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21 novembre 2016

Gli effetti del cambiamento climatico:Le Isole Marshall stanno per scomparire Paola Kim Simonelli

Le Isole Marshall stanno per scomparire

Paola Kim Simonelli
20/11/2016
La minaccia più grande con cui queste isole devono confrontarsi é l'aumento della temperatura globale. Periodiche inondazioni stanno costringendo gli abitanti degli atolli a lasciare la propria casa e trasferirsi negli Stati uniti; la paura costante é la minaccia dell'estinzione di questi paradisi oceanici.
Il video del quotidiano on line britannico The Guardian, ci mostra la preoccupazione degli abitanti delle Isole Marshall.

"Vivere nel mio Paese sta diventando sempre più difficile, rischiamo di venire sommersi dalle acque"; cosi' Alson Kelen, il presidente del Consiglio Ong delle Isole Marshall, aveva espresso la sua preoccupazione alla COP21, lo scorso dicembre a Parigi. Gli effetti del cambiamento climatico che sta interessando l'intero globo, stanno gradualmente facendo scomparire le Isole Marshall, che vedono i loro raccolti distrutti dalle inondazioni causando la mancanza di alimenti.
Le Isole Marshall comprendono 29 atolli che giacciono ad una media di 2 metri sopra il livello del mare; i cambiamenti climatici che stanno comportando lo scioglimento dei ghiacciai e, di conseguenza, l'innalzamento degli oceani, sono la minaccia più grande. Già nel 2014, oltre 1000 persone sono state evacuate dalla capitale della più grande isola (Majuro), per i danni causati dall'alta marea. Oggi un terzo della popolazione complessiva vive negli Stati Uniti per il problema delle inondazioni, e il tasso di disoccupazione é elevato.
"L'allarme deve rientrare entro e non oltre i prossimi dodici mesi", fa sapere il Governo. Alcuni per non lasciare subito la proprio casa, costruiscono muri provvisori per temporeggiare, ma tutti sanno che é solo questione di tempo; l'alta marea constringerà anche i più ostinati abitanti a lasciare le isole. Oggi una comunita di Marshallesi é presente nel comune di Springdale, in Arkansas; qui cercano di mantenere le loro tradizioni nonostante la loro vera casa sia lontana e in pericolo, sperando sempre di potervi un giorno fare ritorno

05 ottobre 2016

Clima, l’Italia e il doppio gioco sull’accordo Cop21


Tratto da Il Fatto Quotidiano


Clima, l’Italia e il doppio gioco sull’accordo Cop21: “Ha lavorato per avere obiettivi più soft sulle emissioni”

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Il governo ha sempre rivendicato un ruolo da leader in green economy e rinnovabili, ma durante le trattative ha fatto resistenza, insieme alla Polonia, ritardando anche la ratifica dell'intesa all'Europarlamento. 

