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22 agosto 2021

Gli impianti di rifiuti esistenti possono essere spostati o non rinnovati dalla pianificazione comunale

 Tratto da Note di Marco Grondacci 

Gli impianti di rifiuti esistenti possono essere spostati o non rinnovati dalla pianificazione comunale tanto più se in scadenza

Il Consiglio di Stato con sentenza n° 4891 del 28 giugno 2021 (QUI) è intervenuto su una controversia che vedeva da un lato i gestori di un impianto di stoccaggio di rifiuti da amianto autorizzato e dall’altro un Comune che in sede di stesura del nuovo Piano urbanistico ha deciso di introdurre una norma per cui: “per gli Ambiti urbani consolidati all’interno dei quali ricade l’impianto di stoccaggio in questione… In ogni caso, sono escluse attività non compatibili con la funzione residenziale ed, in particolare che prevedano il trattamento ed il deposito di prodotti inquinanti o che determinino condizioni di rischio igienicosanitario (amianto, rifiuti e scorie di qualsiasi natura e allevamenti di animali)”.

La sentenza nelle sue conclusioni è interessante perché affronta un tema diffuso sul territorio di molti Comuni: possono gli amministratori locali rivedere la destinazione urbanistica futura di impianti esistenti che peraltro costituiscono industrie insalubri di prima classe. Come vedremo secondo il Consiglio di Stato la risposta è <<si possono” e di seguito vediamo come è stato motivata questa decisione.

 

LE TESI DEI GESTORI DELL’IMPIANTO DI RIFIUTI

Secondo i gestori la scelta urbanistica del Comune non sarebbe supportata da idonea motivazione, avrebbe frustrato il legittimo affidamento maturato dalla ricorrente in merito alla destinazione urbanistica dell’area e all’esercizio della propria attività imprenditoriale già autorizzata ed inoltre non avrebbe neppure operato un bilanciamento ed una valutazione che salvaguardasse la sua posizione.

Inoltre la decisione del Comune contrasterebbe con la esistenza della autorizzazione che ai sensi dell’articolo 208 DLgs 152/2006 costituirebbe variante automatica alla pianificazione urbanistica di livello comunale.  

LA DECISIONE DEL CONSIGLIO DI STATO

Il Consiglio di Stato nella sentenza in esame smonta totalmente le tesi dei gestori dell’impianto affermando i seguenti principi:

L’ampia discrezionalità pianificatoria dei Comuni

Le scelte urbanistiche degli Enti preposti al governo del territorio, sia in funzione di programmazione, sia in funzione di pianificazione, non debbono essere corredate da una motivazione specifica e puntuale, trattandosi di atti amministrativi generali connotati da ampia discrezionalità.

Le aspettative di chi ha impianti esistenti anche autorizzati devono sottostare ad un bilanciamento degli interessi tra produzione e diritti dei residenti

Di fronte ad un nuovo piano urbanistico con allegato regolamento edilizio le legittime aspettative asseritamente maturate dai privati proprietari delle aree che ricadono all’interno del piano vanno qualificate e commisurate tenendo conto della superiore esigenza, che è di carattere generale, di raccordare le aree già insediate ed edificate da un punto di vista strutturale, coordinando le esigenze abitative con quelle della produzione.

Aggiunge quindi il Consiglio di Stato che gli insediamenti già presenti sul territorio non possono costituire di per sé stessi un ostacolo all’esplicazione di un potere di governo che si sostanzia e che allo stesso tempo rappresenta un tratto essenziale del ruolo che l’Ente locale riveste nella disciplina del proprio territorio, rispetto all’intera collettività sullo stesso stanziata.

 

Il fatto che l’autorizzazione dell’impianto sia in scadenza non deve facilitare il rinnovo se il Comune vuole pianificare diversamente il territorio 

La ditta ricorrente in primo grado è titolare di un’autorizzazione all’esercizio di un impianto prossima alla scadenza decennale, del cui rinnovo o proroga non è stata fornita la prova in giudizio. Pertanto, l’astratta ed ipotetica prorogabilità del titolo – peraltro dipendente, anch’essa, da una scelta puramente discrezionale dell’Amministrazione preposta – non può costituire un limite o un ostacolo all’esercizio del potere di programmazione del territorio.

