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Visualizzazione post con etichetta lobby del carbone. Mostra tutti i post
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29 maggio 2015

  • Tratto da Rinnovabili.it

  • Il capo del DG Ambiente invia una lettera agli Stati membri

    Lobby del carbone negli uffici, imbarazzo in Commissione UE

    • Le notizie della presenza di esponenti dell’industria del carbone nei gruppi tecnici che scrivono la direttiva sull’inquinamento obbligano Bruxelles a intervenire
    Lobby del carbone negli uffici imbarazzo in Commissione UE-

    (Rinnovabili.it) – «Cari Stati membri, sarebbe meglio se non tentaste più di piazzare esperti legati alle aziende del carbone nei panel che contribuiscono a scrivere la direttiva europea sulle emissioni industriali. Abbiamo appena fatto una pessima figura». Di certo meno romanzata, ma dal contenuto non troppo dissimile, è la lettera inviata il 20 maggio da Karl Falkenberg, capo del DG Environment (Direzione Generale Ambiente) della Comissione Europea, ai 28 governi nazionali.
     The role of industry experts on European countries’ delegations in power plant pollution negotiations is to be curbed.
    La missiva, vista dal Guardian, segue lo scandalo uscito dal vaso di Pandora scoperchiato da Greenpeace all’inizio di marzo: l’associazione ambientalista è riuscita a scoprire che oltre metà dei 352 membri del gruppo di lavoro europeo impegnato nella redazione delle normative quadro per il controllo dell’inquinamento atmosferico, provenivano da aziende che avrebbero dovuto “subire” tale regolamentazione, o da gruppi di pressione che le rappresentavano. Quando le lobby siedono gomito a gomito con i tecnici della Commissione che scrivono i testi legali, il problema di credibilità delle istituzioni europee – già ai minimi termini – diventa insopportabile. Anche perché a causa di queste infiltrazioni, nota Greenpeace, i limiti alle emissioni sono stati al momento abbassati al punto da consentire alle centrali a carbone di inquinare più di quelle cinesi (leggi anche: Le lobby del carbone scrivono la direttiva sulle emissioni industriali).

    Lobby del carbone negli uffici imbarazzo in Commissione UE

    Falkenberg ha detto che le linee di divisione fra esperti dell’industria, delegati nazionali e ONG devono essere rigorosamente rispettate nei Technical Working Groups (gruppi tecnici di lavoro – TWG) che negoziano le norme sulle emissioni.
    «Anche se nulla esclude che le industrie interessate o le ONG possano aiutare i rappresentanti degli Stati membri nello scambio di informazioni – ha scritto il capo del DG Envi – deve essere chiaro che durante tutti gli incontri e i procedimenti del TWG, sia un rappresentante dello Stato membro a presentare il punto di vista della sua autorità nazionale».
    Le richieste di Falkenberg potrebbero non avere sufficiente seguito, perché non introducono correzioni nel sistema di advisory della Commissione: fino a che i lobbisti non verranno messi alla porta, il rischio di vedere un testo finale – previsto per il 2016 – che permette agli impianti a carbone di inquinare l’aria più dei loro cugini pechinesi, resta concreto.

20 maggio 2015

La lobby del carbone ricatta il governo tedesco........ ridotto il taglio delle emissioni.

  • Tratto da Rinnovabili.it

    Il ministero dell’Economia è tornato sui suoi passi                                                                                            La lobby del carbone ricatta il governo tedesco                                                                                         Salta il taglio delle emissioni per gli impianti a carbone di almeno 22 milioni di tonnellate di CO2. Sostituito con una riduzione minore grazie alle lobby


    (Rinnovabili.it) – Anche la “grande Germania” china la testa alla lobby del carbone. Il piano per la riduzione delle emissioni di CO2 da qui al 2020, che dovrebbe applicarsi alle centrali elettriche che utilizzano questo combustibile, è stato annacquato. Ne è sicura la Reuters, che ha potuto vedere in anteprima un documento del ministero dell’Economia tedesco.

