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Visualizzazione post con etichetta combustibili fossili. Mostra tutti i post
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13 luglio 2021

 Tratto da greenpeace

Crisi climatica e inquinamento da plastica: le due facce dei combustibili fossili.             

Nei giorni scorsi, navigando in Adriatico con la nostra spedizione “Difendiamo il Mare”, ci siamo imbattuti in numerosi rifiuti galleggianti o abbandonati sulle spiagge: guanti monouso, involucri, imballaggi, bottiglie. Ma anche attrezzi da pesca, come le cassette in polistirolo usate per conservare il pescato, o le famigerate reti tubolari in cui vengono allevate le cozze che finiscono sulle nostre tavole. Una vasta gamma di oggetti che rende bene l’idea di quanto la plastica trovi impiego in numerose applicazioni.

Tutti questi manufatti in plastica derivano dalla trasformazione di gas fossile e petrolio, il cui sfruttamento è tra le principali cause dell’emergenza climatica in corso. Inquinamento da plastica e crisi climatica sono quindi due facce della stessa medaglia, entrambe riconducibili a un’economia basata sullo sfruttamento delle fonti fossili.

Con l’elettrificazione dei trasporti e il crescente ricorso alle rinnovabili per altri settori industriali, sarebbe lecito aspettarsi una rapida riduzione dei consumi di petrolio e gas. Peccato che questo tanto atteso declino, fondamentale per mitigare la crisi climatica, potrebbe essere vanificato dalla produzione di plastica, destinata a triplicare entro il 2050. Se le previsioni saranno rispettate, la plastica fornirà l’ancora di salvezza per aziende come Shell, Exxon, BP, ENI, Ineos che potranno perseverare nel loro business inquinante basato sui combustibili fossili.

Alcune stime indicano che la crescita della domanda di petrolio da parte del settore petrolchimico, laddove i combustibili fossili vengono trasformati in plastica e altri materiali, sarà trainata per una quota che va dal 45 al 95 per cento proprio dalla crescente richiesta di plastica, finendo così per aggravare la crisi climatica.

È oramai evidente a tutti che i rifiuti in plastica inquinano il mare. Ma pochi sanno che la raffinazione di gas e petrolio ha conseguenze altrettanto devastanti per l’ambiente. Una situazione purtroppo ben nota alle persone che vivono a Brindisi, ultima tappa del nostro tour “Difendiamo il mare”, nonché la città che ospita uno dei principali poli petrolchimici dove si produce plastica nel nostro Paese.

Da anni cittadine e cittadini di Brindisi assistono impotenti alle frequenti sfiammate delle torce a cui sono associate le emissioni di pericolosi gas inquinanti. Il benzene, ad esempio, una sostanza cancerogena per l’essere umano, ha più volte raggiunto livelli preoccupanti nell’aria. Proprio per tutelare la cittadinanza da questo inquinante, nella primavera del 2020 il sindaco della città aveva imposto uno stop alle attività del petrolchimico. Livelli elevati di inquinamento sono stati registrati da ARPA Puglia anche nei mesi successivi. Una situazione che è sfociata in un contrasto tra l’amministrazione cittadina e il Ministero della Transizione Ecologica durante il processo di rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) conclusosi nei mesi scorsi. Il sindaco chiedeva l’istallazione di una rete di centraline per misurare la presenza di inquinanti nell’area limitrofa al petrolchimico. Ma il Ministero della Transizione Ecologica non l’ha accolta, inducendo il primo cittadino della città pugliese a presentare un ricorso al TAR per far valere le sue istanze e proteggere la collettività.

Questo non è l’unico caso in cui la tutela della salute e dell’ambiente si scontrano con gli interessi industriali. Uno scenario che non vorremmo più vedere né in Italia né in altre parti del mondo, in cui comunità già gravate da decenni di inquinamento sono sottoposte al ricatto tra salute, ambiente e lavoro. Se vogliamo una vera transizione ecologica bisogna avere il coraggio di abbandonare le produzioni inquinanti e decarbonizzare la nostra economia,lasciandoci alle spalle sia l’uso di petrolio e gas fossile, sia i prodotti derivati, a partire dalla plastica monouso.