Il gatto e la volpe. Nel lavorio di trattative che ha preceduto la ratifica dell’accordo di Parigi sul clima al Parlamento europeo, due Paesi in particolare hanno remato contro. Uno è laPolonia, l’altro l’Italia. Resistenze che hanno fatto dilatare itempi di ratifica comunitaria fino all’ultimo momento utile, oltre il quale per l’Unione Europea non sarebbe più stato possibile partecipare alle prossime trattative sul clima. Ma se da una parte Varsavia è da sempre nota per le sue posizioni a favore delle fonti fossili e le sue frenate sui temi ambientali, dall’altra sorprendente è stato l’atteggiamento del governo italiano.
L’esecutivo pubblicamente ha sempre rivendicato la portata storica dell’intesa di Parigi e, anzi, il ruolo di leader dell’Italia nella green economy e nelle rinnovabili. Lo stesso presidente del Consiglio Matteo Renzi, nel 2015, partecipando agli incontri della Cop21 a Parigi, aveva detto: “L’Italia ha la leadership in alcuni settori della green economy. Noi stiamo andando nella giusta direzione e stiamo facendo tutti quegli sforzi che ci portano a essere una delle nazioni guida in questo settore. Sono ottimista, ma è ancora lunga. Spero che l’accordo sia il più vincolante possibile, altrimenti si rischia un impegno scritto sulla sabbia”. Anzi, il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti aveva rivendicato pochi giorni prima della ratifica che “noi rendiamo più facile l’accordo a livello europeo – continua Galletti – perché abbiamo contribuito già fortemente, anche negli anni scorsi, alla riduzione della Co2 in Europa”.
Eppure nel frattempo l’Italia cercava di frenare. Nelle stanze dei negoziati europei ha lavorato per ottenere impegni più blandi di riduzione delle emissioni. Come? Portando avanti ufficialmente una battaglia per “l’equità” nella spartizione degli impegni tra i Paesi, che nei fatti dovrebbe risolversi in compiti a casa meno pesanti per l’Italia. Se infatti le trattative prima della Conferenza sul clima del 2015 hanno riguardato l’impegno che l’Europa avrebbe dovuto assumersi (fissato a una riduzione del 40% delle emissioni entro il 2030 rispetto al 1990), adesso si negozia su cosa questo obiettivo vorrà dire per i diversi Stati membri. E qui viene il bello.
Un lavoro sotto traccia
La Polonia ha difeso apertamente il diritto del proprio Paese a uno sviluppo basato sul carbone, mentre persino Ungheria e Slovacchia, “alleati” dei polacchi nel gruppo di Visegrad (non proprio dei progressisti sui temi ambientali) hanno preso una posizione opposta. “Hanno già ratificato l’accordo a livello nazionale. Sanno bene che dopo potranno battersi per target più morbidi, ma intanto non conviene mettersi contro il trattato di Parigi”. Quello dell’Italia, nel frattemo, come spiega il responsabile dell’ufficio di Bruxelles di Legambiente Mauro Albrizio, “è stato un lavoro condotto dietro le quinte. Nessuno è così politicamente stupido da dire apertamente di non volere questo accordo”. Così la battaglia si è combattuta ai tavoli tecnici, dove i negoziatori italiani hanno creato non pochi problemi.
Un atteggiamento che per il responsabile Clima ed energia di Greenpeace Italia Luca Iacoboni non è neanche giustificato dalle caratteristiche del nostro Paese: “L’Italia, al contrario della Polonia, è un Paese povero di materie prime, che anche per questo dovrebbe puntare sulle rinnovabili più che sul carbone. Inoltre, anche l’Enel sta dismettendo 23 centrali a carbone”....
Ratifica all’ultimo momento
Le resistenze di alcuni Paesi ad assumersi degli impegni significativi ha fatto allungare i tempi della ratifica dell’accordo a livello europeo, che infatti è arrivata all’ultimo momento, alla presenza del segretario dell’Onu Ban Ki-Moon che non doveva nemmeno essere a Strasburgo, ma ha fatto una deviazione su invito del presidente del Parlamento Martin Schulz. Altrimenti non si poteva fare: per sedersi al tavolo delle trattative della Cop 22 che si terrà a novembre a Marrakech, la procedura di ratifica doveva essere chiusa entro il 7 ottobre. Quelli di novembre saranno negoziati importanti: perché se l’anno scorso alla Cop 21 si è discusso degli impegni di riduzione, quest’anno si dovrà decidere come mantenere le promesse fatte. La Via assicura che “in un mesetto la procedura di ratifica italiana sarà completata”. L’obiettivo sarebbe quello di avere il pezzo di carta pronto per il 7 novembre: così Galletti potrà evitare di presentarsi a Marrakech a mani vuote.Qui l'articolo integrale

30 settembre 2016

Alla vigilia della COP22 :Perché l’Ue ha fretta di ratificare l’accordo sul clima?

Tratto da Rinnovabili.it

Alla vigilia della COP22 di Marrakesh

Perché l’Ue ha fretta di ratificare l’accordo sul clima? 


I tanto declamati danni all’immagine e alla credibilità del vecchio continente sono solo la foglia di fico. In realtà Bruxelles rischia l’estromissione dalle decisioni che contano davvero 
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(Rinnovabili.it) – Sulla ratifica dell’accordo sul clima di Parigi l’Unione Europea è ancora la grande assente. Ma qual è la reale posta in gioco? È davvero solo una questione di immagine, di credibilità, che sarebbero calpestate se i Ventotto si presentassero a mani vuote alla COP22 di Marrakesh, al via il 7 novembre, dove l’accordo sembra proprio che entrerà in vigore? E per l’Italia sarebbe soltanto un problema di onore offeso, in quanto membro fondatore dell’Unione ma diversi vagoni più indietro della locomotiva franco-tedesca? Come spesso capita quando in ballo ci sono economia e interessi globali, la facciata ridipinta di “spirito di Ventotene” nasconde aspetti decisamente più prosaici. E per comprenderli bisogna fare una veloce incursione negli aspetti tecnici (ma non troppo), tenendo a portata di mano calcolatrice e calendario.

