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23 luglio 2025

Storica vittoria per il clima, le Sezioni Unite della Cassazione danno ragione a Greenpeace Italia, ReCommon e dodici cittadini contro ENI.


Tratto da
Recommon

Storica vittoria per il clima, le Sezioni Unite della Cassazione danno ragione a Greenpeace Italia, ReCommon e dodici cittadini contro ENI: «Da oggi in Italia è finalmente possibile ottenere giustizia climatica»

ROMA, 22.07.25 – Con una fondamentale decisione pubblicata nel pomeriggio di ieri, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, riunitesi lo scorso 18 febbraio, hanno dato ragione a Greenpeace Italia, ReCommon e 12 cittadine e cittadini che nei mesi scorsi avevano fatto ricorso alla Suprema Corte, chiedendo se in Italia fosse possibile o meno avere giustizia climatica.

«Questa sentenza storica dice chiaramente che anche in Italia si può avere giustizia climatica», commentano Greenpeace Italia e ReCommon. «Nessuno, nemmeno un colosso come ENI, può più sottrarsi alle proprie responsabilità. I giudici potranno finalmente esaminare il merito della nostra causa: chi inquina e contribuisce alla crisi climatica deve rispondere delle proprie azioni».

L’importantissimo verdetto avrà infatti impatto su tutte le cause climatiche in corso o future in Italia, rafforzando la protezione dei diritti umani legati alla crisi climatica, già riconosciuti dalla Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU). Non solo potrà essere decisa nel merito la causa contro ENI, Cassa Depositi e Prestiti S.p.A. (CDP) e Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), avviata da Greenpeace Italia, ReCommon e 12 cittadine e cittadini davanti al Tribunale di Roma perché sia imposto alla società di rispettare l’Accordo di Parigi, ma la decisione indica la strada per tutte le future azioni giudiziarie nel nostro Paese. Questa pronuncia si inserisce nel quadro delle più importanti decisioni giudiziarie europee ed internazionali di climate change litigation.

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25 giugno 2023

TUTELA AMBIENTE E DIRITTO ALLA SALUTE NON SONO NEGOZIABILI

 Tratto da  WWF

RIGASSIFICATORE PIOMBINO, WWF E 

GREENPEACE PER IL NO

due
associazioni decise: "No a rendere l’Italia ancora più dipendente dalle fonti fonti fossili 

TUTELA AMBIENTE E DIRITTO ALLA SALUTE NON SONO NEGOZIABILI

In merito alla realizzazione del rigassificatore nel Porto di Piombino WWF e Greenpeace hanno in più occasioni espresso, da un lato, una profonda e motivata preoccupazione per gli impatti su ambiente e salute umana, dall’altro, la ferma contrarietà alla scelta di continuare a rendere l’Italia ancora più dipendente dalle fonti fossili.
La transizione ecologica non è più rinviabile perché o viene attuata ora o sarà troppo tardi. Realizzare nuove infrastrutture per le fonti fossili è un errore sul piano strategico perché contrasta in modo netto con il percorso di decarbonizzazione, e rappresenta inoltre un errore anche sul piano procedurale perché il ricorso ad una procedura iper-semplificata con annessa gestione commissariale per un simile impianto non trova giustificazione visti i potenziali impatti e la pericolosità della collocazione prevista.
“Dopo aver esaminato con i nostri esperti la copiosa documentazione tecnica depositata agli atti del processo amministrativo, i nostri timori per l’impatto che l’opera avrà sulla salute umana e sull’ambiente ci sembrano ulteriormente fondati” – dichiarano il Presidente del WWF Italia, Luciano Di Tizio, e il Presidente di Greenpeace Italia, Ivan Novelli. “In primis è mancata la valutazione dei rischi per l’ambiente (ad iniziare dalla VIA) e per le persone, soprattutto di un’intera fase della vita dell’opera, quella off-shore, il che è certamente preoccupante. Scarsissima attenzione è stata prestata inoltre allo studio delle emissioni e degli inquinanti, che pure avrebbero meritato maggiori approfondimenti istruttori, come peraltro sottolineato dallo stesso Istituto Superiore di Sanità e dall’ISPRA. Riteniamo che la protezione dell’ambiente e della salute umana non possano mai assumere un valore recessivo né negoziabile rispetto all’emergenza. Da qui, il nostro intervento ad adiuvandum nel ricorso presentato dal Comune di Piombino: intervento che in questi giorni è stato predisposto e notificato su nostro mandato dallo Studio legale dell’Avv. Andrea Filippini”.