Non solo ma, conclude il Consiglio di Stato, il Comune, nel perseguire l’intento di ridisegnare l’assetto residenziale del proprio territorio, ha anzi individuato il momento forse migliore e più opportuno per sacrificare l’interesse privato a fronte dell’interesse della collettività in generale, ovverossia il momento prossimo alla scadenza del titolo autorizzatorio all’esercizio dell’impianto di stoccaggio dei rifiuti. 

CONCLUSIONI

La sentenza conferma come il potere di pianificazione comunale se adeguatamente motivato, resta sovrano e non è limitato neppure dall’articolo 208 del DLgs 152/2006 che al comma 6prevede: “l’autorizzazione… costituisce, ove occorra, variante allo strumento urbanistico”. Si conferma come questa norma debba essere interpretata non come un vincolo automatico che escluderebbe ex lege il potere di pianificare anche per il futuro il proprio territorio da parte di un Comune ma debba essere frutto di un confronto di merito e di un bilanciamento degli interessi in campo che vede comunque al centro la massima discrezionalità della Amministrazione locale. 

Vedi anche QUI, QUI, QUI, QUI, QUI.

27 luglio 2021

PEACELINK :L'amianto colpisce anche il fegato

Tratto da Peacelink

E' importante adesso formare una nuova consapevolezza

L'amianto colpisce anche il fegato

Un gruppo di ricercatori indipendente ha rilevato la presenza di fibre di amianto nel fegato e nelle vie biliari di pazienti dando un’ulteriore validazione a questa ipotesi. L’amianto sarebbe associato ai colangiocarcinomi, aumentando pertanto il rischio di tumore al fegato, oltre che ai polmoni.
Rischio

Per anni l'amianto è stato associato ai polmoni e al mesotelioma pleurico.

E' importante adesso formare una nuova consapevolezza, ossia che l'amianto può colpire anche il fegato. Le micropolveri, da PM1 a PM0,1 ad esempio, possono oltrepassare gli alveoli polmonari ed entrare nel flusso sanguigno e quindi entrare anche nel fegato. E se queste micropolveri contengono amianto ecco che l'impatto con il fegato è molto probabile.

Nel 2013 un gruppo di ricerca presso il Policlinico Sant’Orsola-Malpighi ha studiato 155 casi di un tipo di tumore al fegato chiamato colangiocarcinoma ed è arrivato alle seguenti conclusioni:

"L'esposizione all'amianto aumenta il rischio di tumore al fegato. E' giunto a questa conclusione un team guidato da Giovanni Brandi, docente di Oncologia medica al Dipartimento di Medicina specialistica, diagnostica e sperimentale, in collaborazione con la Medicina del Lavoro dell'Università di Bologna".

E' un significativo passo in avanti anche per le controversie legali legate all’esposizione all’amianto.

Già nel 2008 il prof. Giovanni Brandi e altri ricercatori avevano avviato una ricerca sull'esposizione all’amianto in pazienti affetti da neoplasie delle vie biliari.

Il prof. Giovanni Brandi ha dichiarato recentemente: "Fino ad oggi non si avevano evidenze solide dell’esistenza di una correlazione tra l’esposizione all’amianto e i tumori dell’apparato gastrointestinale ed in particolare del fegato. Ora stiamo raggiungendo evidenze forti che l’amianto abbia un ruolo nella genesi dei tumori delle vie biliari e in particolar modo dei colangiocarcinomi intraepatici. Abbiamo pubblicato uno studio retrospettivo che ha messo in luce come la possibilità di contrarre un colangiocarcinoma sia 5 volte maggiore per le persone che siano state esposte all’amianto. Inoltre sta per essere pubblicato, sempre dal nostro team, uno studio prospettico dove il rischio è aumentato addirittura di 7 volte. Un altro gruppo di ricercatori indipendente ha rilevato la presenza di fibre di amianto nel fegato e nelle vie biliari di questi pazienti dando un’ulteriore validazione a questa ipotesi".

22 giugno 2021

Sentenza storica, Solvay dovrà risarcire la famiglia di un operaio morto per l’amianto

 Tratto da Greenme

Sentenza storica, Solvay dovrà risarcire la famiglia di un operaio di Rosignano, morto per l’amianto



Nessuno restituirà Romano Posarelli alla sua famiglia, ma giustizia è fatta. Il Tribunale di Livorno ha condannato la Solvay al risarcimento danni nei confronti dell’uomo, vittima dell’amianto. Una sentenza storica secondo l’Osservatorio nazionale amianto che potrebbe aprire la strada ad altri provvedimenti simili.