A che punto è la ratifica dell’accordo sul clima

La tabella di marcia per l’entrata in vigore del patto sul clima ha subito un’accelerazione decisiva con la ratifica da parte di Usa e Cina al recente G20 di Hangzhou. Nei giorni scorsi alla conferenza Onu a New York ai due più grandi inquinatori del pianeta si sono poi aggiunti altri Stati. E le loro firme sono state un giro di boa. L’accordo di Parigi infatti ha due clausole: deve avere la firma di almeno 55 Stati, che rappresentino almeno il 55%  delle emissioni globali. Due calcoli e vediamo che i paesi che hanno ratificato sono ormai 60, la prima soglia è superata. Ma “pesano” soltanto per il 47,5% delle emissioni. Ma a breve anche India e Giappone aggiungeranno la loro firma e i requisiti saranno entrambi soddisfatti. L’Unione Europea resta fuori da tutto questo.

La stanza dei bottoni si chiama CMA

accordo sul climaÈ un problema? Sì, di immagine. Ma non solo. Perché con questa tempistica significa che alla COP22 l’accordo di Parigi entrerà davvero in vigore. E con l’entrata in vigore si innescano altri meccanismi, importantissimi. A questo punto la questione di immagine si rivela per quello che è: una questione di potere, potere contrattuale. Infatti a Marrakesh, un secondo dopo l’entrata in vigore dell’accordo, verrà creata la “Conference of the Parties serving as the meeting of the Parties to the Paris Agreement”, nome ridondante abbreviato in CMA.
Chi ne fa parte? Solo gli Stati che hanno ratificato. E quali compiti ha il CMA?Supervisionare l’accordo, decidere come e con quali tempi deve essere implementato. Ma a quel tavolo l’Ue non siederà senza la ratifica dei Ventotto. E non potrà aver voce in capitolo: saranno altri i centri decisionali, i luoghi dell’agenda setting, ben distanti da Bruxelles. Questo non è più soltanto un danno all’immagine del vecchio continente, bensì un pericolo reale perché impedisce di contrattare le condizioni migliori – non necessariamente per il clima, ma per l’industria e l’economia europee certamente sì.

La contromossa dell’UE

La soluzione potrebbe arrivare il 4 ottobre. In programma una seduta del Parlamento che potrebbe procedere alla ratifica a livello comunitario, usando quella firma per accedere al CMA. Infatti in Ue soltanto Francia, Ungheria, Austria e Slovacchia hanno detto sì all’accordo, e la Germania dovrebbe unirsi al gruppo nel volgere di qualche giorno (l’Italia non ha nemmeno calendarizzato una seduta parlamentare dedicata). Per evitare che i membri ritardatari strepitino per la forzatura di Bruxelles, che di fatto scavalca la sovranità dei singoli Stati, secondo fonti di Euractiv sarebbe pronta una dichiarazione di Consiglio e Commissione in cui si assicura che la mossa non costituisce un precedente per altre decisioni future.

