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17 maggio 2017

La Danimarca elimina i sussidi sulle rinnovabili prima del tempo:ce la faranno da sole

Tratto da dorsogna.blogspot.itLa Danimarca elimina i sussidi sulle rinnovabili prima del tempo. Hanno battuto ogni record e ce la faranno da sole



Le rinnovabili vanno a gonfie vele in Danimarca. Ogni tanto viene fuori un nuovo record, di generazione, di uso, di stoccaggio. E' tutto meglio di chiunque avesse potuto immaginare.

E cosi, in modo del tutto inaspettato, il minstro dell'energia danese, Lars Christian Lillehol, dice che i sussidi saranno eliminati fra qualche anno.

E questo non per "cattiveria" o per il ritorno al fossile, quanto perche' l'industria e' ormai matura e ce la fara' anche da sola. Secondo Lilleholt e' un risultato che non si poteva prevedere neanche l'anno scorso. Nessuno si aspettava che le cose fossero cosi rosee in Danimarca.

I sussidi ci sono stati qui per 40 anni.

Ma le cose sono cambiate.

In questo momento *anche senza i sussidi* e' piu economico produrre elettricita' dal vento che dal carbone; e la tecnologia e' dalla parte delle rinnovabili che diventeranno sempre piu' efficenti.

Anzi, i sussidi sarebbero indispensabili se volesse aprire una centrale a carbone invece!
 
Entro il 2050 tutta la nazione sara' alimentata da sole e vento; anzi, si progetta di arrivare al 50% entro il 2030, pure senza sussidi.

Un anno fa si pensava che tutto questo fosse fantascienza, invece ci siamo arrivati.


Tutto questo non nasce da zero. Nasce da 40 anni di programmazione, volonta' e pragmatismo.

Sono doti che farebbero bene anche all'Italia ogni tanto.

12 febbraio 2016

Copenaghen disinveste quasi 1 miliardo di euro dalle fonti fossili E l' Italia.......

Tratto da Il Cambiamento

Copenaghen disinveste quasi 1 miliardo di euro dalle fonti fossili

La commissione finanze di Copenaghen ha accolto la proposta del sindaco Frank Jensen di disinvestire quasi un miliardo di euro in corone danesi togliendo questo denaro dalle fonti fossili. Ora l’ultima parola passa al consiglio cittadino. E l'Italia?

«Copenhagen è all’avanguardia nella transizione verso l’energia verde» ha detto il sindaco della capitale danese. «E noi stiamo impegnandoci per diventare la prima capitale al mondo a bilancio neutro di CO2 nel 2025. Quindi abbiamo ritenuto sbagliato continuare a investire in petrolio, carbone e gas». Ha spiegato Thomas Meinert Larsen, responsabile dell’operazione di disinvestimento: «L’energia eolica è da record in Danimarca e stiamo per coprire l’80% del nostro fabbisogno per l’elettricità e il riscaldamento con fonti rinnovabili, entreremo a regime nel giro di 4 anni. Abbiamo anche le prove secondo cui le aziende e i gruppi che lavorano con le fonti fossili hanno mentito deliberatamente sui cambiamenti climatici e stanno facendo pressioni in maniera aggressiva per fermare le politiche energetiche a loro non vantaggiose. La decisione di dismettere gli investimenti nelle fonti fossili mette Copenaghen dalla parte giusta della storia». Il disinvestimento su questo fronte è nell’agenda anche di altre capitali europee, come Stoccolma, Amsterdam e Berlino. Anche Oslo si è già mossa in questa direzione, così come Parigi e Newcastle in Australia. Nel mondo oltre 500 municipalità hanno iniziato a ridurre in varie forme i loro investimenti nelle fonti fossili.


