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22 aprile 2021

Digitalizzare il Paese salvaguardando la salute dei cittadini

 Tratto da greenreport

5G, Legambiente scrive a Draghi: no all’innalzamento dei limiti di esposizione

Digitalizzare il Paese salvaguardando la salute dei cittadini

[21 Aprile 2021]

Insieme a scienziati e ad altre associazioni, enti, comitati cittadini, Legambiente si è appellata al presidente del Consiglio dei ministri Mario Draghi, alla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati e al presidente della Camera dei deputati Roberto Fico illustrando in una lettera le ragioni dei sui timori e sottolinea che «La proposta di valutazione di innalzamento dei limiti di esposizione ai campi elettromagnetici proposta per il PNRR va respinta per motivi scientifici ed etici: ne è convinta Legambiente, preoccupata per la tutela della salute e dell’ambiente correlati al rischio emergente dell’inquinamento elettromagnetico, anche in relazione alle nuove tecnologie come il 5G per la telefonia mobile e all’Internet Of Things (IOT)».

La questione è stata illustrata in una conferenza stampa che ha visto intervenire Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, Fiorella Belpoggi, Istituto Ramazzini, Fausto Bersani, Federconsumatori (Rn) e ISDE Italia, Pietro Comba, Collegium Ramazzini, Livio Giuliani, dirigente di ricerca ex ISPELS, coordinati dalla responsabile Energia di Legambiente Katiuscia Eroe.

Nella lettera, Ciafani, scrive: «Non si comprende il parere favorevole alla valutazione di innalzamento dei limiti di esposizione all’inquinamento elettromagnetico in Italia per il PNRR Implementare nuovi tipi di radiofrequenze, come alcune di quelle utilizzate con il 5G, con un contemporaneo innalzamento dei limiti di protezione, non è necessario tecnicamente e quanto meno inopportuno, considerando i pericoli emersi da studi sperimentali ed epidemiologici sulle frequenze già in uso. Qualora tale proposta venisse accolta nella normativa nazionale, non potremmo che ravvisarvi motivate criticità sul piano sanitario».

Il 24 marzo la IX Commissione Permanente della Camera dei deputati ha, infatti, espresso parere favorevole sulla proposta di adeguamento dei limiti di immissione elettromagnetica a quelli proposti a livello europeo di 61 Volt/metro, che assumono come effetti avversi solo gli effetti termici, cioè il riscaldamento dei tessuti.

In Italia il limite massimo di esposizione al campo elettrico a radiofrequenza (CEMRF) è di 20 Volt/metro (40 V/m per le onde centimetriche) per esposizioni brevi od occasionali, mentre è di 6 Volt/metro il tetto di radiofrequenza (valore di attenzione) per il campo elettrico generato dalle radiofrequenze/microonde per esposizioni all’interno di edifici adibiti a permanenza non inferiore a quattro ore giornaliere (DM 381/ 98 e del DPCM8/7/2003).

Ciafani evidenzia che «Asserire che i limiti italiani sono inferiori solo di tre volte a quelli europei, quando lo sono di 100 volte in termini di densità di potenza, è riduttivo e fuorviante rispetto alla reale entità del cambiamento. L’Italia ha una normativa molto avanzata sotto il punto di vista della tutela della salute: sono gli altri paesi europei che devono allinearsi al nostro e non viceversa».

Secondo gli ambientalisti, «Il limite proposto di 61 Volt/metro non tiene conto delle numerose evidenze scientifiche in laboratorio che hanno ormai dimostrato la presenza di effetti biologici non termici anche molto gravi, fino a forme tumorali, anche in presenza di livelli di esposizione inferiori. Inoltre, va sottolineato che i livelli di riferimento di cui all’allegato III della Raccomandazione del Consiglio 1999/519/CE di 61 Volt/metro per gli effetti termici risultano 100 volte superiori a quelli italiani quando confrontati con i nostri valori di attenzione».

Legambiente e tutti i firmatari ritengono fondamentale: mantenere per i campi elettrici generati dalle radiofrequenze/microonde all’interno di edifici adibiti a permanenze non inferiori a quattro ore giornaliere, il valore di protezione di 6 Volt/metro; riportare la misurazione del campo elettrico o della densità di potenza dell’onda elettromagnetica per i controlli dei Comuni e delle ARPA a medie sui 6 minuti invece che nelle 24 ore, come prevedeva la norma tecnica CEI 211-7, modificata dal decreto legge del Governo Monti n. 179/2012; mantenere e favorire lo strumento del regolamento Comunale come forma di pianificazione territoriale e tutela sanitaria, in particolare per categorie particolarmente vulnerabili; finanziare ricerche indipendenti, epidemiologiche e sperimentali, sulle onde centimetriche del 5G a 26 GHz (non ancora studiate in maniera adeguata,) finalizzate ad approfondire i possibili impatti sulla salute.