WWF e Greenpeace non si sono mai sottratti al dibattito con gli organi chiamati a compiere queste scelte strategiche intervenendo anche in fase di Valutazione di Incidenza Ambientale. Ma sicuramente la scelta del commissariamento non ha aiutato il confronto finendo anzi per arrivare ad imporre la scelta del rigassificatore nonostante la forte contrarietà del territorio dimostrata dal ricorso del Comune di Piombino e dalle numerose manifestazioni ed eventi organizzati dai cittadini…...

13 luglio 2021

 Tratto da greenpeace

Crisi climatica e inquinamento da plastica: le due facce dei combustibili fossili.             

Nei giorni scorsi, navigando in Adriatico con la nostra spedizione “Difendiamo il Mare”, ci siamo imbattuti in numerosi rifiuti galleggianti o abbandonati sulle spiagge: guanti monouso, involucri, imballaggi, bottiglie. Ma anche attrezzi da pesca, come le cassette in polistirolo usate per conservare il pescato, o le famigerate reti tubolari in cui vengono allevate le cozze che finiscono sulle nostre tavole. Una vasta gamma di oggetti che rende bene l’idea di quanto la plastica trovi impiego in numerose applicazioni.

Tutti questi manufatti in plastica derivano dalla trasformazione di gas fossile e petrolio, il cui sfruttamento è tra le principali cause dell’emergenza climatica in corso. Inquinamento da plastica e crisi climatica sono quindi due facce della stessa medaglia, entrambe riconducibili a un’economia basata sullo sfruttamento delle fonti fossili.

Con l’elettrificazione dei trasporti e il crescente ricorso alle rinnovabili per altri settori industriali, sarebbe lecito aspettarsi una rapida riduzione dei consumi di petrolio e gas. Peccato che questo tanto atteso declino, fondamentale per mitigare la crisi climatica, potrebbe essere vanificato dalla produzione di plastica, destinata a triplicare entro il 2050. Se le previsioni saranno rispettate, la plastica fornirà l’ancora di salvezza per aziende come Shell, Exxon, BP, ENI, Ineos che potranno perseverare nel loro business inquinante basato sui combustibili fossili.

Alcune stime indicano che la crescita della domanda di petrolio da parte del settore petrolchimico, laddove i combustibili fossili vengono trasformati in plastica e altri materiali, sarà trainata per una quota che va dal 45 al 95 per cento proprio dalla crescente richiesta di plastica, finendo così per aggravare la crisi climatica.

È oramai evidente a tutti che i rifiuti in plastica inquinano il mare. Ma pochi sanno che la raffinazione di gas e petrolio ha conseguenze altrettanto devastanti per l’ambiente. Una situazione purtroppo ben nota alle persone che vivono a Brindisi, ultima tappa del nostro tour “Difendiamo il mare”, nonché la città che ospita uno dei principali poli petrolchimici dove si produce plastica nel nostro Paese.

Da anni cittadine e cittadini di Brindisi assistono impotenti alle frequenti sfiammate delle torce a cui sono associate le emissioni di pericolosi gas inquinanti. Il benzene, ad esempio, una sostanza cancerogena per l’essere umano, ha più volte raggiunto livelli preoccupanti nell’aria. Proprio per tutelare la cittadinanza da questo inquinante, nella primavera del 2020 il sindaco della città aveva imposto uno stop alle attività del petrolchimico. Livelli elevati di inquinamento sono stati registrati da ARPA Puglia anche nei mesi successivi. Una situazione che è sfociata in un contrasto tra l’amministrazione cittadina e il Ministero della Transizione Ecologica durante il processo di rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) conclusosi nei mesi scorsi. Il sindaco chiedeva l’istallazione di una rete di centraline per misurare la presenza di inquinanti nell’area limitrofa al petrolchimico. Ma il Ministero della Transizione Ecologica non l’ha accolta, inducendo il primo cittadino della città pugliese a presentare un ricorso al TAR per far valere le sue istanze e proteggere la collettività.

