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04 febbraio 2016

"Inquinamento e malformazioni" Famiglie gelesi citano l'Eni.Chiedono risarcimento per aver vissuto in un territorio che ritengono inquinato.

Tratto da livesicilia.it

"Inquinamento e malformazioni" 
Famiglie gelesi citano l'Eni

Chiedono risarcimento per aver vissuto in un territorio che ritengono "inquinato" e per non aver ricevuto tutele dalle istituzioni. 

Prima udienza del processo civile l'11 maggio.

GELA (CALTANISSETTA) - Si preannuncia battaglia legale tra l'Eni e alcune famiglie di Gela. Per il semplice fatto di avere vissuto in una città, sede per mezzo secolo di uno dei più grandi insediamenti industriali del cane a sei zampe in Europa, una decina di famiglie gelesi chiedono un risarcimento di 50mila euro a persona. Sono parenti dei morti per tumore ed eredi degli ex lavoratori del petrolchimico. Tra loro c'è anche chi non ha subito danni, ma chiede ugualmente un risarcimento perché ritiene di respirare aria e utilizzare acqua sporche e consumare prodotti coltivati in un'area "contaminata" dall'attività della raffineria. La prima udienza è fissata per l'11 maggio.

"Oltre ad Eni Spa, Raffineria di Gela, Enimed, Sindyal Spa e altre società petrolchimiche, citiamo in giudizio - spiega l'avvocato Emanuele Maganuco - la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell'Ambiente, la Regione Sicilia, l'assessorato regionale al Territorio ed Ambiente, l'ex Provincia regionale di Caltanissetta oggi Libero Consorzio Comunale, il Comune di Gela, l'Arpa Sicilia, il dipartimento di Protezione Civile e l'Ispra, l'istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale".

Secondo il legale infatti "la responsabilità per il grave stato di contaminazione ambientale di Gela è dovuta non solo ai danni prodotti dalle società petrolchimiche, ma anche e soprattutto dall'immobilità degli enti pubblici nazionali e territoriali. Le leggi nazionali e le normative comunitarie imponevano ai loro rappresentanti una serie di prescrizioni, a tutela della salute e dell'ambiente, di fatto mai adottate".
Un unicum nel panorama giurisprudenziale nazionale. Un inedito percorso iniziato lo scorso 19 gennaio, data in cui è stato notificato l'atto di citazione al Tribunale Civile di Caltanissetta, contenente oltre duemila documenti allegati. Secondo l'impostazione difensiva "questi enti hanno ignorato i dati acquisiti dal patrimonio tecnico-scientifico, non intervenendo pur avendo facoltà di gestire poteri straordinari nell'ipotesi di eventi eccezionali".

Una relazione tecnica, depositata nel gennaio 2015 dal chimico gelese Fabrizio Nardo, ha infatti confermato "la sussistenza di un nesso tra le diverse patologie che hanno colpito i lavoratori dell'impianto clorosoda-dicloroetano, l'ormai noto impianto killer, e le sostanze tossiche e cancerogene presenti nei luoghi di lavoro".

"Solo con la divulgazione di questi dati per la prima volta i gelesi hanno avuto piena conoscenza dell'effettivo stato di contaminazione del territorio", argomenta Maganuco. "Così hanno scoperto che nascere qui comporta un maggior rischio di ammalarsi di tumori. Hanno preso coscienza che procreare a Gela e trascorrere qui i nove mesi della gestazione, potrebbe causare la nascita di un bimbo affetto da malformazioni. 
Chi doveva vigilare non lo ha fatto".

17 dicembre 2014

1) TIRRENO POWER,RINVIATO IL VERTICE ROMANO 2) UNITI PER LA SALUTE : LETTERA AL SOTTOSEGRETARIO GRAZIANO DELRIO

Leggiamo su IVG 

Tratto da RSVN

Tirreno Power, saltato il vertice con Delrio

Incontro rinviato per la seconda volta

Vado Ligure. Non ci sarà alcun vertice giovedì a Roma con Delrio. Saltato per la seconda volta nel giro di una settimana. La prima volta era stato convocato per l'11 settembre. Ora anche quello di domani é stato annullato ma ancora non é dato sapere quando sarà convocato.
 Con ogni probabilità dopo le feste......