E l’Italia? Il governo Renzi ha tentato in tutti i modi di far saltare i referendum contro le trivellazioni, ma è sopravvissuto un quesito (anche se gli uomini del premier ci stanno lavorando...). Peccato che, se non si andrà all’election day, si sperpereranno tanti denari pubblici. Il governo non lo vuole assolutamente perché porterebbe ad una maggiore partecipazione. E ancora: i consumi di gas naturale in Italia per l’anno 2015 sono risultati in sensibile crescita, +9% sul 2014, dopo il calo costante degli ultimi quattro anni. La domanda di gas naturale per la generazione di energia elettrica è cresciuta del 16,5%, pari a 20,7 miliardi di metri cubi. E alcune indiscrezioni hanno fatto trapelare la notizia di un possibile accordo tra Italia e Russia per il coinvolgimento del nostro paese e di Saipem nel raddoppio del gasdotto North Stream. Butteremo altri soldi? Nel 2015 anche i consumi petroliferi in Italia sono tornati a crescere: circa 59,7 milioni di tonnellate, con un aumento del 3,6% rispetto al 2014. In calo i consumi di benzina, in aumento quelli del gasolio per autotrazione: insieme crescono dell'1%. E il carbone? Secondo il rapporto Wwf “Carbone: un ritorno al passato inutile e pericoloso, attualmente in Italia sono in funzione 12 centrali a carbone alcune delle quali sono vecchie, usano tecnologie obsolete e sono attive nel bel mezzo di aree urbane densamente abitate. Questi impianti nel 2014 hanno contribuito a soddisfare solo il 13,5% del consumo interno lordo di energia elettrica con circa 43.455 GWh, ma hanno emesso oltre 39 milioni di tonnellate di CO2 corrispondenti a quasi il 40% di tutte le emissioni del sistema elettrico nazionale. L’Italia, con una potenza elettrica installata di circa 122 GW, a fronte di una punta massima della domanda di quasi 59,4 GW (raggiunta il 21 luglio 2015 a causa delle condizioni di caldo eccezionale), ha una sovrabbondanza di centrali termoelettriche (overcapacity) che fa sì che già oggi gli impianti funzionino a scartamento ridotto, con un assurdo aggravio di costi per i cittadini. Inoltre un emendamento nel Milleproroghe ha portato da 5 a 6 anni l'estensione del periodo incentivato per i vecchi impianti a biomasse, biogas e bioliquidi concessa con la Legge di Stabilità. Un regalo da circa 100 milioni di euro l'anno a spese dei consumatori e dei nuovi impianti a fonti rinnovabili. Malgrado i no di 5 Regioni, è poi passato il decreto inceneritori, cui il governo punta a costruire in Italia altri nuovi impianti di incenerimento dei rifiuti. 
Un paese, il nostro, piantato nelle paludi degli interessi privati!

07 dicembre 2015

Gianni Silvestrini:Come accelerare la decarbonizzazione delle economie.