Questo non è l’unico caso in cui la tutela della salute e dell’ambiente si scontrano con gli interessi industriali. Uno scenario che non vorremmo più vedere né in Italia né in altre parti del mondo, in cui comunità già gravate da decenni di inquinamento sono sottoposte al ricatto tra salute, ambiente e lavoro. Se vogliamo una vera transizione ecologica bisogna avere il coraggio di abbandonare le produzioni inquinanti e decarbonizzare la nostra economia,lasciandoci alle spalle sia l’uso di petrolio e gas fossile, sia i prodotti derivati, a partire dalla plastica monouso.

09 aprile 2021

Col sostegno al carbone cambiamento climatico assicurato

Tratto da Recommon

Re:Common e Greenpeace: «Col sostegno al carbone cambiamento climatico assicurato»

«Generali continua a essere uno degli attori chiave nel sostenere il settore europeo del carbone, in particolare in quei Paesi che dipendono ancora fortemente dal più inquinante dei combustibili fossili: Polonia, Repubblica Ceca e anche Germania. Un sostegno che ostacola la transizione di questi Stati verso un’economia più giusta e basata sulle energie rinnovabili»: così si legge nell'intervento di Greenpeace che annuncia, insieme a Re:Common, l'analisi approfondita «dell'ostinato supporto del Leone di Trieste al business del carbone e il suo legame con le aziende più inquinanti d’Europa nel nuovo rapporto “Cambiamento climatico assicurato” che pubblichiamo a poche settimane dall’Assemblea degli azionisti di Assicurazioni Generali, prevista per il 29 aprile».

Gli investimenti di Generali nel carbone
«Il ruolo delle compagnie assicurative nei progetti fossili è decisivo: miniere, centrali, oleodotti e gasdotti non potrebbero operare senza copertura assicurativa. E Generali in questo non fa eccezione, se pensiamo anche al ruolo che riveste come investitore e gestore di asset per conto di terzi, come avviene ad esempio per alcuni fondi pensione polacchi - dicono le due associazioni - Gli investimenti di Generali nelle società carbonifere ammontano ancora a 203 milioni di euro, tra cui spiccano i 20 milioni in RWE, società più inquinante d’Europa, di cui è il primo investitore italiano. Di recente proprio la società energetica tedesca ha deciso di portare in tribunale i Paesi Bassi, perché questi hanno deciso di chiudere entro il 2030 con il carbone per la produzione di energia elettrica. Un affronto ai cittadini dei Paesi Bassi, che rischiano di dover placare la fame fossile di RWE con i propri soldi, e a tutti coloro che affrontano quotidianamente le conseguenze derivanti dall’inquinamento del carbone».

«Il nodo cruciale resta l’ostinato legame di Generali con alcuni suoi clienti, grandi aziende del settore del carbone in Polonia e Repubblica Ceca - continuano le due associazioni - Generali ha infatti etichettato questi due Paesi, tra i maggiori utilizzatori di carbone in Europa, come “eccezioni” rispetto agli impegni presi nel 2018. Grazie a questo escamotage, ancora oggi il Leone di Trieste intrattiene rapporti, ad esempio, con PGE e ČEZ, aziende controllate dallo Stato rispettivamente in Polonia e Repubblica Ceca, che hanno tra i più alti livelli di emissioni di gas serra in Europa».

Basta assicurare l’emergenza climatica!
L«a comunità scientifica è stata chiara: l’Europa deve chiudere con il carbone entro il 2030 se vogliamo raggiungere l’obiettivo dell’Accordo di Parigi di mantenere l’aumento medio della temperatura globale al di sotto di 1,5 gradi Centigradi - aggiungono Greenpeace e Re:Common -Nell’anno in cui l’Italia ricopre la presidenza del G20 e la vicepresidenza della CoP26, Generali non può continuare a nascondersi dietro slogan che tingono di verde il suo business nero. Gli occhi del mondo saranno puntati sull’Italia in materia di clima, ambiente e transizione ecologica, con tantissime persone che chiederanno a gran voce di smetterla con le false promesse e di passare ai fatti. Una richiesta per i governi, per le società energetiche e anche per la finanza, Generali compresa».

