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07 dicembre 2015

Gianni Silvestrini:Come accelerare la decarbonizzazione delle economie.


decarbonizzazione

Tratto da Qualenergia 


Come accelerare la decarbonizzazione delle economie

Il rischio climatico si giocherà sulla rapidità con cui il processo di decarbonizzazione riuscirà ad invertire la crescita delle emissioni. Andranno tagliate del 50-75% rispetto entro il 2050.
Un processo tecnicamente ed economicamente praticabile. Ma esiste un consenso e una volontà politica?
È una corsa contro il tempo. Da un lato, soprattutto dopo la COP21, si prospetta una forte accelerazione della corsa di rinnovabili, veicoli elettrici, bioraffinerie, edilizia ad energia positiva e di tutte le tecnologie in grado di ridurre drasticamente i consumi energetici. Dall’altro, si espandono trivellazioni, oleodotti, gasdotti e, soprattutto, nuove centrali a carbone.
Il dilemma climatico si gioca tutto qui: nella rapidità con cui il processo di decarbonizzazione riuscirà ad invertire la crescita delle emissioni avviando un percorso che porti ad un valore inferiore del 50-75% rispetto all’attuale entro il 2050. Dai 36 miliardi di tonnellate che ogni anno vengono iniettati nell’atmosfera si dovrà passare a 12-18 miliardi. Un contributo al rallentamento dell’aumento delle concentrazioni in atmosfera, verrà anche dall’assorbimento di CO2 nelle foreste, nei suoli o usando specifiche tecnologie.
La prima domanda che ci si pone di fronte a questi scenari è se essi siano tecnicamente ed economicamente praticabili. La seconda se esiste un consenso e una volontà politica in grado di avviare processi, che come si intuisce, nella loro radicalità incideranno sugli stessi modelli economici e comportamentali. 
Sulla realizzabilità di riduzioni così significative si sono cimentati governi e centri di ricerca, arrivando ad una risposta positiva. Danimarca e Svezia stanno investendo notevoli risorse per diventare “fossil free”. La Germania, che si è data l’obiettivo di ridurre al 2030 la CO2 del 55%, intende spingere il taglio all’80-95% a metà secolo.
Molti studi sono stati condotti per valutare costi e tempi della decarbonizzazione delle economie. Uno dei più interessanti per il prestigio delle istituzioni coinvolte e per l’ampiezza delle analisi è il Deep Decarbonization Pathways Project (DDPP), coordinato da Jeffrey Sachs direttore dell’Earth Institute della Columbia University, che ha presentato un primo rapporto alle Nazioni Unite analizzando i percorsi possibili per 16 importanti paesi (inclusi Cina, Usa, India Russia, Germania e Italia) responsabili del 70% delle emissioni mondiali. Dallo studio emerge la possibilità di ridurre la produzione di anidride carbonica del 45% al 2050. I risultati più incisivi si potranno conseguire nella generazione di energia elettrica, mentre i più complessi da trattare sono il comparto industriale e il trasporto delle merci. Nel grafico le quote di emissioni di CO2 nel 2010 e nel 2050 nei diversi comparti nei 16 paesi analizzati nello studio DDPP che vedono una riduzione del 45% della CO2 emessa nel 2010 (Gt, miliardi tonnellate).
Lo studio ipotizza l’impiego di innovazioni radicali già esistenti o che saranno disponibili nel breve periodo. Secondo Sachs è importante che i vari paesi definiscano da subito un obiettivo ambizioso a metà secolo valutando se le politiche e gli investimenti che si intendono avviare sono coerenti con il percorso di decarbonizzazione. 
Si tratta, infatti, di intervenire in maniera incisiva nelle politiche industriali, agricole e di incidere radicalmente nei comparti dell’edilizia e dei trasporti. Per esempio nel mondo dell’auto occorre prepararsi ad un passaggio alla trazione elettrica, con tutto ciò che implica nelle strategie delle multinazionali del settore e delle infrastrutture. La verifica delle scelte a partire dall’obiettivo finale, il cosiddetto “backcasting”, porta a riflessioni importanti. Prendiamo il caso del metano considerato il combustibile ponte verso le rinnovabili. In realtà, il suo utilizzo è destinato a calare nel giro di pochi decenni per cui investimenti su rigassificatori e gasdotti andrebbero fatti con oculatezza.
Ma a quali risultati giunge per l’Italia lo studio a cui hanno lavorato l’Enea e la Fondazione Mattei dell’Eni? Vengono analizzati tre scenari, che attribuiscono un peso diverso all’efficienza, alle rinnovabili e al sequestro di CO2, in grado di tagliare dell’80% le emissioni a metà secolo. Il declino dei fossili è scontato: il consumo di petrolio si ridurrebbe dell’83% e quello del metano dell’87%, confermando l’importanza di selezionare con oculatezza gli investimenti in nuove infrastrutture.
Nel grafico a sinistra la riduzione dei consumi di energia primaria nello scenario di decarbonizzazione applicato all’Italia (1 EJ= 23,9 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio).
Una cosa comunque è certa. Scenari così ambiziosi si realizzeranno solo in presenza di un’accelerazione della diffusione di tecnologie “dirompenti”. 
In questo senso le due iniziative lanciate alla COP21 a Parigi, “Mission Innovation che vede 20 nazioni, fra cui l’Italia, decise a raddoppiare gli investimenti nella ricerca e la “Breakthrough Energy Coalition, lanciata da Bill Gates e altri miliardari per favorire i progressi di nuove tecnologie verdi, vanno nella direzione di facilitare l’emergere di innovazioni molto incisive. In effetti, la sfida climatica impone un deciso salto di qualità nell’impegno di ricerca. Basti dire che negli Usa, ad esempio, le industrie farmaceutiche investono il 20% del fatturato in ricerca, mentre nel settore dell’energia la quota scende ad un misero 0,2%.
Ma per accelerare la decarbonizzazione occorrerà anche rapidamente eliminare i sussidi ai combustibili fossili, 548 miliardi $ annui su scala mondiale, ed estendere le esperienze, per ora frammentate, di tassazione del carbonio. Secondo Elon Musk, il geniale proprietario dell’industria di auto elettriche Tesla, dare un adeguato valore al carbonio consentirebbe di dimezzare i tempi di diffusione delle rinnovabili.
A Parigi 40 paesi si sono dichiarati favorevoli al taglio dei sussidi e sei paesi, insieme alla Banca Mondiale e al FMI hanno proposto l’adozione di una carbon tax. E’ il momento giusto per allargare il fronte delle nazioni impegnate in questa direzione.
L'articolo è stato pubblicato su L'Unità del 4 dicembre con il titolo "Come decarbonizzare il Pianeta e salvare il clima".

