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Visualizzazione post con etichetta The Lancet. Mostra tutti i post
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18 maggio 2020

Coronavirus e la malattia di Kawasaki nei bambini, su The Lancet

Tratto da Il Fatto Quotidiano

Coronavirus e la malattia di Kawasaki nei bambini, su The Lancet lo studio dell’ospedale di Bergamo sulla correlazione


"Stiamo iniziando a vedere casi di pazienti che arrivano in ospedale con i segni della malattia di Kawasaki anche in altre aree duramente colpite dalla pandemia, come New York e l'Inghilterra Sud-Orientale - afferma l’autore principale del lavoro Lorenzo D’Antiga -. Il nostro studio fornisce la prima chiara evidenza di un legame tra l’infezione da Sars Cov 2 e questa condizione infiammatoria"

I medici e ricercatori avevano mantenuto il riserbo su una possibile correlazione tra Sars Cov 2 e una rara patologia che colpisce i bambini: la malattia di Kawasaki. Ma le osservazioni dei camici bianchi dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamosono diventate pubbliche qualche settimana fa. Ora lo studio dei pediatri è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista The Lancet. Basato sulla descrizione di 10 casi osservati da febbraio ad aprile, di cui 8 positivi al virus come scritto dal Fattoquotidiano.it.
La ricerca evidenzia un’incidenza di trenta volte la media perché come si rileva nel paper le diagnosi in quell’area in 5 anni fino a febbraio scorso erano state 19, mentre ci sono stati ben 10 casi tra il 18 febbraio e il 20 aprile. Otto dei 10 bambini ammalatisi tra febbraio e aprile sono risultati positivi al coronavirus, ma gli autori ipotizzano che i due casi rimanenti siano in realtà dei falsi negativi (cioè il test di diagnosi per il Sars Cov 2 non ha funzionato su di loro). Inoltre rispetto alla casistica dei 5 anni precedenti, i 10 casi sono risultati in media più gravi, con più complicanze a livello cardiaco e anche l’età media dei pazienti è diversa dal consueto. In alcuni casi sono state necessarie “cure intensive”.
Gli autori affermano che i loro risultati rappresentano una associazione tra l’epidemia di coronavirus e una condizione infiammatoria simile alla malattia di Kawasaki nella provincia di Bergamo. Secondo i ricercatori i casi di malattia legati alla sindrome Covid sono da classificare come malattia ‘simile alla sindrome di Kawasaki’, perché i sintomi sono differenti e più gravi rispetto alla patologia come conosciuta finora. “Stiamo iniziando a vedere casi di pazienti che arrivano in ospedale con i segni della malattia di Kawasaki anche in altre aree duramente colpite dalla pandemia, come New York e l’Inghilterra Sud-Orientale – afferma l’autore principale del lavoroLorenzo D’Antiga -. Il nostro studio fornisce la prima chiara evidenza di un legame tra l’infezione da Sars Cov 2 e questa condizione infiammatoria”. Almeno 100 bambini nello stato di New York sono affetti dalla rara e pericolosa sindrome infiammatoria come ha reso noto il governatore Andrew Cuomo martedì parlando di almeno tre bimbi morti, rispettivamente di 5, 7 e 18 anni. Metà dei casi riguarda minori tra i 5 e i 14 anni. “Si tratta di una situazione molto inquietante”. I casi nella città di New York sono 52. Ma casi sono stati segnalati anche in Spagna, Francia e Svizzera. “Nella nostra esperienza – afferma un altro autore, Annalisa Gervasoni – solo una quota molto ridotta di bambini con Sars Cov 2 sviluppa i sintomi della malattia di Kawasaki. Comunque è importante capire le conseguenze del virus nei bambini, specie ora che i paesi si avviano all’allentamento delle misure di lockdown”.
Invita tuttavia ad evitare allarmismi Alberto Villani, membro del Comitato tecnico scientifico (Cts) e presidente della Società italiana di pediatria, secondo il quale il collegamento rischia di essere fuorviante: “Una cosa è la malattia di Kawasaki, che è una sindrome rara studiata da anni e che presenta precise caratteristiche, altra cosa – afferma all’Ansa – è questa sindrome iper infiammatoria acuta che si sta ora osservando e che potrebbe avere un collegamento con il Sars Co v2. Sono due condizioni diverse”. Fondamentale ora sarà approfondire gli studi: “Come Società italiana di pediatria e insieme all’Istituto superiore di sanità – conclude l’esperto –stiamo verificando i casi verificatisi in Italia“.