«L’emergenza climatica non ammette eccezioni. E lo stesso deve fare Generali, chiudendo immediatamente i rapporti con società come PGE e CEZ, e avviando un serio e rapido percorso di abbandono di tutti i combustibili fossili, compreso il gas».

06 gennaio 2021

Contrastare il riscaldamento climatico per tutelare la salute umana e la sicurezza.

 Tratto da Reteclima

Contrastare il riscaldamento climatico per tutelare la sicurezza e la salute umana

Contrastare il riscaldamento climatico per tutelare la sicurezza e la salute umana

Riscaldamento climatico e rischi per la sicurezza umana

Gli scienziati ripetono da tempo che i cambiamenti climatici porteranno sempre più al susseguirsi di eventi metereologici estremi, che già ora stanno mettendo a rischio la sicurezza delle popolazioni in specifiche aree del globo terrestre.

Solo un mese fa, ad esempio, con il suo briefing “Cambiamenti climatici e il mare: gravi conseguenze anche per l’uomo, Eventi meteorologici estremi – Fermare i cambiamenti climatici per salvare il mare (ma anche la Terra)” Greenpeace Italia poneva l’accento sul fenomeno del surriscaldamento del mar Mediterraneo: un fenomeno responsabile di gravi impatti sulla biodiversità marina e sull’innalzamento del livello del mare ma anche sulla stessa atmosfera che, ricevendo più calore in meno tempo, tende a riversare inevitabilmente piogge intense e forti venti sulla terra

Il risultato di lungo periodo? Fenomeni meteorologici sempre più intensi e violenti.

Il recente rapporto “Human Cost of disasters” realizzato congiuntamente dall’United Nations office for disaster risk reduction (Unddr) e dal Centre for research on the epidemiology of disasters (Cred), ha analizzato il numero di eventi catastrofici avvenuti negli ultimi 20 anni e a valutarne i costi in termini di vite umane e ricadute economiche in relazione al precedenti 20 anni: circa il 91% di questi eventi era direttamente o indirettamente legati al clima, con un impatto su quasi 4 miliardi di persone ed oltre 500.000 vittime. 

Inondazioni e le tempeste, ma anche incendi, siccità e forti ondate di calore, tutti fenomeni in aumento rispetto al passato.


In Italia basti pensare alle alluvioni e alle trombe d’aria che negli ultimi anni hanno colpito sempre più frequentemente le nostre coste, soprattutto quelle del Sud del Paese, provocando gravi perdite in vite umane e danni a città e insediamenti umani.

Ma i danni provocati dal cambiamento climatico non si limitano però solo alla sicurezzadell'uomo e dei suoi luoghi di vita, ma coinvolgono direttamente anche la sua stessa salute.

Riscaldamento climatico e rischi per la salute umana

Come dichiarato dal WWF nel suo rapporto "Pandemie, l’effetto boomerang della distruzione degli ecosistemi", di cui abbiamo già parlato in questo nostro articolo: "danni diretti alla salute sono il risultato di condizioni meteorologiche sempre più estreme, tra cui ondate di calore e tempeste sempre più frequenti e gravi, inondazioni e siccità.

danni indiretti alla salute derivano dal peggioramento dell’inquinamento atmosferico, dall’aumento delle malattie trasmesse da vettori, dall’acqua e dal cibo sempre più contaminati, dalla riduzione della produzione alimentare e da cibi meno nutrienti, dall’impatto sulla salute mentale, dall’aumento dei conflitti, dal danneggiamento e dalla distruzione di abitazioni e terreni agricoli e dalle migrazioni forzate.

Tutti questi impatti dannosi interagiscono con fattori socioeconomici e biologici – tra cui l’età, il sesso, il reddito, lo stato di salute, il razzismo e la discriminazione – per cui la salute delle persone più vulnerabili, emarginate e svantaggiate tende ad essere danneggiata per prima e peggio".

In piena seconda ondata da Covid-19, non possiamo non renderci conto di quanto anche questa pandemia abbia connessioni profonde sulle nostre azioni sulla natura, e di come affrontare e combattere il cambiamento climatico sia fondamentale per limitare il rischio di nuove emergenze sanitarie globali.

Dove si individua il nesso tra cambiamento climatico e maggiore rischio derivante da nuovi agenti patogeni?