L’operaio della Solvay, secondo quanto stabilito dal giudice del lavoro del Tribunale Sara Maffei, è morto per un cancro provocato

dall’esposizione professionale ad amianto nello stabilimento di Rosignano” di cui era stato dipendente dal 1974 al 1993.

Di conseguenza, la Solvay è stata condannata a pagare alla famiglia un risarcimentoaccogliendo le richieste dell’Osservatorio Nazionale Amianto, e dell’Avv. Ezio Bonanni. L’umo è morto il 18 novembre 2010, ucciso da un cancro polmonare causato dall’amianto. La morte dell’operaio giunse dopo un’agonia di 122 giorni, in presenza della moglie, Maria Luisa Filippi, e del figlio Massimiliano, già all’epoca coordinatore della sede ONA di Rosignano Solvay e impegnato nella ricerca delle prove sull’uso dell’amianto in Solvay. (LEggi anche: Spiagge bianche: le spiagge caraibiche create da Solvay)

Il processo partì dopo un esposto presentato alla Procura della Repubblica di Livorno che ottenne il rinvio a giudizio dell’Ing. De Gaudenzi, direttore Solvay, per il reato di omicidio colposo. Poi, nel 2015 iniziò anche il procedimento civile davanti al Tribunale di Livorno contro cui si oppose la Solvay. Prima di morire, posarelli esortò il figlio Massimiliano nell’impegno per la tutela della salute e della vita umana, rispetto al rischio amianto e a quelo degli altri cancerogeni.

Dopo oltre 10 anni, la famiglia ha ottenuto giustizia visto che il Tribunale ha dato ragione alla vittima 

con una storica sentenza che contiene l’accoglimento delle domande risarcitorie, sia della vittima per la sua agonia (88mila euro con gli interessi dalla data della morte), che per gli stretti congiunti per la perdita parentale, che tiene conto della relativa giovane età della vittima (70 anni), e, con riferimento alla vedova, anche della durata del matrimonio (40 anni) con quantificazione del danno in 270mila euro e, per il figlio, in 200mila euro, spiega Ona.

Per Ezio Bonanni, Presidente ONA e difensore della vittima e della sua famiglia, si tratta di una sentenza storica che afferma il principio dell’integrale risarcimento dei familiari:


La magistratura del Lavoro del Tribunale di Livorno ha affermato l’importante principio della tutela risarcitoria sia per la vittima primaria, che per i suoi familiari, con piena applicabilità delle tabelle del Tribunale di Milano e ha così smentito le tesi dell’Avv. Giulio Ponzanelli che, assumendo l’assenza di deduzione e prova del danno, oltre che della lesività dell’ambiente di lavoro, contestava il diritto delle vittime ad ottenere il risarcimento. Finalmente giustizia per i familiari di Romano Posarelli con l’amarezza che, ad assistere alla lettura della sentenza, c’era solo il figlio Massimiliano perché la mamma è stata stroncata da un cancro, conclude.

 Fonti di riferimento: CgilToscana

Su Solvay leggi anche:

23 settembre 2019

Ansa : Amianto, in Italia fa 6 mila morti all'anno

Tratto da Ansa 

Amianto, in Italia fa 6 mila morti all'anno

Società di medicina, 410 mld anno impatto costi in Ue

ROMA - "In Italia 6mila persone all'anno continuano a morire per l'amianto". Così il presidente della Società italiana di medicina ambientale (Sima) Alessandro Miani al convegno 'Amianto: gestione del sistema e tutela della salute', oggi al Cnr a Roma.

"L'esposizione ad amianto, infatti, causa tumore polmonare (mesotelioma pleurico), laringeo e ovarico, oltre a condizioni di fibrosi polmonare - osserva Miani -. Nel mondo, secondo l'Organizzazione mondiale della sanità sono 125 milioni le persone esposte a rischio amianto". "L'impatto dell'amianto per i soli costi diretti (ritiro dal lavoro, cure e morte) nei 28 Paesi dell'Unione europea (Gran Bretagna inclusa) - continua - è pari allo 0,7% del Pil dell'Unione europea", circa 410 miliardi all'anno. "In Italia - sottolinea - ci sono 96mila i siti contaminati da amianto censiti e presenti nel database del ministero dell'Ambiente".