14 novembre 2019

Ansa :Italia prima in Europa per morti da polveri sottili

Tratto da Ansa

Italia prima in Europa per morti da polveri sottili

Nel 2016, danno economico per 20 milioni di euro


Italia tristemente prima in Europa e undicesima nel mondo per morti premature da esposizione alle 'polveri sottili PM2.5'. Solo nel 2016 sono state ben 45.600, con una perdita economica di oltre 20 milioni di euro, la peggiore in Europa. È uno dei dati riferiti all'ANSA da Marina Romanello della University College di Londra, estrapolato da un'analisi pubblicata sulla rivista The Lancet sull'impatto dei cambiamenti climatici sulla salute, condotta da 35 università. Romanello è tra gli autori del report "The Lancet, Countdown on Health and Climate Change", che ha coinvolto almeno 35 enti tra università e istituzioni come l'OMS e 120 ricercatori in tutto il mondo.
Il particolato PM2.5 è di piccolo diametro, ed è composto da tutte quelle particelle solide e liquide disperse nell'atmosfera: essendo di piccole dimensioni può penetrare fin negli alveoli polmonari e potenzialmente passare nel sangue. Gli esperti hanno stimato per l'Europa 281 mila morti premature per esposizione alle PM2.5. In pericolo è soprattutto la salute dei bambini e dei neonati (più esposti perché hanno sistemi immunitario e respiratorio ancora non del tutto sviluppati), con impatto a lungo termine.
Romanello è tra gli autori del report "The Lancet, Countdown on Health and Climate Change", che ha coinvolto almeno 35 enti tra università e istituzioni come l'OMS e 120 ricercatori in tutto il mondo. Il particolato PM2.5 è di piccolo diametro, ed è composto da tutte quelle particelle solide e liquide disperse nell'atmosfera: essendo di piccole dimensioni può penetrare fin negli alveoli polmonari e potenzialmente passare nel sangue. Gli esperti hanno stimato per l'Europa 281 mila morti premature per esposizione alle PM2.5. In pericolo è soprattutto la salute dei bambini e dei neonati (più esposti perché hanno sistemi immunitario e respiratorio ancora non del tutto sviluppati), con impatto a lungo termine.

15 dicembre 2018

AGI:Gli effetti dei cambiamenti climatici sulla salute


Gli effetti dei cambiamenti climatici sulla salute

Gli effetti dei cambiamenti climatici sulla salutePeggioramento della qualità dell’aria, maggiore frequenza delle ondate di calore, aumento della diffusione di malattie infettive: queste alcune delle principali conseguenze dell’aumento delle temperature medie. In comune fra loro hanno la causa, i cambiamenti climatici, ma anche l’effetto: rappresentano un serio pericolo per la salute delle popolazioni di tutto il mondo

Mentre a Katowice, in Polonia, la COP24, la conferenza Onu sul clima, è stata prolungata per tentare di giungere a un accordo, il Lancet Countdown, un organismo di monitoraggio mondiale e indipendente lanciato dalla rivista scientifica inglese The Lancet, punta l’attenzione alla misurazione degli impatti del cambiamento climatico sulla salute.

I rischi si trovano nell’ultimo rapporto dell’organizzazione pubblicato in queste settimane e frutto della collaborazione tra 27 grandi università di tutto il mondo, l’ONU e altre agenzie intergovernative, lancia un messaggio chiaro. Dobbiamo considerare “il cambiamento climatico come un problema di salute pubblica globale” per trovare la risposta adeguata a questa sfida. “Un clima in rapido cambiamento” si legge nel rapporto, “ha effetti su ogni aspetto della vita, e la velocità e le modalità della risposta che daranno i Paesi di oggi determineranno la salute delle popolazioni nel futuro”.

Per il gruppo di scienziati guidato da Nick Watts, professore all’Institute for Global Health dell’University College di Londra, “persiste un atteggiamento di inerzia mondiale al problema dei cambiamenti climatici”. E anche se in molti settori la transizione verso un’economia a basse emissioni di CO2 (principale responsabile dell’innalzamento delle temperature) è iniziata, i progressi registrati finora sono insufficienti.

Lo studio arriva subito dopo l’ultimo rapporto speciale dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) che stima che abbiamo a disposizione solo un periodo di 12 anni per cercare di impedire l’aumento della temperatura media globale della Terra di 1,5 °C. Servono “cambiamenti rapidi, lungimiranti e senza precedenti in tutti gli aspetti della società”.

Cosa c’è in gioco? La sopravvivenza della specie umana, oltre che di molte specie animali. Lo studio del Lancet ha analizzato l’andamento di 41 indicatori in cinque ambiti diversi, tutti esaminati in relazione alla salute globale: gli impatti, l‘esposizione e la vulnerabilità umana di fronte al cambiamento climatico; le strategie di adattamento in campo sanitario; le misure di mitigazione e i benefici per salute; le ricadute economico-finanziarie; l’impegno pubblico e politico. Gli effetti dannosi non riguardano solo i popoli più vulnerabili che vivono in Paesi poveri. Molti li stiamo già subendo anche da questa parte del mondo

I rischi per la salute

La vulnerabilità agli eventi estremi di caldo è aumentata costantemente dal 1990 in ogni regione. Nel 2017 sono aumentate di 157 milioni le persone esposte alle ondate di calore, rispetto al 2000. L’Europa è particolarmente a rischio, perché più del 40% della sua popolazione ha un’età superiore ai 65 anni, la fascia di età più colpita dalle conseguenze del caldo. Non sono solo le alte temperature a rappresentare un rischio, ma anche gli abbassamenti improvvisi. Gli sbalzi di temperatura rendono più vulnerabili anche le persone che hanno malattie cardiovascolari o quelle affette da diabete e da malattie respiratorie croniche (tra le più diffuse in Occidente). I dati raccolti negli ultimi anni mostrano chiaramente, nel grafico sottostante, che la mortalità (numero di morti ogni 100mila abitanti) è senz’altro più elevata in Europa che nel resto del mondo. 


