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24 settembre 2021

Antonio Tricarico : Le bugie di Terna e del governo sul nostro sistema elettrico

 Tratto da Recommon

Le bugie di Terna e del governo sul nostro sistema elettrico

Altro che ritornare al nucleare, come prefigurato dal ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani. O approntare nuove centrali a gas necessarie quando si spegneranno quelle a carbone perché il sistema elettrico italiano non reggerebbe il soddisfacimento della domanda, come sostiene Terna, il gestore della rete italiana. 

A fare bene i conti, la realtà sembra ben diversa. Ce lo dice ilCentre for Research on Energy and Clean Air (CREA), che pubblica oggi il rapporto “RIPE FOR CLOSURE: Accelerating the energy transition and saving money by reducing excess fossil fuel capacity” con i risultati dell’analisi condotta insieme agli esperti di Transition Zero sul fabbisogno energetico di tutti i paesi europei. 

Ben nove tra questi, tra cui l’Italia, potrebbero da subito chiudere centrali a combustibili fossili per un totale di 48,8 GW di potenza installata senza mettere a rischio le forniture di elettricità per famiglie ed imprese. Si tratta di ben il 17% di tutta la potenza installata in centrali fossili in Europa. Con il pensionamento anticipato delle centrali non necessarie, il risparmio dei costi fissi operativi e di manutenzione sarebbe di quasi 2 miliardi di euro l’anno. Il 77% della potenza in eccesso riguarda le centrali a carbone (che in Italia, a meno di sorprese, dovrebbero chiudere i battenti entro il 2025), il resto sarebbero centrali ad olio combustibile e gas in qualche caso.

Se guardiamo ai dati del Bel Paese, in termini assoluti l’Italia risulta al secondo posto per eccesso di capacità di generazione installata, dietro solo alla Spagna. Secondo CREA, anche considerando un legittimo margine di riserva del 15% per garantire la sicurezza delle forniture, oggi vi è lo stesso un eccesso di 8,7 GW di centrali fossili per soddisfare il picco della domanda. Si tratta principalmente delle centrali a carbone che dovrebbero chiudere al 2025; quindi l’uscita dal carbone può avvenire senza bisogno di installare nuova capacità di generazione a gas, smentendo così palesemente il governo italiano sul tema. Anche alcune centrali ad olio combustibile dovrebbero essere mandate in pensione. Il tutto per un risparmio nei costi fissi operativi e di manutenzione di 465 milioni di euro l’anno, a detta degli esperti di CREA.

In barba all’emergenza climatica, da noi il 57% dell’energia elettrica è ancora prodotta da fonti fossili, con il gas passato dal 40% del 2015 al 46% attuale. La tendenza è stata accelerata dalla sostituzione di 14 GW di centrali a carbone con impianti a gas, invece che con impianti ad energia rinnovabile e distribuiti sul territorio. Un approccio legato al passato, che sembra continuare visto che il gestore della rete Terna ha raccomandato l’installazione di circa 5 GW di nuove centrali a gas per riserva. Le utility elettriche italiane, in primis Enel, si stanno prontamente muovendo in tal senso, addirittura pianificando le nuove centrali negli stessi siti di quelle a carbone. Ma non si accontentano di 5 GW: hanno già proposto progetti di nuove centrali a gas per ben 14 GW con la speranza di usufruire dei lauti sussidi del “mercato di capacità”, come spiegato nel rapporto pubblicato da ReCommon lo scorso maggio. A 5,8 GW sono già stati attribuiti i nuovi sussidi e dovrebbero andare in funzione nel 2023.

Nel frattempo le nuove aste per attribuire i sussidi per il 2024 e 2025 previste in estate sono state rimandate, ma probabilmente di poco. Ancora una volta, un attento esame dei numeri smentisce le lobby fossili che trovano ampio ascolto nel governo Draghi. Oltre che calmierare i sovrapprezzi nelle bollette elettriche – per altro dovuti sull’aver puntato in maniera ottusa solo sul gas negli ultimi anni – una autentica transizione ecologica che sia anche giusta richiederebbe di fermare subito le nuove centrali a gas senza se e senza ma.