03 novembre 2015

La Svezia lancia la sfida : vuole diventare la prima nazione del mondo a diventare totalmente fossil-free.

La Svezia vuole diventare la prima nazione del mondo a diventare totalmente fossil-free. 

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L'ha annunciato il primo ministro Stefan Löfven alle Nazioni Unite.
Lofven ricorda che alla base della sua politica c'e' il principio di precauzione, l'idea che chi inquina paga e che nessun bambino merita di crescere in un ambiente tossico. 

Sono ambiziosi e ammirevoli: in concomitanza con gli imminenti incontri sul clima di Parigi,  la Svezia ha annunciato di voler accelerare il suo cammino verso le rinnovabili e contro i cambiamenti climatici. E cosi' per il 2016 hanno stanziato ben 546 miloni di dollari solo per incentivare fonti non fossili nel paese. 


In questo momento le fonti fossili generano il venti per cento dell'elettricita' del paese, il resto viene da un mix di fonti rinnovabili, in particolare dall'idroelettrico,  e dal nucleare.  Ma le centrali nucleari chiudono perche' ormai obsolete, e datate e gli svedesi hanno deciso di non costruirne piu' di nuove. Sono le tre centrali di Ringhals 1 e 2 e Oskarshamn 2, la cui chiusura viene anzi anticipata. Ci si aspetta che le rinnovabili rimpiazzeranno il contributo energetico delle centrali chuise.
 E non solo: in Svezia hanno gia' chiuso centrali a carbone e addirittura uno degli aereoporti secondari di Stoccolma, il cui sito sara' trasformato in sito residenziate per persone a basso reddito. La Chalmers University of Technology ha gia' annunciato mesi fa il suo divestimento da fonti fossili. 

Ma come funzionera' la transizione al fossil-free in questo paese di 10 milioni di persone, guidato da una coalizione fra verdi e social-democratici, con fabbriche e produttivita' da mantere?

Si investira' di piu' in solare ed eolico, ricerca di base ed infrastutture, in aumento dei servizi di trasporto pubblico, miglioramento dello stoccaggio di energia, di sistemi di isolamento termico nelle costruzioni ed una rete elettrica piu' efficiente. A partire da adesso. Ad esempio gia' nel 2016 gli stanziamenti per il solare aumentano del 800%. E gli investimenti non saranno solo in Svezia, ma anche con circa 40 milioni di dollari di investimenti in paesi in via di sviluppo per progetti "green".