22 novembre 2020

UNITI PER LA SALUTE ODV : LA SALUTE DEI CITTADINI E' LA NOSTRA PRIORITA'


                        LEGAMBIENTE
PER AFFRONTARE LA TRANSIZIONE ENERGETICA NEL NOSTRO PAESE NON SERVE ANCORA POTENZA A GAS 

                MEDICO ISDE GIOVANNI GHIRGA 
“IL GAS? EMETTE PARTICELLE ULTRAFINI, TREMENDO. IL GAS ERA L‘ALTERNATIVA 30 ANNI FA, NON OGGI .”

                         "LINEA CONDIVISA"



"Non possiamo permetterci una ulteriore servitù territoriale, che lascerà pesantissimi danni ambientali, economici e sociali."


                 UNITI PER LA SALUTE ODV

A proposito di centrali a turbogas, emissioni  e polveri:Una grande centrale da 800MW non è certo una cucina economica

........Si era ben consapevoli dei problemi legati alla presenza  tra le nostre case  di un impianto di combustione alimentato dal fossile  di così grande potenza. Per questo la decisione dell'azienda Tirreno Power di presentare una richiesta di raddoppio della potenza con un altro grande gruppo (così si apprende dai media) ci ha lasciato letteralmente stupefatti  come abbiamo ribadito nel nostro recente comunicato: “Diversi studi da tempo mettono in rilevo le problematiche delle emissioni da turbogas  di particolato primario e soprattutto secondario  peraltro già evidenziate tra gli altri dallo studio Armaroli e Po ...” e che  il progetto “a nostro avviso non tiene in alcun conto la situazione del territorio che, secondo le perizie disposte dalla Procura della Repubblica e lavori di autorevolissimi enti indipendenti e terzi come l’indagine epidemiologica condotta dal CNR, ha pagato e crediamo stia ancora pagando un alto prezzo ambientale e sanitario.

”Crediamo pertanto che il processo di riutilizzo delle aree di Vado Ligure debba procedere verso il futuro e non seguire percorsi ormai obsoleti che prevedono un’ulteriore e superata combustione di fossili, bensì orientarsi su strategie più moderne e portatrici anche di maggiore occupazione.

Chiediamo quindi a Comuni, Provincia e Regione di portare la discussione nelle rispettive aule consiliari.

20 novembre 2020

Legambiente: STOP ALLE FONTI FOSSILI

Tratto da Legambiente 
    FERMIAMO LA CORSA AL GAS

  •             
  • Il netto NO di Legambiente alle due nuove centrali a gas previste a Vado Ligure e Civitavecchia. Per affrontare la transizione energetica nel nostro Paese non serve nuova potenza a gas.

    È notizia di pochi giorni fa, quella che Tirreno Power ha presentato due istanze per l’avvio degli autorizzativi per la valutazione dei progetti di realizzazione di due nuovi impianti a gas fossile nei siti di Civitavecchia e Vado Ligure.

    È bene ribadirlo, per Legambiente, non esiste nessuna ragione tecnica, ambientale, di sicurezza, climatica, economica, di transizione che giustifichi in Italia la realizzazione di nuove centrali a gas, che ricordiamo essere una fonte fossile quindi anch’essa responsabile dell’emissione di gas climalteranti.

    Per affrontare la transizione energetica, infatti, nel nostro Paese non serve nuova potenza a gas, le centrali già presenti lavorano per un numero di ore l’anno totalmente inefficiente, circa 3.200 ore anno. Un numero che basterebbe portare a 4.000 per sopperire alla chiusura delle centrali a carbone e rispondere a tutte le esigenze di sicurezza e flessibilità della rete.

    Inaccettabile quindi la scusa che tutte queste nuove centrali – ricordiamo le 4 previste nei luoghi della transizione, più quella di Presenzano in Campania da parte di Edison – servano per affrontare la transizione. Impianti che non trovano ragioni tecniche e ambientali, ma neanche economiche visto che terranno in piedi solo grazie al nuovo sussidio del Capacity Market. Risorse che andrebbero investite in questi territori adottando soluzioni credibili e radicali per ridurre le emissioni di CO2, semplificando le procedure autorizzative e garantendo un ruolo sempre maggiore alle fonti rinnovabili e ai sistemi di accumulo che in altre parti del mondo sono la soluzione per rispondere a tutte le necessità di produzione e sicurezza della rete.