"Per affrontare il problema in modo strutturale - conclude - è necessaria un'azione coordinata che integri tra loro tutti gli enti statali e le amministrazioni territoriali a vario titolo coinvolte, per integrare le azioni sugli aspetti sanitari, previdenziali e ambientali".
 Geologi, ancora problema irrisolto nel nostro Paese
 "L'amianto nel nostro Paese costituisce ancora oggi un problema irrisolto, nonostante la normativa italiana in tema di amianto sia tra le più avanzate in Europa, a distanza di vent'anni dall'emanazione della legge che stabilisce la cessazione dell'impiego dell'amianto (divieto di estrazione, importazione, esportazione, commercializzazione, produzione di amianto e di prodotti che lo contengono)". Così Vincenzo Giovine, vicepresidente del Consiglio nazionale dei geologi, al convegno 'Amianto: gestione del sistema e tutela della salute', oggi al Cnr a Roma. Il problema dell'amianto, spiega, "tocca da vicino, oltre che l'aspetto sanitario anche quello geologico. La conoscenza geologica può essere, infatti, fondamentale per consentire l'identificazione e la mappatura dei siti caratterizzati dalla presenza di rocce amiantifere che costituiscono un pericolo per la diffusione delle fibre in modo da contribuire alla bonifica e alla messa in sicurezza di tali aree". "Nel territorio italiano infatti - osserva Giovine - sono ancora presenti milioni di tonnellate di materiali contenenti tale sostanza". Per questo, conclude, "il Consiglio nazionale dei geologi con la Società italiana di medicina ambientale (Sima) intende trattare il tema amianto sotto tutti gli aspetti partendo dalla natura di questo materiale di stretta competenza geologica per arrivare alle implicazioni sanitarie dovute ai tragici effetti causati dalle sue fibre".

23 marzo 2018

Earthday :Tutti uniti contro l’inquinamento

Tratto da Earthday

Tutti uniti contro l’inquinamento

La terza giornata del Festival dei Diritti Umani ha visto avvocati e medici uniti contro il grande mostro dell’inquinamento. Un incontro proficuo per conciliare salute e rispetto delle regole
Il Festival dei Diritti Umani è arrivato ormai alla sua terza giornata; le tematiche affrontate sono state variegate e tutte coerenti con il tema cardine di tutto l’evento e cioè la devastazione della Terra e le sue conseguenze sui diritti degli esseri umani. Durante la sezione Talk di oggi è stato affrontato un altro grande problema che affligge il nostro pianeta, l’inquinamento e lo si è fatto all’interno del convegno “Medici e avvocati: un patto anti-inquinamento” che ha visto protagonisti Edoardo Bai e Paolo Crosignani, epidemiologi, Federico Boezio, avvocato specializzato in Diritto ambientale, Stefano Caserini, ingegnere ambientale ,Angelo Leone, avvocato specializzato in Diritto ambientale e Ugo Taddei, avvocato di ClientEarth. Il patto richiamato nel titolo prevede che medici e avvocati collaborino per non lasciare da solo il cittadino a difendersi dall’inquinamento, che i medici siano sentinelle sul territorio e che gli avvocati sappiano individuare le soluzioni win-win. L’evento, organizzato in collaborazione con l’Ordine degli Avvocati e con l’Ordine provinciale dei medici chirurghi e odontoiatri di Milano,  ha fornito una serie di informazioni sui principali inquinanti identificati nella Città Metropolitana, sulle probabili cause della loro persistenza spesso oltre i livelli di guardia e delle relative responsabilità, sulle patologie correlate e sulle modalità per l’emergenza delle stesse, e infine sulle possibili soluzioni da attuare.
Durante il dibattito è stato presentato il documentario-inchiesta di Rosy Battagliadell’Associazione Cittadini Reattivi, che racconta il riscatto dall'amianto di Casale 
Monferrato, nato dalle lotte operaie, civili e dei familiari delle vittime riunite nella storica AFeVA (Associazione Famigliari Vittime Amianto), documentate dal 2013 al 2017. Il problema dell’amianto è stato per troppo tempo trascurato: secondo le indagini, in Italia, muoiono 10 persone al giorno a causa delle fibre di amianto. Molto è stato fatto ma tanto c’è ancora da fare come ha sottolineato la stessa Battaglia; la città di Casale Monferrato ad esempio nel 2020 sarà amianto free ma per le altre città i numeri non sono rassicuranti. Sulla tematica è intervenuto anche l’epidemiologo e medico del lavoro Edoardo Bai ricordando che “in 100 anni sono state estratte 173mila tonnellate di amianto, per non parlare dei morti per tumore che sono in un numero elevatissimo. E purtroppo la disinformazione è tale che ancora si continua ad usare”.
I numeri relativi all’amianto sono davvero impressionanti: si parla di 32 milioni di tonnellate ancora presenti in Italia che potrebbero essere bonificate in 85 anni; il problema, come sottolineato dall’avvocato esperto in diritto ambientale Federico Boezio, è soprattutto economico e legato alla scarsità di discariche in Italia in grado di eliminarlo. A contribuire all’inquinamentodella Terra siamo però anche noi esseri umani che dovremmo sviluppare una responsabilità morale nei confronti di essa: poter respirare aria pulita è un nostro diritto ma anche un nostro dovere e anche i governi devono impegnarsi a rispettare delle norme che troppo spesso vengono dimenticate. In Italia la situazione è nettamente migliorata rispetto al passato, basti pensare che a Torino 20 anni fa c’era il doppio di pm10 rispetto ad oggi ma siamo ancora il fanalino di coda di tutta l’Europa.