28 agosto 2016

Europa, 20 mila morti da carbone. In Francia c'e' in studio la Carbon tax

Tratto da Giornalistinell'erba

Europa, 20 mila morti da carbone. In Francia arriva la Carbon tax

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Parigi sferza il suo attacco al cambiamento climatico. Nella Francia del post Cop21 tra il ventaglio di idee per fronteggiare gli impegni presi al tavolo della Ville Lumière c’è allo studio la “Carbon tax”.
Le centrali a carbone dovranno pagare 20-30 euro a ogni tonnellata di anidride carbonica emessa per arrivare ad una quota di 50 euro nel 2030. Questo è il tributo che tenterà di incentivare le fonti rinnovabili o le centrali a metano (che rispetto al carbone producono meno gas serra). Nel mirino ci sono ben 4 impianti che forniscono energia per 3.000 megawatt complessivi.
Il piano anticarbonio è quanto emerge da un rapporto lungo più di 100 pagine, nato dal dialogo tra il ministro francese,Ségolène Royal, con Pascal Canfin, direttore generale del WWF francese, Alain Grandjean, economista e Gérard Mestrallet, presidente di Engie.
Non c’è più tempo per la compravendita delle “quote di CO2”. Per restare nei 2° C bisogna fare di più, bisogna ridurre le emissioni climalteranti. La soluzione francese punta a questa direzione.
Ad oggi i paesi che hanno adottato una ecotassa simile sono Svezia, Norvegia, Finlandia, Danimarca, Olanda e Irlanda. Dall’altra parte delle Alpi, l’Italia del post Cop21 non sembra, invece, tanto in prima linea nella battaglia al Global warming. “Manca un risveglio civile dell’opinione pubblica” sostengono Ferraris e Bompan, nel loro ebook “Il mondo dopo Parigi”.
Eppure la situazione è gravissima. Sono ben 22.900 le morti premature in tutta Europa, vittime degli effetti transfrontalieri delle polveri delle centrali a carbone. La spesa sanitaria relativa a malattie imputabili a questa fonte fossile ammonta a 62,3 miliardi di euro. Per fare un paragone, le vittime ogni anno della strada sono 26 mila.
Si tratta di numeri allarmanti che sono stati pubblicati nel rapporto “Europe’s Dark Cloud” frutto del lavoro di un gruppo di Ong green, tra le quali spicca il Wwf, Can (Climate Action Network),Heal (Health Environment Alliance) e Sandbag. Lo studio fa riferimento all’inquinamento prodotto dalle 257 delle 280 centrali a carbone attive nell’Ue nel 2013.
La bandiera nera assegnata sulla base degli impianti più nocivi spetta a Polonia, Germania, Romania, Bulgaria e Regno Unito. Mentre tra i paesi vittime, che subiscono di più le conseguenze della “nuvola oscura”, ci sono la stessa Germania (3630 morti premature tra inquinamento interno ed esterno), l’Italia (1610), la Francia (1380), la Grecia (1050) e l’Ungheria (700).

07 luglio 2016

Alessandro Mauceri :Gli effetti collaterali del ritorno al carbone

Tratto da Notizie geopolitiche.net

Gli effetti collaterali del ritorno al carbone

di C. Alessandro Mauceri –
Solo che questa volta lo si sta facendo coscienti che questa decisione avrà effetti devastanti sulla salute dell’uomo e sull’ambiente......
Dopo gli incontri di Parigi e di New York, dove praticamente nessuno dei paesi maggiori responsabili delle emissioni di CO2 ha ratificato l’accordo del COP21, era chiaro che ai paesi “sviluppati” e “industrializzati”, di ambiente, emissioni di CO2 e inquinamento non importava molto. L’ennesima conferma è venuta dalla decisione di realizzare un numero impressionante di nuove centrali a carbone. Oggi in tutto il mondo sono in atto progetti per costruire nuovi centrali a carbone: i tre quarti di quelle in Asia saranno costruite in Giappone, in Cina, in India, in Indonesia e in Vietnam. Ma anche nella “verde” Europa ne saranno realizzate, e parecchie: in Germania e Polonia, prima di tutto, e poi nel Regno Unito e perfino una in Italia. Recentemente il G7 ha stanziato ben 2,5 miliardi di dollari da destinare proprio alla produzione di energia elettrica utilizzando il carbone.