    Migliaia di lavoratori impiegati nel settore del carbone hanno manifestato a Berlino il mese scorso, per protestare contro i piani dell’esecutivo di mettere una tassa sulle centrali più vecchie e più inquinanti. I sindacati hanno detto che potrebbe mettere a rischio 100 mila posti di lavoro, paventando l’ormai noto ricatto tra lavoro e salute. Il prelievo intendeva costringere gli operatori a tagliare le loro emissioni, così da impedire che la Germania manchi l’obiettivo di ridurre i gas serra del 40% entro il 2020 rispetto ai livelli del 1990.

    Il governo ha investito molto in politiche e comunicazione per apparire la guida d’Europa nel settore delle energie pulite e della transizione verso una società low carbon, ma non ha fatto i conti con le lobby della dirty energy, che ha già messo i bastoni tra le ruote della politica europea.

    In Germania, RWE, il più grande produttore di energia del Paese,ha ricattato l’esecutivo, facendo intendere che il provvedimento avrebbe portato alla chiusura immediata delle centrali a lignite. Dietro la minaccia di trovarsi contro migliaia di lavoratori, Merkel e compagni hanno alzato le mani.

    Nel tentativo di disinnescare la situazione, il ministero dell’Economia ha ora intenzione di imporre ai gestori degli impianti un piano di riduzione delle emissioni di 16 milioni di tonnellate entro il 2020. L’obiettivo precedente chiedeva almeno 22 milioni di tonnellate.

    Secondo l’idea originale, inoltre, le centrali di età superiore ai 20 anni avrebbero dovuto pagare una sanzione per la CO2 emessa oltre il limite di sette milioni di tonnellate per gigawatt di potenza installata. La nuova proposta ha innalzato il tetto di CO2 che i vecchi impianti devono rispettare. 

16 aprile 2015

LA LOBBY DEL CARBONE IN AZIONE contro il Clean air act:L'AMMINISTRAZIONE USA PUNTA A RIDURRE DEL 30% LE EMISSIONI

LA LOBBY DEL CARBONE IN AZIONE contro il Clean air act dell'Agenzia federale per la protezione dell'Ambiente.

Tratto da Diario del WEb
L'AMMINISTRAZIONE USA PUNTA A RIDURRE DEL 30% LE EMISSIONI ENTRO IL 2030

La lobby del carbone «trascina Obama» in tribunale

Hanno preso il via due procedimenti giudiziari separati ma collegati fra loro, davanti alla Corte d'appello federale del distretto della Columbia. Il primo è promosso da 15 Stati, l'altro dalla Murray Energy Corporation, la più grande compagnia mineraria privata del Paese; entrambe hanno presentato ricorso contro il Clean air act dell'Agenzia federale per la protezione dell'Ambiente.

Centrale a carbone
WASHINGTON – Le leggi contenute nel Clean air act, per ridurre l'inquinamento prodotto dalle centrali elettriche a carbone, non sono ancora state approvate in via definitiva, ma hanno già provocato la furiosa reazione delle lobby del settore americane che hanno deciso di intraprendere le vie legali.......

LE RAGIONI DI CHI SI OPPONE -
Oggi hanno preso il via due procedimenti giudiziari separati ma collegati fra loro, davanti alla Corte d'appello federale del distretto della Columbia. Il primo è promosso da 15 Stati fortemente dipendenti dal carbone, l'altro dalla Murray Energy Corporation, la più grande compagnia mineraria privata del Paese; entrambe hanno presentato ricorso contro l'Agenzia federale per la protezione dell'Ambiente (Epa), che dovrebbe varare le norme entro l'estate. .....
OBIETTIVO -30% EMISSIONI ENTRO IL 2030 -
Nel caso non venissero modificate, queste leggi imporrebbero la riduzione delle emissioni delle centrali a carbone del 30 per cento entro il 2030, provocando la chiusura di molti di questi impianti che dovrebbero essere rimpiazzati da altri meno inquinanti. Ogni Stato dovrebbe raggiungere obiettivi specifici, e sarebbero le autorità locali a decidere come raggiungerli. Secondo l'Epa queste nuove norme porterebbero ad un miglioramento della salute pubblica, permetterebbero di contrastare meglio i cambiamenti climatici e porterebbero a una riduzione della bolletta elettrica dell'8 per cento, ha scritto il Denver Post.
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Tratto da http://www.valori.it

