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21 novembre 2019

Ricerca e salute: l'opaca trasparenza dei nuovi criteri proposti dall'Epa

Tratto da Il Bolive

Ricerca e salute: l'opaca trasparenza dei nuovi criteri proposti dall'Epa

Il titolo, “Strengthening transparency in regulatory science”, potrebbe lasciar pensare a qualcosa di positivo ma la bozza della proposta con cui l’Epa, l’agenzia per la protezione dell’ambiente del governo federale americano, ha annunciato di voler limitare le ricerche scientifiche che verranno utilizzate quando occorre stabilire norme legate alla salute pubblica, ha suscitato sconcerto e apprensione tra molti scienziati.
Il documento, a cui in questi giorni ha avuto accesso il New york times, integra una precedente proposta sulla trasparenza dei dati utilizzati nelle ricerche, proposta che era stata avanzata nel 2018 e che già allora era stata duramente criticata da gruppi scientifici, ambientali e di pazienti.
Il nodo chiave intorno al quale ruota la proposta dell'Epa riguarda il concetto di accessibilità dei dati raccolti durante le ricerche. Dalla bozza emerge che gli scienziati, per essere certi che l'agenzia decida di valutare le conclusioni di un loro studio, si troverebbero nella condizione di dover divulgare tutti i "raw data" - cioè i dati grezzi, non elaborati - di cui, ad esempio, fanno parte anche informazioni mediche raccolte con accordi di riservatezza. Secondo i vertici dell'Epa questo cambiamento di paradigma consentirebbe una maggiore trasparenza e permetterebbe di validare in modo indipendente i risultati di uno studio. Il tutto, si legge in un tweet dell'agenzia, "mantenendo la protezione delle informazioni personali riservate proprio come fanno regolarmente le altre agenzie sanitarie federali". .....
Sono in molti però a temere che la misura potrebbe rendere molto più difficile il contrasto all'inquinamento dell'aria e dell'acqua e, più in generale, le azioni a tutela della salute umana: in passato sono state proprio le informazioni sanitarie riservate, che di solito non sono rese pubbliche, ad avere svolto un ruolo importante nel far definire all'Epa limiti più rigorosi per gli inquinanti atmosferici. Un esempio emblematico è lo studio realizzato nel 1993 dalla Harvard University che ha permesso di collegare in modo definitivo l'aria inquinata alle morti premature. Durante la raccolta di dati per la loro ricerca, nota come Six cities study, gli scienziati hanno firmato accordi di riservatezza per tracciare le storie mediche e occupazionali private di oltre 22.000 persone in sei città e, collegando questi dati con quelli relativi alla qualità dell'aria, hanno studiato il legame tra l'esposizione cronica all'inquinamento atmosferico e la mortalità. Un'analisi che aveva stimolato l'Epa a introdurre nuovi controlli sul particolato carbonioso, ma che era stata criticata dalle industrie dei combustibili fossili e da alcuni politici repubblicani secondo i quali l'Epa stava facendo uso di una "scienza segreta". .....
Un ulteriore elemento di preoccupazione deriva dal fatto che nella nuova bozza della proposta dell'Epa, a differenza di quella avanzata nel 2018, si prevede la possibilità che la regola della trasparenza venga applicata retroattivamente agli studi che in passato sono stati utilizzati per sostenere le regolamentazioni attuate.
Pareri negativi sui cambiamenti ipotizzati dall'agenzia americana per la protezione dell’ambiente sono arrivati anche dalla National association of pediatric nurse practitioners che, riporta sempre il New york times, ha espresso il timore che la norma "alla fine si tradurrà in una protezione ambientale e sanitaria più debole e maggiori rischi per la salute dei bambini".
Di certo è difficile non intravedere come il cambiamento proposto dall'Epa faccia parte di un disegno più ampio portato avanti dall'amministrazione Trump per indebolire le azioni a contrasto dell'inquinamento e del cambiamento climatico. Una linea che è stata confermata anche dal recente avvio della procedura di ritiro formale degli Stati uniti dagli accordi di Parigi sul clima, ma che tenta anche di estendere la sua influenza sul mondo della ricerca. E non sono mancati casi di scienziati governativi puniti per aver espresso posizioni in contrasto con quelle del presidente Trump o ricercatori ai quali è stato impedito di recarsi alle conferenze per presentare il loro lavoro.

18 agosto 2019

Una coalizione di 29 stati e città statunitensi ha citato in giudizio l’amministrazione Trump per le nuove regole meno stringenti sulle emissioni di CO2

Tratto da ilpost
Una coalizione di 29 stati e città statunitensi ha citato in giudizio l’amministrazione Trump per le nuove regole meno stringenti sulle emissioni di CO2


Una coalizione di 29 stati e città statunitensi, per lo più a guida Democratica, ha citato in giudizio l’amministrazione Trump per bloccare le nuove regole meno stringenti sulle emissioni di CO2 da parte delle centrali a carbone. Secondo le accuse, l’Affordable clean energy emanato dell’Agenzia per la protezione ambientale (EPA) non proteggerebbe in modo adeguato i cittadini dall’inquinamento e dalle conseguenze dei cambiamenti climatici. La causa è guidata dalla procuratrice generale di New York Letitia James e, scrive il New York Times, potrebbe arrivare fino alla Corte Suprema.