16 dicembre 2015

Da Il fatto Quotidiano:Amianto, seimila morti ogni anno per le patologie asbesto correlate

Tratto da Il Fatto Quotidiano

Amianto, seimila morti ogni anno per le patologie asbesto correlate

Seimila persone ogni anno perdono la vita per l’insorgenza di patologie asbesto correlate (mesoteliomi, tumori polmonari, delle vie aeree, gastrointestinali e alle ovaie, asbestosi, placche pleuriche). Oltre 4500 mesoteliomi registrati dal gennaio 2009 al dicembre 2011. Nel 90% dei casi per gli uomini e nel 50% per le donne la patologia è di origine professionale. Seicentoventi casi, per esposizione professionali, registrati nel comparto Difesa (il 4,1% del totale); 63 nel settore della scuola.
Sono le cifre contenute nel primo rapporto sui mesoteliomi redatto dall’Ona, l’Osservatorio Nazionale Amianto. “Un costo umano inaccettabile per la sacralità della vita”, afferma il presidente Ezio Bonanni. Ripercussioni non solo sociali: il tutto provoca un costo altissimo in termini di spesa sanitaria e per prestazioni assistenziali e previdenziali.
Il mesotelioma è conseguenza, salvo rari casi, dell’esposizione all’amianto e in Italia, a vent’anni dalla legge che imponeva la bonifica dall’Eternit (257/1992), ci sono ancora più di 40 milioni di tonnellate di materiali contenenti amianto (di cui 34 di matrice compatta), distribuiti in più di 40mila siti e in oltre 1 milioni di micrositi che disperdono polveri e fibre. La frazione bonificata, in questa mare magnum di amianto, è pari solo a 500milatonnellate.
“In Italia – denuncia l’Ona – tutte le politiche governative approcciano il problema amianto solo sotto il profilo indennitario, intervenendo quando la patologia è conclamata e costringendo le vittime ad una lunga trafila, talmente lunga che spesso il decesso precede il riconoscimento del diritto alla prestazione”.
Altro tema delicato: la latenza delle patologie asbesto correlate. La manifestazione può avvenire anche a 40-50 anni dalla prima esposizione, ed essendo l’amianto utilizzato tra gli anni Sessanta e Ottanta, il picco delle malattie è previsto a partire dal 2020, con andamento costante fino al 2030. L’Osservatorio ha censito tra il 1993 e il 2011 quasi 21mila casi. Colpa anche delle importazioni di amianto grezzo che sono proseguite dopo il 1992, anno della messa al bando del materiale, e fino ai tempi recenti. “Mancano poi – dice ancora Bonanni – strumenti di prevenzione primaria e sorveglianza sanitaria nei luoghi a rischio, che permetterebbero, probabilmente, di evitare il macabro conteggio delle vittime”.
Quanto ai 6000 decessi l’anno: 1500 i mesoteliomi, 3000 i casi di tumore polmonare, il resto patologie tumorali varie. ...Continua a leggere qui

