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13 luglio 2021

NETTISSIMA RIDUZIONE DEGLI INQUINANTI, "MACROSCOPICO E INCONTROVERTIBILE" AUMENTO DELLA BIODIVERSITA' LICHENICA TOTALE ED ASSOLUTA INATTENDIBILITA’' DELLO STUDIO ARPAL 2018

  

                         COMUNICATO STAMPA

ALL'UDIENZA DEL PROCESSO TIRRENO POWER IL CONSULENTE DELLA PROCURA CONFRONTA LA SITUAZIONE DELL'INQUINAMENTO ATMOSFERICO ANTE E POST CHIUSURA DEI GRUPPI A CARBONE DELLA CENTRALE: 

NETTISSIMA RIDUZIONE DEGLI INQUINANTI

"MACROSCOPICO E INCONTROVERTIBILE" AUMENTO DELLA BIODIVERSITA' LICHENICA

TOTALE ED ASSOLUTA INATTENDIBILITA’' DELLO STUDIO ARPAL 2018

 

La consulenza tecnica presentata quest'oggi evidenzia i notevoli effetti e i benefici sulla qualità dell'aria prodotti dalla chiusura dei gruppi VL3 e VL4 della centrale, avvenuta (non per volontà dell'azienda, ma per ordine del giudice) nel marzo 2014, partendo da due diverse indagini relative allo stato ante e post chiusura gruppi a carbone:

a) studio scientificamente approfondito sui dati degli inquinanti rilevati dalle centraline ARPAL che evidenziano sostanziose riduzioni di diversi inquinanti;

b) ripetizione delle indagini sulla biodiversità lichenica che restituiscono un quadro di notevole miglioramento dei parametri di biodiversità anche con salti di ben due classi.

 

risultati delle centraline ARPAL, correttamente analizzati, forniscono un esito "sensibilmente differente e sostanzialmente divergente" rispetto a quanto evidenziato nel documento ARPAL di Genova del 2018, allegato al verbale dell’Osservatorio regionale.

 

Infatti i dati raccolti dimostrano la sostanziale riduzione delle concentrazioni dei macroinquinanti maggiormente associati alla combustione di carbone, e cioè SO2 e PM2,5 nelle postazioni di misura collocate sottovento alla CTE (Vado L. via Aurelia e Quiliano mercato generale), ma non in quelle esterne all’area di ricaduta e/o interessate da sorgenti tipiche dell’ambiente urbano.  

 

Le concentrazioni atmosferiche di anidride solforosa (SO2) si sono ridotte in modo eclatantesoprattutto a Vado L. (-69,42 %), ma anche presso SV Varaldo (-45,24 %).

La consulenza tecnica della Procura, utilizzando gli stessi dati delle centraline ARPAL, sconfessa dunque clamorosamente il documento ARPAL 2018 recante non si osserva una diminuzione di entità significativa dopo lo stop  dei gruppi a carbone della CTE”, documento peraltro sbandierato dalle difese degli imputati quasi ad ogni udienza di questo processo.

 

Un tale esito, al di là della sua rilevanza processuale, che verrà evidentemente valutata dal Giudice, solleva pesanti interrogativi su quest'ultimo studio ARPAL, su cui gli amministratori e i politici locali e regionali non possono evitare di confrontarsi.

 

All'udienza odierna dinanzi al Tribunale di Savona (Giudice Giannone; PM Milocco) il consulente tecnico della Procura dott. Stefano Scarselli ha illustrato gli esiti di una consulenza conferitagli nel 2019, producendo una relazione contenente la valutazione degli effetti dovuti alla chiusura dei gruppi a carbone sulla qualità dell'aria e sulla flora sensibile nel territorio circostante. 

In particolare, da un lato, il consulente ha esaminato i dati registrati nelle rete di monitoraggio provinciale della qualità dell'aria ARPAL e, dall'altro, ha esposto gli esiti delle nuove misure di biodiversità lichenica (2019) effettuate in un congruo numero di stazioni già campionate nel 2012  per conto della Procura per realizzare un confronto scientifico ante e post chiusura dei gruppi a carbone avvenuta nel 2014.  