Usa, l’eolico fa crollare le emissioni

Gli Usa sembrano finalmente sulla buona strada: si stima infatti che le emissioni da centrali elettriche del 2015 si attesteranno al livello più basso degli ultimi vent’anni. Merito della chiusura delle vecchie centrali a carbone, sostituite soprattutto dalle turbine eoliche...
Gli Usa sembrano finalmente sulla buona strada nel contrasto al cambiamento climatico. Si stima infatti che le emissioni da centrali elettriche del 2015 si attesteranno al livello più basso degli ultimi vent’anni. Merito della chiusura delle vecchie centrali a carbone, sostituite soprattutto dalle turbine eoliche. 
A dirlo è il New Scientist, che sottolinea come il ritorno delle emissioni ai livelli del 1994 costituisca un dato di rilevanza storica, visto che all’epoca l’economia a stelle e strisce aveva dimensioni pari solo al 42% di quelle attuali. Ciò significa che crescita economica e calo delle emissioni non sono necessariamente in contrasto tra di loro, anzi. Da un lato il merito è del fracking, tecnica di estrazione del gas naturale che comporta emissioni minori, ma solleva preoccupazioni e timori tra gli ambientalisti per il suopesante impatto sul territorio e sulle risorse idriche. Ma un ruolo ancora più importante – spiegano le analisi di Greenpeace – è dell’energia eolica. Dal 2007 infatti il moltiplicarsi delle turbine ha portato a un -37% delle emissioni derivanti dalle centrali; la quota collegata al gas naturale corrisponde a un -30%, mentre la parte restante è merito dell’energia solare e dell’efficienza. 
Bloomberg New Energy Finance stima che le emissioni quest’anno arrivino al -15,4% rispetto alla quota del 2005. E che gli Usa possano essere sulla strada giusta per mantenere la promessa che, secondo le aspettative, Barack Obama farà di fronte al summit ONU di Parigi: quella di riuscire, entro il 2020, a tagliare le emissioni di CO2 del 28% rispetto ai livelli del 2005
.

06 marzo 2015

Industrial Emissions Directive : "la lobby del carbone influenza le nuove norme UE sull'inquinamento dell'aria"

   Tratto da Greenbizz

 GREENPEACE:La lobby del carbone influenza le nuove norme UE sull'inquinamento dell'aria

Secondo Greenpeace, le grandi compagnie energetiche, tra i maggiori responsabili dell'inquinamento dell'aria, stanno partecipando alla stesura delle nuove norme Ue riguardo alle emissioni. Il rischio è di fissare degli standard meno ambiziosi di quelli già imposti in altri Paesi del mondo, come Cina, Giappone e Stati Uniti.

L'Unione europea è in procinto di definire nuovi standard per limitare l'inquinamento dell'aria, in particolare per quanto riguarda il ruolo delle centrali a carbone, attraverso una Industrial Emissions Directive. Le nuove norme, attualmente in discussione, dovrebbero essere stabilite entro la fine del mese e rappresentano una preziosa opportunità per porre un freno alle emissioni e salvaguardare non solo l'ambiente ma la stessa salute umana.

La Direttiva ha il compito di fissare nuovi standard per le emissioni tossiche, prevedendo il rilascio di permessi ambientali a tutte le installazioni industriali li rispettino, e dovrebbe diventare legge in tutti i Paesi dell'Unione entro il 2020.

In linea di principio, i nuovi standard dovrebbero tenere conto delle migliori e più funzionali innovazioni tecnologiche disponibili sul mercato, in modo da imporre alle industrie più inquinanti l'adozione di tecniche più avanzate per limitare la quantità delle proprie emissioni.