Oltre ai rischi diretti sulla salute, le ondate di calore generano anche rischi indiretti, come quelli di natura economica, come ad esempio la perdita di giornate di lavoro nelle aziende e negli uffici o quella dei capi di bestiame in agricoltura. Nel 2017, a causa del caldo, sono state perse 153 miliardi di ore di lavoro, l’80% delle quali proprio nel settore agricolo.

Ci sono poi specifiche patologie che possono aumentare proprio per via dei cambiamenti climatici. In Europa così come in America stanno ad esempio aumentando in modo significativo le morti causate dal tumore alla pelle, associato all'esposizione alle radiazioni solari. 


Il clima è anche un fattore determinante per molte malattie infettive, perché modificando l’ambiente dove vivono i vettori (generalmente insetti) può facilitare la trasmissione del virus all’essere umano. Tra il 2011 e il 2016, la diffusione del virus che provoca la febbre dengue è aumentata nelle regioni più sensibili alla sua diffusione, soprattutto nel Sud-est asiatico, ma anche nelle Americhe e nella regione del Pacifico occidentale. Il 2016 è stato l'anno in cui si sono registrati i valori più alti. Le proiezioni suggeriscono che questa crescita continuerà di pari passo con le emissioni di gas serra.


E poi naturalmente c’è l’inquinamento, una delle prime cause di morte a livello globale. Si stima infatti che 7 milioni di persone muoiano ogni anno a causa dell'inquinamento atmosferico. La concentrazione di inquinanti è peggiorata, dal 2010 al 2016, in quasi il 70% delle città di tutto il mondo.

Sud America e Sud-est asiatico sono invece le regioni più esposte a rischio inondazioni e siccità. E infine, oltre alle morti dirette per conseguenza dei disastri naturali, si devono aggiungere quelle causate da malnutrizione e carenza di cibo, dovute alla perdita di terreno coltivabile ma anche di biodiversità marina.

La sfida per i sistemi sanitari

I pochi progressi fatti nella riduzione delle emissioni di gas serra minacciano anche la sopravvivenze dei sistemi sanitari nazionali. Il rischio è che le infrastrutture della sanità pubblica non siano in grado di affrontare le sfide imposte dai cambiamenti climatici. E questo settore dovrebbe essere in prima linea negli sforzi di adattamento.

Sono necessarie strategie o piani di adattamento specifici sui problemi sanitari legati al clima. E per la verità, l’indagine dell'Organizzazione Mondiale per la Salute, Climate and Health Country, fatta nel 2015 mostra che 30 su 40 dei paesi partecipanti ha previsto programmi di questo tipo. Le malattie maggiormente prese in considerazione sono quelle trasmesse per via alimentare, tramite l’acqua, oppure trasmesse da vettori, come gli insetti; seguite dalle ferite e dalle morti da eventi meteorologici estremi. Meno concrete sono le misure per la salute mentale, le malattie non trasmissibili (quelle cardiovascolari, il cancro, il diabete e i disturbi respiratori cronici) e lo stress da calore.

Globalmente, la spesa sanitaria per l'adattamento rappresenta il 4,8% di tutte le spese per l'adattamento. Ma il punto è che in generale, i finanziamenti per l'adattamento non sono all'altezza degli impegni presi: appena 472,8 milioni di dollari nel 2017 e solo il 3,8% dei quali destinato al settore sanitario. Molto meno dei 100 miliardi di dollari annuali promessi fino al 2020 negli accordi di Cancun del 2010. Chissà se da Katowice verrà fuori qualche impegno più concreto.