05 maggio 2021

Impatto dei combustibili fossili sulla salute

 Tratto da Wonderwhy

L’impatto dei combustibili fossili sulla salute


L’analisi degli ultimi dati raccolti sull’inquinamento atmosferico da combustibili fossili dipinge uno scenario critico, in particolare per gli Stati Uniti orientali, l’Europa e il Sudest Asiatico, ma in miglioramento rispetto al passato.

Che l’inquinamento atmosferico sia una delle maggiori fonti di preoccupazione per la nostra salute è un fatto assodato. Ma qual è l’impatto sulla salute dell’inquinamento causato dai combustibili fossili a livello globale? A far luce sulla questione arriva uno studio i cui risultati sono stati appena pubblicati sulla rivista Environmental Research. Lo studio è stato condotto dall’Università di Harvard, in collaborazione con l’Università di Birmingham, l’Università di Leicester e lo University College di Londra. Secondo i ricercatori sarebbero più di 8 milioni le persone decedute prematuramente nel 2018 a causa dell’inquinamento da combustibili fossili, tra cui rientrano carbone, benzina e diesel. Cina, India e parti del Nord America orientale, dell’Europa e del Sudest asiatico sono tra le aree più colpite e con i più alti tassi di mortalità.

Il numero di morti è ridotto di circa due milioni di unità rispetto a studi precedenti, che riguardavano l’anno 2012, indicando un miglioramento della qualità dell’aria dovuta a limiti legali più severi. D’altro canto i numeri dei morti restano importanti, dato che sono l’equivalente della popolazione di grandi città come Londra o New York. Tuttavia gli stessi ricercatori ammettono limitazioni nelle stime dello studio, anche dovuto a numerosi fattori confondenti, per cui l’intervallo di confidenza è molto ampio.

Il grande imputato, il Pm2,5
I combustibili fossili alimentano le centrali energetiche, i trasporti e gran parte dei servizi di cui usufruiamo (per esempio il riscaldamento). Con la loro combustione si immettono nell’atmosfera non solo i gas serra, maggiori responsabili dei cambiamenti climatici in atto, ma anche altre sostanze chimiche che possono causare gravi patologie.

Spesso si parla di questi composti non in modo individuale ma per categorie che comprendono sostanze diverse, accomunate dalle dimensioni. Il particolato fine, quello di dimensioni inferiori a 2,5 micron (millesimi di millimetro), sembra essere il più problematico per la salute. Si tratta di particelle così piccole che, una volta inalate, riescono a superare alcune barriere fisiche del nostro corpo, raggiungendo e penetrando in profondità nei polmoni, fino a entrare nel flusso sanguigno e causare danni a più organi (oltre a compromettere la stessa funzione polmonare).

Gli effetti sulla salute del particolato fine per esposizione sia a breve sia a lungo termine sono ben documentati e sappiamo che possono includere disturbi a carico del sistema respiratorio e cardiovascolare come asma grave, infezioni respiratorie, malattie cardiache, ictus, cancro ai polmoni, deficit cognitivi, tali da comportare morte prematura (fonte Organizzazione mondiale della salute).

Come si è arrivati a questi risultati
Se le ricerche precedenti erano molto incentrate su osservazioni satellitari, che non consentivano di distinguere le varie fonti che producevano particolato, con questo studio, che ha preso in considerazione i dati di meta-analisi recenti e con una gamma molto ampia di esposizione, si è cercato di utilizzare un nuovo modello globale 3D della chimica atmosferica, in grado di meglio orientare l’interpretazione dei dati raccolti e il loro confronto con le osservazioni di superficie, aeronautiche e satellitari in tutto il mondo.

GEOS-Chem, questo il nome del modello, grazie all’elevata risoluzione – la risoluzione spaziale era fino a 50 km x 60 km – ha permesso di osservare i livelli di inquinamento in ogni “riquadro”. In questo modo è stato possibile risalire in modo più preciso alle fonti di inquinamento, valutare la composizione dell’aria respirata dalle persone nelle varie regioni e comprendere meglio come la composizione e i livelli di particolato abbiano potuto influire sulla loro salute.