Tuttavia, secondo un report appena pubblicato da Greenpeace, Smoke & Mirrors - How Europe's biggest polluters became their own regulators, l'intero processo decisionale è stato monopolizzato dal settore del carbone, la cui influenza potrebbe portare a stabilire limiti troppo blandi per le emissioni e a conseguire un risultato molto al di sotto delle aspettative.

Di fatto, il tetto per le emisisoni attualmente in discussione sarebbe così alto da risultare già rispettato da buona parte delle centrali europee, rendendo la direttiva (quasi) inutile e decisamente troppo debole al confronto con le norme previste da altri Paesi, a partire dalla Cina.


Greenpeace ha indagato su curriculum e provenienza di centinaia di rappresentanti chiamati dai Governi europei a fare parte del gruppo di lavoro ufficiale che ha il compito di lavorare alla Industrial Emissions Directive. Dall'analisi è emerso che, su 352 membri del gruppo di lavoro tecnico, ben 183 lavorano o per le compagnie del settore energetico o per i gruppi di pressione che le rappresentano. Una percentuale molto alta, che spiega la debolezza delle proposte fatte fino ad oggi.

L'accusa formulata da Greenpeace è molto chiara: i Governi europei stanno lasciando che a scrivere le norme sull'inquinamento dell'aria siano i loro gli stessi destinatari, i quali non possono che avere interesse ad annacquare limiti e imposizioni, ponendo come prioritario il proprio tornaconto piuttosto che il miglioramento della situazione ambientale e la salute dei cittadini.

                                                                       Lisa Vagnozzi

19 settembre 2014

L'industria del carbone in profonda crisi a causa delle limitazionicinesi per il carbone....


Tratto da Reneweconomy 

L'industria del carbone... in profonda crisi  a  causa delle limitazioni  cinesi per il  carbone

Se l'industria del carbone è nel panico  per queste restrizioni cinesi dovrebbero tenere a mente che il peggio deve ancora venire....


(In traduzione simultanea)
La reazione dell'industria del carbone e dei suoi gruppi di
pressione alle restrizioni che il governo cinese ha recentemente deliberato , per ridurre l'uso dello  sporco carbone  nelle regioni costiere  ,mostra  un settore in profonda crisi dato  che i momenti  di gloria, 
per le esportazioni di carbone verso la Cina , con i prezzi elevati e sempre crescenti ,sono finiti.

Le  nuove norme sono abbastanza semplici.


Dal gennaio 2015 la Cina afferma che vieterà la combustione del carbone con oltre il 16 per cento di ceneri e più dell' 1 per  cento  di 
zolfo nel Delta del Pearl River, nella parte orientale del delta del fiume Yangtze e in tre città del nord tra cui Pechino, Tianjin e Hebei...... 

Le limitazioni  sulla qualità del carbone, però, sono solo la punta di un iceberg.
 Si segnala inoltre che il governo cinese vorrebbe   ridurre il consumo di carbone nelle zone costiere  di 20 milioni di tonnellate entro la fine di quest'anno rispetto allo scorso anno. (Un analista australiano mette la cifra a 40 milioni di tonnellate da ridurre  entro la fine dell'anno, con la possibilità di ulteriori  tagli di dieci milioni di tonnellate al mese proseguendo  nell'anno seguente ).

Da aggiungere inoltre ai problemi del settore del carbone, gli ultimi dati sulla generazione di energia cinese , pubblicati ieri,che  hanno rivelato che nel mese di agosto la produzione di energia è scesa per la prima volta in quattro anni. Rispetto allo stesso mese dell'anno precedente, la produzione da carbone è scesa 
di oltre l '11 per cento.
Il disaccoppiamento della crescita economica dal consumo di energia elettrica ,da forza  alla tesi che ciò che sta accadendo è un cambiamento strutturale della domanda di carbone cinese, non solo un piccolo rallentamento ciclico.