10 settembre 2018

Il Cambiamento - Rivoluzione del clima e salute: passare dalle parole ai fatti



Tratto da Il Cambiamento 

Rivoluzione del clima e salute: passare dalle parole ai fatti

Rivoluzione del clima e salute: passare dalle parole ai fatti
Minaccia o opportunità? Se pensiamo a come definire il cambiamento climatico, il primo termine ci sembrerà sicuramente più adeguato, ma a volte cambiare prospettiva può far nascere delle sorprese. È quello che avviene leggendo un lungo speciale dedicato dalla rivista PLOS Medicine al tema dei rapporti tra la salute globale e il cambiamento del clima e che ha un titolo significativo: dalla teoria alla pratica.
Lo speciale prende spunto da un compleanno importante: trent’anni fa nasceva l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il gruppo di lavoro che doveva fornire al mondo politico le conoscenze scientifiche su quello che già in quel 1988 si stava profilando come una gatta da pelare per gli anni a venire: il cambiamento climatico. E, in effetti, l’IPCC in questi trent’anni ha realizzato cinque rapporti dettagliati sul tema. In ognuno di essi, tranne che nel primo, è presente un capitolo dedicato alla salute: si è capito presto che si trattava di un nodo importante del problema. Negli ultimi anni, tuttavia, la ricerca su quali siano gli effetti sulla salute del cambiamento climatico si è intensificata enormemente fornendo una conoscenza molto più approfondita dei rischi, tanto che oggi si può dire con PLOS Medicine: basta con le parole, passiamo ai fatti. In sostanza, sappiamo ormai molto, ma finora abbiamo fatto poco e niente: è ora di cambiare.
La stessa cosa, più o meno, sosteneva un lungo articolo uscito a febbraio scorso su un’altra importante rivista medica: The Lancet. L’articolo dava conto del primo rapporto stilato da Lancet Countdown, una collaborazione tra 24 istituzioni accademiche e organismi internazionali presenti in ogni continente per mettere fine a “25 anni di inerzia”. L’organismo è nato in seguito al lavoro svolto nel 2015 dalla Commissione su Salute e cambiamenti climatici voluta dalla stessa Lancet che, nel suo resoconto finale, tirava due conclusioni: 1) il cambiamento climatico prodotto dall’uomo rischia di farci perdere tutto quello che abbiamo guadagnato in salute pubblica negli ultimi 50 anni; 2) la risposta a questo problema può essere vista come la maggiore opportunità che ci presenta il XXI secolo per migliorare la salute in tutto il mondo.
Minaccia e opportunità nello stesso tempo, quindi. Una contraddizione solo apparente. Vediamo perché. Gli ultimi studi dimostrano che la nostra salute è fortemente a rischio a causa del cambiamento del clima. Il pericolo si manifesta in particolare con una maggiore frequenza delle ondate di caldo, con un aumento delle condizioni meteo estreme, con l’aumento dell’inquinamento atmosferico, con una crescita dei casi di alcune malattie infettive e un cambiamento dei loro bacini di diffusione, con l’aggravarsi della malnutrizione, con le migrazioni forzate e i conflitti che sono conseguenza delle peggiorate condizioni di vita di alcuni popoli.
Ma la novità è che la minaccia alla salute della popolazione mondiale si esprime seguendo schemi che fino a qualche tempo fa non immaginavamo. Ad esempio si è visto che il rischio è maggiore per le donne e i bambini, che le ondate di caldo producono picchi più alti di inquinamento da ozono, che le ondate di caldo hanno un effetto negativo sulle capacità cognitive delle persone e che le piogge estreme contribuiscono alla contaminazione dei sistemi fognari nelle città. Mentre l’aumento di anidride carbonica induce la crescita di piante che presentano un deficit nutrizionale in zinco e ferro. Un deficit che, secondo le ultime stime, causerà nel mondo la perdita di oltre un milione di anni di vita in buona salute (DALYs –disability-adjusted life years) dovuta a disabilità o morte prematura entro il 2050.
Contemporaneamente, però, sappiamo che le azioni che devono essere intraprese per affrontare il problema del riscaldamento globale sono anche la più grande opportunità che ci si presenta in questo secolo per migliorare la salute degli abitanti di questo pianeta. Consideriamo infatti questi due elementi: l’Organizzazione mondiale della sanità stima che ogni anno ci siano 7 milioni di morti premature nel mondo a causa dell’inquinamento dell’aria che è un problema strettamente legato all’immissione di gas serra nell’atmosfera. Inoltre, obesità e malattie croniche sono in aumento in tutto il mondo e si calcola che altre 5,3 milioni di morti premature ogni anno siano da attribuire agli stili di vita sedentari che sono dovuti soprattutto all’uso eccessivo di quei mezzi di trasporto che sfruttano i combustibili fossili. Insomma, un circolo vizioso. Che però potrebbe trasformarsi in un circolo virtuoso.
L’energia pulita, dice l’editoriale che accompagna lo speciale su PLOS medicine, può avere un effetto sul clima e contemporaneamente salvare quelle vite minacciate dall’inquinamento atmosferico. Inoltre, l’incidenza di obesità, diabete, malattie cardiovascolari e cancro, che sono almeno in parte correlate all’inattività, potrebbe essere ridotta dal passaggio all’utilizzo di trasporti a basse emissioni di carbonio, in pratica se invece di prendere l’auto anche per andare a comperare il pane utilizzassimo di più i piedi o la bicicletta..........
Si calcola che i benefici per la salute dovuti solo all’aria più pulita potrebbero superare di molto i costi di investimento per le tecnologie in grado di fornire energie pulite, questo produrrebbe incentivi economici addizionali per le attività di mitigazione, ovvero per abbattere le emissioni. Ecco quello che chiamavamo un circolo virtuoso...........
Quello che è certo è che in molti si sono accorti che il binomio clima-salute sarà centrale nei prossimi anni, tanto che stanno nascendo nuove coalizioni come il Global Climate and Health Alliance, il Medical Society Consortium on Climate and Health, il Global Green and Healthy Hospitals (un network di Health Care Without Harm). E arrivano anche nuovi finanziamenti come quelli di Our Planet our Health programma della fondazione inglese Wellcome Trust.

 di scrittrice, giornalista e docente al master in comunicazione della scienza della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste.