Le nuove regole sulle emissioni stabilite dall’amministrazione Trump sono molto più permissive rispetto a quelle che erano state imposte dal Clean Power Plan (CPP) voluto nel 2015 da Barack Obama, che fissava limiti nazionali sull’inquinamento da biossido di carbonio delle centrali e imponeva agli stati di attuare dei piani per ridurre le emissioni entro il 2022. Ora è stato invece stabilito che i singoli stati potranno decidere da soli quali standard e quali limiti imporsi per le emissioni delle loro centrali. Durante la campagna elettorale Trump aveva insistito molto sulla volontà di cambiare le regole volute da Obama e di aiutare l’industria del carbone.

18 giugno 2018

Focus: Il costo in vite umane delle politiche ambientali di Trump

Tratto da Focus

Il costo in vite umane delle politiche ambientali di Trump

L'annullamento di una sessantina di precedenti riforme sull'uso di combustibili fossili e sulla tutela di aria e acqua rischia di provocare 80 mila morti in più per decennio. E le stime sono conservative.

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Il volume occupato dalle tonnellate di CO2 immesse ogni giorno in atmosfera negli USA: l'illustrazione è stata realizzata a partire dai dati 2014. In quell'anno, le tonnellate di CO2 immesse quotidianamente in atmosfera negli USA sono state 18,8 milioni. Una tonnellata di CO2 riempirebbe il volume di una sfera di poco più di 10 m di diametro.

Le decisioni in tema ambientale sostenute dall'attuale amministrazione americana potrebbero portare alla perdita di 80 mila vite umane in più per ogni decennio, per le conseguenze sulla salute dell'inquinamento dell'aria e dell'acqua. Lo sostengono due scienziati dell'Università di Harvard, che precisano che le stime sono conservative, e che le politiche di Trump sulle emissioni dannose potrebbero causare problemi respiratori a circa un milione di persone a decennio, soprattutto bambini.
Le analisi dei ricercatori sono state pubblicate in un saggio scientifico sul Journal of the American Medical Association.Non si tratta di un articolo pubblicato in peer review, cioè frutto di una revisione tra pari, ma di uno studio che si basa, comunque, esclusivamente su dati pubblicati dall'Agenzia per la protezione dell'ambiente americana (EPA): dati istituzionali, quindi, che andrebbero considerati attendibili - se non altro, dall'EPA stessa.
CONTI A PERDERE. Le ricadute più gravi si avrebbero per il peggioramento della qualità dell'aria. L'intenzione della Casa Bianca di revocare il Clean Power Plan, il Piano dell'era Obama che prevedeva di raggiungere, entro il 2030, un taglio del 32% (rispetto al 2005) delle emissioni degli impianti a carbone, potrebbe portare a 36 mila morti in più ogni decennio, e a 630 mila casi extra di infezioni respiratori e nello stesso arco di tempo.Continua  su Focus 

24 ottobre 2017

Inquinamento: non esistono livelli "sicuri". ....

Tratto da Il Cambiamento

Inquinamento: non esistono livelli "sicuri". Ci si ammala e si muore, questa è la certezza

Mah...dovevamo aspettare di sentircelo dire dal New York Times che ha spiegato ai lettori uno studio del New England Journal of Medicine. Fatto sta che è ormai stra-certo che non esistono livelli "sicuri" o "non sicuri" di inquinamento. Anche a livelli definiti "sicuri" dalla legge si muore; lo dimostrano i dati riferiti a 60 milioni di persone esaminate.

Inquinamento: non esistono livelli
Proprio nei giorni in cui l'apposita commissione della rivista scientifica Lancet rilancia i dati OMS del 2015, affermando che l'inquinamento ha ucciso in quell'anno 9 milioni di persone prematuramente (più di Aids, tubercolosi e malaria messi insieme), ecco che il New York Times ci informa di un altro dato che avremmo dovuto già sapere, se non almeno immaginare: non esistono livelli "sicuri" di inquinamento. Si muore comunque! 
Il New York Times ha riassunto i risultati di un grosso studio che, come ha spiegato anche Nadia Simonini per Isde, ha potuto esaminare più di 60 milioni di persone assistite tramite “Medicare” registrando nel periodo sotto studio 22.567.924 morti. Nello studio pubblicato sul New England Journal of Medicine sono stati utilizzati dati satellitari, metereologici ecc. e anche dati raccolti da 3805 stazioni di monitoraggio dell’EPA che hanno permesso ai ricercatori di stimare in modo accurato i livelli di inquinamento dell’aria giornalieri in tutti gli Stati Uniti. Per ogni aumento di 10 microgrammi per metro cubo di PM 2,5 hanno trovato un aumento di 7,3% nella mortalità. Nel periodo studiato il PM 2,5 medio è variato tra 6,21 fino a 15,65. Viene considerato tollerabile un livello di 12. Per ogni aumento di 10 parti per miliardo di ozono hanno trovato un aumento dell’ 1,1% nella mortalità, le concentrazioni di ozono sono variate tra 36,27 e 55,86, il livello considerato sicuro è di 70.
Ecco l'articolo del New York Times