La caduta del carbone sporco

Mentre il preciso  impatto  delle nuove norme per gli esportatori di carbone da Indonesia, Sud Africa, Vietnam, Corea del Nord e l'Australia non è quantificabile  in questa fase, gli effetti in linea  di massima sono evidenti. 
Con meno carbone importato, per alcuni produttori di carbone i costi saliranno, l' eccesso di offerta di carbone termico aumentera', ed i prezzi avranno una spinta  ,ancora più sotto pressione, verso il basso.
Il governo cinese è determinato a portare avanti ulteriori restrizioni nella combustione del carbone nelle città costiere densamente popolate facendo uno sforzo per migliorare la qualità dell'aria.
Già per l' 'Airpocalypse' del gennaio 2013 il governo cinese ha adottato una serie di misure per ridurre la combustione del carbone nelle principali città e centri industriali. 
La restrizione sulle importazioni di carbone di bassa qualità è solo l'ultima mossa volta a contribuire a migliorare la qualità dell'aria.
Tuttavia, l' attuale qualità dell'aria nelle grandi città è comunemente molte volte superiore rispetto alle norme dell'Organizzazione mondiale della sanità. Quindi, il miglioramento della qualità dell'aria...... richiederà molte più misure per ridurre la combustione del carbone nei prossimi anni.

Se il mercato mondiale di carbone è già destabilizzato dalle misure della Cina per frenare il carbone appena 18 mesi dopo il 'airpocalpyse', potrà solo peggiorare quando una serie di altre misure - dalla chiusura di impianti a carbone al prezzo del carbonio, quando il rapido sviluppo delle energie rinnovabili - davvero inizierà a dare i suoi frutti. Se l'industria del carbone è nel panico più nero per queste ultime misure dovrebbe tenere a mente che il peggio deve ancora venire.

Per i produttori penalizzati dalle nuove restrizioni per l' alto contenuto di ceneri, i costi saliranno. Per soddisfare gli standard più elevati di cenere, i produttori di carbone possono lavare il carbone, ma costerà di più. ......
Anche se ci sono molte  incertezze su come sarà attuata la politica, la stessa incertezza è  un costo pesante per l'industria. Per le banche, i fondi pensione e le istituzioni finanziarie che stanno già sentendo il peso dalle campagne di disinvestimento sui loro investimenti in  combustibili fossili, l'ultimo annuncio della politica cinese sottolinea drammaticamente il crescente rischio nel sostenere nuovi progetti in una rapida evoluzione del panorama energetico.


Infine, nascosto dietro l'annuncio della politica cinese c'è un messaggio per le nazioni che esportano il carbone: 'Non vogliamo il vostro carbone sporco, perché sta uccidendo e danneggiando il nostro popolo'.

L'industria del carbone e i  loro sostenitori hanno  lavorato a lungo  contro le politiche nazionali e globali per ridurre le emissioni di gas serra, sostenendo che non aveva molto senso ridurre le emissioni fino a quando paesi come la Cina continuavano a non tenerne conto . 

Ora che la Cina si sta muovendo, la retorica delle nazioni esportatrici di carbone ha grossi problemi ....

Per il pubblico
- in particolare in  Australia, che da tempo si vanta di essere  leader in misure di prevenzione per la salute pubblica - è una realtà sgradevole da affrontare:
siamo davvero una nazione che è disposta a continuare a sostenere un'industria che vende un prodotto che uccide e danneggia la gente  nelle località dove viene bruciato?

Bob Burton è Contributing Editor di CoalSwarm e direttore del progetto Alba, un gruppo no-profit che promuove il passaggio dai combustibili fossili.

25 giugno 2014

TIRRENO POWER di VADO LIGURE : SOLIDALI CON I LAVORATORI ,NON CON I LOBBISTI DEL CARBONE......

Ripubblichiamo l'articolo del 19 giugno di Trucioli 

Vado Ligure: solidali con i lavoratori, non con i lobbisti del carbone .........







Non si può, nè si deve, ma non certo attribuendo le responsabilità della crisi alla magistratura che ha sequestrato gli impianti, bensì a ....(leggi su 

Trucioli ....)