14 novembre 2017

The Lancet:L’INQUINAMENTO ATMOSFERICO FAVORISCE FRATTURE OSSEE E OSTEOPOROSI


Tratto da Greenme

L’INQUINAMENTO ATMOSFERICO FAVORISCE FRATTURE OSSEE E OSTEOPOROSI



E’ ormai assodato che l’esposizione all'inquinamento atmosferico causi
 una serie di problemi di salute, soprattutto a livello respiratorio.
 Un nuovo studio ha però ora collegato lo smog ad un maggior rischio 
di soffrire di osteoporosi e fratture ossee.
La ricerca, condotta presso la Columbia University's Mailman School of Public
 Health, ha rivelato che l'esposizione al particolato ha anche un effetto
negativo sulle ossa che contribuisce ad indebolire.
I risultati ottenuti dai ricercatori, pubblicati sul The Lancet, sono i primi a docu
mentare come siano maggiori le fratture ossee in quelle comunità esposte 
ad elevati livelli di polveri sottili (PM2.5). Purtroppo si è visto anche che il
 rischio di ammalarsi di fratture ossee è più alto nelle comunità a basso reddito.
Per arrivare ad affermare questo i ricercatori hanno analizzato i dati relativi a 9
 milioni di persone (da 65 anni in su) che vivono in alcune zone degli Stati Uniti,
monitorate per un periodo di otto anni (da gennaio 2003 a dicembre 2010)
Le  analisi hanno determinato che coloro che vivevano in luoghi con 
concentrazioni più elevate di particolato nell'aria avevano il 4,1%
 in più di probabilità di essere ricoverati in ospedale per fratture ossee
 correlate all'osteoporosi. Tra i quartieri a basso reddito, il rischio aumentato
 è stato ancora più alto (7,6%).
Un ulteriore follow-up di otto anni relativo a 692 adulti di mezza età e a basso
 reddito ha scoperto che i partecipanti che vivono in aree con livelli più alti
di PM2.5 e particelle di carbonio (la fuliggine proveniente da motori a gas e diesel,
 centrali a carbone e altri fonti di combustibili fossili) avevano livelli inferiori 
di ormone paratiroideo (sostanza particolarmente importante per la salute
delle ossa), nonché una maggiore diminuzione della densità minerale ossea
rispetto a coloro che erano esposti a bassi livelli dei due inquinanti.
I ricercatori hanno osservato che le polveri sottili possono causare danni 
ossidativi sistemici e infiammazioni che potrebbero accelerare la perdita
 ossea e aumentare il rischio di fratture ossee negli individui anziani.
Così ha commentato Andrea Baccarelli, MD, Ph.D., presidente di Scienze
della Salute Ambientale alla Mailman School e autore principale dello studio:
"Decenni di approfondita ricerca hanno documentato i rischi per               la salute dell'inquinamento atmosferico, sulle malattie cardiovascolari     e respiratorie, il cancro e le funzioni cognitive compromesse e ora l'osteoporosi”.
Sugli effetti dannosi delle polveri sottili leggi anche:
Come suggeriscono gli esperti, il modo migliore per prevenire le malattie
 legate all’inquinamento atmosferico è attraverso politiche in grado di 
migliorare la qualità dell'aria. Naturalmente i risultati di questi studi vanno
 ampliati per valutare meglio l’impatto dei fattori ambientali sulla salute delle
ossa e la comparsa di osteoporosi.
Francesca Biagioli

16 novembre 2016

The Global Lancet Countdown: la risposta alla crisi sanitaria delcambiamento climatico .Nessuno e' immune dagli impatti sanitari...