 

Il CT  della Procura ha innanzitutto riferito dell'esame del documento ARPAL del 2018 allegato al

verbale della riunione dell’Osservatorio Regionale salute-ambiente del 9 luglio 2018, documento che è stato reiteratamente citato dalle difese degli imputati  nell'intento  di dimostrare come  non vi fossero state riduzioni significative degli inquinanti con la chiusura dei gruppi a carbone.

 

L'esame del documento ARPAL da parte del dott. Scarselli e delle specialiste Prof.sse Laura Tositti ed Erika Brattich  dell'Università di Bologna  (ausiliarie del dott. Scarselli) ha evidenziato innanzitutto i gravi limiti delle centraline utilizzate da ARPAL (anche in ragione della loro collocazione), oltreché l'inadeguatezza delle modalità con cui sono stati trattati i dati (aggregati mensili e non anche come giornalieri), senza considerare inoltre l' influenza dalla meteorologia. 

 

Il dott. Scarselli ha confrontato i dati emersi dai rilevamenti dell'indagine del 2019 sulla Biodiversità lichenica con i dati dei rilevamenti effettuati prima della chiusura dei gruppi a carbone e gli esiti delle misure, ripetute nelle medesime stazioni a distanza di sette anni e a cinque anni dalla chiusura dei gruppi a carbone della CTE TP, hanno restituito un quadro totalmente mutatoevidenziando un sensibile miglioramento della situazione di biodiversità lichenica.

Questo notevole miglioramento avvenuto dopo la chiusura dei gruppi a carbone  è stato particolarmente evidente nelle zone esposte  alle ricadute degli inquinanti della centrale (con salti in positivo anche di due classi) mentre non si sono registrati miglioramenti nelle zone non esposte.

 

Il venir meno dell’effetto della maggiore sorgente di inquinamento della zona si è riflettuto in una significativa e misurabile riduzione del danno alla flora lichenica.

In una situazione di sostanziale invarianza dell’impatto dovuto agli altri fattori di pressione antropica ancora attivi nell’area, tale riduzione del danno si è espressa in misura rilevante solamente nelle zone di ricaduta delle emissioni della centrale; mentre, al contrario, nelle stazioni esenti dall’effetto delle emissioni della CTE (sopravento ai camini), non si è registrata alcuna variazione significativa della Biodiversità Lichenica.


I benefici più consistenti e apprezzabili a seguito della chiusura dei gruppi a carbone sono stati registrati nelle zone di massima ricaduta e cioè nelle stazioni del Promontorio di Bergeggi e di Valle di Vado. Particolarmente degno di nota, sia per consistenza e sia per il peculiare significato ambientale ed ecologico che riveste è il miglioramento riscontrato sul Promontorio di Bergeggi (area protetta e di pregio naturalistico ricadente nella omonima Riserva Naturale Regionale, nonché Sito di Interesse Comunitario) che ha registrato un incremento dell'indice di biodiversità lichenica di circa il 96%!

Il consulente precisa che la risposta positiva della flora lichenica registrata in questo sito, identificato da tutti i modelli previsionali applicati alle emissioni della CTE quale zona di massima ricaduta in termini assoluti, è dunque "macroscopica e incontrovertibile".





20 giugno 2018

ISDE:L’ILVA è incompatibile con il diritto alla salute, ad un lavoro dignitoso ed all’assenza di discriminazioni

Tratto da ISDE

COMUNICATO STAMPA – L’ILVA è incompatibile con il diritto alla salute, ad un lavoro dignitoso ed all’assenza di discriminazioni