                         
Questo per mettere le cose in chiaro. 
Il lavoro si difende in primo luogo assicurando la cassa integrazione a tutti, facendone gravare su Sorgenia l’onore ( e non su tutti). Imponendole gravami del risanamento, della bonifica e del piano di riconversione delle aree contaminate dall’uso ‘scellerato’ del carbone.

Non certo con la riattivazione dei due gruppi ormai obsoleti che devono essere chiusi definitivamente alla produzione.

Quindi piena adesione alla marcia dei lavoratori su  Vado Ligure che deve dare risposte reali e veritiere, senza spacciare illusione e presunte menzogne sposando in modo chiaro e forte l’ipotesi della bonifica integrale del sito che impieghi le attuali maestranze negli anni a venire.
Nel frattempo un commissario ad acta predisponga (come a Taranto) il piano della riconversione produttiva finanziata dalla proprietà, unico modo per difendere una prospettiva occupazionale proiettata sul medio periodo.....
 Continua a leggere l'articolo integrale
 su Trucioli 

08 giugno 2013

QUALENERGIA:La Cina prova a disintossicarsi dal carbone

Tratto da Qualenergia

La Cina prova a disintossicarsi dal carbone

In arrivo un piano per ridurre di quasi un terzo il consumo delle regioni industriali più importanti. Dopo le emergenze smog e i conti esorbitanti dei costi sanitari e ambientali, Pechino si sta accorgendo che il carbone sta soffocando il paese e si prendono provvedimenti.Si accelererà ancora sulle rinnovabili.

La Cina sta preparando piani per tagliare quasi di un terzo i consumi di carbone nelle regioni industriali più importanti. Dopo le emergenze smog degli ultimi mesi e i conti esorbitanti dei costi sanitari e ambientali –  ben 7 punti di Pil nel 2007 – Pechino si è da tempo accorta che il carbone sta soffocando il paese e prende provvedimenti.
Secondo fonti vicine ad ambienti governativi, sentite da Reuters, nel giro di un mese dovrebbe arrivare un piano per ridurre di 100 milioni di tonnellate entro il 2015 l'uso di questo combustibile micidiale nelle aree più industrializzate del nord tra la capitale, Hebei e Tianjin. Vorrebbe dire appunto tagliare i consumi di poco meno di un terzo, visto che la regione l'anno scorso ha consumato 375 milioni di tonnellate di carbone, 300 delle quali nella sola provincia di Habei, cuore della siderurgia cinese.
Non è la prima volta che la Cina prova a ridurre la sua dipendenza dal carbone, ma il cammino non è facile: ci si deve scontrare con una grande fame di energia, la resistenza dei governi locali e di una lobby carbonifera molto potente, tanto da essere di recente riuscita a far abbassare gli standard sull'import, ottenendo così che si possa importare anche carbone di qualità inferiore.
L'obiettivo del piano peraltro non è ancora definitivo, ........La Cina consuma infatti 3,8 miliardi di tonnellate l'anno (dato 2011):  quanto se ne bruciava in tutto il resto del mondo nel 2000 (vedi grafico, fonte U.S. Energy Information Administration).
Per la superpotenza, che conta su questo combustibile per il 70% del suo fabbisogno energetico, non sarà per niente facile 'disintossicarsi'.......
Quel che è certo è che la volontà del governo centrale è sempre più decisa e questo non potrà che comportare un'accelerazione ancora più forte, oltre che sul gas, anche sulle fonti rinnovabili. Negli ultimi tempi abbiamo visto gli obiettivi su eolico e fotovoltaico rivisti periodicamente al rialzo: è molto probabile che l'ambizione della Cina in questo campo continui a crescere in parallelo con gli sforzi per bruciare meno carbone.