Le stime precedenti

In una ricerca precedente, completata nel 2015 dai ricercatori che hanno contribuito al progetto “Global Burden of Disease”, era stato stimato in 4,2 milioni il numero delle vittime di Pm 2.5, circa la metà, quindi, rispetto alla stima dei ricercatori di Harvard. Tuttavia questa ricerca, consistita in uno studio epidemiologico osservazionale molto ampio, aveva tenuto in considerazione l’inquinamento da particolato fine proveniente da tutte le fonti possibili, mentre i dati appena riportati su Environmental Research riguardano esclusivamente il particolato immesso in atmosfera dalla combustione di combustibili fossili. Anche per questa ragione, i due studi non sono completamente paragonabili.


Rudi Bressa Giornalista ambientale e scientifico, collabora con varie testate nazionali e internazionali occupandosi di cambiamenti climatici, transizione energetica, economia circolare e conservazione della natura. È membro di Swim (Science writers in Italy) e fa parte del board del Clew Journalism Network. I suoi lavori sono stati supportati dal Journalism Fund e dalI’IJ4EU (Investigative Journalism for Europe).

21 aprile 2021

Il gas naturale di origine fossile non è ‘il combustibile di transizione’ ma un nemico del clima

 Tratto da Il Fatto Quotidiano. 

Il gas non è ‘il combustibile di transizione’ ma un nemico del clima


di Emanuele Bompan

Sempre più spesso si sente parlare di come il gas naturale di origine fossile sia “un combustibile di transizione”. Un mantra ripetuto soprattutto dai grandi colossi del mondo oil&gas ma ripreso spesso da tanti politici e media. Nel recente rapporto di Confindustria, Sistema gas naturale — transizione e competitività, realizzato con Nomisma Energia, si ribadisce ancora una volta come il gas naturale “sia la fonte che sta contribuendo di più in questi anni al contenimento della crescita delle emissioni di gas a effetto serra”. È necessario però fare chiarezza, ribadendo due aspetti cruciali, ossia che il gas è comunque un combustibile fossile, e la “transizione” deve durare 1-2 decenni, massimo 3, non deve durare un secolo.

“Da un punto di vista delle emissioni il passaggio dal carbone al gas riduce indubbiamente le emissioni quando si produce elettricità. Non è facile dire quanto vale questo vantaggio perché l’estrazione e la distribuzione del gas naturale comporta emissioni fuggitive di metano, un potente gas serra – spiega Stefano Caserini, membro del comitato scientifico di Italian Climate Network – In ogni caso anche bruciando gas si produce CO2, quindi può essere usato solo in una fase temporanea come riduzione del danno: l’uscita dal gas deve essere già oggi pianificata, con tempi certi e congruenti con gli impegni sul clima già assunti dal nostro Paese”

. Dunque dal punto di vista emissivo il gas è meglio del carbone, ma rimane un combustibile fossile con un importante ruolo climalterante. Se prendiamo gli obiettivi a medio termine dell’Unione Europea, (-55% nel 2030) e a lungo termine, la neutralità climatica al 2050, appare evidente come sia urgente lavorare fin da subito per una strategia di dismissione del gas, graduale e realizzata insieme al settore. Continuare a spingere per la crescita delle centrali a gas e dello sfruttamento di quest’ultimo ad uso industriale e domestico può essere controproducente....

Nuove centrali a gas?

Dunque, appare evidente che investire in nuovi impianti a gas costituisce una direzione opposta ed ostinata alla transizione ecologica e alla decarbonizzazione. Attualmente ci sono piani per la costruzione di nuove centrali a gas in Italia per una capacità complessiva di 14 gigawatt, che potrebbero mettere a rischio gli obiettivi climatici del paese e comportare perdite fino a 11 miliardi di euro in investimenti e perdere l’occasione di ridurre i consumi domestici di energia elettrica. Queste le cifre preoccupanti che fornisce Carbon Tracker Initiative, un think tank finanziario indipendente.