Lofven ricorda che alla base della sua politica c'e' il principio di precauzione, l'idea che chi inquina paga e che nessun bambino merita di crescere in un ambiente tossico. 
                             

In realta' e' da tanto che la Svezia segue la politica dell'energia green. Gia' dieci anni fa, nel 2005, il governo pubblico' "Making Sweden an Oil-Free Society" in cui si iniziava gia' a programmare verso una societa' green.  Allora come oggi, gli svedesi non si sono dati una data, ma un obiettivo da perseguire, e sperano di essere leader ed esempio nelle rinnovabili nel mondo.

Sembra quasi una gara a chi nel mondo vuole liberarsi per prima dal petrolio - i vicini danesi per esempio hanno investito a lungo nell'eolico, generando quest'estate addirittura il 140% della loro energia dall'eolico. La parte in eccesso e' stata po venduta a Svezia e Norvegia. L'Islanda gia' genera quasi il 100% della sua energia dalle rinnovabili, in particolare il geotermico,  

E in Italia? E Matteo Renzi cosa annuncera' alle Nazioni Unite, o agli incontri sul clima? Che vogliamo riempire l'Adriatico di trivelle? Che vogliamo fare buchi un po dappertutto, dal Veneto alla Sicilia? O che vogliamo fare tutto questo in barba alla volonta' popolare?

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Il Governo contro l'inevitabile sviluppo delle fonti rinnovabili


Mentre in diverse parti del mondo si investe nelle fonti pulite e vengono messe in campo strategie energetico-climatiche di lungo periodo, il governo italiano sostiene la ricerca di idrocarburi e conduce una guerra a bassa intensità, ma continuativa, contro le rinnovabili. Un articolo di G.B. Zorzoli. 
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06 settembre 2013

WWF Finanziamenti al carbone, Usa e Paesi scandinavi dicono basta.


Tratto da Rinnovabili.it

Dopo l'annuncio della World Bank e della BEI

 Finanziamenti al carbone: Usa e Paesi scandinavi dicono basta.

Posizione condivisa sull’intenzione di fermare gli investimenti per nuove centrali a carbone all’estero. WWF: “E’ ora che altre grandi istituzioni seguano l’esempio”.

 

(Rinnovabili.it) Basta ai nuovi finanziamenti alle centrali a carbone all’estero, se non “in circostanze eccezionali”. Questa la nuova posizione politica oggi annunciata da USA, Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia, attraverso un comunicato congiunto. 

Una mossa che allinea le 5 nazioni con quanto già annunciato in questi mesi, prima dalla Banca Mondiale e successivamente dalla Banca Europea degli Investimenti, ossia voler spostare gli investimenti dai combustibili fossili alla transizione verso l’energia pulita e rinnovabile. La notizia ha ricevuto il plauso del WWF che non esita a sottolineare come la nuova tendenza rappresenti un segnale importante, soprattutto in vista dei negoziati internazionali che si terranno a novembre in Polonia.


L’associazione ambientalista chiede oggi che altre grandi istituzioni seguano l’esempio.“Agire è estremamente necessario e dobbiamo farlo adesso, ce lo dice la comunità scientifica con estrema chiarezza. Come WWF, ci appelliamo alle istituzioni finanziarie – sia pubbliche che private – perché impegnino 40 miliardi di dollari in nuovi investimenti nell’energia rinnovabile entro il giugno 2014, e perché pongano termine agli investimenti in combustibili fossili, puntando a una vera ed equa transizione” ha dichiarato Mariagrazia Midulla, responsabile Clima e Energia del WWF Italia. L’invito è rivolto soprattutto alla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS/EBRD) che proprio in questi giorni sta considerando la propria posizione sugli investimenti in tutti i tipi di energia, compreso il carbone.

Chiediamo alla BERS/EBRD di diventare fossil free ha aggiunto Midulla  - e mettere fine ai finanziamenti per i combustibili fossili. La BERS/EBRD deve aumentare i propri investimenti in energia rinnovabile e sostenibile perché, come i leader dei cinque Paesi Scandinavi e gli Stati Uniti hanno detto nella dichiarazione di ieri, ‘il cambiamento climatico è una delle principali sfide della nostra futura crescita economica e del nostro benessere”.