La posizione di ISDE Italia
Già nel 1987 l’Organizzazione Mondiale della Sanità definiva l’area di Taranto “ad elevato rischio ambientale”. Negli anni successivi una lunga serie di contributi scientifici ha dimostrato le responsabilità dell’ILVA nella presenza, parallelamente alla compromissione ambientale, di danni sanitari a carico di lavoratori e residenti di qualunque età (soprattutto bambini).
La situazione di rischio per la salute persiste tuttora.
Le evidenze disponibili dimostrano anche l’improponibilità dei progetti di
“ambientalizzazione”. Qualunque sarà il combustibile utilizzato per alimentare il
siderurgico e nonostante tutti i possibili accorgimenti tecnici, livelli produttivi tali da creare
profitti per il gestore saranno inevitabilmente associati all’emissione di quantità intollerabili di inquinanti ed a conseguenze ambientali e sanitarie prevedibili e misurabili, che andranno a perpetrare la discriminazione e le disuguaglianze in una popolazione che ha già pagato un prezzo altissimo in termini di mortalità e morbosità.
Tutto questo, inoltre, avverrebbe nella regione italiana con la maggiore produzione di gas
climalteranti da sorgenti industriali (con ILVA ancora una volta in primo piano),
complicando enormemente il raggiungimento degli obblighi internazionali sottoscritti dal
nostro Paese per il contenimento dei cambiamenti climatici.
Ai richiami dell’Istituto Superiore di Sanità sulla “urgenza di interventi finalizzati a
ripristinare la qualità dell’ambiente” e motivati dagli eccessi di mortalità e morbosità
ripetutamente riscontrati soprattutto in età pediatrica, si sono sino ad ora ricevute risposte
unicamente finalizzate a confermare la tirannia del diritto dei privati a produrre acciaio
su qualunque altro diritto, compreso quello alla salute.
Le evidenze disponibili sono state sino ad ora sistematicamente ignorate, con il risultato di un’esposizione indebita e di un’amplificazione del divario tra la salute possibile e la salute reale della popolazione, che ha raggiunto livelli inaccettabili per un Paese civile.
La mancata interruzione dell’attività inquinante dell’ILVA genera enormi danni economici
per l’incremento esponenziale dei costi sanitari (almeno 400 milioni di euro/anno secondo
la European Environmental Agency), per i danni spesso irreversibili subiti da intere
categorie imprenditoriali (ad es. allevatori, mitilicoltori, agricoltori) e per le conseguenze dei
cambiamenti climatici, grandi amplificatori di criticità preesistenti.
Tali pesanti costi, tuttavia, non sono sino ad ora mai stati seriamente considerati nel
bilancio decisionale sulla prosecuzione o sull’interruzione dell’operatività dell’ILVA.
In caso di prosecuzione dell’attività, ancora una volta, a profitti per pochi
corrisponderebbero costi distribuiti sull’intera comunità tarantina e inammissibili
sofferenze.
Appare anche insostenibile il voler considerare la prosecuzione dell’attività ILVA
come strumento di difesa del lavoro. Circa un terzo delle denunce di malattie
professionali in Puglia vengono dalla provincia di Taranto e molte di queste riguardano
tumori professionali. Appare ininterrotta la serie delle morti bianche all’interno del
siderurgico, si continua a parlare di esuberi e la presenza dell’ILVA non migliora le
prospettive di ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, considerato che proprio in
provincia di Taranto c’è il tasso di disoccupazione giovanile più alto a livello regionale e tra
i più alti a livello nazionale.
Non è questo il modello di lavoro da difendere.
I lavoratori di Taranto hanno bisogno di uno Stato che crei finalmente per loro una via di
fuga, impegnandosi a costruire proposte di lavoro rispettose della dignità umana e
alternative rispetto alla subordinazione ad uno dei più spietati ricatti occupazionali, quello dello scambio tra lavoro e salute.
Il voler perseverare sullo “scenario ILVA” come unico possibile, obiettivo perseguito sino
ad ora dallo Stato con l’imposizione di numerosi decreti legge, ha evidentemente fallito a
Taranto il suo principale proposito, quello di salvaguardare insieme ambiente, salute e
lavoro, generando senza soluzioni di continuità ulteriori rischi e danni sanitari per tutti e
forme di impiego non rispettose della dignità dei lavoratori.
Le possibilità alternative di lavoro, di sviluppo imprenditoriale e di riconversione
economica sono fattori negoziabili. La salute e la dignità umana non lo sono e non
dovranno mai più esserlo.