decarbonizzazione

Tratto da Qualenergia 


Come accelerare la decarbonizzazione delle economie

Il rischio climatico si giocherà sulla rapidità con cui il processo di decarbonizzazione riuscirà ad invertire la crescita delle emissioni. Andranno tagliate del 50-75% rispetto entro il 2050.
Un processo tecnicamente ed economicamente praticabile. Ma esiste un consenso e una volontà politica?
È una corsa contro il tempo. Da un lato, soprattutto dopo la COP21, si prospetta una forte accelerazione della corsa di rinnovabili, veicoli elettrici, bioraffinerie, edilizia ad energia positiva e di tutte le tecnologie in grado di ridurre drasticamente i consumi energetici. Dall’altro, si espandono trivellazioni, oleodotti, gasdotti e, soprattutto, nuove centrali a carbone.
Il dilemma climatico si gioca tutto qui: nella rapidità con cui il processo di decarbonizzazione riuscirà ad invertire la crescita delle emissioni avviando un percorso che porti ad un valore inferiore del 50-75% rispetto all’attuale entro il 2050. Dai 36 miliardi di tonnellate che ogni anno vengono iniettati nell’atmosfera si dovrà passare a 12-18 miliardi. Un contributo al rallentamento dell’aumento delle concentrazioni in atmosfera, verrà anche dall’assorbimento di CO2 nelle foreste, nei suoli o usando specifiche tecnologie.
La prima domanda che ci si pone di fronte a questi scenari è se essi siano tecnicamente ed economicamente praticabili. La seconda se esiste un consenso e una volontà politica in grado di avviare processi, che come si intuisce, nella loro radicalità incideranno sugli stessi modelli economici e comportamentali. 
Sulla realizzabilità di riduzioni così significative si sono cimentati governi e centri di ricerca, arrivando ad una risposta positiva. Danimarca e Svezia stanno investendo notevoli risorse per diventare “fossil free”. La Germania, che si è data l’obiettivo di ridurre al 2030 la CO2 del 55%, intende spingere il taglio all’80-95% a metà secolo.
Molti studi sono stati condotti per valutare costi e tempi della decarbonizzazione delle economie. Uno dei più interessanti per il prestigio delle istituzioni coinvolte e per l’ampiezza delle analisi è il Deep Decarbonization Pathways Project (DDPP), coordinato da Jeffrey Sachs direttore dell’Earth Institute della Columbia University, che ha presentato un primo rapporto alle Nazioni Unite analizzando i percorsi possibili per 16 importanti paesi (inclusi Cina, Usa, India Russia, Germania e Italia) responsabili del 70% delle emissioni mondiali. Dallo studio emerge la possibilità di ridurre la produzione di anidride carbonica del 45% al 2050. I risultati più incisivi si potranno conseguire nella generazione di energia elettrica, mentre i più complessi da trattare sono il comparto industriale e il trasporto delle merci. Nel grafico le quote di emissioni di CO2 nel 2010 e nel 2050 nei diversi comparti nei 16 paesi analizzati nello studio DDPP che vedono una riduzione del 45% della CO2 emessa nel 2010 (Gt, miliardi tonnellate).
Lo studio ipotizza l’impiego di innovazioni radicali già esistenti o che saranno disponibili nel breve periodo. Secondo Sachs è importante che i vari paesi definiscano da subito un obiettivo ambizioso a metà secolo valutando se le politiche e gli investimenti che si intendono avviare sono coerenti con il percorso di decarbonizzazione. 
Si tratta, infatti, di intervenire in maniera incisiva nelle politiche industriali, agricole e di incidere radicalmente nei comparti dell’edilizia e dei trasporti. Per esempio nel mondo dell’auto occorre prepararsi ad un passaggio alla trazione elettrica, con tutto ciò che implica nelle strategie delle multinazionali del settore e delle infrastrutture. La verifica delle scelte a partire dall’obiettivo finale, il cosiddetto “backcasting”, porta a riflessioni importanti. Prendiamo il caso del metano considerato il combustibile ponte verso le rinnovabili. In realtà, il suo utilizzo è destinato a calare nel giro di pochi decenni per cui investimenti su rigassificatori e gasdotti andrebbero fatti con oculatezza.
Ma a quali risultati giunge per l’Italia lo studio a cui hanno lavorato l’Enea e la Fondazione Mattei dell’Eni? Vengono analizzati tre scenari, che attribuiscono un peso diverso all’efficienza, alle rinnovabili e al sequestro di CO2, in grado di tagliare dell’80% le emissioni a metà secolo. Il declino dei fossili è scontato: il consumo di petrolio si ridurrebbe dell’83% e quello del metano dell’87%, confermando l’importanza di selezionare con oculatezza gli investimenti in nuove infrastrutture.
Nel grafico a sinistra la riduzione dei consumi di energia primaria nello scenario di decarbonizzazione applicato all’Italia (1 EJ= 23,9 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio).
Una cosa comunque è certa. Scenari così ambiziosi si realizzeranno solo in presenza di un’accelerazione della diffusione di tecnologie “dirompenti”. 
In questo senso le due iniziative lanciate alla COP21 a Parigi, “Mission Innovation che vede 20 nazioni, fra cui l’Italia, decise a raddoppiare gli investimenti nella ricerca e la “Breakthrough Energy Coalition, lanciata da Bill Gates e altri miliardari per favorire i progressi di nuove tecnologie verdi, vanno nella direzione di facilitare l’emergere di innovazioni molto incisive. In effetti, la sfida climatica impone un deciso salto di qualità nell’impegno di ricerca. Basti dire che negli Usa, ad esempio, le industrie farmaceutiche investono il 20% del fatturato in ricerca, mentre nel settore dell’energia la quota scende ad un misero 0,2%.
Ma per accelerare la decarbonizzazione occorrerà anche rapidamente eliminare i sussidi ai combustibili fossili, 548 miliardi $ annui su scala mondiale, ed estendere le esperienze, per ora frammentate, di tassazione del carbonio. Secondo Elon Musk, il geniale proprietario dell’industria di auto elettriche Tesla, dare un adeguato valore al carbonio consentirebbe di dimezzare i tempi di diffusione delle rinnovabili.
A Parigi 40 paesi si sono dichiarati favorevoli al taglio dei sussidi e sei paesi, insieme alla Banca Mondiale e al FMI hanno proposto l’adozione di una carbon tax. E’ il momento giusto per allargare il fronte delle nazioni impegnate in questa direzione.
L'articolo è stato pubblicato su L'Unità del 4 dicembre con il titolo "Come decarbonizzare il Pianeta e salvare il clima".