Secondo Catharina Hillenbrand Von Der Neyen, Responsabile Power & Utilities presso Carbon Tracker “l’Italia commetterebbe un errore sostituendo le centrali a carbone con quelle a gas. Le tecnologie a zero emissioni possono assicurare l’affidabilità della rete a un costo più basso. Inoltre insistere sul gas mette in dubbio la leadership dell’Italia nella lotta al cambiamento climatico mentre si prepara a co-ospitare il vertice sul clima COP26 che si terrà quest’anno”.

dati sono ribaditi anche da un altro documento, il report Foot Off the Gas sempre di Carbon Traker che prende in esame gli impegni climatici internazionali e la loro attuazione tramite le relative politiche. Esiste infatti una possibilità concreta di un aumento delle emissioni eccessivo rispetto agli obiettivi di decarbonizzazione se il gas permanesse troppo a lungo nel mix energetico, invece che iniziare una transizione intelligente del settore. Dunque conclude il report “se il mondo vuole restare sotto la soglia di +1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali deve eliminare il gas naturale contemporaneamente al carbone”.

Chi propone impianti a gas sostiene che servono per poter garantire stabilità ad una rete elettrica con grandi quote di energia rinnovabile, la cui produzione è fortemente variabile. “Gli impianti a gas necessari per la transizione devono essere valutati con attenzione, spiegando in modo rigoroso la loro necessità e la loro convenienza strategica rispetto ad alte alternative tecnologiche esistenti per gestire la variabilità della domanda di elettricità”, conclude Caserini.

Infine, è necessario tener conto che anche la finanza sta iniziando a spingere contro il gas. Difficilmente chi investirà in gas potrà avere in futuro buoni rating Esg. E se lo dice la borsa globale forse vale la pena di ascoltare.

17 dicembre 2020

Recommon : Quattro scomode verità

Tratto da Recommon

         Quattro scomode verità 

Più che la soluzione per la crisi climatica, a noi l’idrogeno sembra una pericolosa distrazione dal necessario cambio di modello che milioni di persone in Europa e nel mondo chiedono a gran voce. Non solo per ridurre le emissioni di CO2, metano e altri gas climalteranti, ma anche e soprattutto per costruire un modello economico più giusto, sostenibile e finalmente libero dai combustibili fossili.

L’idrogeno “pulito” è una favola senza lieto fine

Il governo italiano ha trovato la soluzione alla crisi climatica: si chiama idrogeno. Per carità, Palazzo Chigi è in buona compagnia, con aziende, istituzioni e perfino alcune organizzazioni della società civile (non solo nostrane), pronte a festeggiare la buona novella, sulla quale sono state già redatte delle linee guida per una strategia nazionale. Prima di sognare un mondo in cui tutto sarà alimentato dall’idrogeno pulito e in cui la crisi climatica sarà solo un lontano ricordo, facciamo un bel bagno di realtà. 

Partiamo da un dato molto esemplificativo: attualmente meno dell’1% per cento dell’idrogeno prodotto nel mondo proviene da fonti rinnovabili. Del rimanente, circa il 90% proviene dalle odiate fonti fossili, principalmente gas e in parte carbone. Il governo italiano auspica di coprire al massimo il 20% dei bisogni energetici del Paese con l’idrogeno “verde”, ovvero prodotto con fonti rinnovabili, entro il 2050. Anche se tutto dovesse andare secondo i piani, cosa tutt’altro che scontata, così rimarremo con l’80% dei consumi coperto dalle fossili e solo in parte dalle rinnovabili già installate. Uno scenario di certo vantaggioso per la lobby del gas e dell’idrogeno, contrarie alla conversione alla piena elettrificazione incentrata sulle rinnovabili. Questo sarebbe il modo di affrontare realmente la crisi climatica?

Inoltre nelle linee guida per la strategia italiana si parla di “20% del fabbisogno coperto da idrogeno verde”, senza dire però dove verrebbe prodotto. Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia(IEA), produrre idrogeno interamente da energia elettrica(rinnovabile o meno) porterebbe a una domanda di energia di 3.600 TWh, più del doppio dell’attuale generazione di energia all’interno dell’Unione europea. Ma non dovremmo, invece, imparare a contenere la domanda di energia e investire in efficienza?