    È questo il messaggio che Legambiente ribadisce oggi al Governo, ma anche alle Regioni e ai Comuni che dovranno farsi carico di portare in questi territori soluzioni innovative e in grado di guardare al futuro, portando qualità e posti di lavoro. Un messaggio che l’associazione ambientalista ha lanciato oggi con un flash mob simbolico appendendo lo striscione “Stop alle fonti fossili” sulla rete situata in prossimità della centrale di

    “È insensato – spiega Stefano Ciafani, presidente di Legambiente – investire in una centrale a gas in una delle province ligure più avanti in tema di eolico, con quasi 41 MW realizzati e 19 parchi eolici e l’avvio di un nuovo progetto in località Rocche Bianche a Quiliano. Un percorso da valorizzare e replicare anche a Civitavecchia, dove come più volte ribadito, è necessario investire su eolico, fotovoltaico e accumulo invece che sulla riconversione a gas, e dove nuove centrali a fonti fossili appaiono quanto mai la peggiore delle risposte. Bisogna guardare al territorio pensando al futuro e stimolando le aziende ad investire in questi territori, come nel caso della Tuscania e il nuovo progetto eolico da 90 MW. Il nostro Paese ha tutto l’interesse ad evitare questa inutile e insensata corsa al gas, dal 2003 ad oggi, grazie al decreto sblocca centrali dell’allora governo Berlusconi, è stata realizzata una sovrabbondanza di centrali, 115 GW di potenza installata, quasi il doppio rispetto alla domanda massima sulla rete (58.219 MW nel luglio 2019, fonte Terna)”.

    Per questo Legambiente oggi torna nuovamente a ribadire che più che nuovi impianti, basterebbe aumentare le ore medie annue di esercizio delle centrali a gas esistenti passando da 3.261 a 4.000 ore medie annue. Uno scenario, comunque poco auspicabile, ma che dimostra l’inutilità di nuove centrali, e che andrebbe sostituito con forti e coraggiose politiche di diffusione delle fonti rinnovabili, su grande e piccola scala, con sistemi di accumuli in gradi di rispondere alle esigenze di flessibilità e sicurezza, di efficienza energetica per ridurre i fabbisogni e aiutare concretamente i cittadini a risparmiare in bolletta e di elettrificazione dei consumi termici, in modo da ridurre sempre di più i fabbisogni di gas. L’obiettivo è quello delle emissioni zero nette al 2040. E ogni nuova centrale non farà altro che allontanare questo Paese e i territori quanto obiettivo.


    10 novembre 2020

    LA DECARBONIZZAZIONE IN ITALIA NON PASSA PER IL GAS Basta difendere modelli energetici vecchi e inquinanti!

     Tratto da Legambiente

    LA DECARBONIZZAZIONE IN ITALIA NON PASSA PER IL GAS

    Basta difendere modelli energetici vecchi e inquinanti! Per l’uscita dal carbone non serve realizzare nuove centrali a gas. Sono sufficienti quelle che abbiamo. Ecco l’ultimo dossier di Legambiente. 

    “No alla riconversione a gas delle centrali a carbone. In Italia la decarbonizzazione non può passare dal gas come fonte di transizione in sostituzione del carbone, attraverso un “compromesso” che non farà bene né all’ambiente né alla salute del Pianeta. Bisogna adottare soluzioni credibili e radicali per ridurre le emissioni di CO2, semplificando le procedure autorizzative e garantendo un ruolo sempre maggiore alle fonti rinnovabili e ai sistemi di accumulo. Per far ciò occorre sostituire le vecchie e inquinanti centrali a carbone con impianti rinnovabili e non convertirle a gas”.

    Ecco il messaggio che Legambiente lancia al Governo con il suo nuovo dossier :
    La decarbonizzazione in Italia non passa per il gas

    Il dossier sfata alcuni falsi miti sul metano fossile quale fonte di transizione energetica, spiega perché l’Italia deve evitare questa inutile e insensata corsa al gas ricordando che nella Penisola sono già presenti un numero sufficiente di impianti a gas, realizzati dopo il blackout del settembre 2003 grazie al decreto sblocca centrali dell’allora governo Berlusconi...... 

    Negli ultimi due decenni le nuove centrali elettriche a metano costruite hanno prodotto una situazione di sovrabbondanza: oggi, infatti, il parco di generazione esistente ammonta a 115.000 MW di potenza installata, quasi il doppio rispetto alla domanda massima sulla rete (58.219 MW nel luglio 2019, fonte Terna). Per questo per Legambiente la strada da seguire è un’altra e si traduce in:

    “Stop al carbone, no alla realizzazione di nuovi impianti a gas, sì alle semplificazioni per rinnovabili e sistemi di accumulo”.  


    27 agosto 2020

    I l problema del Covid ci ha fatto dimenticare” l'importante guerra" contro il riscaldamento globale.

    Tratto da Legambiente Forli’ Cesena 

     Il problema del Covid ci ha fatto dimenticare l'importante  "guerra" che l'uomo ha necessità di vincere ad ogni costo. Quella contro il riscaldamento globale. 

    30 Giugno registrati 34 gradi nel limite settentrionale della Siberia, ben oltre il circolo polare artico, zona con una media climatica stagionale corretta di +4C°.  

    Ripetiamolo lentamente + Trentaquattro gradi, roba da Sicilia d'agosto a due passi dal polo Nord. 