29 luglio 2015

Lifegate:Gli impianti solari più audaci ed efficienti del mondo.

Tratto da Lifegate

Gli impianti solari più audaci ed efficienti del mondo

L’utilizzo delle fonti di energia rinnovabile è in crescita in tutto il mondo. Nel 2014 si è registrato il record di impianti solari ed eolici installati.
Senza il sole, semplicemente, non esisteremmo e il pianeta sarebbe una gelida landa sterile. Oltre ad aver permesso lo sviluppo della vita il sole rappresenta un’ottima fonte di energia rinnovabile. In tutto il mondo si stanno sviluppando tecnologie sempre più sofisticate per sfruttare i raggi solari per produrre energia pulita, ecco alcuni dei progetti solari più audaci e riusciti.

impianto solare nel desrto del gobi

PARCO SOLARE NEL DESERTO DEL GOBI, CINA

La Cina sta costruendo il parco solare più grande del Paese, il nuovo impianto sorgerà nel deserto dei Gobi, a Golmud e si estenderà per circa 2.550 ettari. La centrale sarà in grado di sostenere il fabbisogno energetico di un milione di abitazioni. Secondo una recente indagine di Greenpeace East Asia, grazie alla crescente adozione di energie rinnovabili, i livelli di inquinamento dell’aria in Cina sono migliorati, seppure ancora inadeguati agli standard mondiali.

TORRE SOLARE PS20, SPAGNA

In Andalusia nel 2009 è entrata in funzione la Torre solare Ps20, l’impianto, alto 165 metri, è secondo per dimensioni solo alla torre solare californiana Ivanpah Solar Power Facility. La torre vanta ben 1.255 pannelli ed è in grado di generare 20 Megawatt di energia elettrica pulita.

torre solare ps20

SISTEMI SOLARI SULL’OSPEDALE DI BIHAR, INDIA

In India oltre trecento milioni di persone non hanno accesso alla rete elettrica e la dipendenza dai combustibili fossili è fortemente radicata. Eppure ci sono realtà che stanno provando ad invertire questa tendenza puntando sulle energie rinnovabili. All’ospedale di Tripolia, ad esempio, sono stati installati dei sistemi per sfruttare l’energia solare concentrata. Questi sistemi producono vapore che viene utilizzato per sterilizzare le attrezzature mediche e della lavanderia, sul tetto dell’edificio sono inoltre installati pannelli fotovoltaici per generare elettricità.