Guarda il video dei gastivists:

Cambia la tecnologia, ma non il modello

La ricetta è sempre la stessa. Anche l’idrogeno verde è calato all’interno di un modello iper-centralizzato di produzione e distribuzione, che rimane incentrato sulle fossili. Un modello che si fonda su mega progetti e consumo di suolo, a discapito delle comunità e dell’ambiente. Un modello che accompagna – e non mette in discussione – l’espansione delle estrazioni di gas fossile, dall’Est Mediterraneo al Mozambico o all’Artico (solo per citare alcuni progetti). In altre parole, gas e idrogeno prodotto dal gas, procedono mano nella mano. Nulla di nuovo, e quindi di più democratico o sostenibile, sotto al sole.

Un modello sbagliato che per altro sarebbe imposto dalle corporation e dalle istituzioni europee anche a paesi esterni all’UE: entro il 2050, l’Europa vuole installare sul suo territorio 40 GW di rinnovabili per la produzione esclusiva di idrogeno e altri 40 GW alle porte dell’Unione europea. Tra i primi candidati troviamo l’Egitto e il Marocco, che sono già collegati all’Europa da gasdotti verso la Spagna e l’Italia, con mega-progetti di solare concentrato per l’export di energia. Progetti questi già criticati per l’importante quantità di acqua di cui necessitano, il che nelle zone desertiche rappresenta un limite significativo.

Ricapitolando, esiste un serio problema di modello estrattivista traslato sulle rinnovabili, con tutto l’addentellato di impatti nefasti che i progetti su larga scala provocano su contesti ambientali estremamente fragili o dove i diritti umani sono minacciati, come nel caso dei territori contesi del Sahara Occidentale sotto l’attuale sovranità del Marocco, dove si trovano alcuni dei mega progetti di solare concentrato di cui sopra. A corollario di tutto ciò è quasi inevitabile porsi una doppia domanda: crediamo davvero che l’idrogeno verde sia sostenibile?

Il cavallo di Troia del gas

La lobby dell’idrogeno è la stessa della lobby del gas. Una lobby potente, forte e strutturata, che sta in pole position per accedere ai finanziamenti europei del Recovery Plan e del Green Deal Europeo per modificare i gasdotti esistenti e attrezzarli per trasportare l’idrogeno. Così ci si porta un pezzo avanti per il futuro, rimanendo vincolati alle fossili. Ma intanto, come tra le righe ammette la stessa Snam, si continua ad andare a tutto gas, che finché esisterà e sarà richiesto dal mercato avrà la priorità sull’idrogeno.

Non è un caso che Snam sia tra i principali proponenti dell’idrogeno prodotto dal gas fossile, con o senza la promessa cattura delle emissioni (CCS), una tecnologia ampiamente messa in discussione dagli studi scientifici e tecnici. La narrazione sull’idrogeno sembra fatta su misura proprio per il settore estrattivo, che può continuare a espandersi e allo stesso tempo si presenta come attore di cambiamento. Ma è davvero questo “il cambiamento” che vogliamo?

Soldi per i soliti sospetti

Adattare gli impianti come i gasdotti per favorire anche il trasporto dell’idrogeno ha un costo tutt’altro che risibile e di cui nessuno parla. I soldi ce li dovrebbe mettere lo Stato, nemmeno a dirlo, perché secondo le aziende, quello che viene offerto è “un servizio al pubblico”. La verità è che si tratta di un’attività commerciale, chiaramente nelle mani di corporation che vendono dei servizi allo Stato e alla collettività per fare un profitto. Ma noi abbiamo davvero bisogno di questo “servizio”?

Invece di andare alle sempiterne corporation del settore estrattivo, queste risorse potrebbero essere veicolate verso lo sviluppo di un nuovo paradigma. Un immenso segnale di rottura con il passato, all’insegna del decentramento e dei bisogni reali delle persone, delle rinnovabili su piccola scala e controllate da comunità di persone invece che dalle mega corporation, e del mettere in rete. Un modello finalmente affrancato dalle immancabili “proiezioni di mercato sulla domanda di energia”, opera degli stessi colossi energetici, e che rinneghi il mantra della “crescita esponenziale dei consumi” per una più ragionata riduzione sulla base dei bisogni e non del profitto.    