Roma, 19 giugno 2018

Per Informazioni:
Associazione Medici  per l’Ambiente – ISDE Italia
Via XXV Aprile, 34 – 52100 Arezzo
Tel: 0575-23612  – E-mail: isde@isde.it
Scarica la posizione di ISDE Italia in PDF

15 settembre 2015

ISDE:Lettera Stop Glifosate inviata ai Ministri e Comunicato stampa







                       Riceviamo da Isde 
                                                           COMUNICATO STAMPA
GLIFOSATO, LE ASSOCIAZIONI:
“E’ CANCEROGENO, VA VIETATO”

Il Tavolo delle associazioni ambientaliste e dell’agricoltura biologica chiede il bando della produzione, commercializzazione e uso del Glifosato,
un pesticida molto diffuso e definito cancerogeno dallo Iarc

12 settembre 2015Divieto di produzione, commercializzazione e uso di tutti i prodotti fitosanitari a base di glifosato. Lo chiede oggi, in una lettera inviata al Governo italiano, il Tavolo delle 17 associazioni nazionali ambientaliste e dell'agricoltura biologica. Definito quest’anno dallo Iarc (International agency for research on cancer), l’agenzia per la ricerca sul cancro dell’Oms, sicuro cancerogeno per gli animali e fortemente a rischio anche per l’uomo, il Glifosato è il pesticida più utilizzato al mondo e presente in 750 formulati tra i quali il Glinet® e il Roundup®, quest’ultimo proposto dalla Monsanto in abbinamento a sementi Ogm che sviluppano resistenza a questo prodotto.
Il tavolo chiede inoltre alle Regioni di rimuovere il prodotto da tutti i disciplinari di produzione che lo contengono e di escludere da qualsiasi premio nei PSR le aziende che ne facciano uso evitando di premiare e promuovere “l’uso sostenibile” di un prodotto dichiarato cancerogeno dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Partita da un’iniziativa di AIAB e FIRAB la campagna “STOP Glifosato” è diventata la campagna di tutto il tavolo delle Associazioni Ambientaliste e dell’Agricoltura Biologica e ha già raccolto l’adesione di molte altre organizzazioni nazionali che oggi in occasione dell’apertura del SANA a Bologna, il Salone del biologico e del naturale, lanciano l’allarme.
  La pericolosità del Glifosato per persone, piante e animali è ampliata dal fatto di essere largamente utilizzato non solo in agricoltura ma anche per la pulizia delle strade e delle ferrovie e presente nei prodotti per il giardinaggio e l’hobbistica. Anche i bambini possono essere esposti al pericolo del Glifosato durante le erogazioni in aree pubbliche come scuole e giardini. Inoltre, risulta presente, secondo dati internazionali, nell’acqua; in Italia, secondo il report “Pesticidi nelle acque” dell’Ispra, è la sostanza che più spesso supera i limiti delle soglia fissata dalla legge, insieme al suo metabolita (ossia il prodotto dalla degradazione del Glifosato) di nome Ampa.
L’Italia è uno dei maggiori utilizzatori di questo pesticida ed è incluso nel Piano d’Azione Nazionale  per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari (PAN). Il che significa che tutti i Programmi regionali per lo sviluppo rurale (Psr 2014-2020), nei prossimi anni, promuoveranno come sostenibile e incentiveranno l’uso di un prodotto che in realtà è cancerogeno, e classificato, in passato, come interferente sul sistema endocrino e, più di recente, secondo studi del Mit del 2013-2014, alla base di gravi pericoli come l’insorgenza della celiachia. Senza parlare delle correlazioni epidemiologiche tra l’esposizione al glifosato e il linfoma di non-Hodgkin e agli aumenti di leucemie infantili e malattie neurodegenerative (come il Parkinson).
Chiediamo con urgenza al Governo l’applicazione del principio di precauzione in nome della tutela della salute pubblica – dichiara nella lettera il portavoce del tavolo delle associazioni Maria Grazia Mammuccini e si vieti in via definitiva e permanente la produzione, commercializzazone e l’uso di tutti i prodotti a base di glifosato.
Le alternative al Glifosato ci sono, e vanno rese note e incentivate – conclude Mammuccini – sia in agricoltura che per la manutenzione del verde pubblico. Si tratta di buone pratiche agronomiche ecologiche, a partire dai metodi di coltivazione biologici e biodinamici, che risultano sostenibili anche nel rapporto costi-benefici, sia a breve che a medio termine”.
Del Tavolo fanno parte: Aiab, Associazione per l'Agricoltura Biodinamica, FAI, Federbio, Firab, Italia Nostra, ISDE – Medici per l’ambiente, Legambiente, Lipu, Navdanya International, PAN Italia, Slowfood, Terra Nuova, Touring Club Italiano, Associazione Pro Natura, UpBio, WWF. Aderiscono alla Campagna Stop Glifosato :AnaBio, MdC, Infanitalia, Forum Italiano dei Movimenti per l’acqua, Asso-Consum, WWOOF Italia, NUPA, il Test, UNA.API