PANNELLI SOLARI E PAGLIA NELL’ISOLA DI AEROE, DANIMARCA

L’isola di Aeroe, a sud della Danimarca, vanta uno degli impianti ad energia solare più estesi del mondo. L’obiettivo dell’isola è quello di raggiungere l’autosufficienza energetica. Per riscaldarsi gli abitanti sfruttano anche la paglia, che alimenta i sistemi di teleriscaldamento combinata con i pannelli fotovoltaici.

pannelli in danimarca

IMPIANTO FOTOVOLTAICO A TANGTSE, INDIA

La città indiana di Tangtse, ai piedi dell’Himalaya, laddove la dispersione di luce nell’atmosfera è minore, ha installato un impianto fotovoltaico che fornisce elettricità ad una clinica, una scuola e a oltre trecento abitazioni per circa cinque ore ogni giorno.

13 luglio 2015

Eolico, in Danimarca il vento ha coperto il 140% della domanda energetica.......

  • Tratto da  Rinnovabili.it

  • Eolico, in Danimarca il vento ha coperto il 140% della domanda

Eolico, in Danimarca il vento ha coperto il 140% della domanda

(Rinnovabili.it) – La Danimarca non è nuova ai record dell’energia del vento. Ma quello che è stato raggiunto dalla nazione in questi giorni ha molto più del semplice gusto della conferma. lo scorso giovedì 9 luglio, i parchi eolici danesi hanno prodotto così tanta energia da, non solo, soddisfare completamente il fabbisogno elettrico nazionale, ma anche da costringere la rete a convogliare oltre confine il surplus. In una giornata insolitamente ventosa, le turbine danesi hanno regalato al Paese il 116% della sua domanda elettrica, che si è trasformato addirittura nel 140% alle 3 di mattina del giorno successivo, grazie al fisiologico calo dei consumi. I dati sono riportati nero su bianco nel sito web di rete danese – energinet.dk  – che fornisce un resoconto minuto per minuto della produzione rinnovabile immessa nella rete dello Stato Europeo. Si scopre così un fatto ancor più interessante: data la particolare intensità delle raffiche di vento (che costringono molti operatori a ridurre la potenza di picco per evitare malfunzionamenti), i  48 GW di eolico istallati nella nazione non stavano neppure funzionando a pieno regime.

Cosa farne con l’energia in eccesso? Semplice, la si stocca oltreconfine grazie alle infrastrutture di interconnessione: l’80% del surplus eolico è finito, in parti uguali, negli impianti idroelettrici a pompaggio di Germania e Norvegia. La restante quota parte invece è stata esportata in Svezia. In realtà di tali prestazioni non c’è neanche da mervigliarsi troppo. Già nel 2013 il Paese aveva fatto parlare di sé, con oltre la metà del consumo energetico soddisfatto dall’eolico per un intero mese. “Ciò dimostra che un mondo 100% alimentato da energia rinnovabile non è fantasia”, ha commentato al Guardian Oliver Joy, un portavoce dell’European Wind Energy Association. “L’energia eolica e le fonti rinnovabili possono essere una soluzione di decarbonizzazione e anche fornire la sicurezza dell’approvvigionamento in periodi di forte domanda”. E l’obiettivo del Governo di rifornirsi di sola energia rinnovabile nel medio termine si fa sempre più vicino.

27 maggio 2014

Rinnovabili al 100%, la Danimarca ci mostra come si fa.

Tratto da Qualenergia

Rinnovabili al 100%, la Danimarca 

mostra come si fa.


