Intanto sullo sfondo si affacciano misure e proposte per affrontare il problema che, se da una parte difficilmente riuscirebbero a garantire la sopravvivenza delle grandi centrali, avrebbero comunque come effetto collaterale quello di stroncare le rinnovabili.
Ieri Filctem-Cgil, Flaei-Cisl e Uiltec-Uil hanno annunciato lo stato di agitazione e un presidio davanti alla Presidenza del Consiglio dei Ministri il 19 giugno  per “sensibilizzare il Governo sulla gravità della situazione" di un settore “drammaticamente a rischio", tra "chiusure di centrali già annunciate, ridimensionamenti di produzione e pesanti ricadute sul piano occupazionale sia diretto che nell'indotto". Il comunicato sindacale riporta i dati di uno studio RSE presentato lo scorso 18 dicembre al tavolo del ministero, nel quale si evidenzia un'overcapacity di "oltre 50 GW".
Che il termoelettrico - travolto da una tempesta perfetta fatta di overcapacity, calo della domanda e crescita delle rinnovabili - sia in una crisi probabilmente irreversibile è ben noto ai lettori di QualEnergia.it: nell'ultimo anno il Ministero dello Sviluppo Economico ha autorizzato chiusure per circa 3,7 GW di potenza, l'anno precedente erano andati in pensione 2,1 GW di impianti a fonti convenzionali, mentre è in corso l'istruttoria per chiudere altri 4,1 GW. Analisti come l'economista Alessandro Marangoni prevedono che l'overcapacity nei prossimi 2-3 anni faccia chiudere centrali per altri 23 GW.
A soffrire di più sono i cicli combinati a gas, gli impianti con i costi di produzione più alti, che risentono molto anche della concorrenza, sul Mercato del Giorno Prima, dell'offerta a costo marginale pressoché nullo di eolico e fotovoltaico.
Questi impianti, progettati e finanziati con business plan che prevedevano 4-5000 ore l'anno, stanno lavorando in media sulle 1.500 ore. A rischio oltre ai posti di lavoro ci sono i capitali delle banche che vi hanno (incautamente) investito: tanto che si dice che alcuni istituti stiano facendo pressione perché certe centrali a ciclo combinato, ancora relativamente nuove, vengano 'smontate' e rimontatie all'estero, in mercati elettrici che garantirebbero ritorni maggiori.
Quello che servirebbe per dare un po' di ossigeno a questi impianti, spiegano gli analisti di Energy Advisors, “è il taglio di un 10.000 MW di cicli combinati, senza il quale l'overcapacity non si riduce in misura tale da riflettersi sullo spark spread (cioè il margine tra costi di produzione e prezzo di vendita dell'energia, ndr)”.
Come risolvere la situazione? I sindacati puntano ad evitare il più possibile le chiusure: per loro “sarebbe opportuna una sospensione temporanea del mercato", oltre a “una 'cabina di regia' che ponga al centro strumenti di solidarietà, di reimpiego all'interno del settore energetico, di nuova formazione professionale". Si chiede al Governo di “riprendere il confronto e di adottare le misure necessarie alla salvaguardia di un asset strategico come quello elettrico, oltre ad una garanzia sociale per gli addetti".
Sulla definizione di “asset strategico” non tutti sono però d'accordo: “Non si può difendere a priori ogni impianto", commenta GB Zorzoli, presidente onorario del Coordinamento FREE per le rinnovabili e l'efficienza energetica. “I sindacati – continua - ad esempio vorrebbero che rimanesse aperta anche l'inquinante e inefficiente centrale a olio combustibile di San Filippo del Mela. O le centrali a carbone, come quella di Vado Ligure. Vanno chiuse. Anche una fetta di cicli combinati dovrà fermarsi perché sono troppi, mentre i rimanenti, come succede in Germania, devono essere flessibilizzati per fare da back-up alla generazione da rinnovabili. Ci sono delle alternative che permettono di conservare l'occupazione, si tratta di ragionare su queste.”.
Intanto però per salvare le centrali termoelettriche sono in arrivo riforme e si sentono proposte varie  che potrebbero anche costare care alle fonti rinnovabili.