Secondo il report Wwf “Malattie trasmissibili e cambiamento climatico” il pericolo si situa innanzitutto nel fatto che, a causa del cambiamento climatico, può aumentare l'areale territoriale di specie vettori di una vasta gamma di patogeni, aumentando dunque la probabilità di diffusione di malattie trasmissibili da animali all’uomo (quali Morbo di Lyme, sindrome polmonare da hantavirus, filariosi e West Nile virus ma anche peste bubbonica). Continua qui


09 novembre 2020

NORVEGIA: La Corte suprema sta esaminando dei ricorsi che potrebbero fermare l'estrazione di gas e petrolio in mare

 Tratto da Il Post

Il caso che potrebbe cambiare l’economia norvegese

La Corte suprema sta esaminando dei ricorsi che potrebbero fermare l'estrazione di gas e petrolio in mare, in un paese che si regge sull'estrazione di gas e petrolio



Lo scorso mercoledì la Corte suprema della Norvegia ha iniziato a esaminare i ricorsi di alcuni gruppi ambientalisti che contestano la concessione di licenze per l’estrazione di gas e petrolio in diverse aree del mar Artico. Secondo Greenpeace e Natur og Ungdom, tra gli altri, le attività di estrazione andrebbero contro l’accordo di Parigi del 2015 che prevede la riduzione delle emissioni inquinanti, ma non solo: infatti, gli attivisti sostengono che l’assegnazione delle licenze violi la Costituzione norvegese, che garantisce il diritto a vivere in un ambiente sano e prevede la salvaguardia della natura. Il problema è che gran parte dell’economia della Norvegia dipende dall’estrazione e dall’esportazione di idrocarburi, e attorno a cosa deciderà la Corte suprema è nato un grosso dibattito economico e politico.

La causa portata avanti dalle associazioni ambientaliste è una delle più significative mai discusse in Norvegia. Alcuni media locali ne parlano come del «caso del secolo» perché riguarda il tema della tutela ambientale, ma è anche una grossa questione economica e un caso giuridico: è la prima volta che un caso riguardante problematiche ambientali solleva problemi di natura costituzionale e viene seguito da ben 15 giudici della Corte suprema.

La vicenda sta attirando l’attenzione dei giornalisti, ma anche di analisti politici, avvocati, filosofi e scienziati che si occupano di cambiamenti climatici. Il verdetto dei giudici dovrebbe arrivare alcune settimane dopo la fine delle udienze – il 12 novembre – e potrebbe condizionare fortemente il futuro dell’attività economica più redditizia del paese.

Nel 2013 il governo norvegese aveva dato il via libera per la costruzione di impianti per la trivellazione in diverse aree del mare di Barents – la parte di mare Artico che si trova a nord della Norvegia e della Russia – e nel 2016 aveva assegnato ad alcune compagnie la licenza per l’esplorazione. I gruppi ambientalisti contestano il fatto che le licenze siano state assegnate dopo il 2014, ovvero l’anno in cui sono entrati in vigore i nuovi emendamenti della Costituzione che prevedono il diritto alla salvaguardia dell’ambiente: secondo loro, l’assegnazione delle licenze andrebbe contro ciò che sancisce la Costituzione e violerebbe quindi i diritti umani dei cittadini, così come i diritti delle generazioni future.


29 aprile 2020

Greenpeace: Consumi #Energia Finanza fossile

Tratto da Greenpeace 

In un nuovo studio, Greenpeace Italia e Re:Common analizzano gli impatti negativi sul clima del settore della finanza italiana. Il report “Finanza Fossile ”mostra infatti nel dettaglio il ruolo che le più grandi banche, le compagnie assicurative e i fondi di investimento italiani hanno nel peggioramento dell’emergenza climatica.
Nel 2019, la finanza italiana ha causato 90 milioni di tonnellate di CO2, più delle emissioni dell’intera Austria in un anno. Le due maggiori banche italiane, Intesa Sanpaolo e UniCredit, sono responsabili di oltre 75 milioni di tonnellate di CO2, e si pongono al vertice di questa non invidiabile classifica.

24 marzo 2020

IL CORONAVIRUS E IL NOSTRO FUTURO ......