22 agosto 2021

Riesame dell'autorizzazione integrata ambientale rilasciata per l'esercizio della centrale termoelettrica della Tirreno Power di Civitavecchia

 Tratto da  Gazzetta Ufficiale

MINISTERO DELLA TRANSIZIONE ECOLOGICA


COMUNICATO 

Riesame dell'autorizzazione integrata ambientale rilasciata per l'esercizio della centrale termoelettrica della Tirreno Power S.p.a., in Civitavecchia. (21A05019) (GU Serie Generale n.199 del 20-08-2021)

Si rende noto che con decreto del Ministro della transizione ecologica n. DEC-MIN-0000329 del 6 agosto 2021, si e' provveduto all'aggiornamento dell'autorizzazione integrata ambientale rilasciata con provvedimento n. DVA-DEC-2011-140 del 5 aprile 2011, alla societa' Tirreno Power S.p.a., identificata dal codice fiscale 07242841000, con sede legale in via Barberini, 47 - 00187 Roma, per l'esercizio della centrale termoelettrica situata nel Comune di Civitavecchia (RM) - ID 91/10172, ai sensi del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 e successive modificazioni ed integrazioni. Copia del provvedimento e' messa a disposizione del pubblico per la consultazione presso la Direzione generale per la crescita sostenibile e la qualita' dello sviluppo del Ministero della transizione ecologica, via C. Colombo 44, Roma, e attraverso il sito web del Ministero, agli indirizzi www.mite.gov.it e https://va.minambiente.it/it-IT

10 luglio 2021

ReCommon : La vera transizione

 Tratto da ReCommon

La vera transizione

Giusta, sostenibile e radicata nei territori, l’unica strada per un reale cambiamento

Da quando il governo Draghi si è insediato, creando un ministero per la Transizione ecologica, le grandi corporation italiane si sono tutte trasformate da causa della crisi – ecologica e non solo – a salvatori del Pianeta, impegnate nella costruzione delle molteplici soluzioni, in particolare quelle che verranno pagate dai miliardi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR).

Come da manuale, per il sistema capitalista ogni crisi diventa opportunità per perpetrare un nuovo ciclo di estrazione. E così anche questa volta, i milioni di morti causati dalla pandemia e il blocco di moltissime attività sono diventate occasione ghiotta per cooptare concetti come transizione, resilienza, rivoluzione verde da parte di un sistema incentrato sui combustibili fossili che si sta rigenerando, mantenendo intatta la struttura di potere, ma anche e purtroppo assicurando lunga vita alle fossili e in particolare al gas.

In poche settimane le promesse del Green Deal europeo e della transizione ecologica del governo Draghi si sono rivelate essere fumo negli occhi per chi aveva bisogno di sapere che ci sarebbe stato un lieto fine dopo la crisi in corso.

Per capire come costruire questo lieto fine è necessario spostare lo sguardo dalle promesse di governo e corporation verso ciò che davvero serve perché questa transizione non sia solo ecologica ma anche costruita assieme, giusta, equa e sostenibile.

Democrazia energetica, e non solo

L’accentramento è forse la caratteristica principale del sistema energetico fondato sulle fossili: Poche grandi corporation estraggono, producono, trasportano energia, decidendo il bello e il cattivo tempo. Sono loro a produrre le stime di domanda futura di energia, che vengono utilizzate per giustificare nuove infrastrutture. Sono loro a sedere ai tavoli di concertazione dove i governi e le istituzioni europee decidono le politiche energetiche, ma anche come utilizzare le risorse pubbliche. Costruire un sistema energetico distribuito e radicato nei territori significa riprendersi uno spazio di autonomia e decisionale, erodendo il potere e delegittimando queste grandi aziende che mettono il proprio portafogli – e quello dei loro grandi azionisti e investitori – prima del nostro futuro....,,,

I cittadini sono sempre un passo avanti alla politica, credono in una possibilità di crescita e di riscatto anche per la nostra terra
– Ester Satta – 
 

Crediamo che l’unica transizione possibile debba passare per un cambio del modello energetico e produttivo, in cui le comunità e i territori possano avere voce in capitolo. Serve una trasformazione radicale della società, ripartendo dal basso e dai territori, dalla definizione dei bisogni reali e non basata sulle proiezioni plasmate dalle stesse corporation che oggi controllano il mercato energetico, e non solo quello. 

Qui l’articolo integrale 

Noi di ReCommon

alle ingiustizie per innescare il cambiamento.