Il problema è che il carbone è una delle fonti energetiche maggiormente responsabili delle emissioni di gas inquinanti. E gli “effetti collaterali” sono noti. Un rapporto congiunto redatto da WWF, Climate Action Network, Heal (Alleanza per la salute e l’ambiente) e Sandbag ha analizzato l’impatto sulla salute di 257 centrali europee su 280 e ha confermato che la decisione di utilizzare il carbone come fonte energetica, è causa di 22.900 morti premature e di decine di migliaia di casi di malattie cardiache, bronchiti, tumori (nel 2013). “Oltre la metà delle morti premature nell’Ue dovute al carbone possono essere attribuite a 30 centrali”, si legge nel rapporto......
Ma non è questo il solo “effetto collaterale” causato dal carbone. Questo combustibile è stato responsabile del 18 per cento delle emissioni di gas serra dell’Ue. Inoltre tutti sanno che le risorse idriche (soprattutto quelle di acqua potabile) sono sempre più preziose, così come è risaputo che è in atto una corsa per evitare sprechi di acqua. Pochi sanno però che proprio il carbone è responsabile di enormi consumi di acqua. Il carbone consuma acqua direttamente: secondo un recente rapporto di Greenpeace, nel 2013 le 8.359 centrali elettriche a carbone esistenti nel mondo hanno consumato 19 miliardi di metri cubi di acqua dolce. Una quantità sufficiente a soddisfare le esigenze di oltre un miliardo di persone, un settimo della popolazione mondiale. Se a questo si aggiunge la quantità d’acqua necessaria per l’estrazione e il lavaggio del carbone, il consumo complessivo sale a 23 miliardi di metri cubi. Ogni singolo anno. Uno spreco di risorse idriche assolutamente inaccettabile. E questo problema, ancora una volta, non riguarda solo la Cina (alla fine del 2013 questo paese ospitava il 45 per cento delle centrali a carbone esistenti, per una capacità di 804 gigawatt), ma anche molti altri paesi al mondo.
Che la scelta del carbone come combustibile è sbagliata lo si sapeva da tempo: alcuni decenni fa l’Ue bandì un programma (destinato a paesi come la Germania, che facevano un uso smodato del carbone come fonte energetica) proprio per finanziare la chiusura e la riconversione delle miniere di carbone e delle centrali che lo utilizzavano. Nel 2013, la Banca europea per gli investimenti (Bei) dichiarò di voler adottare misure per eliminare il sostegno a centrali a carbone e lignite, limitandolo “solo in rare circostanze”.
Ma i problemi crescenti legati all’utilizzo delle centrali nucleari (i rischi che comportano sono decisamente inaccettabili, come hanno dimostrato i fatti) e la difficoltà a rifornirsi di gas e di petrolio, nonostante i prezzi diminuiti, ha spinto molti a cercare nuove fonti energetiche. 
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E, dato che le riserve di carbone in molti paesi (a cominciare dalla Germania) non mancano, tutte le promesse fatte a Parigi, a New York e in tutti gli incontri in cui si è parlato di “ambiente” sono finite nel cestino:d’un tratto, si è tornati a decidere di produrre energia elettrica con il carbone. 
Solo che questa volta lo si sta facendo coscienti che questa decisione avrà effetti devastanti sulla salute dell’uomo e sull’ambiente.