26 maggio 2014

Da Taranto: dopo l’amianto, processo alla diossina. Storia di una ribellione

Tratto da Il Fatto Quotidiano

Taranto: dopo l’amianto, processo alla diossina. Storia di una ribellione

Quando ieri i vertici Ilva/Italsider sono stati condannati per l’amianto, ho avvertito dentro di me la fiducia che ce la potremo fare anche nel nuovo processo Ilva. Se riusciremo a disinnescare i pericoli contenuti nel disegno di legge sui reati ambientali, la giustizia farà il suo corso.
Taranto sta diventando il banco di prova nazionale della giustizia ambientale. Ed è il laboratorio sociale di una lotta che ha messo assieme la passione civile e la competenza scientifica. A Taranto la diossina ha contaminato per anni il territorio e il mare senza che nessuno dicesse e misurasse nulla. Ancora oggi gli enti locali – dal Comune alla Regione - non hanno messo nero su bianco chi è stato ad inquinare i pascoli e i quartieri.
Nel quadro desolante di questi anni sono stati i cittadini a riempire il vuoto delle istituzioni e a sostituirsi alla loro ignavia che a volte è sconfinata nella complicità con gli inquinatori.
Nel 2008, mentre la Regione non aveva portato in Procura alcun dato utile ad avviare le indagini,PeaceLink forniva i primi dati della contaminazione della catena alimentare. Da lì è partita l’inchiesta che sta per trasformarsi nel più grande processo nazionale per disastro ambientale.

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24 maggio 2014

Amianto: condannati 28 ex dirigenti dell’Ilva di Taranto

Tratto da Giornalettismo.com

Amianto: condannati 28 ex dirigenti dell’Ilva di Taranto a 189 anni di carcere

 23/05/2014 - Tra questi anche ex responsabili dell'Italsider

Amianto: condannati 28 ex dirigenti dell'Ilva di Taranto a 189 anni di carcereIl giudice della II Sezione Penale del Tribunale di Taranto ha condannato in primo grado 27 imputati legati a vario titolo allo stabilimento Italsider/Ilvadella città pugliese a 189 anni di carcere complessivi per disastro ambientale ed omicidio colposo in relazione alla morte di una ventina di operai ammalati di cancro per l’esposizione all’amianto.
Il giudice della II Sezione Penale del Tribunale di Taranto ha condannato in primo grado 27 imputati legati a vario titolo allo stabilimento Italsider/Ilvadella città pugliese a 189 anni di carcere complessivi per disastro ambientale ed omicidio colposo in relazione alla morte di una ventina di operai ammalati di cancro per l’esposizione all’amianto.
CONDANNATI MANAGER E DIRETTORI GENERALI - Il giudice, Simone Orazio, ha condannato con pene comprese tra 4 e 9 anni e mezzo ex manager e direttori generali dello stabilimento siderurgico di Taranto Italsider/Ilva sia dell’era di gestione pubblica sia di quella privata, con l’acquisto dell’acciaieria da parte del gruppo Riva nel 1995.
Amianto, condannati 28 ex dirigenti dell'Ilva di Taranto

26 novembre 2013

Regione Liguria .Allarme amianto a Genova: all’Ansaldo 135 casi di mesotelioma

Tratto da Ecoblog

Allarme amianto a Genova: all’Ansaldo 135 casi di mesotelioma

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Fra il 1994 e il 2010 sono stati registrati 135 casi di mesotelioma fra i lavoratori e gli ex lavoratori

Allarme amianto a Genova: all’Ansaldo 135 casi di mesotelioma
A Genova potrebbe scoppiare un nuovo caso amianto. Il processo Eternit ha scoperchiato il vaso di Pandora di un’industria che per anni ha negato l’evidenza per non doversi confrontare con i costi delle bonifiche. Si è fatto finta di niente, come all’Olivetti o alla Solvay, ditte nelle quali non si contano i morti per mesotelioma.
Ora è un’intera città, anzi una regione, a confrontarsi con il dramma dell’amianto e del mesotelioma pleurico. Negli ultimi giorni la Regione Liguria e il Comune di Genova hanno ricevuto un dossier che spiega come l’incidenza del mesotelioma pleurico sia quattro volte superiore alla media nazionale. Lo studio effettuato dal Centro operativo regionale del registro mesoteliomi è stato coordinato da Valerio Gennaro e ha analizzato l’impatto di quella malattia suddividendo per le più importanti aziende attive in provincia.
I risultati sono inequivocabili: dal 1994 al 2010 sono stati registrati 135 casi di mesotelioma fra lavoratori ed ex lavoratori di Ansaldo, in modo particolare fra coloro che hanno prestato servizio nella caldareria. Ma se si considera il periodo sino al 2012 si contano un centinaio di casi anche nelle acciaierie Ilva, più una decina di ammalati alla Stoppani. Si sta cercando di capire quanti casi siano emersi fra i dipendenti della Fincantieri.
Naturalmente, considerati i lunghi tempi di latenza della malattia (che varia dai 15 ai 45 anni), è probabile che l’incidenza quadrupla rispetto alla media nazionale sia, purtroppo, una statistica in difetto...... 
 Via | Il Secolo XIX