Crediamo in una transizione giusta e non solo ecologica, centrata sulla partecipazione attiva delle persone e sulla loro azione collettiva. E per raggiungerla ci impegniamo a segnalare gli abusi di potere e a controllare l’operato delle istituzioni pubbliche e delle grandi multinazionali.

23 aprile 2021

No all’inchiesta pubblica sulla centrale a turbogas di Tirreno Power, il sindaco Isetta: “Decisione politica”

Tratto da IVG

No all’inchiesta pubblica sulla centrale a turbogas di Tirreno Power, il sindaco Isetta: “Decisione politica”



Dopo la decisione del Ministero sulla richiesta avanzata dal comune di Quiliano, dal WWF Italia e da Uniti per la Salute

Vado L./Quiliano. E’ stata respinta la richiesta di un’inchiesta pubblica in merito al progetto di realizzazione di una nuova unità a ciclo combinato nella centrale termoelettrica a Vado Ligure proposta da Tirreno Power. La decisione arriva dal Ministero della Transizione Ecologica che si è pronunciato sulle istanze presentate dal comune di Quiliano, dal WWF Italia e da Uniti per la Salute.

Ecco le motivazioni:
“Le modalità di svolgimento della consultazione dei soggetti pubblici e privati interessati sono adeguate ed esaustive per il caso specifico. Si rileva peraltro che tali modalità ampiamente sperimentate e familiari per i soggetti a vario titolo interessati abbiano efficacemente sortito il loro scopo tanto che sono già pervenute osservazioni poste all’attenzione della Commissione Tecnica di verifica dell’impatto ambientale per le attività istruttorie di competenza nonché disponibili per eventuali controdeduzioni da parte del proponente. Quanto sopra anche alla luce del fatto anche i soggetti richiedenti l’inchiesta pubblica hanno già espresso le loro osservazioni”.

“La contingente situazione di emergenza sanitaria consentirebbe lo svolgimento dell’inchiesta pubblica unicamente in modalità telematica equiparandola di fatto alla consultazione già svolta con le modalità previste, che, ha efficacemente assolto l’esigenza consultiva per il progetto in esame”.

“In conclusione, nel richiamare altresì i principi cardine dell’azione amministrativa di efficacia ed economicità procedimentale, dopo attenta ponderazione e valutazione di tutti gli elementi, considerato che lo svolgimento di un’inchiesta pubblica, allo stato
degli atti, nulla può aggiungere a vantaggio del procedimento e della partecipazione della collettività si ritiene di non dare corso alla richiesta formulata” conclude la nota ministeriale.

Il documento del Ministero della Transizione Ecologica ha scatenato le prime reazioni: “Come sindaco del Comune di Quiliano prendo atto con rammarico della decisione assunta del Ministero della Transizione Ecologica che ha ritenuto di non dare corso alla richiesta di svolgimento di un’inchiesta pubblica ai sensi dell’art 24-bis del D.Lgs 152/2006, in riferimento al ‘progetto di realizzazione di una nuova unità a ciclo combinato nella Centrale Termoelettrica Vado Ligure'” dichiara con durezza il sindaco Nicola Isetta. “Mi hanno molto sorpreso le motivazioni indicate. La proposta non è stata respinta per motivazioni formali, ma evidentemente su discutibili ragioni di merito – prosegue -. L’inchiesta pubblica avrebbe consentito di chiarire, attraverso una lettura delle diverse espressioni, la sostanza reale dei contenuti della proposta progettuale. Avrebbe consentito, soprattutto, di farlo in modo partecipato”.

“Ricordo che tra le motivazioni portate vi erano questioni rilevanti come: le analisi fatte dall’ISPRA sul danno ambientale subìto dal territorio, conseguente all’attività della centrale a carbone, i potenziali impatti ambientali del progetto, in relazione al contesto dei contributi emissivi di tutte le realtà produttive, i limiti del Piano Energetico Ambientale Regionale PEAR 2014-2020, non allineato né agli obiettivi delineati dalla prima Strategia Energetica Nazionale (SEN 2017) né al Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima 2021-2030 (PNIEC)” continua il sindaco.

