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01 dicembre 2017

Dal Sole 24 ore :I sacrifici necessari per uscire dall’età del carbone

Tratto da Il Sole 24ore

I sacrifici necessari per uscire dall’età del carbone


Con la Strategia energetica nazionale (Sen) adottata lo scorso 10 novembre, il governo si è impegnato a eliminare l’uso del carbone nella produzione elettrica nazionale entro il 2025.....
Il carbone continua a giocare un ruolo fondamentale nei settori elettrici di molti Paesi europei. Ad esempio, la Polonia produce l’80% della sua elettricità bruciando carbone, mentre Repubblica Ceca, Bulgaria e Grecia arrivano circa al 50%. Ma pure Germania e Paesi Bassi, generalmente considerati come i Paesi europei più avanzati in termini di sostenibilità ambientale, continuano a produrre circa il 40% della loro elettricità attraverso il carbone. Questo persistente ruolo del carbone nel sistema energetico europeo rappresenta un triplice problema per il clima, l’ambiente e la salute.
Dal punto di vista dell’impatto climatico, non esiste modo peggiore di produrre elettricità che attraverso il carbone. A parità di produzione elettrica, la combustione del carbone emette nell’atmosfera il 40% di anidride carbonica in più rispetto al gas naturale, e il 20% in più rispetto al petrolio. Anche per questo motivo, il carbone è responsabile dell’80% delle emissioni di anidride carbonica generate nel settore elettrico europeo, il quale rappresenta a sua volta un quarto delle emissioni totali di anidride carbonica in Europa. Il carbone continua dunque a rappresentare un ostacolo enorme sulla strada europea verso la decarbonizzazione, e per questo motivo la completa eliminazione del carbone dal sistema energetico europeo può ben essere considerato come un passo necessario per il mantenimento degli impegni assunti dall’Europa con l’Accordo di Parigi sul clima.
Dal punto di vista ambientale, le centrali elettriche a carbone rappresentano in Europa una delle principali fonti di emissione nell’aria di sostanze inquinanti quali l’anidride solforosa, il biossido di azoto, il particolato fine e ultrafine. Non a caso, secondo una recente analisi dell’Organizzazione mondiale della sanità, 47 delle 50 città più inquinate in Europa si trovano in Paesi dove il carbone gioca ancora un ruolo importante, come Polonia, Repubblica Ceca e Bulgaria. Questo fenomeno rappresenta un serio problema per la salute umana, in quanto le sostanze emesse nell’aria dalle centrali a carbone possono entrare nel corpo umano e causare patologie acute e croniche a carico dell’apparato respiratorio e cardio-circolatorio. La portata di questo problema risulta ancor più chiara considerando che, secondo l’Agenzia europea per l’ambiente, in Europa sono 450mila le morti premature registrate ogni anno come conseguenza dell’inquinamento dell’aria....
...Il secondo argomento, quello sui posti di lavoro nell’industria del carbone, pare invece illusorio. Malgrado la narrativa interna a molti Paesi europei, dove si tende a percepire quello del carbone come un settore che genera molti posti di lavoro, i livelli di occupazione nel settore non paiono avere rilevanza sistemica in alcun Paese. In Polonia, dove i lavoratori nell’industria del carbone sono 100mila, essi rappresentano lo 0,7% della forza lavoro del Paese. Tale percentuale è ancor più bassa negli altri Paesi produttori di carbone: 0,5% in Slovacchia, 0,4% in Bulgaria e Repubblica Ceca, 0,2% in Romania, 0,1% in Grecia, 0,07% in Germania.
Considerando la limitatezza di questi numeri a fronte della grande importanza di eliminare l’uso del carbone per mantenere le promesse dell’Accordo di Parigi, l’Unione Europea pare avere tutte le carte in regola per affrontare questo problema in modo aperto e costruttivo.
Ecco come. L’Unione europea potrebbe proporre a tutti i Paesi di fissare in modo volontario – come fatto dall’Italia – una data di uscita dal carbone tra il 2025 e il 2030. A fronte di tale impegno e del suo effettivo rispetto, l’Unione potrebbe porre in essere un sistema che garantisca un sostegno ai lavoratori impiegati nell’industria del carbone che perderanno il lavoro a causa della transizione. Dal 2006, l’Unione europea è dotata del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione, il quale offre un sostegno a coloro che hanno perso il lavoro a seguito di importanti mutamenti strutturali del commercio mondiale dovuti alla globalizzazione. Il fondo supporta misure atte a reintrodurre il lavoratore nel mercato del lavoro, come le attività di istruzione, formazione e riqualificazione o il supporto all’imprenditorialità e alla creazione di nuove aziende. Lo scopo di questo fondo potrebbe essere ampliato, facendone un Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione e alla decarbonizzazione.
Considerando il numero di lavoratori occupati nell’industria del carbone a livello europeo, è possibile stimare che per arrivare a una completa cessazione dell’uso del carbone in Europa entro il 2027, circa 150 milioni di euro all’anno tra il 2020 e il 2027 potrebbero essere sufficienti a garantire il pieno sostegno a tutti i lavoratori che andranno progressivamente in esubero. Tale cifra rappresenterebbe lo 0,1% del bilancio annuo dell’Unione europea. Con un limitato impiego delle proprie finanze, l’Unione potrebbe dunque stimolare la rimozione di una delle barriere più importanti nel processo europeo di decarbonizzazione, contribuendo altresì al miglioramento dell’ambiente e della salute dei cittadini europei.