Liberarsi completamente dalle fonti fossili si può fare in tempi relativamente rapidi e con costi sostenibili. Lo dimostra un studio dell'Agenzia per l'Energia della Danimarca, paese che vuole soddisfare con le rinnovabili il 100% della domanda elettrica e per il riscaldamento entro il 2035 e tutti i consumi, trasporti compresi, al 2050.

Il 100% rinnovabili sul breve-medio termine non è una fantasia da ecologisti integralisti. Se c'è la volontà politica è uno scenario raggiungibile in tempi relativamente rapidi, con costi assolutamente sostenibili e grandi ricadute positive in termini di sicurezza energetica e occupazione, oltre che di salute, tutela dell'ambiente e lotta al cambiamento climatico. La Danimarca lo sta dimostrando: uno studio governativo pubblicato qualche giorno fa porta nuove indicazioni sulle strade che il paese può percorrere per raggiungere gli ambiziosi obiettivi che si è dato, cioè liberarsi completamente dalle fonti fossili entro il 2035 per quel che riguarda l'elettricità e il riscaldamento e andare il 100% da rinnovabili, decarbonizzando completamente anche il settore trasporti, entro il 2050.
Nel report, titolo inglese Energy Scenarios for 2020, 2035 and 2050 (summary allegato in basso), si mettono a confronto 5 scenari: uno in cui le fonti fossili permangono e quattro in cui vengono eliminate, come da obiettivi nazionali. Tra le quattro strade per liberarsi completamente da gas, petrolio e carbone una, battezzata Wind, punta soprattutto su eolico e elettrificazione dei trasporti (ma le biomasse e il biogas hanno comunque un ruolo importante), una, Biomass, punta molto sulle biomasse, “Bio+” prevede un sistema basato sui combustibili attuali dove però carbone, petrolio e gas siano sostituiti da biomasse, biocarburanti e biogas, mentre in Hydrogen c'è l'idrogeno a svolgere un ruolo importante di vettore energetico per accumulare l'energia prodotta dalle rinnovabili, eolico in primis.
Ne esce che gli scenari fossil-free sono solo poco più costosi rispetto a quello in cui le fossili hanno ancora un ruolo: il più economico tra gli scenari 100% rinnovabili costerebbe solo 800 milioni di euro più dello scenario “Fossil fuels”, cioè sarebbe più caro solo del 5%.......
Quale sia la strada che sceglierà, il paese scandinavo conferma di essere un passo avanti rispetto al resto del mondo. 
La trasformazione del sistema energetico qui è già in fase avanzata: nel 2012 il vento forniva il 25% del fabbisogno elettrico, nel 2013 è arrivato al 33%. Per il 2020 si punta ad ottenere dal vento il 50% dell'elettricità e gli sforzi per adattare la rete elettrica ad una tale penetrazione di questa fonte non prevedibile stanno facendo della Danimarca un paese all'avanguardia sulle tecnologie e sulle soluzioni per la smart grid. Anche su biomasse, biogas, biometano e teleriscaldamento il Paese è all'avanguardia, mentre c'è un forte supporto anche all'elettrificazione dei trasporti.
Se la Danimarca è la prima della classe su questo fronte, va sottolineato, è perché a Copenhagen la transizione energetica è una priorità nazionale che ha messo d'accordo praticamente tutti gli schieramenti politici. L'obiettivo del 100% rinnovabiliche il paese ha adottato a marzo 2012 è stato approvato dal Parlamento danese con 171 voti su 179. A febbraio tutti i maggiori partiti, dai Socialdemocratici al governo, ai Conservatori, ai Socialisti fino all'Alleanza Rosso-Verde, hanno votato compatti per nuovi obiettivi ancora più ambiziosi: una legge che impone alla Danimarca di tagliare le emissioni del 40% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2020.
Dunque, mentre in Italia non mancano (sia nel centrodestra che nel centrosinistra) esponenti politici di primo piano che invitano a frenare sullo sviluppo delle rinnovabili e sulla lotta la global warming perché sono un costo insopportabile per l'economia, il Parlamento danese votava quasi all'unanimità per alzare del 10% l'obiettivo assegnato dall'Europa.