“Infine ricordo che il nuovo progetto si inserisce in una situazione complessa, dove gli interessi in campo hanno tutti rilevanza costituzionale e sostanziale, potenzialmente in conflitto tra loro: da un lato la tutela della salute e dell’ambiente e dall’altro dell’economia e del lavoro. L’inchiesta pubblica, avrebbe consentito di chiarire e superare le contraddizioni e di compiere una valutazione complessiva degli impatti ambientali, dal momento che, sinora, i diversi procedimenti si sono svolti in maniera indipendente fra loro. Avrebbe permesso di affrontare in modo, veloce, dialettico e diverso la situazione, una scelta che ricade e interessa in modo prospettico, per decenni, il territorio coinvolto e la sua popolazione”.


“Il Comune di Quiliano continuerà a svolgere in modo serio, determinato e collaborativo il proprio ruolo, insieme ai soggetti istituzioni coinvolti” conclude il primo cittadino quilianese, con riferimento alla battaglia in atto sul progetto e sullo stretto controllo ambientale .




05 aprile 2021

FERMARE IL GAS. La transizione ecologica e la svolta di Civitavecchia

 Tratto da Micromega.net

La transizione ecologica e la svolta di Civitavecchia


“No al gas, sì alle rinnovabili”. Il movimento popolare per la riconversione della centrale Enel a carbone della città è un esempio positivo di coalizione sociale per cambiare il modello di sviluppo.

Giorgio Pagano 

Il degrado della biosfera – di cui il cambiamento climatico è uno degli aspetti più drammatici, ma non l’unico – è arrivato a un punto cruciale, di rottura. Il rapporto commissionato dal governo britannico all’economista indiano Partha Dasgupta inizia così: “Le nostre economie, i mezzi di sussistenza e il benessere dipendono tutti dal nostro bene più prezioso: la natura. Siamo parte della natura, non separati da essa”. Se lo ignoriamo, spiega Dasgupta, le conseguenze saranno “catastrofiche”. Il processo di distruzione del nostro ecosistema ha fatto un salto di qualità, e l’insorgenza della pandemia, favorita da questo processo, lo sta mostrando a tutti. La sfida al Covid-19 è dunque parte integrante della questione ambientale, che è questione “rivoluzionaria” perché richiede il cambiamento profondo del sistema economico e dei suoi presupposti: le risorse naturali non sono illimitate -già oggi avremmo bisogno di 1,6 Terre per mantenere gli attuali standard di vita- e il mercato non può essere l’unica guida del sistema economico.

Il sistema economico va cambiato “dall’alto”, cioè dai governi e dagli Stati, e “dal basso”, dalle persone e dalle comunità. Tra i limiti dell’impostazione del Ministro Roberto Cingolani, così come è emersa nella sua audizione in Parlamento, forse il principale è che non è venuta nessuna proposta di partecipazione dei cittadini, delle comunità locali, delle associazioni civiche e delle organizzazioni sindacali all’elaborazione e all’attuazione della transizione ecologica. Ma la transizione si realizzerà solo se sarà anche “conversione”: senza un profondo coinvolgimento di ciascuno di noi e della società non si transita ma si ristagna.

Un esempio positivo di partecipazione viene dal movimento popolare sorto a Civitavecchia, dove l’ENEL intende riconvertire a gas una centrale a carbone. Un gruppo di ricercatori e tecnici ha messo a punto un progetto alternativo, che prevede la produzione di elettricità esclusivamente da fonti rinnovabili, stabilizzate nella loro intermittenza da stoccaggi di idrogeno verde prodotto sempre da fonti rinnovabili. Sul progetto si è aperta una discussione, sono state coinvolte le associazioni e – fatto straordinario – si sono mobilitati i lavoratori, che hanno scioperato a più riprese, ed è entrata in campo la Camera del Lavoro, insieme a UIL e USB.

Il tema è centrale. In Italia si vorrebbero chiudere le centrali a carbone nel 2025 per approdare non alle fonti rinnovabili ma al gas, che è solo meno inquinante del carbone e resta una fonte fossile: si stanno progettando o sono in fase di autorizzazione 15 nuove centrali a gas, per un totale di 14 MW di nuova potenza installata, in sostituzione di 8 MW a carbone. Il rapporto del think tank indipendente Carbon Tracker spiega molto bene, confrontando rinnovabili e gas, che la scelta del gas è sbagliata: sia perché inquina, aggiungendo 18 milioni di tonnellate di emissioni in un Paese che deve tagliarne il 55% nel corso di questo decennio, sia perché è antieconomico per i cittadini, che con il gas pagherebbero bollette più care, fino al 60% in più, e per gli stessi investitori, che rischiano di finanziare nuovi impianti già non competitivi. Inoltre il rapporto dimostra nel dettaglio che il gas non è più sicuro delle rinnovabili e che non è abbondante, ma esposto a molta “volatilità”.