25 aprile 2013

Mario Agostinelli:Chi inquina non paga: inciuci europei e lobby del carbone

Tratto da Il fatto Quotidiano

Chi inquina non paga: inciuci europei e lobby del carbone

......A proposito, l’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) afferma che “nel 2012, pur con una debole economia mondiale ed il prezzo del petrolio alle stelle, le emissioni di anidride carbonica hanno raggiunto livelli record. Il modo in cui produciamo ed utilizziamo l’energia minacciano la nostra sicurezza, la salute, la prosperità economica e l’ambiente” (Energy Technology Perspectives 2013).

Nonostante i fiumi di parole sulla green economy, dobbiamo registrare che, se nel 1990 per ogni tonnellata equivalente di petrolio (Tep) di energia venivano emesse 2,39 t CO2, nel 2010 le emissioni erano scese ad appena 2,37 tonnellate. 
Eppure, ci sono notizie allettanti e positive, come gli investimenti in energie pulite ormai economicamente convenienti (“da oggi al 2050, ogni dollaro investito in più nelle rinnovabili può generare un risparmio di combustibile pari a tre dollari” (Energy Technology Perspectives 2012), la crescita delle vendite di vetture ibride ed elettriche che hanno raggiunto quota 1,2 milioni (+43% nel 2012). E ancora, la decisione di 46 Paesi di eliminare gradualmente entro il 2016 le lampade ad incandescenza e l’utilizzo delle tecnologie per una migliore integrazione e flessibilità dei sistemi, come le smart grid, per cui sono stati investiti 13,9 miliardi dollari nel 2012.

Il fatto è che nel mondo continua a crescere il numero di centrali a carbone (6% nell’ultimo biennio)....

E’ proprio l’influente lobby d’affari del carbone che ha convinto una settimana fa (il 16 aprile) il Parlamento Europeo a votare per rifiutare la proposta della Commissione di rilanciare il sistema di scambio di emissioni (ETS), in modo da far pagare chi inquina, bloccando sul mercato i certificati a bassissimo prezzo disponibili nei prossimi anni.

I certificati di emissione di anidride carbonica possono essere scambiati, con un pagamento da parte degli inquinatori in eccesso e, al contrario, un risarcimento monetario di chi riduce le emissioni.
Dal lancio del sistema nel 2005, il prezzo per tonnellata è passato da 30 euro a meno di 5, e chiaramente questo ribasso non spinge gli industriali a investire per ridurre le emissioni. Congelando una parte dei “permessi per inquinare”, la Commissione sperava di far risalire il prezzo delle quote fino a 10-12 euro. Ma dopo il rifiuto del Parlamento e la riapertura dell’asta per altre quote di emissione di CO2, il prezzo per tonnellata di gas serra è crollato. 
 Si è così attenuata l’arma principale dell’Ue nella lotta contro il riscaldamento globale, costituita dall’obiettivo di un’effettiva riduzione almeno del 20% delle emissioni di gas serra da conseguirsi anche con forme marcate di incentivo-disincentivo.
  Obiettivo oggi vergognosamente monetizzabile con due soldi, in base alla decisione dell’europarlamento, approvata di stretta misura (334 contro, 315 favorevoli e 63 astenuti), ma con il plauso di Confindustria.  


Gli europarlamentari italiani hanno formato una “larga intesa” a favore degli inquinatori, costituita da PdL, Lega, Montiani e parte del Pd.

Analizzando l’episodio e rimarcandone le valenze, è triste dover osservare come l’abitudine a declinare la rappresentanza e le aspettative dei propri elettori non sia malcostume rilevabile solo a livello nazionale. 

Se la democrazia progressivamente si eclissa e gli interessi si rendono visibili solo agli eletti e rimangono invisibili agli elettori e all’opinione pubblica, l’inciucio viene esecrato a parole, ma confermato negli atti. 

Non sarebbe male verificare i singoli comportamenti di voto a Strasburgo in un fatidico 16 aprile, stranamente omesso tra le notizie degne di nota e invece assolutamente indicativo di un’ipocrita e nefasta celebrazione da parte della politica della “Giornata della Terra” con una settimana di anticipo.
Leggi l'articolo integrale su  Il fatto Quotidiano