    Ci si dovrebbe aprire i telegiornali per un mese.


    11 luglio 2019

    Legambiente chiede sospensione procedura autorizzativa della nuova centrale a turbogas di La Spezia

    Tratto da Citta'dellaSpezia 

    Legambiente chiede sospensione procedura autorizzativa della nuova centrale a turbogas

    La Spezia - Legambiente Liguria ed il circolo spezzino “Nuova Ecologia” ritengono imprescindibile interrompere il procedimento autorizzativo della nuova centrale a turbogas attualmente in corso presso il Ministero dell’Ambiente e auspicano che il Comune della Spezia faccia propria questa richiesta, dal momento che il Consiglio Comunale ha votato a maggioranza una mozione contraria alla nuova centrale.

    La richiesta di interruzione di Legambiente è stata ufficialmente inviata oggi nell’ambito delle osservazioni al procedimento di VIA al Ministero dell’Ambiente, dove è stato anche evidenziato un difetto di natura procedurale: “la nuova centrale a gas - spiega Stefano Sarti vicepresidente regionale - poiché di potenza superiore ai 300 Mw, deve essere direttamente sottoposta a Valutazione Ambientale Ordinaria e non di verifica di assoggettabilità. L’attuale procedura va quindi interrotta, e va attivato un tavolo di confronto con il Governo - a cui dovranno partecipare anche gli altri enti coinvolti, come il Comune di Arcola - per aprire quel confronto, sia a livello nazionale che locale, finora mancato”. L’attivazione della procedura di VIA ordinaria permetterebbe inoltre di dare attuazione alla “valutazione di impatto sanitario”, storica rivendicazione della comunità locale, che Legambiente ritiene essere un passaggio ineludibile. “Lo studio del danno sanitario prodotto dalla centrale a carbone in questi anni permetterebbe di acquisire un quadro sulle reali criticità sanitarie, necessario per qualsiasi discussione sul futuro uso delle aree attualmente occupate dalla centrale a carbone.”

    Tra l’altro Legambiente vorrebbe comprendere le reali necessità di centrali a gas per la gestione della transizione verso le rinnovabili, nonché le motivazioni in base alle quali si è individuato il sito spezzino per una delle 4 centrali previste in Italia. “Fino ad oggi, sul piano tecnico, si sono infatti ascoltate solo le tesi di Enel e di Terna - continua Sarti - serve un piano di localizzazione dei nuovi impianti necessari per la transizione alle rinnovabili, realizzato su rigorosi criteri di sostenibilità ambientale, che tenga quindi conto della specificità dei siti, e che non escluda alternative al turbogas. Una procedura di VIA ordinaria, secondo quanto prevede la normativa, garantirebbe anche questo genere di approfondimenti e di confronto su scenari diversi”.

    Legambiente, tramite le osservazioni, si chiede anche come mai sia stata pensata una centrale di tale potenza (850 Mw) che non corrisponde alle caratteristiche di un impianto “peaker” per il bilanciamento delle rete elettrica. “Il dubbio - sostiene l’associazione ambientalista - è che si pensi per la centrale spezzina ad una vera e propria funzione produttiva (confermato anche dal monte ore di funzionamento previsto, ben 5000 ore l’anno)”. Senza una approfondita analisi di tutti questi dati non ha senso per Legambiente attivare un confronto “centrale si - centrale no.


    11/07/2019 

    22 aprile 2019

    Stop sussidi alle fonti fossili. Legambiente: “In Italia spesi 18,8 miliardi di euro”

    Tratto da Teleambiente 

    Stop sussidi alle fonti fossili. Legambiente: “In Italia spesi 18,8 miliardi di euro”

    Fonti fossili. Il valore complessivo dei sussidi erogati in Italia a sostegno delle fonti fossili nel 2017 è stato di 18,8 miliardi di euro.  Lo rivela il dossier di Legambiente, “Stop sussidi alle fonti fossili” tra sussidi diretti e indiretti al consumo o alla produzione di idrocarburi.

    Tra sussidi diretti e indiretti al consumo o alla produzione di idrocarburi sono circa 18,8 i miliardi di euro che, secondo le stime di Legambiente, sono arrivati in un anno in Italia al settore delle fonti fossili. Le fonti inquinanti e responsabili dell’effetto serra continuano a beneficiare di ingenti sostegni, quando invece esistono tutte le condizioni per accorciare i tempi dell’uscita dalle fonti fossili e contenere l’innalzamento della temperatura del pianeta entro 1,5 gradi centigradi. Un cambio di rotta che sarebbe realizzabile soprattutto ora che le fonti rinnovabili sono pienamente competitive per tanti usi.
    Sussidi alle trivellazioni, Cip6 alle fonti assimilate, esenzioni per imprese energivore, finanziamenti pubblici, contributi a impianti e centrali, incentivi alla gassificazione da fossili, ma anche i mancati introiti per le casse dello Stato: è questo, tra finanziamenti diretti e indiretti, riduzioni di accise, esenzioni e deducibilità dall’imponibile, il “buco nero” dell’energia sporca, che oltre a farci andare nella direzione opposta a quella della lotta ai cambiamenti climatici, sottrae risorse che dovrebbero essere destinate alle rinnovabili e alla conversione ecologica del nostro Paese.
    L’associazione ambientalista pubblica il suo sesto dossier sui sussidi ai fossili: tutti i numeri tra finanziamenti diretti e indiretti, riduzioni di accise, esenzioni e deducibilità dall’imponibile. Secondo i dati del rapporto, al settore delle energie inquinanti sono arrivati in un anno circa 18 miliardi di euro.