Tratto da Bioecogeo

IL CORONAVIRUS E IL NOSTRO FUTURO PROSSIMO

Pubblichiamo una lettera aperta a firma di Andrea Pinchera, direttore della comunicazione di Greenpeace, che riteniamo possa essere spunto di riflessione per tutti noi.
Come ormai quasi tutti gli esperti dicono, la pandemia di COVID-19, determinata dal coronavirus (o SARS-CoV-2), ha molto a che fare con l’ambiente e con le campagne di cui Greenpeace si sta occupando.
Giovanni Maga, direttore dell’Istituto di Genetica molecolare del CNR-IGM di Pavia, spiega per esempio che i fattori coinvolti nella crescente frequenza di epidemie degli ultimi decenni sono molteplici: «Cambiamenti climatici che modificano l’habitat dei vettori animali di questi virus, l’intrusione umana in un numero di ecosistemi vergini sempre maggiore, la sovrappopolazione, la frequenza e rapidità di spostamenti delle persone». È uno scenario che conosciamo bene, purtroppo. In un rapporto del 2007 sulla salute nel Ventunesimo secolo, l’Organizzazione mondiale della sanità – la stessa che giorni ha definito ufficialmente quella del coronavirus una “pandemia” – avvertiva che il rischio di epidemie virali cresce in un mondo dove il delicato equilibrio tra uomo e microbi viene alterato da diversi fattori, tra i quali i cambiamenti del clima e degli ecosistemi. Altri coronavirus come SARS e MERS, e virus particolarmente gravi come HIV ed Ebola, sono lì a testimoniarlo.

Un campanello d’allarme

La diffusione di questi nuovi virus, in poche parole, sarebbe l’inevitabile risposta della natura all’assalto dell’uomo, come spiega la virologa Ilaria Capua, che dal 2016 dirige uno dei dipartimenti dell’Emerging Pathogens Institute dell’Università della Florida: «Tre coronavirus in meno di vent’anni rappresentano un forte campanello di allarme. Sono fenomeni legati anche a cambiamenti dell’ecosistema: se l’ambiente viene stravolto, il virus si trova di fronte a ospiti nuovi». In altre parole, distruggere la natura finisce quasi sempre per avere un impatto sulla nostra salute: «Se intervieni su un ecosistema e, nel caso, lo danneggi, questo troverà un nuovo equilibrio. Che spesso può avere conseguenze patologiche sugli esseri umani».
È un meccanismo che viene raccontato benissimo da David Quammen, l’autore di “Spillover. L’evoluzione delle pandemie”, saggio che in queste settimane è letteralmente andato a ruba in tutte le librerie italiane. Lo cito parola per parola, da una intervista che ha appena concesso a Wired: «Le ragioni per cui assisteremo ad altre crisi come questa nel futuro sono che
1) i nostri diversi ecosistemi naturali sono pieni di molte specie di animali, piante e altre creature, ognuna delle quali contiene in sé virus unici;
2) molti di questi virus, specialmente quelli presenti nei mammiferi selvatici, possono contagiare gli esseri umani;
3) stiamo invadendo e alterando questi ecosistemi con più decisione che mai, esponendoci dunque ai nuovi virus 
4) quando un virus effettua uno “spillover”, un salto di specie da un portatore animale non-umano agli esseri umani, e si adatta alla trasmissione uomo-uomo, beh, quel virus ha vinto la lotteria: ora ha una popolazione di 7.7 miliardi di individui che vivono in alte densità demografiche, viaggiando in lungo e in largo, attraverso cui può diffondersi»......

Crisi climatica e virus antichi

Ma il rischio potenziale potrebbe anche essere più esteso, assumendo una “dimensione temporale”. Lo scioglimento di ghiacci e ghiacciai, infatti, potrebbe rilasciare virus molto antichi e pericolosi. Nel gennaio 2020, per esempio, un team di scienziati cinesi e statunitensi ha comunicato di avere rintracciato all’interno di campioni di ghiaccio di 15 mila anni fa, prelevati dall’Altopiano tibetano, ben 33 virus, 28 dei quali sconosciuti. Tracce del virus della Spagnola sono state ritrovate congelate in Alaska, mentre frammenti di DNA del vaiolo sono riemersi dal permafrost nella Siberia nord-orientale. Proprio il permafrost rappresenta un ambiente perfetto per conservare batteri e virus, almeno fin quando non interviene il riscaldamento globale a liberarli. E che ciò possa avvenire lo testimonia un episodio dell’estate del 2016, quando – sempre in Siberia – l’antrace ha ucciso un adolescente e un migliaio di renne, oltre a infettare decine di persone 