10 giugno 2015

PROMEMORIA ..............Facciamo il punto : i cittadini non hanno dimenticato.......

  Ripubblichiamo  il comunicato del 24 gennaio
Comunicato Stampa

Al Sig. Presidente della Regione 
                Claudio Burlando
E p.c. agli Assessori regionali Renzo Guccinelli,  Claudio Montaldo

 Lei non può non essere a conoscenza  dell’ampia  documentazione che accerta la  grave situazione  sanitaria e ambientale da noi  ripetutamente segnalata  alla Sua attenzione  anche attraverso formali diffide.

 La Rete savonese ha dovuto tutelare la salute e  il futuro  del nostro territorio dovendosi  sostituire agli  amministratori pubblici che  avrebbero dovuto svolgere  questo ruolo.

    Di questo dovrà rendere conto 
                        ai savonesi.
                                                   ___________________________________

In merito alla questione degli aspetti sanitari e ambientali collegati alla centrale Tirreno Power, riteniamo che Lei sia perfettamente a conoscenza di tutta la documentazione presentata in diversi sedi, in particolare la grave situazione sanitaria e ambientale da noi ripetutamente segnalata alla Sua attenzione anche attraverso formali diffide, e che, quantomeno per il principio di precauzione in una questione che riguarda la vita di centinaia di cittadini, l’avrebbe dovuta indurre a decisioni e provvedimenti rivolti alla tutela e incolumità della popolazione esposta, sia per quanto riguarda i procedimenti autorizzativi e i valori emissivi da concedere in sede di AIA e sia più in generale per quanto riguarda i controlli dell’esercizio della centrale e le corrette misurazioni degli inquinanti.

Lei ieri ha parlato ancora di “studi contrastanti” (nonostante che anche per lo studio IST, per molto tempo e da più parti sostenuto per dimostrare un quadro sanitario tranquillizzante, ne siano state recentemente confutate le conclusioni e l'uso improprio dagli stessi realizzatori) e cita uno studio “di qualche anno fa” dell’Istituto Superiore di Sanità. Riteniamo che questi documenti siano superati in quanto non risulta siano stati utilizzati nell’ultima Conferenza dei Servizi.
Dovrebbe invece citare i RECENTI documenti del Ministero della Salute utilizzati nell’ultima Conferenza dei Servizi, come la nota 31082 (di cui  la Regione risulta essere a conoscenza in quanto presenti nell’allegato 10 al verbale). Il Ministero della Salute dichiara: “per quanto riguarda la situazione epidemiologica del Comune di Vado Ligure, l’Istituto Superiore di Sanità, con nota prot 0049140 del 27/12/2013 ha provveduto ad analizzare i dati di mortalità per causa rilasciati dall’ISTAT nel periodo 2003-2010 (…)
 Per quanto riguarda le cause con evidenza limitata di associazione con esposizione ambientale, caratteristica di una centrale termoelettrica, si osserva in entrambi i generi un eccesso di mortalità per le malattie del sistema respiratorio nel loro complesso ed in particolare per quelle acute” 
Chiediamo che sia resa pubblica in modo completo la citata nota dell’ISS del 27/12/2013.
__________

Riteniamo in ogni caso che quanto a conoscenza di Lei e degli amministratori coinvolti fosse e sia già ampiamente sufficiente per dire basta una volta per tutte alla combustione del carbone in mezzo ad un centro abitato come quello savonese.