Espinosa: Nessuno è immune o fuori portata dagli impatti sulla salute del cambiamento climatico
[15 novembre 2016]
Tratto da greenreport
the-lancet
La prestigiosa rivista medica The Lancet ha annunciato alla Cop22 Unfccc in corso in Marocco l’avvio del suo The Lancet Countdown on Health and Climate Change per  seguire salute e il cambiamento climatico. Si tratta di un’iniziativa multi-disciplinare di ricerca internazionale che riunisce un team di esperti per monitorare e analizzare gli impatti dei cambiamenti climatici sulla salute pubblica.
The Lancet Countdown pubblicherà ogni anno i suoi risultati su  The Lancet  e si avvarrà del contributo di 48 esperti provenienti da tutto il mondo, almeno 16 istituzioni sono partner accademici dell’iniziativa,  tra cui l’University College di Londra, la Tsinghua University e il Centre for Climate & Security, tra gli altri. The Lancet Countdown   è anche impegnata in una collaborazione speciale con l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) e con l’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo)  che favorirà le sinergie e  la collaborazione per ottenere dati e garantire un forte impegno  con i ministeri della salute.
L’iniziativa ha l’obiettivo di garantire che il rapporto tra cambiamento climatico e salute sia più ampiamente evidenziato e compreso e punta dichiaratamente a informare il processo decisionale per avere una risposta politica celere ai cambiamenti climatici. Il Lancet Countdown   verrà completato dal contributo di altre iniziative, come ad esempio l’Intergovernmental panel on climate change e le sue realizzazioni per la scienza climatica.
Patricia Espinosa, segretario  esecutivo della United Nations framework convention on climate change, ha sottolineato che «Gli impatti sulla salute del cambiamento climatico si fanno già sentire e colpiscono i più vulnerabili sul nostro pianeta Nessuno è immune o fuori portata. L’azione climatica, guidata dai governi e sostenuto da business, città, investitori e cittadini – compresi gli operatori sanitari – va di pari passo con la una migliore qualità della vita che è un pilastro fondamentale degli obiettivi dello sviluppo sostenibile».
La relazione tra cambiamenti climatici e salute pubblica è sempre più evidente. The Lancet Countdown   basa sulle conclusioni della “2015 Lancet Commission on Health and Climate Change”, secondo le quali «Il cambiamento climatico pone sia un rischio potenzialmente catastrofico per la salute umana, mentre al contrario può essere la più grande opportunità per la salute globale del XXI secolo, se verranno fatti i passi giusti».
Richard Horton, redattore capo di The Lancet, ha evidenziato che «Una sfida della continua crisi climatica globale è quello di trasmettere l’urgenza della nostra situazione collettiva e la necessità di un’azione decisa The Lancet Countdown on Health and Climate Change punta a accumulare le prove necessarie per fare in modo che i policy makers mantengano le loro promesse ed impegni. la comunità della ricerca può dare un contributo importante per accrescere la consapevolezza politica e accelerare i progressi verso un mondo più sano, low-carbon. Questi sono gli obiettivi del nostro Countdown on Health and Climate Change».
Una base di conoscenze più ampia sulle tendenze delle relazioni tra salute e cambiamento climatico potrà  aiutare a mostrare i chiari co-benefici dell’azione. Si stima che ogni giorno muoiano circa 18.000 persone a causa di esposizione all’inquinamento atmosferico, il che ne fa il più grande rischio ambientale per la salute del mondo. Secondo la Banca mondiale, questo ha un costo di  225 miliardi di dollari all’anno in reddito da lavoro perso. La CO2 e altri gas serra emessi dai trasporti su strada e dalla produzione di energia da combustibili fossili sono responsabili della maggior parte dell’inquinamento atmosferico e le una delle principali cause del cambiamento climatico.  I benefici per la salute ed economici che derivano dalla lotta al  cambiamento climatico – che si tratti di mitigazione o di adattamento – rappresentano un’ulteriore spinta ad agire, dato che le modifiche del clima richiedono più tempo per essere percepite.
The Lancet Countdown sta collaborando con il Wellcome Trust, che è impegnato a stimolare la ricerca su  cambiamento climatico e salute.  Sarah Molton, responsabile “Our Planet, Our Health” del Wellcome  Trust è convinta che «L’Accordo di Parigi è un passo nella giusta direzione, ma dobbiamo costruire su questo momentum. The Lancet Countdown è un’opportunità importante per fornire l’evidenza, quei segmenti di opinione pubblica he possono portare a cambiamenti nella politica e nella pratica, di quello di cui abbiamo bisogno per proteggere la salute sia degli esseri umani che del pianeta» .Continua a leggere su  greenreport

22 agosto 2016

The Lancet : Un ictus su tre nel mondo legato all’inquinamento.

Tratto da Fondazione Veronesi

Un ictus su tre nel mondo legato all’inquinamento

Identificati i dieci fattori di rischio più comuni per l’ictus. Cresce il peso dell’inquinamento, oltre a ipertensione, fumo e dieta. Tre quarti dei casi si potrebbero prevenire

inquinamento.jpg
L’inquinamento atmosferico, compreso l’inquinamento dell’aria che si produce in casa, si è rivelato corresponsabile di un terzo dei casi di ictus nel mondo. Lo ha accertato un’analisi sistematica dei dati del Global Burden of Disease Study, studio multicentrico condotto dal 1990 al 2013, pubblicata su The LancetUn responso impressionante accompagnato da un’altra indicazione impressionante che tuttavia può volgersi in speranza: il 90 per cento dei fattori di rischio registrati sono modificabili e  il 74 per cento sono fattori legati al comportamento individuale, come fumare, seguire una dieta povera, fare scarsa attività fisica. I ricercatori hanno concluso che ben tre quarti di tutti gli ictus nel mondo si potrebbero prevenire. Per la prima volta è stata condotta un’indagine così generale e, pure, dettagliata per regioni coinvolgendo 188 Paesi, passati al vaglio di 17 fattori di rischio. Sono 15 milioni le persone che ogni anno nel mondo vengono colpite da un ictus: di queste 6 milioni muoiono, 5 restano segnate da disabilità permanenti di vario tipo e grado.......

NECESSARIO PREVENIRE - Perché? «Non si sa, secondo me perché abbiamo lavorato bene sulla prevenzione riguardante il cuore, ora ci stiamo interrogando su che cosa dobbiamo fare per contrastare lo stroke, in modo che non si verifichi. Perché c’è una bella differenza: dopo l’infarto la persona, se ben curata, può riprendere la sua vita, il suo lavoro; non così, se non in alcuni fortunati casi, con l’ictus: lascia delle disabilità. Sì, i farmaci sono migliorati, ma bisogna fare in modo che non si verifichi». Un confronto emerso dallo studio in 188 Paesi: «Abbiamo molti più ictus nei Paesi in via di sviluppo (io temo una vera e propria “bomba”) e abbiamo un’età più bassa per l’ictus nel nostro mondo. Però… però siccome l’ictus è scientificamente definito “una malattia prevenibile”, qualcosa possiamo fare. Vogliamo, e possiamo, cambiare la storia delle malattie prevenibili»....Qui l'articolo integrale
Serena Zoli

25 febbraio 2014

Patrizia Gentilini :RIPENSARE LA GUERRA AL CANCRO.