    SCARICA IL RAPPORTO: Stop sussidi alle fonti fossili – Legambiente

    L’Agenzia internazionale dell’energia stima in almeno 300 miliardi di dollari il valore complessivo dei sussidi alle fonti fossili nel 2017, una cifra cresciuta di 30 milioni di dollari rispetto al 2016. Il 45% del totale è andato a sostegno del petrolio, quasi 137 miliardi di dollari; il 23% al gas, circa 57 miliardi di dollari; 2 miliardi di euro al carbone. Continua qui 

    10 dicembre 2018

    WWF Italia-Clima: stress test per la Ue sui sussidi alle centrali a carbone

    Tratto da La Stampa 

    Clima: stress test per la Ue sui sussidi alle centrali a carbone

    Maria Grazia Midulla responsabile Clima ed Energia del WWF Italia
    L’Europa deve riuscire a scrollarsi di dosso almeno il peggior combustibile fossile su piazza, vero killer per clima e salute, il carbone. Sarà un vero e proprio “stress test”, nei fatti, l’esito dei negoziati che si terranno domani tra Consiglio europeo, Parlamento e Commissione
    Mentre a Katowice la COP24 cerca di dare risposte alle crescenti preoccupazioni della popolazione mondiale per le conseguenze del cambiamento climatico, l’Europa deve riuscire a scrollarsi di dosso almeno il peggior combustibile fossile su piazza, vero killer per clima e salute, il carbone. Sarà un vero e proprio “stress test”, nei fatti, l’esito dei negoziati che si terranno domani tra Consiglio europeo, Parlamento e Commissione (il cosiddetto trilogo) per finalizzare la legislazione sul mercato dell’elettricità nella UE per il prossimo decennio. Alcuni governi, infatti, vorrebbero poter sussidiare le centrali a carbone attraverso i cosiddetti meccanismi di capacità, vale a dire la remunerazione delle centrali per garantirne la disponibilità a produrre energia elettrica.  
    Tra i governi fortemente coinvolti, c’è quello polacco, con 9,6 GW di nuove centrali a carbone pianificate o in costruzione: avete capito bene, è lo stesso governo che in questo momento ha la Presidenza, vale a dire la responsabilità, della COP24. Tra i Governi che dovrebbero far sentire la propria contrarietà, invece, c’è quello italiano, che però ci dicono attualmente sia silenzioso. WWF, Greenpeace e Legambiente si sono rivolti al Sottosegretario allo Sviluppo Economico, con delega all’Energia, Davide Crippa, per chiedere di prendere una posizione chiara e netta. “Consentire ai meccanismi di capacità di continuare a sovvenzionare le centrali a carbone sarebbe una chiara contraddizione degli impegni internazionali sul clima assunti dall’UE e comprometterebbe gravemente la posizione dell'UE alla COP24”, dicono le tre associazioni. E sarebbe in contraddizione anche con l’appartenenza dell’Italia all’Alleanza dei Paesi che vogliono archiviare il carbone, nonché con l’obiettivo dichiarato di chiudere con il carbone in Italia almeno entro il 2025, se non prima. 
    C’è da dire che, in Europa, i nuovi ministri dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico su molte questioni riguardanti il clima si sono alleati con i Paesi avanzati che vogliono accelerare l’azione climatica, e questo lo abbiamo apprezzato: a maggior ragione, quindi, occorre coerenza domani, quando si parlerà di carbone. Il senso dell’Emission Perfomance Standard, infatti, è quello di dettare un limite alle emissioni di CO2 delle centrali (550g per chilowattora) prevedendo criteri ambientali nella scelta delle centrali da remunerare/sussidiare. Il WWF, nelle proposte per il Piano Energia Clima, ha chiesto che lo stesso limite venga usato per mettere fuori produzione, alias far chiudere, le centrali inquinanti. Che addirittura tali centrali, inefficienti e nocive, vengano invece incluse nei meccanismi di capacità sarebbe davvero troppo, un insulto alla battaglia per il clima.  
    Tanto più che il senso della direttiva che rivede i meccanismi del mercato elettrico è quella di facilitare l'integrazione di quote sempre più elevate di energia rinnovabile e favorire la decarbonizzazione: e non c’è fonte fossile che emetta più carbonio del carbone. In Polonia, una delle scritte che campeggiano nelle sale dove si ritrovano i negoziatori ricorda l’esigenza di una “Transizione Giusta”. Ma transizione giusta non vuol dire affatto continuare a sovvenzionare i combustibili fossili, anzi il peggiore dei combustibili fossili; i soldi dei consumatori, invece, dovrebbero servire ad attenuare l’impatto sociale della decarbonizzazione, in altre parole a trovare un diverso impiego per chi lavora nei settori obsoleti, per riqualificarlo, per gli ammortizzatori sociali. Sicuramente usare le tariffe per finanziare i combustibili fossili, e addirittura anche il carbone, non è quello che i consumatori vogliono e si aspettano: e contare sul fatto che non lo sappiano non credo sarà una strada molto promettente per i Governi europei che invece dovrebbero puntare a recuperare credibilità e leadership. 