07 novembre 2013

La Stampa:Amianto Olivetti, indagati De Benedetti e Passera.

Tratto da International Business Time

Amianto Olivetti, indagati De Benedetti e Passera.

Si tratta al momento solo dell'apertura di una indagine, ma il danno di immagine è già elevato: Carlo De Benedetti e Corrado Passera risultano iscritti nel registro degli indagati (assieme ad altri 22 fra manager e industriali) con l'accusa di omicidio colposo e lesioni colpose plurime, in merito all'utilizzo di amianto nei reparti della Olivetti di Ivrea. La notizia viene riportata dalla Stampa di Torino



La Procura di Ivrea ha aperto l'inchiesta su 20 morti sospette di dipendenti, uccisi dal mesotelioma pleurico (causato dalla fibre di amianto), malattia di chi ha lavorato a stretto contatto con le fibre di asbesto e che ha un periodo di latenza particolarmente alto (da 15 a 40 anni). I venti decessi si sarebbero verificati tutti negli ultimi cinque anni.

De Benedetti è stato il numero 1 della Olivetti fra il 1978 e il 1996, mentre l'ex ministro Passera è stato amministratore delegato per quattro anni (1992-1996). "La realizzazione delle strutture oggetto di indagine precede di diversi anni l'inizio della sua gestione alla Olivetti che ha sempre prestato attenzione alla salute e alla sicurezza dei lavoratori, con misure adeguate alle normative e alla conoscenze scientifiche dell'epoca" la nota emanata dal portavoce di De Benedetti.
"Tutto era cominciato - ricostruisce La Stampa - dopo una denuncia presentata 6 anni fa dai famigliari di una ex dipendente dell'azienda. La donna aveva lavorato nello stabilimento di San Bernardo, a Ivrea, dal 1965 al 1980: morì il 27 dicembre del 2007 a causa di un mesotelioma pleurico maligno. Le perizie avevano dimostrato che quella dipendente si era ammalata per aver inalato talco contaminato con amianto......

03 giugno 2013

ETERNIT - WWF: SODDISFAZIONE PER LA SENTENZA CHE RICONOSCE IL DISASTRO AMBIENTALE .

Tratto da Img press

ETERNIT - WWF: SODDISFAZIONE PER LA SENTENZA CHE RICONOSCE IL DISASTRO AMBIENTALE .

  Il WWF Italia accoglie con soddisfazione la conferma della sentenza di condanna a 18 anni di reclusione per disastro doloso all'imprenditore elvetico Stephan Schmidheiny, imputato a Torino nel processo Eternit, che in primo grado era stato condannato a 16 anni, oltre ai numerosi risarcimenti per le vittime e alla conferma del risarcimento per il WWF definito in primo grado.

L'Avvocato Valentina Stefutti, esprime soddisfazione per la sentenza che conferma il primo grado per quanto riguarda la posizione del WWF e inoltre riconosce pienamente la penale responsabilità dell'imputato anche per quanto riguarda i gravissimi reati ambientali commessi.

“Il WWF Italia, parte civile nel processo iniziato nel dicembre 2009, è presente anche oggi nell’affollatissima aula della Corte d’appello di Torino alla lettura della sentenza che ha confermato quanto faticosamente dimostrato dal lavoro eccezionale del pool del PM Guariniello, grazie a cui si è arrivati all’accertamento della verità e ad una sentenza che ha reso giustizia alle centinaia di morti e malati causati dall’amianto” dichiara Patrizia Fantilli Direttore ufficio legale -legislativo WWF Italia.