_______________________


2 ) UNITI PER LA SALUTE 
 Associazione di Volontariato ONLUS
Lettera al Sottosegretario Delrio


Preg.mo Sig.re
Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri
Dott. Graziano Delrio
Oggetto “Tavolo Tirreno Power”
Anche in rappresentanza della Rete Savonese Fermiamo il Carbone si fa presente quanto segue:
si è venuti a conoscenza dagli organi di informazione del "Tavolo" in oggetto  già previsto per l’11 dicembre 2014 alle h 17.00 presso la Sala Verde al terzo piano di Palazzo Chigi e poi rinviato prima al 12 e successivamente al 18 dicembre 2014  per cui risultano essere state convocate dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Delrio delegazioni di Organizzazioni Sindacali, rappresentanti di Ministeri, Regione Liguria, Provincia di Savona e sindaci di Vado e Quiliano.
Da quanto appreso dagli organi di stampa detto “Tavolo” sarebbe stato indetto per mettere “sotto esame una possibile correzione all’ Aia per la centrale di Vado che l’azienda ritiene troppo restrittiva soprattutto per quanto riguarda l’accensione degli impianti a gas e i tempi stretti per la realizzazione della copertura del carbonile.” E per “ trovare un'intesa per far ripartire l'azienda dopo la concessione dell'Aia. Tirreno Power ha già fatto sapere che è impossibilitata ad impiegare il gas per far ripartire i gruppi a carbone sequestrati a marzo e al tempo stesso chiede correzioni anche sulle tempistiche per la copertura del parco carbonile” “... è convocato a Roma, alla presidenza del Consiglio, un incontro con tutti i soggetti coinvolti nella vicenda. A presiedere il tavolo sarà il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Graziano Delrio. Sarà questa la sede per capire se l'Aia verrà riconfermata tale e quale oppure se si potrà aprire un confronto sui tempi di applicazione”
Sulle motivazioni di detta convocazione i media hanno poi riportato  le dichiarazioni del presidente della Regione Liguria "Ci eravamo rivolti alla presidenza del Consiglio perché secondo noi si tratta di un tema nazionale che riguarda la necessità di criteri omogenei per le emissioni delle centrali in tutta Italia".
Ora, tali motivazioni della riunione appaiono francamente anomale rispetto a quanto previsto dalla normativa europea e nazionale per il rilascio dell’Autorizzazione integrata ambientale - AIA, che non ci pare contemplare un ruolo del Consiglio dei ministri per la "correzione" dei contenuti dell'autorizzazione definiti dai competenti organismi tecnico-scientifici, allo scopo di venire incontro alle esigenze dichiarate dal richiedente l'autorizzazione stessa.
Nel merito della vicenda ci sia consentito rammentare che l’Autorità Giudiziaria (il GIP presso il Tribunale di Savona) nel marzo scorso ha emesso un provvedimento di sequestro preventivo, tuttora vigente, delle due sezioni a carbone di questa centrale ritenendo configurato il delitto di cui all’art. 434, comma 2, c.p., ossia il disastro consumato, a fronte di una situazione di gravissimo danno ambientale e sanitario.
Gli esiti davvero drammatici, sul piano ambientale e ancor più su quello della salute pubblica, delle ricerche condotte dai consulenti tecnici incaricati dalla Procura di Savona (ad oggi non smentite da alcuno, malgrado alcuni scomposti attacchi sulla stampa) sono evidentemente conseguenti alla collocazione della centrale Tirreno Power in piena area urbana densamente popolata: un rapido sguardo alle fotografie pubblicate sul sito web dello scrivente Comitato rende evidenza di questa ubicazione assolutamente fuori da ogni logica.
                                  
Di qui l'assoluta necessità in sede di AIA di tener conto della situazione ambientale e sanitaria locale, considerando le assolute specificità del territorio in cui l’impianto è inserito.
Per i motivi suesposti, come Associazioni che da tempo svolgono un ruolo riconosciuto di rappresentanza degli interessi di tutela ambientale e sanitaria della popolazione residente, chiediamo quindi di essere convocati dalla S.V. per poter presentare convenientemente la situazione e le esigenze dei cittadini residenti in questo territorio.
Fiduciosi in un tempestivo e positivo riscontro, porgiamo i migliori saluti.