Le citiamo nuovamente solo parte della documentazione già in Suo possesso (in allegato il verbale della Conferenza dei Servizi del 2012 dove sono state recepite le nostre segnalazioni e diffide rivolte anche alla Sua attenzione):

il gravissimo problema dell’inquinamento lichenico del territorio emerso dal biomonitoraggio effettuato a cura della stessa azienda che evidenzia per alcuni inquinanti livelli elevatissimi, i più alti mai riscontrati in Italia secondo la tabella NIMIS;  (vedi lettere da noi inviate anche allo stesso Presidente della  Regione - pag 96 punti 1 e 2  e pag 102 dell’allegato pdf pubblico sul sito del Min Ambiente);

il pesante inquinamento nei sedimenti marini presso la foce del torrente Quiliano (foce dove confluiscono anche gli scarichi idrici della centrale) evidenziato nello studio Arpal 2010 con valori considerevoli: L’Ordine dei Medici in un documento ufficiale parla della “presenza di metalli pesanti e di idrocarburi policiclici aromatici a livelli enormemente maggiori rispetto alle altre aree liguri, anche portuali, e di oltre cento volte superiori rispetto ai riferimenti normativi...Non ci risultano misurazioni pubbliche agli scarichi idrici” (oltre 900 miliardi di litri nel solo 2010, fonte della stessa azienda); (vedi lettere da noi inviate anche allo stesso Presidente della regione - pag 96 punto 3  dell’allegato pdf pubblico sul sito del Min Ambiente);

la mancanza di misurazioni pubbliche: non ci risultano misurazioni pubbliche sulle emissioni ai camini!  Questo è un fatto di una gravità estrema: gli unici dati sulle emissioni in nostro possesso sono quelle rilevate a cura della stessa azienda.  Ci consta  che durante tutti gli anni dei suoi mandati da Governatore si è permesso che l’azienda rilevasse in modo autonomo i livelli di emissione degli inquinanti;
 - la dichiarazione dell'Istituto Tumori di Genova che si riferisce allo Studio di Impatto ambientale: “nella relazione presentata da Tirreno Power vi sono gravi lacune metodologiche che mettono in discussione le tranquillizzanti conclusioni del documento: errori ed omissioni nelle stime delle emissioni di polveri fini primarie e secondarie; sottostima delle emissioni di gas serra; sottovalutazione dei dati derivanti da studi su bioindicatori; errori metodologici sull’impatto sanitario…”;

le dichiarazioni del rappresentante del Ministero della Salute - Istituto Superiore di Sanità in sede di Conferenza dei Servizi, che segnalavano come i decreti di compatibilità rilasciati “non abbiano sufficiente evidenza della problematica relativa ai c.d. microinquinanti classici derivanti dalla combustione del carbone, tra cui PCB, i metalli pesanti, l’arsenico, ecc”… e “l’importanza di considerare il deposito al suolo di tali sostanze”;

i documenti di un Ente terzo e sicuramente super partes come l’Ordine dei Medici della Provincia di Savona il quale nel 2010, a proposito dei vecchi gruppi a carbone 3 e 4, parla di “minaccia reale e consistente per la salute e per la vita dei cittadini della provincia di Savona”: questo avrebbe dovuto già bastare per attivare provvedimenti a tutela dei cittadini;
- la situazione generale dell’inquinamento riassunta dalla stessa Regione Liguria nel "Piano di risanamento e tutela della qualità dell'aria" a pag 126: “La combustione nell'industria dell'energia e quindi essenzialmente la centrale termoelettrica è la prioritaria responsabile delle emissioni di Ossidi di azoto, PM10, SOx e di COV...”;

la perizia dello studio Terra srl commissionata dagli stessi comuni di Vado e Quiliano (perizia firmata e giurata in Tribunale dal dott. Marco Stevanin già membro della commissione VIA nazionale) in cui si afferma “per quanto riguarda la salute, è evidenziata una situazione già fortemente compromessa”;