Il WWF ricorda che si tratta del più grande processo, in tema di sicurezza del lavoro e di inquinamento ambientale provocato da amianto mai celebrato in Europa, contro un gigante multinazionale come Eternit. La sentenza conferma la gravità del disastro ambientale e sanitario con danni ambientali e sofferenze umane inenarrabili, in un’area molto vasta che ha interessato Casale Monferrato e 48 comuni limitrofi con oltre 2000 vittime accertate dall’esposizione al’amianto, e un indeterminato numero di lavoratori e popolazione colpita.

Il processo di Torino non costituisce solo la risposta dovuta dallo Stato nei confronti di una situazione così grave, ma anche un monito per tutti coloro che continuano ad ignorare i doverosi criteri di precauzione che devono sempre essere adottati quando non si è in grado di escludere scientificamente che determinate sostanze possano compromettere la salute e l’ambiente. Ora l’impegno deve passare dalla Magistratura a Governo e Parlamento che devono trovare le risorse economiche per avviare un rapido e serio piano di bonifiche nelle aree contaminate dall’amianto....
L’amianto è stato messo al bando in Italia dal 1992 e solo dal 1998 sono state individuate le prime aree da bonificare, oltre 20 anni dopo la sua massima diffusione sia negli insediamenti industriali che civili. Questo lascia una pesantissima eredità tanto che il picco di forme tumorali dovute all’amianto è previsto dalla letteratura scientifica tra il 2015 e il 2020.

14 maggio 2013

PM Guariniello: «L’Eternit come l’Ilva»

 Tratto da La Gazzetta di Reggio

Guariniello: «L’Eternit come l’Ilva» 

di Daniele Valisena

RUBIERA. «L’ex Icar di Rubiera come l’Ilva di Taranto, dietro al disastro c’erano delle scelte strategiche volute dall’alto». 
Queste le parole usate dal pubblico ministero Raffaele Guariniello nella nuova udienza del processo Eternit di Torino, giunto al secondo grado di giudizio dopo che nel primo i due magnati del cemento-amianto, Stephan Schmidheiny e Louis De Cartier, erano stati condannati a 16 anni, senza che però i familiari e le vittime reggiane del disastro venissero incluse nei risarcimenti. In appello il pubblico ministero Guariniello ha chiesto che anche i lavoratori degli stabilimenti di Rubiera (60 persone decedute) e di Bagnoli, in provincia di Napoli, venissero inclusi nel risarcimento.

Nella sua requisitoria Guariniello ha evocato l’esempio dell’Ilva di Taranto per tracciare un parallelo fra i due casi e ha sottolineato la spregiudicatezza degli imputati. «Grazie ai parenti delle vittime ho potuto individuare la strada da prendere – afferma all’Ansa il pm torinese -dietro a questo immane disastro c’erano delle scelte strategiche prese dal vertice. C’era un’unica regia».
Il pubblico ministero tenterà dunque di dimostrare che dietro alle malattie e alle morti che hanno colpito più di 6mila operai delle filiali della multinazionale in Italia c’erano le scelte e le strategie aziendali della società, che hanno deliberatamente messo in grave pericolo la vita dei lavoratori.
Secondo la Magistratura sono oltre duemila le vittime dell’amianto, ammalatisi o uccisi dalle patologia asbesto e dalle patologie a essa correlate.
Si tratta di patologie che colpiscono soprattutto i polmoni, in cui le microfibre di amianto si depositano arrivando a ostruire completamente gli alveoli, fino a che la vittima non riesce più a respirare.


Schmidheiny e De Cartier sono accusati di disastro ambientale doloso e omissione dolosa di cautele antinfortunistiche negli stabilimenti italiani del gruppo.

  In contrapposizione alla volontà di giustizia dei lavoratori, dei familiari e delle parti civili, il barone belga De Cartier e il magnate svizzero Schidheiny sono ricorsi in appello allo scopo di annullare il processo e sfuggire ai 16 anni di carcere a cui sono stati condannati.
«Non siamo solo di fronte al tentativo di sfuggire alle proprie responsabilità – hanno affermato i rappresentanti dei familiari delle vittime, che sono presenti al processo – ma si tenta di cancellare la verità sulla pericolosità dell’amianto per poter continuare a lavorarlo all’estero, esponendo scientemente ignari lavoratori a una fibra killer che purtroppo non perdona.  
Da qui l’importanza del processo di appello, per difendere il principio che non si può utilizzare la vita dei lavoratori e dei cittadini per i propri profitti».