    08 febbraio 2018

    Ilva di Taranto , Legambiente presenta ricorso al TAR

    Tratto da Inchiostro Verde +

    Ilva, Legambiente presenta ricorso al TAR

    copertura parchi ilva
    L’inizio dei lavori per la copertura dei Parchi minerali dell’Ilva è un fatto importante, ma da solo non basta. Per Legambiente infatti rimane dirimente il nodo della valutazione sanitaria. Non è ammissibile attendere, in silenzio, una valutazione del danno sanitario che a posteriori confermi quello che già oggi sappiamo riguardo i rischi per la salute derivanti da una produzione superiore alle 6 milioni di tonnellate annue di acciaio, ottenute dal solo ciclo integrale.
     Lo dicono chiaramente i dati riportati nella Valutazione del Danno Sanitario effettuata da Arpa ed Ares Puglia e dalla ASL di Taranto, che nessuno fino ad oggi ha mai confutato. Questo uno degli elementi principali alla base della scelta dell’associazione di presentare il ricorso al TAR ad adiuvandum di Regione Puglia e Comune di Taranto.
    .....«Ci auguriamo – dichiarano Giorgio Zampetti, responsabile scientifico nazionale di Legambiente e Francesco Tarantini, presidente di Legambiente Puglia – che riparta una discussione vera, che coinvolga tutti i soggetti interessati e che si giunga a risultati che diano a cittadini e lavoratori la garanzia che i drammi del passato non si ripetano in futuro. Siamo consapevoli che il ricorso al Tar non sia la “madre di tutte le battaglie”, ma al tempo stesso rappresenta un atto “normale”, un diritto previsto dal nostro ordinamento, che abbiamo ritenuto di esercitare, intervenendo ad adiuvandum dei ricorsi presentati da Comune e Regione, come extrema ratio, viste le risposte che ancora oggi non sono pervenute, e per provare ad ampliare le garanzie e le tutele per l’ambiente e per la salute dei cittadini di Taranto e dei lavoratori dell’Ilva. Fiduciosi nella possibilità di accoglimento, anche parziale, delle nostre ragioni, continuiamo a chiedere che si giunga ad un accordo che sposti più in alto l’asticella delle tutele ...Leggi tutto 

    25 gennaio 2018

    News:Tirreno Power, ministero e ambientalisti ammessi come parti civili nel processo

    Tratto  da Il Secolo XIX

    Tirreno Power, ministero e ambientalisti ammessi come parti civili nel processo

    Vado Ligure - Ministero dell’Ambiente e sei associazioni ambientaliste (Greenpeace, Legambiente, Wwf, Anpana, Medicina Democratica e Uniti per la Salute) sono state ammesse dal giudice come parti civili nell’udienza preliminare in corso sul caso Tirreno Power, il presunto disastro ambientale e sanitario colposo che vede sotto accusa ventisette imputati tra cui i vertici dell’azienda. 
    «Oggi è un gran giorno - ha detto Giovanni Durante, portavoce della Rete Savonese Fermiamo il Carbone - è stata riconosciuta dal giudice la rilevanza del lavoro svolto in tutti questi anni. Abbiamo grande fiducia nel lavoro della magistratura, e questo è un passo importante nella strada della verifica di una verità giudiziaria». Per Medicina Democratica questa «è una prima vittoria». 
    Il pm ha chiesto il rinvio a giudizio di 26 persone tra cui i vertici dell’azienda.