Il movimento di Civitavecchia, forte di questi dati e del suo progetto alternativo, può e deve estendersi al resto del Paese. La transizione energetica non è di proprietà di ENEL, perché riguarda il futuro di tutti e della natura. Deve vedere protagoniste le istituzioni e le comunità locali. E il mondo del lavoro: Civitavecchia rappresenta una svolta perché dimostra che questo mondo può uscire da una posizione vetero produttivistica e difensiva e diventare punto di riferimento essenziale di quella che alcuni anni fa fu chiamata “coalizione sociale” – un progetto purtroppo abbandonato – per il cambiamento del modello di sviluppo.

E il nuovo Ministero della Transizione ecologica? Avrebbe un senso vero se sostenesse proposte come questa, e se mutasse lo schema finora impostato dal Ministero dello Sviluppo economico, che ostacola le rinnovabili e offre sovvenzioni alle centrali a gas: nel 2020 è stato infatti introdotto il capacity market, che prevede 20 anni di generosissimi incentivi per nuove centrali a gas, giustificati da ragioni di sicurezza del sistema, quando per la flessibilità e la sicurezza del sistema esistono, come dimostra lo studio di Carbon Tracker, alternative più economiche, efficienti e con ridotte o zero emissioni di gas serra. Vedremo se Mario Draghi saprà cambiare, o se sarà subalterno alle potentissime ENEL ed ENI, figlie di un modello centralizzato che va anch’esso superato. Non c’è spazio per una neutralità che non disturbi gli interessi costituiti.

06 marzo 2021

L’Italia alla sfida della transizione ecologica

 Ma: LA DECARBONIZZAZIONE IN ITALIA NON PASSA PER IL GAS

Basta difendere modelli energetici vecchi e inquinanti! Per l’uscita dal carbone non serve realizzare nuove centrali a gas. Sono sufficienti quelle che abbiamo. Ecco l’ultimo dossier di Legambiente. 

Tratto da greenreport 

Un percorso fatto di decarbonizzazione, economia circolare ed integrità degli ecosistemi 

L’Italia (e l’Europa) alla sfida della transizione ecologica

Uno sguardo ai tre principi chiave su cui dovrebbe poggiare la nuova regolazione giuridica per raggiungere davvero l’obiettivo 


Massimiliano Montini

Nel volgere di poco tempo il tema della transizione ecologica è venuto prepotentemente alla ribalta. Si tratta di un concetto che fino a poco tempo fa era quasi totalmente sconosciuto alla stragrande maggioranza degli europei e degli italiani. Negli ultimi anni, vi è stato in realtà qualche tentativo di mettere al centro della scena il tema della transizione ecologica, soprattutto in Francia ed in Spagna. Ma il merito di aver traghettato il tema della transizione ecologica da una cerchia di pochi specialisti al centro delle cronache politiche ed economiche è certamente da ascriversi alla Commissione europea presieduta da Ursula Von Der Leyen.....

Ma la vera svolta si è avuta soltanto tra la primavera e l’estate del 2020, come conseguenza della risposta europea alla grave crisi economica causata dalle restrizioni imposte alla produzione e al consumo dalla crisi sanitaria causata dalla pandemia del Covid-19. Per rilanciare l’economia europea così duramente colpita dagli effetti del Covid-19, la Commissione europea ha infatti proposto un complesso e variegato pacchetto di misure di sostegno, denominato Next Generation EU, con una dotazione di 750 miliardi di euro.

Nel contesto del pacchetto Next Generation EU, lo strumento più significativo è rappresentato dal Dispositivo per la ripresa e la resilienza (Recovery and resilience facility), comunemente indicato semplicemente come Recovery fund. Tale strumento costituisce il piano di rilancio e di resilienza pensato dall’Unione europea per dare un nuovo impulso all’economia dei paesi membri così duramente colpita dalla crisi.