11 novembre 2017

WWF: Ora per clima e salute devono seguire azioni immediate

Tratto da WWF

Ora per clima e salute devono seguire azioni immediate


La scelta del Governo di fissare “l’obiettivo politico” dell’uscita dell’Italia dal carbone nel 2025 con la nuova Strategia Energetica Nazionale (SEN) rappresenta una prima vittoria per il clima e per la salute dei cittadini e corona anni di battaglie, proposte e richieste che il WWF ha ribadito anche nelle osservazioni presentate al documento in fase di consultazione.
Il fatto che finalmente un documento governativo ufficiale dichiari questo obiettivo, per quanto definendolo ambiguamente “obiettivo politico”, rappresenta un importantissimo passo avanti verso un più ampio processo di decarbonizzazione, assolutamente indispensabile, secondo la comunità scientifica internazionale, per tentare di contrastare i più gravi effetti dei cambiamenti climatici in atto.
Ora, però, è necessario che alla dichiarazione della SEN seguano provvedimenti e politiche: come tutti gli obiettivi, infatti, anche quello del phase out dal carbone, necessita di azioni concrete e operative oppure rischia di rimanere sulla carta: per questa ragione da domani il WWF chiederà al governo di dar corso alle norme attuative, tenendo conto delle indicazioni contenute nel rapporto “Politiche e misure per accelerare la transizione energetica e l’uscita dall’uso del carbone nel settore elettrico”, in cui si dimostra  come l’introduzione di adeguate regole finanziarie e meccanismi fiscali non solo possa facilitare l’uscita dal carbone, ma possa tradursi in un vantaggio economico per il nostro Paese.  
Altro aspetto certamente positivo della SEN, è rappresentato dall’aver accolto l’obiettivo 55% di energia elettrica da fonti rinnovabili entro il 2030, che costituisce un punto imprescindibile non solo verso la decarbonizzazione ma anche verso una maggiore sicurezza negli approvvigionamenti energetici visto che le fonti di energia rinnovabile (FER) non devono dipendere da  importazione esterne.
Ovviamente le rinnovabili vanno accompagnate con adeguati sistemi di accumulo che devono essere efficienti e sinergicamente funzionali anche a sistemi di generazioni sempre più distribuita. Uno degli aspetti probabilmente più critici della nuova SEN è però continuare a puntare sul gas, intendendo erroneamente questo combustibile come adeguato a un serio processo di decarbonizzazione.

 La letteratura scientifica ci dice invece come il gas, seppur dotato di performance ambientali migliori del carbone, non debba essere oggetto di massicci investimenti in una fase di transizione già iniziata e avanzata, giacché questo impedirebbe di puntare sulle tecnologie a zero carbonio e, quindi, non consentirebbe di conseguire gli obiettivi climatici stabiliti dall’accordo di Parigi (ossia di contenere l’innalzamento delle temperature planetarie entro i 2°C rispetto al periodo preindustriale, puntando a 1,5°C).
Oggi occorre puntare direttamente sulle fonti rinnovabili, come il WWF ha evidenziato anche nel rapporto “Obiettivo 2050 per una roadmap energetica al 2050, rinnovabili, efficienza, decarbonizzazione”, in cui venivano fornite proposte tecniche concrete per tracciare  uno scenario energetico 100% rinnovabile al 2050 compatibile con gli obiettivi di policy indicati dall'Unione Europea), sull’efficienza e sul risparmio energetico, su sistemi di accumulo efficienti, sulle smart grid, su un massiccio riassetto nel sistema dei trasporti. Disperdere risorse su tecnologie “non definitive” rappresenta solo un spreco di denaro e di tempo che il pianeta, come è ormai evidente a tutti, non può permettersi.

26 marzo 2013

Italia:Strategia Energetica Nazionale fuori legge....

 Tratto da Qualenergia

La Strategia Energetica Nazionale fuori legge

Non esiste una norma primaria che espressamente si occupi della SEN, che è un 'atto di indirizzo strategico'. Questo vizio di origine era stato segnalato al Governo anche dall'Autorità per l'Energia. Come si arrivati ad ignorare questo passaggio fondamentale? Un’analisi di Antonio Sileo dello IEFE – Università Bocconi.




Quasi sicuramente il governo Monti sarà ricordato per altro, ma alla fine è arrivata anche la versione finale della Strategia Energetica Nazionale (SEN); che ha suscitato più che altro l’interesse degli addetti ai lavori, almeno fino a oggi. 
La non troppa considerazione rivolta alla SEN probabilmente è spiegabile anche con la sua tardiva approvazione, arrivata quasi venti giorni dopo la celebrazione delle elezioni e a quasi quattro mesi dal termine della XVI Legislatura, che si è conclusa il 22 dicembre 2012.
Tale circostanza, oltre a generare una discreta incertezza sugli effetti concreti dell’iniziativa, ha provocato le prime proteste sulla legittimità di un atto promulgato da un Governo tenuto a sbrigare solo l’ordinaria amministrazione, quando la SEN vorrebbe tratteggiare le scelte energetiche dei prossimi decenni.
Il decreto interministeriale che l’approva definisce, infatti, la SEN un «atto di indirizzo strategico», che stando anche alle dichiarazione formulante pure in Parlamento dal ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera, cofirmatario insieme a Corrado Clini del decreto, sarebbe per l’appunto un «atto di programmazione e indirizzo».
La questione, in verità, non è di poco conto; e, a modesto avviso di chi scrive, è ben più dirimente della tempistica o del mancato rispetto dell’iter procedurale che il ministro Passera s’era (autonomamente) dato. Proprio gli addetti ai lavori non possono, infatti, dimenticare che l’approvazione della SEN sarebbe stata preceduta da una Conferenza nazionale sull’energia....