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23 marzo 2018

Earthday :Tutti uniti contro l’inquinamento

Tratto da Earthday

Tutti uniti contro l’inquinamento

La terza giornata del Festival dei Diritti Umani ha visto avvocati e medici uniti contro il grande mostro dell’inquinamento. Un incontro proficuo per conciliare salute e rispetto delle regole
Il Festival dei Diritti Umani è arrivato ormai alla sua terza giornata; le tematiche affrontate sono state variegate e tutte coerenti con il tema cardine di tutto l’evento e cioè la devastazione della Terra e le sue conseguenze sui diritti degli esseri umani. Durante la sezione Talk di oggi è stato affrontato un altro grande problema che affligge il nostro pianeta, l’inquinamento e lo si è fatto all’interno del convegno “Medici e avvocati: un patto anti-inquinamento” che ha visto protagonisti Edoardo Bai e Paolo Crosignani, epidemiologi, Federico Boezio, avvocato specializzato in Diritto ambientale, Stefano Caserini, ingegnere ambientale ,Angelo Leone, avvocato specializzato in Diritto ambientale e Ugo Taddei, avvocato di ClientEarth. Il patto richiamato nel titolo prevede che medici e avvocati collaborino per non lasciare da solo il cittadino a difendersi dall’inquinamento, che i medici siano sentinelle sul territorio e che gli avvocati sappiano individuare le soluzioni win-win. L’evento, organizzato in collaborazione con l’Ordine degli Avvocati e con l’Ordine provinciale dei medici chirurghi e odontoiatri di Milano,  ha fornito una serie di informazioni sui principali inquinanti identificati nella Città Metropolitana, sulle probabili cause della loro persistenza spesso oltre i livelli di guardia e delle relative responsabilità, sulle patologie correlate e sulle modalità per l’emergenza delle stesse, e infine sulle possibili soluzioni da attuare.
Durante il dibattito è stato presentato il documentario-inchiesta di Rosy Battagliadell’Associazione Cittadini Reattivi, che racconta il riscatto dall'amianto di Casale 
Monferrato, nato dalle lotte operaie, civili e dei familiari delle vittime riunite nella storica AFeVA (Associazione Famigliari Vittime Amianto), documentate dal 2013 al 2017. Il problema dell’amianto è stato per troppo tempo trascurato: secondo le indagini, in Italia, muoiono 10 persone al giorno a causa delle fibre di amianto. Molto è stato fatto ma tanto c’è ancora da fare come ha sottolineato la stessa Battaglia; la città di Casale Monferrato ad esempio nel 2020 sarà amianto free ma per le altre città i numeri non sono rassicuranti. Sulla tematica è intervenuto anche l’epidemiologo e medico del lavoro Edoardo Bai ricordando che “in 100 anni sono state estratte 173mila tonnellate di amianto, per non parlare dei morti per tumore che sono in un numero elevatissimo. E purtroppo la disinformazione è tale che ancora si continua ad usare”.
I numeri relativi all’amianto sono davvero impressionanti: si parla di 32 milioni di tonnellate ancora presenti in Italia che potrebbero essere bonificate in 85 anni; il problema, come sottolineato dall’avvocato esperto in diritto ambientale Federico Boezio, è soprattutto economico e legato alla scarsità di discariche in Italia in grado di eliminarlo. A contribuire all’inquinamentodella Terra siamo però anche noi esseri umani che dovremmo sviluppare una responsabilità morale nei confronti di essa: poter respirare aria pulita è un nostro diritto ma anche un nostro dovere e anche i governi devono impegnarsi a rispettare delle norme che troppo spesso vengono dimenticate. In Italia la situazione è nettamente migliorata rispetto al passato, basti pensare che a Torino 20 anni fa c’era il doppio di pm10 rispetto ad oggi ma siamo ancora il fanalino di coda di tutta l’Europa.