Clima e infezioni viaggiano insieme

A evidenziarne il legame, per esempio, è il “Lancet Countdown Report 2019”, che associa i cambiamenti climatici proprio a un’aumentata diffusione delle patologie infettive: in un pianeta più caldo, virus, batteri, funghi, parassiti potrebbero trovare condizioni ideali per esplodere, diffondersi, ricombinarsi, con un aumento tanto della stagionalità quanto della diffusione geografica di molte malattie. È un rischio che a Greenpeace abbiamo identificato per tempo: già nel “Rapporto Greenpeace sul riscaldamento della Terra” – che compie trent’anni tondi, essendo del 1990 – l’epidemiologo Andrew Haines, che successivamente sarebbe diventato direttore della London School of Hygiene & Tropical Medicine, avvertiva che tra gli effetti secondari dei cambiamenti climatici «la diffusione dei vettori di malattie dovrebbero essere causa di preoccupazione».
In poche parole, se per il coronavirus il meccanismo identificato dagli scienziati è quello di un salto di specie innescato dalla promiscuità con animali selvatici, amplificato dalla concentrazione di popolazione nelle megalopoli e trasportato dalla globalizzazione, la crisi climatica potrebbe offrire scenari ancora più pericolosi. Ovvero il riemergere dai ghiacci dei Poli o dai ghiacciai dell’Himalaya di virus che il loro “spillover” lo hanno effettuato in tempi remoti e che pensavamo di avere debellato per sempre. O, peggio ancora, di patologie che non conosciamo affatto.

Potere e responsabilità

Come sostiene David Quammen, insomma, «più distruggiamo gli ecosistemi, più smuoviamo i virus dai loro ospiti naturali e ci offriamo come un ospite alternativo».
La soluzione? Può essere solo in un completo ripensamento della nostra relazione con la natura: proteggere la biodiversità, fermare la crisi climatica, frenare la distruzione delle foreste e ridurre il consumo di risorse. Ricorda qualcosa? Sono questioni da sempre al centro delle campagne di Greenpeace, e delle nostre comunicazioni.
BioEcoGeo_Biodiversità
Quando la pandemia di coronavirus sarà cessata, bisognerà intervenire sui fattori che l’hanno determinata. Senza operare quel meccanismo tipico di rimozione per il quale politici, giornalisti, opinione pubblica si riempiono della parola “clima” – per esempio – in presenza di uragani, alluvioni o incendi devastanti, salvo dimenticarsene un secondo dopo. Se ciò non avvenisse, se non si agisse sulle cause della diffusione di nuovi virus, che sono anche ambientali, continueremmo a vivere in una condizione di grave rischio potenziale.
Il perché lo spiega ancora Ilaria Capua: «Noi viviamo in un ambiente chiuso. Come se fossimo in un acquario. La nostra salute dipende per il 20% dalla predisposizione genetica e per l’80% dai fattori ambientali. La cura deve studiare, oltre all’organismo in questione, anche il contesto». «Non possiamo uscire da questa situazione, da questo dilemma», ricorda Quammen: «Siamo parte della natura, di una natura che esiste su questo Pianeta e solo su questo. Siamo troppi, 7,7 miliardi di persone, e consumiamo risorse in modo troppo affamato, a volte troppo avido, il che ci rende una specie di buco nero al centro della galassia: tutto è attirato verso di noi. Compresi i virus».
In altri termini, possiamo dire che la specie umana ha preso da tempo il “comando delle operazioni” sulla Terra, sottomettendo la natura ad azioni spesso irreversibili; è diventata un “agente di trasformazione”, come una forza geologica, tanto che gli scienziati usano il termine “Antropocene” per definire l’epoca attuale. Come sempre accade, a un potere quasi sconfinato – e distruttivo – bisogna sapere associare criteri di responsabilità altrettanto importanti, per evitare che l’impatto di tali trasformazioni sia devastante e si ritorca contro noi stessi. Mettendo a rischio la stessa specie umana. Non stiamo parlando del Pianeta, ma dei suoi abitanti. Di noi e dei nostri figli.