06 dicembre 2020

REBECCA HENDERSON :Nessuno paga il vero prezzo delle energie fossili

 Tratto da  Editoriale domani

Nessuno paga il vero prezzo delle energie fossili


Rebecca Henderson, professoressa a Harvard, esperta di cambiamento strategico e tra i più autorevoli teorici del capitalismo sostenibile. Ha appena pubblicato Nel mondo che brucia. Ripensare il capitalismo per la sopravvivenza del pianeta.

02 novembre 2020

RECOMMON: Il gas è il nuovo carbone

Tratto da Recommon

                      Il gas è il nuovo carbone


L'associazione Re:Common, insieme agli attivisti di Gastivist, lanciano una video-denuncia sulla "favoletta" del "gas buono". «Pessima idea sostituire un combustibile fossile con un altro» spiegano.

In Italia si attende il 2025 per il promesso stop definitivo al carbone, che comporterà la chiusura delle centrali ancora operative sul territorio nazionale. Eppure gli strascichi legati allo sfruttamento della polvere nera sono di non poco conto. Una delle ultime notizie di spicco riguarda l’annullamento del processo d’appello sulle dispersioni di polveri di carbone dalla centrale Enel di Brindisi sui raccolti degli agricoltori che hanno i loro terreni vicino all’impianto. La Corte di Cassazione ha stabilito l’annullamento della sentenza di secondo grado, con rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello di Lecce.

Al di là dei singole vicende, è indubbio che la transizione necessiterà tempo, ma soprattutto dovrebbe comportare investimenti per le bonifiche e delle valide alternative. Ma a Brindisi, così come in altre centrali italiane, il “pericolo” è che si passi dalla padella alla brace. Ovvero che al posto di un combustibile fossile ne subentri un altro: il gas, dipinto come la soluzione ideale dal comparto estrattivo.

Che sia solo una favola, quella del “gas buono”, ce lo spiega il video Gastivists. Un minuto e mezzo per smontare la narrazione virtuosa sull’ennesima fonte fossile che non solo emette tanta CO2 quando viene bruciato, ma anche altri gas climalteranti come il metano quando si verificano delle perdite nei vari passaggi del suo ciclo. Buona visione!








13 marzo 2020

Fondazione Veronesi Inquinamento atmosferico: la pandemia che non vediamo

Tratto da Fondazione Veronesi

Inquinamento atmosferico: la pandemia che non vediamo

Ogni anno quasi 9 milioni di persone nel mondo morirebbero a causa dell'aria inquinata. Oltre un anno di vita in più se si rinunciasse ai combustibili fossili

Inquinamento atmosferico: la pandemia che non vediamo
Al di là del Coronavirus, c’è un’altra pandemia che in queste settimane si nota meno, ma che nel tempo macina numeri di grande impatto. È l’inquinamento atmosferico, che ogni anno riduce l’aspettativa di vita più di quanto non facciano, prese singolarmente, altre cause frequenti di morte: dalle guerre alle malattie cardiovascolari, dal fumoall’Aids. Prendendo come esempio soltanto il 2015, l’aria inquinata sarebbe stata responsabile di quasi 9 milioni di decessi e di una riduzione media - su scala globale - di tre anni della prospettiva di vita. Una strage silenziosa, dai contorni ai più non del tutto noti. 

OGNI ANNO OLTRE 5 MILIONI DI MORTI EVITABILI

A confermare l’impatto dell’inquinamento sulla salute è uno studio condotto da un pool di ricercatori tedeschi, sotto l’egida del direttore del dipartimento di cardiologia dell’Università di Magonza, Thomas Munzel. Gli studiosi hanno inserito in un modello matematico i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (tassi e cause di mortalità per area, densità di popolazione, età, luogo di residenza) e le stime relative ai processi atmosferici che coinvolgono le sostanze sprigionate durante la produzione di energia, dal traffico o nel corso di attività agricole o industriali. In questo modo è stato possibile stimare la quota di decessi dovuti all’inquinamento: all'incirca 120 ogni 100mila abitanti. Questo il dato medio, che risulta superato però tanto in Asia (196 su 100mila) quanto in Europa (133 su 100mila abitanti). «Il lavoro dimostra che circa due terzi dei decessi prematuri sono attribuibili all’inquinamento atmosferico provocato dai combustibili fossili: comune denominatore delle diverse fonti inquinanti esaminate», ha spiegato Munzel, che ha coordinato lo studio apparso sulle colonne della rivista Cardiovascular Research. Nel complesso, si parla di 5.5 milioni di morti potenzialmente evitabili su scala globale. «Senza la combustione di gas, petrolio e carbone, l’aspettativa di vita media di ogni individuo aumenterebbe di oltre anno». 