    Continua a  leggere qui

    30 novembre 2017

    TRIBUNALE DI SAVONA :Il Ministero dell’Ambiente si è costituito parte civile contro Tirreno Power




    Tratto da IVG

    Tirreno Power, il Ministero dell’Ambiente si è costituito parte civile

    Per un difetto di notifica udienza rinviata a gennaio. 
    Savona. Dopo l’udienza interlocutoria del 26 ottobre scorso, questa mattina in Tribunale a Savona nuova udienza per la nota vicenda della centrale di Tirreno Power a Vado Ligure. La novità di oggi è che, oltre a sei associazioni ambientaliste (Greenpeace, Medicina Democratica, Legambiente, Uniti per la salute, Wwf e Anpana), anche il Ministero dell’Ambiente si è costituito parte civile nel procedimento per disastro ambientale e sanitario contro la centrale termoelettrica di Vado Ligure.

    Tuttavia, per un difetto di notifica, la discussione in aula è stata rimandata all’udienza del 25 gennaio (che era stata già calendarizzata), con il giudice che ha fissato anche una nuova udienza nel mese di aprile 2018. Quindi, si dovrà attendere la prossima primavera per conoscere l’esito dell’udienza preliminare e di conseguenza il verdetto sulle richieste di rinvio a giudizio.

    Tratto da Rsvn

    Anche il Ministero dell’Ambiente si è costituito parte civile contro Tirreno Power

    L'esito dell'udienza preliminare non sarà prima di aprile 2018
    Risultati immagini per tirreno power




    Vado Ligure. Il ministero all’Ambiente si è costituito parte civile nel procedimento per disastro ambientale contro la centrale di Tirreno Power. Congiuntamente al ministero ci sono anche sei associazioni ambientaliste: Greenpeace, Medicina Democratica, Legambiente, Uniti per la salute, Wwf e Anpana. Per conoscere l’esito dell’udienza preliminare si dovrà attendere aprile 2018.

    27 ottobre 2017

    Anche Greenpeace e WWF nel processo a Tirreno Power :sei associazioni si sono costituite parti civili

    Immagine tratta da La Stampa oggi in edicola

    Anche Greenpeace e Wwf nel 

    processo a Tirreno Power.

    Sei associazioni si sono costituite parti civili contro i vertici della centrale

    Sei associazioni ambientaliste, Greenpeace, Medicina Democratica, Legambiente, 
    Uniti per la Salute, Wwf e Anpana, hanno chiesto di costituirsi parte civile nel procedimento sulla centrale Tirreno 
    Power di Vado Ligure.
     La richiesta è stata formalizzata ieri mattina 
    nel corso dell’udienza preliminare celebrata 
    nell’aula magna del tribunale di Savona davanti 
    al giudice Francesco Meloni.

    Immagine tratta da Il Secolo XIX oggi in edicola
    AL VIA L' UDIENZA PER DISASTRO AMBIENTALE E SANITARIO COLPOSO
    Centrale ,sei associazioni chiedono i danni
    Ventisei richieste di rinvio a giudizio da parte della Procura .Prime decisioni il 30 novembre

    09 settembre 2017

    WWF, Greenpeace e Legambiente :Chiusura delle centrali a carbone: continua la petizione #migliaiadivite


    Tratto da Inchiostro verde

    Chiusura delle centrali a carbone: continua la petizione #migliaiadivite


    petizione carbone
    In questi giorni si decide il futuro energetico dell’Italia attraverso la Strategia Energetica Nazionale, la cui fase di consultazione è stata prorogata fino al 12 settembre. In migliaia hanno già aderito alla petizione per chiedere un impegno concreto al Governo, capifila WWF, Greenpeace e Legambiente www.stopcarbone2025.org
    Già migliaia le adesioni, ma le associazioni (WWF Italia, Greenpeace e Legambiente in testa) puntano alto e rinnovano l’invito ad aderire alla petizione#MIGLIAIADIVITE, per chiedere a gran voce al Governo italiano una chiusura definitiva di tutte le centrali a carbone entro il 2025. 
    In questi giorni, infatti, sta terminando la consultazione sulla proposta di Strategia Energetica Nazionale (SEN) proposta dal Ministero dello Sviluppo Economico e dal Ministero dell’Ambiente. Successivamente dovrebbe essere elaborato e pubblicato il testo definitivo.
    È quindi importante che i cittadini italiani facciano sentire ora la propria voce. Con la SEN, l’Italia ha l’occasione di decidere di uscire dal carbone, salvando così migliaia di vite e cambiando le sorti del futuro energetico del nostro Paese. In Italia, le 12 centrali a carbone esistenti nel 2013 causavano circa 10 morti premature a settimana e costavano agli italiani ogni anno 1,4 miliardi di euro di spese sanitarie. Oggi, di quelle 12 centrali ne restano operative 8, tra cui le più grandi e inquinanti; gli impatti sono appena ridotti.
    Il carbone, infatti, è tra i combustibili fossili quello che, se bruciato, emette più CO2 ed è quindi tra i principali responsabili del cambiamento climatico, le cui devastanti conseguenze toccano la vita di noi tutti. Negli ultimi 6 anni in Italia sono state circa 145 le vittime dei disastri provocati da eventi meteo estremi; in assenza di azioni di adattamento, le morti causate dal calore potrebbero entro il 2100 toccare i 200 mila casi all’anno nella sola Europa, mentre i costi delle alluvioni fluviali potrebbero superare i 10 miliardi di euro all’anno. A livello globale, si parla di 2 miliardi di potenziali “rifugiati” climatici nel 2100.
    Nella bozza di strategia nazionale presentata a metà giugno, per la prima volta si prende in esame l’uscita dal carbone come fonte di energia elettrica, ma purtroppo il Governo non è riuscito ad assumere una posizione netta e ambiziosa a favore di una data certa e possibile: per i promotori della petizione, il carbone in Italia deve chiudere entro il 2025.......
    Posporre questo passo di 5 anni, far sopravvivere il carbone fino al 2030, costerebbe invece migliaia di vita umane e comporterebbe costi sanitari maggiori dei 2,7, miliardi preventivati per l’abbandono di quel combustibile al 2025. Per non parlare dei costi altissimi per il clima, delle migliaia di ettari di terreni agricoli avvelenati. Uscire dal carbone è l’occasione per creare nuovi posti di lavoro con una vera e giusta transizione verso le energie rinnovabili e l’efficienza energetica. Oggi abbiamo a disposizione tutte le tecnologie e conoscenze per guardare a un futuro 100% rinnovabile.
    Al Governo preoccupano forse i costi degli indennizzi alle grandi aziende. I promotori della petizione, invece, sono preoccupati per i costi in termini di vite e di emissioni dannose per il clima che l’Italia dovrebbe continuare a pagare per una pericolosa mancanza di coraggio. Audacia e leadership, fieramente esibite durante i G7 e il Summit di Taormina, che il nostro esecutivo deve saper dimostrare non solo sul palcoscenico internazionale ma anche a casa nostra. (Comunicato)