06 giugno 2016

Alex Zanotelli:A quando l’Onda verde? È un impegno etico fondamentale per tutti noi.Diamoci da fare perché vinca la Vita!

A quando l’Onda verde?

Alex Zanotelli, missionario comboniano, da sempre nelle lotte dei movimenti di base, ha scritto questo appello a Napoli il 5 giugno 2016 (in occasione della Giornata mondiale dell’ambiente), e ha scelto di promuoverlo attraverso Comune.

Per adesioni: appelloclima@gmail.com
Tratto da Comune
 L'  "Appello di Alex Zanotelli"
Risultati immagini per appello clima
Sono già trascorsi sei mesi dal vertice sul clima di Parigi (Cop21), nel quale i potenti del mondo si erano accordati di tenere la temperatura del pianeta sotto un grado e mezzo per evitare il disastro ecologico. L’accordo raggiunto era stato osannato come “l’accordo del secolo”. 
Il 22 aprile, con una solenne cerimonia al Palazzo di Vetro a New York, i capi di Stato di 175 nazioni hanno firmato ‘L’accordo di Parigi’ , per combattere il surriscaldamento del Pianeta. “Una giornata storica” l’ha definita Ban Ki Moon.
Anche Renzi a nome dell’Italia ha firmato quell’accordo. Eppure, in questi mesi, abbiamo visto in questo paese ben poco che esprimesse la volontà politica per un cambiamento di rotta. Nessun dibattito politico sul clima in Parlamento. Nessuna legge in vista per mettere al bando petrolio e carbone. Anzi abbiamo assistito a un aumento di trivelle per mare e per terra. Renzi stesso ha invitato i cittadini a non andare a votare per il Referendum sulle trivelle a mare (17 aprile), che ha rivelato come il popolo italiano sia lontano dal capire che il petrolio deve rimanere sotto terra. Non solo, ma anche i media non aiutano il popolo a capire la gravità della crisi ecologica.
Ma anche il mondo politico italiano non sembra interessato ad approfondire questo problema. Ne è un segnale chiaro l’assenza quasi totale di questo tema nell’attuale campagna elettorale. Non ho sentito da nessuna parte l’impegno ad andare verso le emissioni zero o sganciarsi progressivamente dai combustibili fossili. Bisogna riconoscere che, a sei mesi dallo ‘storico’ accordo di Parigi, ben poco si è mosso in Italia. Lo ammette anche Via Campesina:”L’accordo di Parigi è totalmente insufficiente per affrontare la problematica del riscaldamento globale.” Infatti l’accordo non contiene nulla di vincolante per gli stati, non fa nessun riferimento ai fossili (petrolio e carbone) e prevede la revisione nel 2023.
La speranza quindi non può che venire dal basso , dalla cittadinanza attiva, da una combinazione di resistenza, resilienza e buone pratiche È l’indicazione che ci viene da Via Campesina: ”La società civile non può restare passiva e deve raddoppiare i propri sforzi per andare oltre il trattato di Parigi e realizzare misure effettive reali, concrete contro il cambiamento  climatico”. In molti paesi i movimenti per la giustizia climatica stanno proponendo e rivendicando l’urgenza di un impegno per tenere il petrolio, carbone e gas naturale sottoterra. Invece ho la netta impressione che, dopo il vertice di Parigi, la società civile italiana sia rimasta silenziosa ‘aspettando Godot…’. Ho la stessa impressione della chiesa italiana, dove ben poco sembra muoversi in questo campo, nonostante la sferzata data da papa Francesco con la sua enciclica Laudato Si’.
È mai possibile che migliaia di attivisti negli Usa, Inghilterra, Australia, Sudafrica, Indonesia abbiano partecipato nelle prime due settimane di maggio alla più grande campagna mondiale di disobbedienza civile contro i combustibili fossili, chiamata Break Free, mentre in Italia non si muove foglia? La situazione climatica è grave. Il 2015 è stato l’anno più caldo della storia. “La porta dei due gradi centigradi si sta per chiudere – ha detto Fatih Birol di Iea (Agenzia Internazionale Energia). Nel 2017 si chiuderà per sempre!”.
Solo un movimento popolare unitario, un’Onda verde, capace di unire le forze sia religiose che laiche, potrà forzare il governo italiano a prendere decisioni. È quanto ci suggerisce papa Francesco in Laudato Si: ”Poiché il diritto si dimostra insufficiente a causa della corruzione, si richiede una decisione politica sotto la pressione della popolazione. La società attraverso ong e associazioni intermedie deve obbligare i governi a sviluppare normative, procedure e controlli rigorosi. Se i cittadini non controllano il potere politico non è possibile un contrasto ai danni ambientali” (179).
La cittadinanza attiva deve forzare il nostro governo e il parlamento a una legge  che ci sganci progressivamente dall’uso dei combustibili fossili (soprattutto petrolio e carbone) e punti alle energie rinnovabili, specie il solare, che non deve essere nelle mani delle multinazionali, ma delle comunità locali. Inoltre deve esigere dal governo un piano nazionale per l’energia.
Per realizzare questo, la cittadinanza attiva deve mettere in campo una serie di azioni non-violente, come fa il movimento internazionale Break Free, contro le trivellazioni, le centrali a carbone, le raffinerie… (sit-in, occupazioni, blocchi ferroviari…).
Infine la cittadinanza attiva deve lanciare una grande campagna di Disinvestimento (Fossil Free) da quelle banche che investono sia sul carbone che sul petrolio. Se vogliamo ottenere dei risultati dobbiamo colpire le banche (oggi il vero potere!), togliendo i nostri soldi, non solo a titolo personale, ma soprattutto a livello istituzionale, come parrocchie o comuni. È una campagna internazionale già in atto che ha portato negli Usa 180 istituzioni all’impegno di ritirare i propri investimenti, per un valore di 50 trilioni da banche che investono in combustibili fossili, tra cui anche il Consiglio Ecumenico delle Chiese (Wcc) e la Federazione Mondiale Luterana. Perfino i Rockefeller  hanno deciso di ritirare i loro soldi, iniziando da quelle banche che investono nei due elementi che inquinano di più (carbone e shale). Tra le banche che più investono in carbone (cito quelle più comuni): Deutsche Bank, BpnParibas, Ubs, Unicredit , Hsbc e tante altre (vedi il rapporto Bankrolling Climate Change.
“Le persone coscienziose – dice Desmond Tutu – devono rompere contro banche che finanziano l’ingiustizia del cambiamento climatico”.
Se parrocchie come comuni, diocesi come regioni decideranno di ritirare i propri soldi da quelle banche che finanziano i combustibili fossili, otterremo molto in fretta chiare scelte da parte del nostro governo per salvare la Madre Terra.
Tutto questo lo possiamo ottenere se le realtà di base, sia laiche che religiose, formeranno un forte movimento popolare per salvare e fare pace con la nostra amata Madre Terra.
È un impegno etico fondamentale per tutti noi.
Diamoci da fare perché vinca la Vita!
.Per adesioni: appelloclima@gmail.com