DIVERSE LE CAUSE

Sei le categorie di patologie per le quali è stato valutato l’impatto dell’inquinamento: le infezioni respiratorie, la broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco), il tumore del polmone, le malattie cardio e cerebrovascolari e un insieme di altre condizioni croniche (ipertensione, diabete). È sull’incidenza e il decorso di queste condizioni che si osserva maggiormente l’effetto dell’inquinamento. Senza trascurare che si parla di alcune tra le principali cause di morte al mondo, soprattutto nei Paesi occidentali. A pagare il prezzo più sono soprattutto gli anziani: nel 2015 3 decessi su 4 dovuti all’inquinamento sono stati registrati tra gli over 60. In Africa (dove l’inquinamento è considerato una minaccia per la salute alla pari dell’Aids e della malaria) e in Asia meridionale, invece, la maggiore riduzione della prospettiva di vita si osserva sui bambini. Secondo i ricercatori, le maggiori responsabilità sono da ascrivere al PM 2.5. In questa categoria rientrano sia molecole di origine naturale (erosione del suolo, incendi, dispersioni di pollini) sia composti che hanno origine dai processi di combustione e dal traffico veicolare.

LA SITUAZIONE IN EUROPA

Lo studio ha come limite l'incertezza di una stima. Ma i dati sono in linea con quelli di un altro lavoro pubblicato lo scorso anno sull’European Heart Journal. In quel caso i ricercatori - tra cui anche diversi autori dell'ultimo studio - si erano soffermati sulle stime dei decessi in Europa attribuibili all'inquinamento. Nel Vecchio Continente, ogni anno, oltre 650mila persone perderebbero la vita a causa di una malattia cardiovascolare (infarto, arresto cardiaco, trombosivenosa e aritmia), di un ictus o di una malattia respiratoria. 

12 febbraio 2020

Studio di Greenpeace :Gas, carbone e petrolio: quanto costano al Pianeta?

Tratto da Il Fatto Quotidiano

Combustibili fossili, lo studio di Greenpeace: 

“L’inquinamento atmosferico costa 8 miliardi di dollari al giorno e 4,5 milioni di morti”



Il rapporto ‘Aria tossica: il costo dei combustibili fossili’ redatto da Greenpeace Southeast Asia e CREA (Centre for Research on Energy and Clean Air) valuta i danni causati da carbone, petrolio e gas, in termini economici e di salute umana. Tra gli effetti evidenziati, l’aumento di patologie croniche, di parti premature e di casi di asma, anche tra i bambini

Circa 4,5 milioni di morti premature e 2.900 miliardi di dollari (oltre 100 miliardi solo per i giorni di assenza dal lavoro), equivalenti al 3,3 per cento del Pil mondiale, ovvero 8 miliardi di dollari al giorno. È il costo che il Pianeta sostiene a causa dell’inquinamento atmosferico derivante dalla combustione di combustibili fossili, ovvero carbone, petrolio e gas, secondo le stime del rapporto ‘Aria tossica: il costo dei combustibili fossili’ redatto da Greenpeace Southeast Asia e CREA (Centre for Research on Energy and Clean Air) che, per la prima volta, valutano il danno – in termini economici e di salute umana – legato proprio a questo tipo di inquinamento. Il lavoro ne evidenzia alcuni effetti, come l’aumento del numero di patologie croniche ogni anno e il contributo a milioni di visite mediche e a miliardi di giorni di assenza dal lavoro per malattia.
Una situazione critica anche per l’Italia, dove si stima che il costo sia ogni anno di circa 56mila morti premature e 61 miliardi di dollari. Il dato globale sui decessi provocati da questo tipo di inquinamento supera di oltre tre volte il numero di morti causate da incidenti stradali, stando ai dati dell’Organizzazione mondiale della Sanità. Eppure, anche nel nostro Paese, per esempio, l’uscita dal carbone trova diversi ostacoli e, anche nell’ultima versione del Pniec, Piano nazionale integrato per l’Energia e il Clima, viene condizionata a una serie di condizioni difficilmente realizzabili nel breve termine. “È essenziale che il governo italiano non faccia passi indietro sull’abbandono del carbone al 2025, come invece l’ultima versione del Pniec sembrerebbe suggerire” commenta, a riguardo, Federico Spadini, della Campagna Trasporti di Greenpeace Italia.
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Tratto da Greenpeace
Gas, carbone e petrolio: quanto costano al Pianeta?