Tratto da Ecoblog

Cancro, Patrizia Gentilini: "Ecco perché rischiamo di perdere la guerra". 


Patrizia Gentilini oncologa rilegge in un accorato appello la strada sin qui percorsa dalla scienza per vincere la guerra contro il cancro, che rischia al contrario di essere persa per sempre se non si interviene sulle cause ambientali.

Prevenzione e ricerca ci hanno detto molto sui tumori in questi ultimi 40 anni. Ossia da quel 1971 anno che può essere giustamente considerato il principio della madre di tutte le guerre: sconfiggere il cancro. Eppure dalle somme che tira Patrizia Gentilini oncologa e medico ISDE supportata da un articolo pubblicato su The Lancet dal titolo Ripensare la guerra al cancro sembra proprio che ci stiamo avviando verso una pesante sconfitta. 

In sostanza, leggendo l’articolo emerge la necessità di conoscere il nemico e di contrastarlo con armi adeguate. Il che fino a oggi si è fatto percorrendo sostanzialmente due direzioni: la prevenzione e la ricerca. E proprio la ricerca ci ha portato a conoscere il genoma umano, convinti che il cancro essendo una malattia genetica andasse curato entrando direttamente nel meccanismo attaccato dalle cellule impazzite. Eppure dopo 40 anni si inizia a realizzare che il cancro è piuttosto il risultato di una serie di concause. Come scrive Patrizia Gentilini:

Si è sempre pensato al genoma come a qualcosa di predestinato ed immutabile, ma le conoscenze che da oltre un decennio provengono dall’epigenetica ci dicono che le cose non stanno così. Il genoma è qualcosa che continuamente si modella e si adatta a seconda dei segnali - fisici, chimici, biologici - con cui entra in contatto. Come una orchestra deve interpretare uno spartito musicale facendo suonare ad ogni musicante il proprio strumento, così l’informazione contenuta nel DNA viene continuamente trascritta attraverso meccanismi biochimici che comprendono metilazione, micro RNA, assetto istonico che vanno appunto sotto il nome di epigenoma. L’epigenetica ci ha svelato che è l’ambiente che “modella” ciò che siamo, nel bene e nel male, nella salute e nella malattia…L’origine del cancro non risiede quindi solo in una mutazione casualmente insorta nel DNA di una qualche nostra cellula, ma anche in centinaia di migliaia di modificazioni epigenetiche indotte dalla miriade di agenti fisici e sostanze chimiche tossiche e pericolose con cui veniamo in contatto ancor prima di nascere e che alla fine finiscono per danneggiare in modo irreversibile lo stesso DNA.
Immagini tratte da Facebook del Medico Isde G.Ghirga

 
Insomma fa la differenza per la salute umana vivere in un ambiente sano o in un ambiente inquinato in quanto l’organismo reagisce in maniera diversa agli stress chimici a cui è sottoposto
E infatti nell’articolo pubblicato su The Lancet si sottolinea quanto la Prevenzione Primaria sia importante e che non deve riguardare esclusivamente gli stili di vita di ogni singolo individuo ma deve intervenire proprio su quei campi di battaglia che sono l’ambiente in cui si vive e in cui si lavora.

 
Sotto il testo integrale  inviatoci da ISDE.


10 dicembre 2013

THE LANCET .......Polveri sottili pericolose anche sotto i limiti imposti dall’Ue

Tratto da Greenme

.......Polveri sottili pericolose anche sotto i limiti imposti dall’Ue

 Long-term exposure to fine particulate air pollution was associated with natural-cause mortality, even within concentration ranges well below the present European annual mean limit value.

Ormai è risaputo che l'inquinamento e più nello specifico le polveri sottili sono pericolose per la nostra salute e provocano gravi malattie. Proprio per questo l’Ue ha stabilito dei limiti, ovvero un quantitativo nell’atmosfera di queste sostanze che non andrebbe mai superato, adottando immediatamente in caso di sforamento i giusti provvedimenti per abbassarlo. Ebbene tutto questo, a detta di un nuovo studio europeo, serve a ben poco dato che le polveri sottili sono molto pericolose anche in quantitativo inferiore ai limiti imposti dall’Ue.
A dirlo lo studio internazionale Escape (European Study of Cohorts for Air Pollution Effects), coordinato dalla Università di Utrecht in Olanda e pubblicato su The Lancet, che ha riunito ed analizzato 22 studi europei compiuti su un totale di oltre 360mila persone in Europa tutte residenti in città e monitorate per circa 14 anni. Quello che si voleva valutare era l’effetto delle polveri e degli ossidi di azoto sulla mortalità a lungo termine. 