09 novembre 2017

WWF E CLIENTEARTH, RICORSO A TAR LAZIO CONTRO RINNOVO AUTORIZZAZIONI CENTRALE A CARBONE ENEL BRINDISI

Tratto da Puglialive
CARBONE: WWF E CLIENTEARTH, RICORSO A TAR LAZIO CONTRO RINNOVO AUTORIZZAZIONI CENTRALE ENEL BRINDISI

Le due Associazioni contro la centrale a carbone più inquinante d’Italia: situazione drammatica dal punto di vista della salute pubblica e dell'ambiente

Il WWF Italia e ClientEarth hanno presentato ricorso al TAR del Lazio contro l’Autorizzazione Integrata Ambientale rilasciata alla centrale ENEL “Federico II” di Brindisi, la più grande centrale a carbone d’Italia e quella che emette più sostanze inquinanti e CO2 (13,11 milioni di tonnellate nel solo 2015), estesa al 2028 con un decreto del luglio scorso. L’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) che le associazioni ritengono illegittima, rilasciata il 3 luglio 2017, consentirebbe all’impianto di funzionare fino al 2028, nonostante la situazione già grave.

Quattro i principali motivi del ricorso. Innanzitutto, l’Autorizzazione è stata rilasciata per l’ennesima volta senza alcuna Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), dopo un primo dissenso del ministro della Salute e del Comune di Brindisi, superato a seguito dell’intervento del Consiglio dei ministri.
Da 24 anni la centrale Enel di Brindisi Sud opera senza essere mai stata sottoposta a valutazioni di impatto ambientale e sanitario di alcun tipo. Per WWF e ClientEarth questa situazione di illegittimità deve avere fine.
Altro punto nevralgico del ricorso depositato dalle due associazioni riguarda gli impatti sanitari devastanti e più volte ignorati.

I risultati di un recente studio [1] realizzato dall’Arpa Puglia dimostra come ad una maggiore esposizione alle poveri sottili e all’anidride solforosa di origine industriale, corrisponda un aumento della mortalità per tumore, di patologie cardiovascolari e respiratorie. I principali risultati dello studio sono stati resi noti dall’Agenzia Regionale Sanitaria – ARES il 20 settembre 2016, quasi un anno prima del rilascio della nuova AIA, in una audizione alla Commissione Ambientale del Senato specificatamente dedicata alla centrale ENEL Federico II di Brindisi. Ma sono stati completamente ignorati nella procedura di rinnovo dell’AIA.

“Dietro questi fatti c’è la sofferenza di moltissime persone e di un’intera comunità”. Ha dichiarato Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia. “La centrale di Brindisi è il simbolo della battaglia WWF per chiudere con il carbone, per la tutela della salute dei cittadini, del territorio e del clima globale. La storia di grande inquinamento che ha colpito una delle località più belle di Italia deve vedere la parola fine; ora deve iniziare il futuro del rilancio di un territorio naturalmente vocato allo sviluppo pulito e rinnovabile. Vorremmo da parte di tutti un impegno visibile e concreto a favore di un radicale e tempestivo cambio di rotta, ponendo fine alle produzioni inquinanti e risanando l’area”.

“Le emissioni industriali hanno contribuito a creare una situazione sanitaria critica nel territorio di Brindisi”, ha aggiunto Ugo Taddei, avvocato di ClientEarth, no profit europea specializzata in controversie legali nel campo della protezione dell’ambiente e della salute, con azioni avviate in tutta Europa. pgl

“È incredibile che un nuovo permesso sia stato concesso senza alcuna valutazione degli impatti sulla popolazione locale. Non esistono cittadini di serie A e serie B: abbiamo tutti diritto a vivere in un ambiente sano e pulito. Esiste un obbligo giuridico e morale di utilizzare le migliori tecniche disponibili per tutelare la salute e siamo intenzionati a farlo rispettare anche nella centrale di Brindisi”.
Tra i principali imputati del disastro sanitario descritto nello studio epidemiologico della Regione Puglia ci sono, infatti, i livelli eccessivi di emissioni, terzo punto di censura del ricorso. Per molte delle sostanze inquinanti, non sono rispettati i parametri di legge per abbattere in modo più efficace gli inquinanti emessi dall’impianto.
E, infine, oltre il danno la beffa: il trattamento dei rifiuti. La nuova AIA è gravemente carente per quanto riguarda le prescrizioni in materia di smaltimento dei rifiuti. Eppure, secondo quanto contestato dalla magistratura penale in un recente atto di sequestro, i rifiuti pericolosi e non pericolosi prodotti dalla Centrale Enel Federico II di Brindisi sarebbero stati mischiati insieme, con un indebito profitto contestato dalla magistratura di circa mezzo miliardo di euro in cinque anni.
“Nei giorni scorsi i ministri Calenda e Galletti hanno annunciato che la Strategia Energetica Nazionale ha individuato tra gli obiettivi la chiusura di tutte le centrali a carbone italiane entro il 2025: una decisione che appoggiamo convintamente. WWF e Client Earth si augurano che tale decisione diventi operativa nel più breve tempo possibile per salvare vite umane e consentire da subito la transizione verso le energie rinnovabili”, conclude Mariagrazia Midulla.