Il costo globale dell’inquinamento atmosferico da combustibili fossili

Una stima di 4,5 milioni di morti premature ogni anno e 2.900 miliardi di dollari, equivalenti al 3,% del PIL mondiale, cioè 8 miliardi di dollari al giorno: è il costo che si stima il Pianeta sostenga annualmente a causa dell’inquinamento atmosferico derivante dalla combustione di combustibili fossili, ovvero carbone,petrolio e gas. 
È quanto emerge dal nuovo rapporto “Aria tossica: il costo dei combustibili fossili”, che abbiamo redatto insieme al CREA (Centre for Research on Energy and Clean Air), nel tentativo di valutare per la prima volta il costo globale dell’inquinamento atmosferico legato ai combustibili fossili.
L’inquinamento atmosferico minaccia la nostra salute e la nostra economia, causando milioni di morti premature ogni anno e aumentando i rischi di infarto, cancro ai polmoni e asma, con un costo economico di migliaia di miliardi di dollari.

Il quadro in Italia

Anche l’Italia subisce pesanti conseguenze dall’inquinamento atmosferico: nel nostro Paese, si stima che il “suo costo” sia ogni anno di circa 56 mila morti premature e 61 miliardi di dollari.
Per questo motivo, è essenziale che il governo italiano non faccia passi indietro sull’abbandono del carbone al 2025, come invece l’ultima versione del PNIECsembrerebbe suggerire. 
Occorre andare con coraggio e decisione verso le energie rinnovabili, abbandonando false soluzioni come il gas fossile. E i grandi attori privati come banche e assicurazioni devono smettere di elargire finanziamenti ai combustibili fossili.

Serve un nuovo paradigma globale!

Nonostante il quadro preoccupante, esistono diverse soluzioni.
Tra queste, un posto di primo piano hanno la transizione verso le energie rinnovabili e l’abbandono delle auto con motore a combustione interna. Occorre un contemporaneo cambio di paradigma della mobilità, puntando sul trasporto pubblico e su forme di mobilità meno impattanti. Oggi più che mai è fondamentale considerare il costo reale dei combustibili fossili, non soltanto per il rapido peggioramento dell’emergenza climatica, ma anche per la salute delle persone.

Ecco i risultati del nostro rapporto:

  • Circa 40 mila bambini al di sotto dei 5 anni muoiono ogni anno a causa dell’esposizione a PM2.5 derivato dalla combustione di combustibili fossili, soprattutto nei Paesi a più basso reddito
  • Ogni anno circa 4 milioni di nuovi casi di asma tra bambini sono associati all’NO2, prodotto dalla combustione di combustibili fossili nei veicoli, nelle centrali elettriche e nelle industrie, con una stima di 16 milioni di bambini nel mondo affetti da questo sintomo a causa dall’inquinamento da NO2derivante da combustibili fossili
  • 1,8 miliardi di giorni di assenza da lavoro per malattia sono associati all’inquinamento dell’aria da PM2.5 derivante da combustibili fossili, con una perdita economica pari a circa 101 miliardi di dollari all’anno
  • La Cina continentale, gli Stati Uniti e l’India sostengono i costi più elevati dell’inquinamento dell’aria causato dai combustibili fossili, pari rispettivamente a 900, 600 e 150 miliardi di dollari all’anno.