-la numerosa documentazione prodotta da fonte europea, dall’ISDE, e soprattutto dall’ Università di Stoccarda, secondo la quale la centrale di Vado Ligure risulterebbe la più ‘letale’ in Italia con 120 morti premature imputabili in un solo anno (nel 2010);
-le Sue stesse dichiarazioni come riferite dai media il 14/7/2011; secondo Lei “era impossibile l’opzione zero, anche perché non decidere avrebbe significato tenersi due gruppi a carbone vecchi di quarant’anni e molto inquinanti e il parco carbone scopertoquindi un danno ambientale colossale – ha Lei affermato – Invece adesso avremo nel giro di pochissimi anni il carbonile coperto, AIA seria sui due gruppi esistenti”

Quindi Lei Presidente ha parlato di gruppi “molto inquinanti” e di “danno ambientale colossale” e di “AIA seria sui gruppi esistenti”.
Con tutto quanto premesso crediamo che i cittadini abbiano il diritto di chiedersi perché Lei e la Regione Liguria abbiate espresso parere favorevole alla Conferenza dei Servizi del 17 settembre 2012 (seguita dal decreto AIA del dicembre 2012 )  nella quale si concessero ai vecchi gruppi 3 e 4 quei  limiti  estremamente elevati rispetto alle MTD(390/350 per SO2 - oltre 17 volte rispetto al limite minimo Mtd e oltre 1,7 volte rispetto al limite massimo Mtd e addirittura 250 per il CO - ben 5 volte il massimo del range MTD)

Ma soprattutto ci chiediamo come è stato possibile da parte Sua sostenere la richiesta di una nuova AIA che tenda a far funzionare i vecchi e "molto inquinanti"gruppi 3 e 4 per ancora molti anni, per una centrale situata in un centro cittadino densamente abitato e in una situazione accertata di disastro ambientale rilevato dalla Procura di Savona e avallato da un Giudice per le indagini preliminari. 

Vorremmo poi che Lei Presidente spiegasse inoltre ai cittadini savonesi perché in sede di commissione IPPC la Regione Liguria non abbia richiesto il mantenimento della prescrizione del misuratore camino (SME) delle emissioni. Perché vi è una così forte resistenza al misuratore di inquinanti all’uscita del camino? Ci sono motivi non detti? Perché un amministratore come Lei non pretende una misurazione finalmente attendibile degli inquinanti, che faccia chiarezza sul reale livelli di emissioni che fuoriescono dalle ciminiere?

Le ricordiamo quanto contenuto nel documento di sequestro del GIP: “appare dimostrato che il gestore, in tutti questi anni e fino alla data odierna, ha sempre fatto quello che gli tornava più vantaggioso, il tutto nella neghittosità degli organi pubblici chiamati a svolgere attività di controllo, lungi dal sanzionare le dette inottemperanze, hanno ritardato in modo abnorme l’emissione dei dovuti provvedimenti ( pag 44 )”

Da tutto ciò emerge una grande e amara verità: la Rete savonese fermiamo il carbone (formata da associazioni, comitati e semplici cittadini) in questi anni ha dovuto tutelare la salute e il futuro del nostro territorio, ovvero gli interessi collettivi della nostra comunità (con denunce, ricorsi, diffide, perizie sulla situazione ambientale, con costi finanziari molto alti), dovendosi sostituire agli amministratori pubblici che  avrebbero dovuto svolgere questo ruolo.

Di questo dovrà rendere conto

 ai savonesi.


RETE SAVONESE FERMIAMO IL CARBONE