 Uniti per la Salute Onlus


28 novembre 2012

STOP AL CARBONE! DA SALINE JONICHE FINO A DOHA


Comunicato Stampa
STOP AL CARBONE! DA SALINE JONICHE FINO A DOHA

Presentato oggi da Greenpeace, Legambiente, LIPU e WWF Italia il ricorso contro la costruzione della centrale a carbone di Saline Joniche, autorizzata dalla presidenza del Consiglio dei Ministri
In Italia si fermino le lobby del carbone, a partire da Saline Joniche fino Porto Tolle e Vado Ligure, e si elimini la quota del 13% di carbone dalla Strategia Energetica Nazionale

“Lo stop al carbone in Italia cominci da Saline Joniche
insieme con l’assunzione di una seria politica ‘taglia-emissioni’ in grado di rispondere all’emergenza climatica, al centro del dibattito della COP18, il vertice internazionale sul Clima in corso a Doha, in Qatar, fino al 7 dicembre”. È questo il messaggio che Greenpeace, Legambiente, LIPU e WWF hanno lanciato oggi durante la conferenza stampa di presentazione del ricorso che si oppone alla decisione della Presidenza del Consiglio dei Ministri (DPCM) di autorizzare la costruzione di una nuova centrale a carbone presso Saline Joniche (RC) da parte del consorzio S.E.I., capeggiato dalla società svizzera Repower. Alla conferenza stampa hanno partecipato anche Slow Food Italia e un portavoce della rete grigionese contro il carbone.
“Fermare la costruzione della centrale a carbone di Saline Joniche, in Calabria – dichiarano le associazioni ambientaliste in una nota congiunta - è un primo passo, fondamentale per bloccare l’avanzata lungo tutto lo stivale delle lobby del carbone e di una politica energetica vecchia, inutile e dannosa per il clima e la salute ma che tuttora persiste, con una quota di circa il 13% , nella Strategia Energetica Nazionale in fase di pubblica consultazione”.

IL RICORSO. L’autorizzazione alla costruzione di questa centrale è stata concessa dal decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) calpestando, con una evidente forzatura, la volontà istituzionale e sociale dei territori interessati, e a dispetto di svariate controindicazioni. Prima tra queste l’aver bypassato il Piano Energetico della Regione Calabria (che a sua volta ha presentato un ricorso motivato) che vieta espressamente la costruzione  di centrali a carbone sul proprio territorio e punta decisamente sul mix fatto di rinnovabili ed efficienza energetica. E' questa la scelta ritenuta a giusta ragione in grado di preservare e valorizzare anche le potenzialità e le eccellenze ambientali, naturalistiche e culturali dell’area interessata, dalla  valenza turistica alle fiorenti piantagioni di bergamotto, testimonial di biodiversità e risorsa economica,  apprezzato in tutto il mondo. In questo senso, l’autorizzazione accordata dal DPCM suona come un’arrogante e coloniale  ingerenza nei confronti di una regione che con coerenza e lungimiranza, prima di altre e prima del Governo nazionale, vede nella sostenibilità e nell’economia a basse emissioni di CO2 un motore per il proprio sviluppo a medio-lungo termine, e vanifica anche i progetti concreti che si stanno indirizzando in questa  nuova direzione.
La stessa Repower ha recentemente ammesso che non costruirebbe mai una centrale come quella di Saline Joniche in Svizzera. Dovrebbero però spiegare perché la stessa centrale, che a pieno regime emetterebbe ben 7,5 milioni di tonnellate di CO2 l’anno (per non parlare delle altre sostanze pericolose per la salute umana), dovrebbe essere tollerata dai calabresi. . 
E' una domanda che anche nel Canton dei Grigioni, pongono movimenti, partiti e associazioni che condannano nettamente l’investimento di Repower in Calabria e chiedono, anche attraverso un referendum e la proposta di un “premio-vergogna”, di rivedere tale decisione. Tra l’altro il progetto fa riferimento ad una tecnologia, quella della cattura e confinamento geologico della CO2, allo stato attuale e nel futuro più prossimo, impraticabile, in quanto ancora in via di sperimentazione, non matura e  insostenibile economicamente, comunque non applicabile in zone sismiche come Saline Ioniche.
Va anche considerato che, se costruita, la centrale a carbone di Saline Joniche stravolgerebbe l’ecosistema marino e terrestre dell’Area Grecanica e della Costa Viola, minaccerebbe ben 18 aree vincolate (secondo il Ministero dei Beni Culturali), di cui ben 5 Siti di Importanza Comunitaria, in pieno contrasto con la direttiva europea Habitat. Basterebbe considerare il trasporto dell’elettricità prodotta attraverso un elettrodotto ritenuto fortemente impattante sul paesaggio reggino dallo stesso Ministero dei Beni Culturali.
Non ultimo, minaccerebbe gravemente la salute delle popolazioni locali: una stima dei danni basata sulla metodologia della European Environmental Agency (EEA) mostra come la centrale a pieno regime causerebbe in un anno 44 morti premature, 101 milioni di ¤ di costi sanitari, 500.000 ¤ di danni all’agricoltura a ben 250 milioni di ¤ causati dalle ingenti emissioni di CO2.
Infine, come se questo non bastasse, ci si chiede a cosa serva la costruzione di una nuova centrale, visto che a fronte di una richiesta energetica storica massima di 56.822 MW (avvenuta nel 2007), l’Italia già dispone di una potenza installata che supera i 118.443 MW, una sovraccapacità produttiva che costringe gli impianti a funzionare a scartamento ridotto con gravi conseguenze economiche per il Paese e per le stesse bollate dei cittadini. Un dato è certo: la centrale non serve certo ai calabresi, né tantomeno per assicurare la sicurezza energetica del nostro Paese; garantisce solo forti utili all’azienda e solo maggiori costi  per la collettività.