Il capacity market, che remunera tramite aste la potenza messa a disposizione, nasce proprio come soccorso ai cicli combinati a gas. Nel mondo delle rinnovabili il timore è che, per non gravare di altri oneri la bolletta, a pagare questo aiuto ai fossili possano essere le FER. Ma il capacity market – fanno notare altri -  potrebbe avere anche altri effetti nefasti per eolico e solare: toglierà infatti spazio alla contrattazione a lungo termine, vista da molti come essenziale per il futuro delle rinnovabili, e ritarderà l’applicazione commerciale degli accumuli.
Il capacity market doveva iniziare nel 2017, ma l’Autorità per l'Energia ha anticipato la prima asta al 2015. Enel – che praticamente non ha cicli combinati a gas nel suo parco elettrico italiano - è relativamente critica nei confronti della misura. Assoelettrica ha una posizione più sfumata, mentre l'altra associazione di grandi produttori, Energia Concorrente, è tra chi lo caldeggia di più. La Commissione europea è da sempre sospettosa verso questo meccanismo e considera la presenza del floor price – il prezzo minimo nelle aste - una forma di indebito aiuto di Stato, mentre sembrano esserci perplessità anche da parte di uomini del MiSE sia sul floor price che sull'assenza della domanda fra i soggetti che possono partecipare alle aste.
Altro strumento di “riequilibrio del mercato” che danneggerebbe le rinnovabili è la prevista introduzione dei prezzi negativi nella Borsa elettrica. Dal 2016 infatti diventerà esecutiva un'indicazione della Commissione europea secondo la quale nei momenti di prezzo negativo le fonti che offrirebbero a quei prezzi inferiori a zero - leggasi fotovoltaico ed eolico – non hanno diritto a incentivi per quell'energia.
Ma il cambiamento forse più pericoloso per le rinnovabili, al momento, è solo una proposta, quello del "ghetto" per le rinnovabili cui accennavamo nel sottotitolo. L'associazione "Nuova Economia Nuova Società", fondata da Pier Luigi Bersani e Vincenzo Visco, infatti suggerisce di creare un mercato separato per le FER non programmabili. L’esito del MGP sarebbe quindi definito attraverso due “marginal price” di cui quello delle FER risulterebbe di norma inferiore. In questo modo si avrebbe un maggior valore della produzione programmabile – quella da termoelettrico – ma è chiaro che le rinnovabili sarebbero gravemente danneggiate, costrette a combattere tra di loro per portarsi a casa un prezzo molto più basso. Questa proposta ha il supporto esplicito di Energia Concorrente e trova consensi in Assoelettrica e di conseguenza anche in Confindustria. Fra i suoi sostenitori sembra esserci anche il presidente della X Commissione del Senato, ma l'idea sembrerebbe non essere gradita a Enel.
Insomma, i cantieri per cambiare il mercato elettrico sono aperti. E le associazioni delle rinnovabili sembrano aver capito che, se restano con le mani in mano o si limitano all'opposizione, i cambiamenti che si faranno danneggeranno pesantemente le fonti pulite. Per questo stanno preparando una piattaforma di proposte, che ha come perno un rilancio della contrattazione a lungo termine e la piena partecipazione delle rinnovabili al mercato, alla quale questi impianti possono arrivare agendo in forma aggregata.

29 aprile 2015

Capacity market, Bruxelles accende un faro anche sull' Italia

Tratto da Staffetta Quotidiana

Capacity market, Bruxelles accende un faro

Richieste informazioni all'Italia e altri 10 paesi per verificare che gli aiuti non favoriscano alcuni produttori o tecnologie e non ostacolino gli scambi. L'indagine si concluderà nell'estate 2016
                                   Energia Elettrica














La Commissione europea ha avviato un'indagine di settore sui meccanismi per la remunerazione della capacità elettrica per valutarne la coerenza con le norme Ue sugli aiuti di Stato. Il primo passo dell'indagine sarà richiedere informazioni a undici Paesi che hanno adottato simili meccanismi, tra cui l'Italia con il suo capacity market. ......