Ma qual è il collegamento esistente tra gli obiettivi del Green deal europeo e la scommessa europea di promuovere la transizione ecologica attraverso il Recovery fund? La risposta sta nella proposta avanzata dalla Commissione europea, ed approvata dalle altre istituzioni e dagli Stati membri, di utilizzare l’occasione fornita dai fondi straordinari stanziati nell’ambito del Recovery fund, e più in generale del pacchetto Next Generation EU, per accelerare la transizione ecologica, destinando ai progetti inerenti a tale settore ben il 37% delle risorse totali disponibili.

Ciò significa che oltre 1/3 delle risorse complessivamente mobilitate dal Recovery fund andranno a sostenere progetti finalizzati alla transizione ecologica. Per questo motivo, la transizione ecologica è diventata in pochi mesi il punto di riferimento non solo delle politiche europee, ma anche di quelle di tutti gli Stati membri. Questi ultimi, infatti, che per ottenere i fondi europei, sotto forma in parte di contributi a fondo perduto ed in parte di prestiti a tasso agevolato, dovranno mettere in piedi progetti finalizzati a contribuire alla transizione ecologica. ....

Ma cos’è la transizione ecologica e che cosa comporta? La questione è ovviamente di grande attualità, considerando anche che gli Stati membri dell’unione europea sono chiamati entro fine aprile 2021 a presentare i loro Piani nazionali di ripresa e resilienza, i cosiddetti Pnrr, nei quali dovranno essere indicate le politiche e le azioni nazionali previste per l’impiego dei fondi messi loro a disposizione dal Recovery fund. Il tema della transizione ecologica è ovviamente molto complesso e la sua piena comprensione necessiterebbe di una pluralità di punti di vista, in grado di metterne in luce le diverse sfaccettature. È possibile però, a mio avviso evidenziare tre pilastri fondamentali su cui dovrà necessariamente poggiare la transizione ecologica.

Il primo pilastro è quello della decarbonizzazione. Questo consiste nella revisione e riconversione delle economie europee, che dovranno cercare di mantenere, e possibilmente incrementare, il benessere collettivo riducendo allo stesso tempo drasticamente le emissioni in atmosfera. Ciò comporta la necessità di ripensare tutti i settori che compongono le nostre economie moderne, a partire da quello industriale e da quello agroalimentare, passando da quello energetico, da quello dei trasporti, da quello delle costruzioni, nonché da quello dei servizi. In tal senso, la decarbonizzazione dell’economia potrà contribuire alla riduzione delle emissioni perseguendo allo stesso tempo modelli di sviluppo sostenibile progettati e realizzati nel pieno rispetto degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, i cosiddetti Sustainable development goals (Sdgs), e degli obiettivi in materia di lotta contro i cambiamenti climatici previsti dall’Accordo di Parigi.

Il secondo pilastro è quello dell’economia circolare. Questo implica il passaggio da un vecchio paradigma economico basato su un modello di economia lineare ad un nuovo paradigma basato su un modello di economia circolare. In tal senso, dovrà essere gradualmente sostituito il modello di sviluppo economico tradizionale basato sul percorso “estrazione – uso – rifiuto” con un modello di circolarità volto a massimizzare il riutilizzo delle risorse promuovendo un nuovo percorso di “estrazione – uso – recupero”, riducendo al minimo gli scarti. Tale nuovo modello di sviluppo, una volta a regime, dovrebbe tendenzialmente sostituire quasi completamente l’estrazione di nuove risorse con il riuso ed il riutilizzo dei materiali di scarto come materie prime secondarie. In linea più generale, l’adozione di un nuovo modello di economia circolare dovrebbe consentire di raggiungere l’obiettivo di dissociare la crescita economica dallo sfruttamento delle risorse, in un’ottica di vero e genuino sviluppo sostenibile.

Il terzo pilastro è quello della protezione dell’integrità degli ecosistemi. Questo riguarda la necessità di introdurre un nuovo approccio alla protezione ambientale, che dovrebbe abbandonare la vecchia logica della tutela dell’ambiente legata al controllo delle esternalità negative causate dei processi di sviluppo economico per passare ad un nuovo approccio che mette al centro della scena l’obiettivo di garantire la tutela dell’integrità degli ecosistemi. Secondo tale nuovo approccio gli interessi umani non devono essere perseguiti in modo dissociato rispetto agli interessi legati alla tutela degli ecosistemi. È necessario invece adottare una nuova visione di riferimento secondo la quale gli esseri umani sono parte integrante degli ecosistemi e la protezione di questi ultimi deve essere prioritaria nella nostra società, in quanto essi costituiscono la base per ogni forma di vita sul Pianeta. Questo comporta la necessità di un deciso cambio del paradigma culturale sul quale si deve innestare la protezione degli ecosistemi, che deve partire dalla base normativa ed istituzionale di protezione ambientale già esistente, senza ridurla o smantellarla, ma al contrario rafforzandola e migliorandola, per raggiungere livelli ancora migliori di tutela degli ecosistemi. In tale contesto, la tutela degli ecosistemi deve diventare un prerequisito per la definizione e l’attuazione del nuovo paradigma di sviluppo economico improntato alla decarbonizzazione ed alla promozione dell’economia circolare, nell’ottica del perseguimento della transizione ........