06 settembre 2013

WWF Finanziamenti al carbone, Usa e Paesi scandinavi dicono basta.


Tratto da Rinnovabili.it

Dopo l'annuncio della World Bank e della BEI

 Finanziamenti al carbone: Usa e Paesi scandinavi dicono basta.

Posizione condivisa sull’intenzione di fermare gli investimenti per nuove centrali a carbone all’estero. WWF: “E’ ora che altre grandi istituzioni seguano l’esempio”.

 

(Rinnovabili.it) Basta ai nuovi finanziamenti alle centrali a carbone all’estero, se non “in circostanze eccezionali”. Questa la nuova posizione politica oggi annunciata da USA, Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia, attraverso un comunicato congiunto. 

Una mossa che allinea le 5 nazioni con quanto già annunciato in questi mesi, prima dalla Banca Mondiale e successivamente dalla Banca Europea degli Investimenti, ossia voler spostare gli investimenti dai combustibili fossili alla transizione verso l’energia pulita e rinnovabile. La notizia ha ricevuto il plauso del WWF che non esita a sottolineare come la nuova tendenza rappresenti un segnale importante, soprattutto in vista dei negoziati internazionali che si terranno a novembre in Polonia.


L’associazione ambientalista chiede oggi che altre grandi istituzioni seguano l’esempio.“Agire è estremamente necessario e dobbiamo farlo adesso, ce lo dice la comunità scientifica con estrema chiarezza. Come WWF, ci appelliamo alle istituzioni finanziarie – sia pubbliche che private – perché impegnino 40 miliardi di dollari in nuovi investimenti nell’energia rinnovabile entro il giugno 2014, e perché pongano termine agli investimenti in combustibili fossili, puntando a una vera ed equa transizione” ha dichiarato Mariagrazia Midulla, responsabile Clima e Energia del WWF Italia. L’invito è rivolto soprattutto alla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS/EBRD) che proprio in questi giorni sta considerando la propria posizione sugli investimenti in tutti i tipi di energia, compreso il carbone.

Chiediamo alla BERS/EBRD di diventare fossil free ha aggiunto Midulla  - e mettere fine ai finanziamenti per i combustibili fossili. La BERS/EBRD deve aumentare i propri investimenti in energia rinnovabile e sostenibile perché, come i leader dei cinque Paesi Scandinavi e gli Stati Uniti hanno detto nella dichiarazione di ieri, ‘il cambiamento climatico è una delle principali sfide della nostra futura crescita economica e del nostro benessere”.

21 febbraio 2013

Strategia energetica danese: la Danimarca verso il 100% a energie rinnovabili


Tratto da Qualenergia

Niente più caldaie a fonti fossili, la Danimarca verso il 100% a energie rinnovabili

Da gennaio in Danimarca è vietato installare sistemi di riscaldamento a combustibili fossili nei nuovi edifici. E' solo una delle misure con cui si vuole arrivare entro il 2050 a soddisfare con le rinnovabili l'intero fabbisogno energetico. L'obiettivo 2020 è 35% di energia pulita sul fabbisogno totale, tagliando del 33% il consumo delle fonti fossili.