    13 luglio 2017

    WWf, Greenpeace e Legambiente:AL VIA LA PETIZIONE #MIGLIAIADIVITE PER CHIUDERE TUTTE LE CENTRALI A CARBONE ENTRO IL 2025

    Immagini tratte da http://www.stopcarbone2025.org/

    Tratto da canalenergia 

    AL VIA LA PETIZIONE #MIGLIAIADIVITE PER CHIUDERE TUTTE LE CENTRALI A CARBONE ENTRO IL 2025

        FIRMA SU #MIGLIAIADIVITE
    La chiusura definitiva di tutte le centrali a carbone entro il 2025. E’ la richiesta fatta al Governo italiano, al centro della petizione #MIGLIAIADIVITE di cui sono capifila WWF Italia, Greenpeace Italia e Legambiente. 

    LA PETIZIONE E LA DEFINIZIONE DELLA SEN

    La petizione arriva in un momento chiave per il comparto energetico del nostro Paese, legato alla definizione della Strategia Energia Nazionale (in consultazione fino al 31 agosto). In questo senso“è importante che i cittadini italiani facciano sentire la propria voce”,  sottolinea una nota dei promotori dell’iniziativa.

    GLI SCENARI DELLA SEN 

    Nel documento per la prima volta si prende in considerazione l’uscita dal carbone come fonte di energia elettrica, “ma purtroppo il Governo non è riuscito ad assumere una posizione netta e ambiziosa a favore di una data certa e possibile: per i promotori della petizione, il carbone in Italia deve chiudere entro il 2025”, sottolineano WWf, Greenpeace e Legambiente. 
    "La proposta di strategia - si legge ancora nella nota -  prevede: uno scenario base, con il mantenimento di 4 centrali su 10, tra cui la centrale di Brindisi, la più inquinante d’Italia; uno intermedio, con la chiusura anche di Brindisi, e uno più avanzato, che prevede la chiusura di tutte le centrali entro il 2030, e non al 2025, come necessario. Il Governo, però, cerca in qualche modo di disincentivare questo ultimo scenario paventando alti costi e frapponendo ostacoli”
    Tuttavia spostare la data dal 2025 al 2030, per i promotori della petizione, metterebbe in pericolo migliaia di vite umane. “Posporre questo passo di 5 anni, far sopravvivere il carbone fino al 2030 - sottolinea la nota - costerebbe invece migliaia di vita umane e comporterebbe costi sanitari maggiori dei 2,7, miliardi preventivati per l’abbandono di quel combustibile al 2025. Per non parlare dei costi altissimi per il clima, delle migliaia di ettari di terreni agricoli avvelenati”.
     L’impatto negativo dell’uso del carbone
     sul clima 
    Il carbone è il combustibile fossile che, quando viene bruciato, impatta in maniera più consistente sul cambiamento climatico a causa delle elevate quantità di CO2 prodotte. Negli ultimi 6 anni in Italia sono state circa 3600 le vittime dei disastri provocati da eventi meteo estremi, e a livello globale si parla di 2 miliardi di potenziali “rifugiati” climatici nel 2100.