In tal senso, a mio avviso, possono essere individuati tre elementi chiave su cui dovrebbe poggiare la regolazione giuridica a sostegno della transizione ecologica: il principio di non causare danno all’ambiente ed agli ecosistemi (no harm principle), il principio di non regressione (no regression principle) ed il principio della sostenibilità ecologica (ecological sustainability principle).

Il primo principio è esplicitamente menzionato nel progetto del Green deal europeo, il quale però non ne fornisce una definizione di riferimento. Tale principio prevede che tutte le politiche e le azioni intraprese dall’Unione europea dovrebbero fornire una garanzia che non contribuiranno in alcun modo a danneggiare l’ambiente e gli ecosistemi naturali.

Il secondo principio proibisce l’adozione di normative che abbiano l’effetto di far regredire il livello di protezione ambientale previsto dalla precedente normativa. In tal modo, nell’adozione di future normative e nella revisione di quelle esistenti, le autorità dovrebbero rispettare il vincolo di mantenere come minimo il livello di protezione già accordato dalle normative preesistenti, prevedendo possibilmente un tendenziale incremento nel tempo del livello di protezione dell’ambiente o degli ecosistemi.

Il terzo principio è finalizzato al riconoscimento dell’obiettivo prioritario della tutela della salute e dell’integrità degli ecosistemi. Sulla base del principio della sostenibilità ecologica, la tutela della salute e dell’integrità degli ecosistemi deve essere considerata come il prerequisito su cui dovrebbe poggiare un nuovo sistema di regolazione giuridica finalizzato alla promozione di modelli di i sviluppo sostenibile, finalizzati al perseguimento della transizione ecologica.

In conclusione, è possibile a mio avviso sostenere che in assenza di un nuovo sistema di regolazione giuridica imperniato su questi tre principi, che accompagni la sfida economica e tecnologica, qualsiasi tentativo di realizzare una vera e duratura transizione ecologica potrebbe rivelarsi uno sforzo fragile ed effimero. La transizione ecologica rappresenta allo stesso tempo una grande sfida ed una grande opportunità. L’attuale generazione ha la responsabilità di coglierla per il nostro futuro benessere comune.

09 aprile 2015

Naomi Klein .La risposta al cambiamento climatico deve essere basata sulla giustizia.

  Pubblichiamo un interessante articolo 



La risposta al cambiamento climatico 

deve essere basata sulla giustizia. 

Naomi Klein

...."Tutto può cambiare", assicura Naomi Klein nel suo nuovo libro. A condizione di non "cedere alla disperazione", perché "troppe vite sono in gioco" e "occorre lottare per un sistema economico più giusto" . L'attivista canadese anti-globalizzazione è nota per le sue opere critiche del capitalismo e ora denuncia l'impunità totale per le principali compagnie petrolifere e del gas, che rappresentano una minaccia mortale per il pianeta.

"ll problema",
spiega la Klein alla rivista franccese Basta!, "non è che non facciamo niente, ma ci impegnamo attivamente nella scelta sbagliata. Il nostro sistema economico è basato sulla crescita infinita. 

Ogni espansione è considerata positivo. Le nostre emissioni di CO2 stanno aumentando molto più velocemente che nel 1990. Negli ultimi dieci anni, il prezzo elevato del petrolio ha spinto il settore energetico a rivolgersi a nuove forme di estrazione, più costose e più inquinanti, come il fracking. Abbiamo incoraggiato le multinazionali a produrre a costi inferiori, con una manodopera a buon mercato e risorse energetiche a prezzi bassi. 
Non possiamo dire che non facciamo niente: facciamo peggiorare il problema!"