Ciò che è emerso non è certo rincuorante: per ogni aumento nella media annuale di 5 µg/m3 (microgrammi per metro cubo) di esposizione a particolato fino, ovvero quelle particelle che misurano un diametro inferiore a 2,5 micron, PM2.5, si ha come conseguenza un aumento di rischio morte del 7%. Una differenza di 5 µg/m3 è molto bassa e può essere ad esempio quella che intercorre tra una zona molto trafficata e una più tranquilla. Senza contare poi che in molte città si arriva anche a picchi di 30 mg/m3, ciò si traduce in un rischio di morte precoce aumentato del 30% circa.
Tra le città coinvolte ci sono anche Roma, Torino e Varese dove sono state prese in esame complessivamente 31mila persone. I risultati ottenuti sono simili a quelli del resto d’Europa e così li ha commentati Francesco Forastiere, epidemiologo che ha partecipato al progetto: "i risultati suggeriscono un effetto del particolato anche per concentrazioni al di sotto dell'attuale limite annuale europeo di 25 µg/m3 per il PM2,5. L'Organizzazione Mondiale della Sanità propone del resto come linea guida 10 µg/m3 e i nostri risultati supportano l'idea che avvicinandoci a questo target si potrebbero raggiungere grandi benefici per la salute delle persone".
Sembra dunque che i limiti di legge debbano essere abbassati perché gli attuali non ci proteggono affatto dagli effetti dannosi dell’inquinamento.L'Ue avrebbe dovuto modificare quest'anno con una direttiva la soglia dei 25 ma gli Stati membri ancora non l'hanno fatto.
continua Forastiere -  
Chissà se l'Italia nel suo semestre di presidenza dell'Unione nel 2014 sarà capace di dare priorità ai temi ambientali''.
Ce lo auguriamo!

Francesca Biagioli
MA........ SARA' FORSE LA SOLITA 



Tratto da TheLancet
An Article published in The Lancet suggests that prolonged exposure to tiny particles of soot or dust found in traffic fumes and industrial emissions may be more deadly below current European Union air quality limits than previously thought. Using data from the European Study of Cohorts for Air Pollution Effects, the investigators pooled data from 22 cohort studies including 367 251 people. The study estimates that for every increase of 5 microgrammes per cubic metre in annual exposure to fine-particle air pollution, the risk of dying from natural causes rises by 7%. 

09 novembre 2013

THE LANCET:LA VERA GRANDE EMERGENZA AMBIENTALE SONO LE POLVERI FINI !

Tratto da Facebook del Medico Isde Giovanni Ghirga dell' Alto Lazio

LA VERA GRANDE EMERGENZA AMBIENTALE SONO LE POLVERI FINI ! 
IN TUTTO IL MONDO OGNI ANNO CI LASCIANO 3.2 MILIONI DI PERSONE A CAUSA DEL PM2.5
OGNI ANNO SI PERDONO 74 MILIONI DI ANNI DI VITA SANA SEMPRE A CAUSA DELLE POLVERI FINI. 
OGNI ANNO UN NUMERO ELEVATO DI BAMBINI SUBISCE LESIONI MINIME A LIVELLO DEL SISTEMA NERVOSO, DANNI CHE NON SONO ELENCATI IN NESSUNA STATISTICA DI MALATTIA.



IN ANTEPRIMA, NESSUNO NE PARLA: DIFFONDETELO ... L'INQUINAMENTO NEGLI AMBIENTI CONFINATI (INDOOR) SOMMATO A QUELLO ESTERNO (OUTDOOR) SONO LA PRIMA CAUSA DI MALATTIA AL MONDO !


L' IMMAGINE MOSTRA IL NUMERO DI ANNI DI VITA PERSI (%) A CAUSA DI UNA MALATTIA PER CATTIVO STATO DI SALUTE;DISABILITA' O MORTE PREMATURA.

 UN GRANDE RINGRAZIAMENTO AL MEDICO ISDE  GIOVANNI GHIRGA PER LA SUA GRANDE OPERA DI INFORMAZIONE SCIENTIFICA A TUTELA DELLA SALUTE DI TUTTI NOI.

04 aprile 2013

CINA:«APOCALISSE DELL' ARIA » Un milione di cinesi uccisi dallo smog

Tratto da Quotidianamente.net

«Apocalisse dell’aria» Un milione di cinesi uccisi dallo smog.

 

Un milione e duecentomila cinesi sono morti prematuramente nel 2010 per malattie collegate all’inquinamento dell’aria. Il numero è impressionante, come tutti quelli che vengono dal Paese che conta poco meno di un quinto della popolazione mondiale. Ma questi sono particolarmente gravi, perché rappresentano il 40 per cento dei 3,2 milioni di morti premature causate dallo smog nel mondo. La statistica è stata elaborata dalla University of Washington in collaborazione con l’Organizzazione mondiale per la sanità e presenta un’altra cifra apocalittica: quella dei 25 anni di vita in salute bruciati dalla cappa di aria malata che avvolge molte città della Cina. Lo studio è stato pubblicato per la prima volta a dicembre dalla rivista britannica The Lancet, che aveva fornito il numero complessivo dei decessi nel mondo.....

Leggetevi l'articolo integrale di cui per concretezza riportiamo il finale adattabile a qualsiasi nazione: 

Il premier Li Keqiang sembra sincero quando dice che «non dobbiamo più inseguire la crescita industriale a spese dell’ambiente, perché non è buono essere poveri in una natura meravigliosa, ma non è buono neanche essere ricchi in un ecosistema degradato.

E in definitiva respiriamo tutti la stessa aria, poveri, ricchi e governanti ».

 Ma alcuni milioni di cinesi saranno morti per l’inquinamento prima di sapere se Li avrà mantenuto l’impegno.....