Il WWF, da diversi anni, è impegnato, con altre associazioni e gruppi di cittadini, in azioni di studio, confronto, convincimento, ma anche iniziativa legale contro le centrali a carbone: l’Associazione ha lavorato con successo per scongiurare la conversione a carbone del vecchio impianto a olio combustibile di Porto Tolle. Sempre sul fronte legale, e non solo, è stata impegnata contro il progetto di costruzione di un nuovo impianto a carbone a Saline Joniche: il progetto è stato alla fine ritirato. Analogamente il WWF ha presentato ricorsi al TAR per contrastare l’AIA dei due gruppi a carbone della centrale Tirreno Power di Vado Ligure e nei giorni scorsi si è costituita parte civile all'udienza preliminare nel processo iniziato a Savona che vede i manager di quest'ultima società imputati per il delitto di disastro ambientale e sanitario.

ClientEarth è la prima organizzazione ad occuparsi nell’interesse pubblico di diritto dell’ambiente in Europa. Da molti anni ClientEarth conduce azioni legali in tutta Europa per assicurare il diritto a respirare un’aria pura e la chiusura di centrali a carbone inquinanti. In tale quadro, ha ottenuto condanne contro governi in Regno Unito, Germania e, nel febbraio 2017, ha forzato la giunta regionale della Lombardia ad intraprendere l’aggiornamento del piano regionale di interventi sulla qualità dell’aria. La collaborazione tra WWF e ClientEarth contro l’AIA illegittima rilasciata alla centrale Federico II di Brindisi è un altro tassello di questa lunga battaglia contro il carbone in Italia e Europa.

23 febbraio 2017

«Pochi fondi e troppo inquinamento».Il diritto è un’arma potente per ristabilire il legame tra la società umana e la Terra

Tratto da Il Corriere della sera

Gli Erin Brockovich dello smog
dall’Inghilterra contro la Lombardia

La denuncia al Tar della ong ClientEarth: «Pochi fondi e troppo inquinamento». La prima iniziativa legale è già partita: il 20 febbraio è stato notificato il ricorso al Tar sul Piano degli interventi per la qualità dell’aria. «Tanta ricchezza ma pochi investimenti»

(Ansa)
La loro vittoria in tribunale a Londra ha costretto il governo Cameron a introdurre un nuovo piano di contrasto all’inquinamento atmosferico. L’azione legale sostenuta a Dusseldorf, in Germania, ha portato alla prima storica sentenza sulla necessità di fermare la circolazione dei veicoli diesel in una città europea. Loro sono gli avvocati ambientalisti di ClientEarth, l’organizzazione britannica che sta mettendo sotto pressione nei palazzi di giustizia le amministrazioni di mezza Europa, dopo aver ispirato nel 2014 il pronunciamento fondamentale della Corte di giustizia Ue del Lussemburgo sul diritto all’aria pulita e alla salute dei cittadini dell’Unione. La ong appena sbarcata in Italia e sostenuta, tra gli altri, dalla band dei Coldplay, è stata fondata ed è tuttora guidata da James Thornton, 62 anni, l’avvocato-filosofo considerato «una delle dieci persone in grado di cambiare il mondo» dalla rivista New Statesman. La prima iniziativa legale è già partita: il 20 febbraio è stato notificato al governatore Roberto Maroni e all’assessore all’Ambiente Claudia Maria Terzi il ricorso al Tar della Lombardia con il quale ClientEarth, insieme alle associazioni italiane Cittadini per l’Aria e Aipi (Associazione ipertensione polmonare) chiede «con urgenza» alla Regione di rivedere il Pria, il Piano degli interventi per la qualità dell’aria approvato nel 2013 e rivelatosi «inadeguato» per una zona che resta tra le più «irrespirabili» in Europa.
«La Lombardia è un caso paradossale»
Spiega Ugo Taddei, legale ClientEarth di stanza a Bruxelles: «La Lombardia è un caso paradossale: una delle Regioni più ricche e tra quelle che meno investono. Dall’ultima relazione è emerso il taglio alle poche misure annunciate in un piano di quattro anni fa nel quale mancava un orizzonte temporale di rientro sotto i valori di legge». Basti pensare che qui il Pm10 è ancora record, mentre in tutta l’Europa occidentale è un problema quasi risolto. Il ricorso al Tar segue una diffida inoltrata alla Regione a fine 2016, l’ennesimo annus horribilis per gli sforamenti nelle polveri sottili a Milano e in molte altre città lombarde.