IL CARBONE IN ITALIA. Ci si chiede, in questi giorni in cui è in fase di pubblica consultazione la Strategia Energetica Nazionale (SEN), quale sia il modello di sviluppo energetico che l’Italia vuole perseguire. Quello vecchio, pericoloso e senza futuro del carbone o quello lungimirante e sostenibile fatto di un mix equilibrato di rinnovabili, efficienza e risparmio energetico? Stando ai fatti, sembrerebbe il primo; oggi in Italia il 12,9% dell’energia elettrica è prodotto da carbone, che causa però oltre il 30% delle emissioni totali di CO2. Queste percentuali potrebbero aumentare se tutti i progetti in fase di autorizzazione andranno a buon fine. Saline Joniche è solo una parte del “fronte del carbone”. Altri punti caldi sono Porto Tolle (progetto di riconversione da olio combustibile in pieno Parco Delta del Po), Vado Ligure (progetto di ampliamento della centrale a carbone esistente, a dispetto di evidenze di pesante inquinamento dell’ecosistema locale con impatti sanitari devastanti), Sulcis (è recente la notizia dell’apertura di una procedura di infrazione contro l’Italia per aiuti di stato a Carbosulcis, a testimonianza dell’insostenibilità anche economica dell’impresa).
Greenpeace, Legambiente, LIPU e WWF chiedono espressamente che dalla SEN venga eliminata la quota di carbone prevista e dirottata in favore di fonti di energia pulita e più efficienti.

OLTRE L’ITALIA: L’EMERGENZA CLIMATICA SUL TAVOLO DI DOHA. L’emergenza climatica, che abbiamo visto di recente in azione sia in Italia con la nuova ondata di alluvioni che nel resto del mondo con eventi disastrosi come l’uragano Sandy, è in questi giorni al centro della COP 18, la Conferenza ONU sui Cambiamenti Climatici, iniziata ieri a Doha e in corso fino al prossimo 7 dicembre. E’ pertanto fondamentale per l’interesse stesso della sopravvivenza umana, oltre che per la salvaguardia ambientale, che dal tavolo di Doha emergano impegni vincolanti per gli Stati con delle scadenze ben precise sull’adozione di tutte le misure e gli strumenti necessari alla riduzione delle emissioni inquinanti. Più precisamente, tra i temi esaminati nel vertice di Doha ci sono: il secondo periodo di impegni del Protocollo di Kyoto, per i Paesi industrializzati,, trasformando le indicazioni dei Governi in veri e propri target di riduzione. Un impegno a cui non possono sottrarsi i Paesi in Via di Sviluppo, considerando però che ciò avvenga attraverso una distribuzione equa degli sforzi tra Paesi sviluppati, responsabili per primi della concentrazione attuale dei gas serra in atmosfera e quindi riscaldamento globale, e Paesi in Via di Sviluppo che devono coniugare il diritto al benessere e allo sviluppo con la necessità di limitare e ridurre i gas serra e l’aumento medio della temperatura globale.
Altro scoglio è quello della finanza, laddove è necessario arrivare a nuove fonti di risorse, soprattutto per venire incontro ai paesi più vulnerabili e meno sviluppati. E altre risorse finanziarie saranno necessarie per limitare la deforestazione, causa di una grossa fetta di emissioni e distruttiva dei bacini essenziali per assorbire carbonio.
Roma, 27 novembre 2012

Gli Uffici Stampa

WWF Italia, Tel.: 06 84497 265/213; 02 83133233
Greenpeace, tel. 06 68136061
Legambiente, 06.86268376 - 53
LIPU, tel.: 0521.1910706