Il primo gennaio 2013 potrebbe essere una data storica nel cammino verso la decarbonizzazione completa del sistema energetico: per la prima volta in un paese è vietata l'installazione nelle case di sistemi di riscaldamento a combustibili fossili.
 La nuova norma è entrata in vigore con l'anno nuovo in Danimarca, tra le nazioni che con più decisione si stanno muovendo per abbandonare l'energia sporca.
In tutti nuovi edifici è infatti non è più permesso installare caldaie a gas o a olio combustibile. Dal 2016 le caldaie ad olio combustibile dovranno sparire anche dagli edifici esistenti, qualora possano essere serviti da reti di teleriscaldamento o dal gas. Per sostenere questa conversione dei sistemi di riscaldamento domestici dal 2912 al 2015 Copenhagen stanzierà 42 milioni di corone danesi, cioè circa 5,6 milioni di euro.
Un provvedimento del genere preso in Italia avrebbe dell'incredibile, ma in Danimarca la scelta di abbandonare le fossili è stata presa molto sul serio. Mettere al bando le caldaie a fonti fossili è infatti tra le misure contenute nella legge danese sull'energia, approvata dal Parlamento a marzo 2012 quasi all'unanimità: con 171 voti su 179. Un provvedimennto che stabilisce politiche e obiettivi al 2020 per portare il paese entro il 2050 a soddisfare con le rinnovabili l'intero fabbisogno energetico, dal riscaldamento, ai trasporti, all'elettricità.
La legge (vedi sintesi, pdf) prevede che il Paese già al 2020 raggiunga una quota di rinnovabili sul fabbisogno energetico totale pari al 35%. Per lo stesso anno le emissioni di gas serra dovranno essere ridotte del 34% rispetto ai livelli del 1990, mentre i consumi di energia caleranno del 12% rispetto ai livelli del 2006 e la domanda di fonti fossili verrà tagliata di un terzo.
Pilastro della strategia energetica danese è l'efficienza energetica, sul versante elettrico si dà molta importanza a fonti come biogas, biomasse e soprattutto eolico. Già ora il vento fornisce circa il 25% dell'elettricità del Paese e, nel giro di 7 anni, il piano prevede di arrivare al 50% (con contestuale sviluppo di accumuli e altre tecnologie della smart grid), mentre le grandi centrali a carbone dovranno gradualmente convertirsi a biomassa.
Anche sui fabbisogni termici – come mostra il provvedimento sulle caldaie - le fonti pulite dovranno crescere molto velocemente e le fossili essere gradualmente accantonate......
Quanto costerà questo piano ambizioso e da dove verranno i soldi? Come avviene da noi per il supporto alle rinnovabili (e per parte degli interventi di efficienza energetica) le risorse vengono dalle bollette energetiche. Tuttavia il Governo di Copenhagen compenserà in parte il caro energia riducendo la pressione fiscale sulle stesse. Il prezzo resterà comunque caro per i consumatori danesi: il calcolo governativo prevede che al 2020 la bolletta rincari in media di 173 euro per famiglia e per le aziende aumenti di circa 27 euro per ogni impiegato.
Un costo che però, secondo il Governo danese, è un investimento: la transizione energetica, si spiega, non penalizzerà il Paese, anzi, “rafforzerà la competitività delle aziende danesi e metterà al riparo i cittadini da esorbitanti rincari dei combustibili fossili”. 
Solo con il miglioramento dell'efficienza energetica infatti, ci si aspetta che la Danimarca risparmi 242 milioni di euro l'anno per il 2020, ed è quasi certo che il prezzo delle fonti fossili lieviterà negli anni a venire.
A Copenhagen insomma si ragiona di energia guardando al lungo periodo. Sarebbe bello che si provasse a farlo anche in Italia, dove ci si preoccupa, giustamente, ma forse troppo, dei soldi che vanno alle rinnovabili 12,5 miliardi l'anno al 2016, secondo le ultime stime allarmate di Assoelettrica - e troppo poco degli oltre 60 miliardi all'anno che da lungo tempo spendiamo in importazioni di energia fossile, cui si aggiungono i circa 9 miliardi di incentivi pubblici all'anno che le fonti sporche ricevono in Italia (vedi QualEnergia.it). 
 Un conto che sarà sempre più caro e che, se non seguiremo l'esempio danese, pagheremo per sempre con l'aggiunta delle incalcolabili ricadute ambientali e sanitarie. E poi c'è tutta la partita di una politica industriale green capace di rimettere in moto la sfiatata economia del nostro paese.