La causa «di interesse pubblico»
L’azione di ClientEarth e di Cittadini per l’Aria, dice Anna Gerometta avvocata in prima linea per l’associazione italiana, potrebbe non fermarsi al caso della Lombardia. La causa «di interesse pubblico» può infatti essere replicata, come fatto da ClientEarth in altri Paesi europei (Germania, Polonia, Repubblica Ceca, Belgio, Regno Unito) in tutte le Regioni italiane che «non riconoscono il diritto alla salute, non sentono il dovere morale e giuridico di agire» e in definitiva sono «fuori legge» rispetto a una direttiva Ue che secondo gli esperti già largheggia sui limiti, essendo il frutto di parecchie mediazioni. 
Il nostro Paese è il secondo dell’Ue dopo la Germania per numero di morti premature attribuibili all’esposizione al particolato sottile (Pm2,5) e il primo per i danni alla salute provocato dal biossido d’azoto (rapporto 2016 dell’Agenzia europea dell’ambiente). Il modello Erin Brockovich, per citare la più celebre causa ambientale portata sul grande schermo da Julia Roberts, si sta rivelando efficace. Ha ricordato di recente Thornton, ricevendo un premio speciale dal Financial Times, che «il diritto è un’arma potente per ristabilire il legame tra la società umana e la Terra».

09 dicembre 2016

Polonia, cittadini e ong bloccano la più grande centrale a carbone d’Europa:“Sul carbone le comunità locali devono essere ascoltate”

Tratto da Lifegate
Un tribunale ha accolto il ricorso della popolazione locale e delle ong ecologiste contro la costruzione della più grande centrale a carbone dell’Unione europea.

“Sul carbone le comunità locali devono essere ascoltate”


La più grande centrale a carbone d’Europa non verrà costruita. Il tribunale di Gdansk, in Polonia, ha revocato il permesso per edificare l’impianto, oggetto di forti contestazioni da parte dei cittadini e delle associazioni ambientaliste. “Si tratta di una vittoria per gli abitanti della zona e per le ong che si sono battute contro questa centrale”, ha commentato ClientEarth, una delle organizzazioni che si è opposta al progetto.

La centrale avrebbe emesso 8 milioni di tonnellate di CO2 all’anno
A convincere i giudici a dire no alla costruzione è stato il fatto che, a loro giudizio, l’autorità regionale che ha gestito il processo di concertazione, la Starosta Tczewski, non ha agito secondo quanto imposto dalla legge. In particolare, la partecipazione dei cittadini nel processo decisionale è stata resa troppo difficile.
Il mega impianto da 1600 megawatt, che avrebbe dovuto essere edificato nel nord della Polonia, avrebbe rappresentato il più grande del suo genere sul territorio dell’Unione europea. Capace di bruciare 3.7 milioni di tonnellate di carbone all’anno, emettendo in questo modo circa 8 milioni di tonnellate di CO2. Numeri che hanno provocato la dura opposizione soprattutto da parte della popolazione locale, preoccupata per le conseguenze sulla salute umana e sulle terre agricole circostanti.
Polonia carbone

“Sul carbone le comunità locali devono essere ascoltate”

Assieme alle ong, si è deciso quindi di costituire la Coalizione Stop Ep, che ha studiato il dossier ed evidenziato nel corso del tempo numerose mancanze. Basti pensare che la Polenergia, ovvero l’investitore che avrebbe voluto costruire la centrale a carbone, spiega ClientEarth, “non aveva fornito indicazioni in merito al possibile impatto negativo dell’impianto a livello idrico”.
“La decisione della corte – ha osservato Malgorzata Smolak, avvocato che per l’associazione ha curato il ricorso – conferma che le comunità locali devono avere voce in capitolo su progetti di questo tipo”. A questo punto non è escluso un appello da parte di Polenergia, ma la bilancia sembra pendere decisamente dalla parte degli ambientalisti.