"Paghiamo le conseguenze di due decenni di politiche climatiche non basate sulla giustizia. Risultato: il disegno di legge per la transizione ecologica pesa sul nostro consumo quotidiano, sui lavoratori. La gente ora associa le azioni contro il cambiamento climatico ad un aumento del costo della vita, a pagare un extra per i prodotti "verdi" o le energie rinnovabili. Hanno cominciato ad accettare questa logica.

Poi è arrivata la crisi economica, le persone hanno pagato per salvare le banche e si chiedono perché devono pagare per le grandi aziende inquinanti"
Alcune compagnie petrolifere come ExxonMobil, BP e Shell, dicono di aver dichiarato guerra al pianeta, provoca Basta!. "
Il modello di business di queste aziende le porta a cercare costantemente nuove riserve di combustibili fossili - carbone, petrolio e gas. È per questo che lottano duramente contro la diffusione di una informazione scientifica equa e onesta sul clima, perché finanziano i leader politici e le organizzazioni che negano il riscaldamento globale, che si oppongono a tutte le misure contro il cambiamento climatico.
Perché queste aziende godono di una tale impunità, nonostante la minaccia che rappresentano per il pianeta?
"Queste aziende sono le più potenti aziende del mondo. I nostri governi hanno combattuto guerre per proteggere i loro interessi. I combustibili fossili, per natura, sono geograficamente concentrati.  Il che porta ad una concentrazione di ricchezza e potere nelle mani di un piccolo numero di imprese, pubbliche o private. Una concentrazione di potere che favorisce la corruzione, funzionari che fanno la spola tra le imprese e l'ambiente politico, enormi quantità di denaro utilizzato per pagare le campagne politiche. 
Ecco perché queste multinazionali godono di totale impunità.  Per riprendere il controllo, dobbiamo smantellare il potere delle imprese transnazionali. In primo luogo abbiamo bisogno di non far aumentare il loro potere. Si tratta di bloccare i nuovi accordi di libero scambio, come il Tafta e il TTIP. Questi accordi attribuiscono alle società multinazionali nuovi poteri per sfidare i governi in materia di politica climatica.  .....
E i dipendenti di queste aziende inquinanti, che rischiano di perdere il posto di lavoro? 
Quali alleanze sono possibili?
"La risposta al cambiamento climatico deve essere basata sulla giustizia. .....In pratica questo significa che ai lavoratori del settore dei combustibili fossili che perdono il posto di lavoro saranno offerti altri lavori, in particolare nel settore delle energie rinnovabili. Le energie rinnovabili, l'efficienza energetica, i trasporti pubblici creano 6-8 volte più posti di lavoro rispetto agli investimenti nel settore estrattivo.....

Un'alleanza tra il movimento operaio e il movimento per la giustizia climatica è necessario. Questo è il momento giusto per costruire questo tipo di alleanza: il compromesso tra i lavoratori, i sindacati e le multinazionali si è rotto perché questi ultimi non creano più posti di lavoro. Hanno anche licenziato a causa dei bassi prezzi del petrolio.Negli ultimi mesi, a causa della drammatica caduta dei prezzi del petrolio, più di 100 000 posti di lavoro sono stati persi nel settore del petrolio e del gas negli Stati Uniti. La prova che è estremamente rischioso scommettere tutto su un bene come il petrolio e il gas, il cui prezzo oscilla costantemente.

Il momento giusto per costruire un'economia più stabile. Il vantaggio di vento e sole è che sono liberi, allo stesso prezzo per tutto il tempo, non soggetti a cicli di alti e bassi".
Nel suo libro la Klein analizza a fondo il rapporto tra il capitalismo e il cambiamento climatico.
 Combattere per il clima, sostiene l'attivista, implica necessariamente la lotta contro il capitalismo e il cambiamento del sistema economico. .....
Se il movimento per la giustizia climatica dimostra che agire per il clima è la migliore possibilità che abbiamo di costruire un sistema economico più giusto, con più posti di lavoro e di migliore qualità, più uguaglianza, più mezzi di trasporto pubblico, tutte quelle cose che rendono la vita migliore, allora la gente si batterà per queste politiche. Questo è fondamentale."
Su L'Antidiplomatico l'articolo integrale
Risultati immagini per giustizia climatica

Credere nella giustizia climatica significa essere disposti a impegnarsi in una vera e propria lotta che inevitabilmente richiederà sacrifici reali.