17 ottobre 2017

Qualenergia : Salute, abbandonare il carbone fa bene come smettere di fumare e bere alcol

Tratto da Qualenergia 

Salute, abbandonare il carbone fa bene come smettere di fumare e bere alcol

In un recente intervento, Jonathan Patz direttore del Global Health Institute dell’università di Wisconsin-Madison, spiega perché conviene smettere di bruciare combustibili fossili: la cattiva qualità dell’aria provoca milioni di morti premature ogni anno e alti costi sanitari.


L’utilizzo di combustibili fossili, con l’associata responsabilità umana dei cambiamenti climatici, di solito finisce per essere interpretato in qualche scenario catastrofico di temperature in costante aumento, siccità, ondate di calore, tifoni, scioglimenti di ghiacci e quant’altro sia incluso nel dibattito scientifico del surriscaldamento globale.
Senza sminuire i rischi presenti e futuri del global warming, si può affrontare il problema anche da una prospettiva diversa: come modificare il proprio stile di vita? Come trasformare la società promuovendo al contempo la salute, il benessere e la tutela ambientale?
Queste sono le premesse di un recente intervento di Jonathan Patz, direttore del Global Health Institute presso l’università di Wisconsin-Madison, alla conferenza annuale dell’International Society for Environmental Epidemiology (ISEE) che si è tenuta a Sydney.
Premesso che è sempre molto complicato stimare con precisione le conseguenze negative delle fonti fossili, come le morti premature, l’incidenza di determinate malattie, gli extra costi sociali e così via (articolo di QualEnergia.it sulle esternalità negative), Patz cita i dati dell’organizzazione mondiale della sanità, secondo cui le morti attribuibili all’inquinamento atmosferico sono circa 7 milioni l’anno in tutto il mondo.
Il punto, evidenzia l’autore, è che il 78% dell’incremento della CO2 rilasciata nell’atmosfera dal 1970 al 2010 si deve all’impiego crescente di carbone, petrolio e gas nei vari settori economici; tra le altre sostanze molto pericolose per la salute umana, emesse dalle fonti “sporche”, ricorda Patz, c’è il particolato fine.
Con politiche globali per diminuire i gas serra e migliorare la qualità dell’aria, sostiene Patz, si potrebbero salvare 1-4 milioni di vite umane l’anno entro la metà del nostro secolo.
Tra l’altro, prosegue il professore dell’università americana, provando a monetizzare costi e benefici della transizione low-carbon, si otterrebbe un guadagno netto, se è vero, come afferma l’Environmental Protection Agency (EPA) americana, che ogni dollaro investito in misure per abbattere l’inquinamento atmosferico “restituisce” 30 volte tanto, considerando i risparmi sulle spese sanitarie federali.
Diabete, obesità e malattie cardiovascolari, aggiunge Patz, si diffondono in tutto il mondo a causa di errati stili di vita: cattiva alimentazione, scarsa attività fisica, dipendenza da un’economia globale a trazione fossile, tra cui l’uso preponderante delle automobili private nelle città.
Il cosiddetto action-travel, letteralmente il viaggio attivo a piedi o in bicicletta, è una straordinaria opportunità non solo per ridurre il consumo di carburanti che avvelenano l’aria delle metropoli, ma anche per ottimizzare i benefici per la nostra salute.
In definitiva, sostiene l’autore, smettere di bruciare combustibili fossili è un po’ come smettere di fumare, una scelta difficile e “costosa” da portare a termine, un cambiamento profondo e inizialmente anche traumatico, perché modifica le nostre abitudini consolidate, che quindi deve essere affrontato con il supporto della società nel suo complesso.
Rimanendo in campo energetico: con incentivi alle rinnovabili, tasse sulla CO2, eliminazione graduale delle risorse inquinanti, investimenti in trasporti puliti e così via.

26 settembre 2017

L'inquinamento dell’aria: danneggia gravemente anche i reni


Tratto da Quotidiano Sanita'

Inquinamento dell’aria: danneggia gravemente anche i reni


L’allarme arriva dagli USA dove uno studio importante anche per numero e qualità dei dati analizzati (forniti da Veterans Administration, EPA e NASA), dimostra che le polveri sottili, oltre ai danni noti su apparato circolatorio e polmoni, sono gravemente nocive anche per la salute dei reni.  Un monito importante, anche alla luce dell’epidemia di casi di insufficienza renale terminale nei Paesi occidentali. E non solo.

25 SET - ....Una corposa mole di ricerche ha preso le misure all’entità del fenomeno inquinamento dell’aria e alle sue ricadute sulla salute di apparato respiratorio e cuore, che ne possono venire essere gravemente danneggiati. Non mancano gli studi che collegano l’inquinamento atmosferico al rischio di alcuni tumori. E  non è ancora tutto. Un nuovo articolo appena pubblicato su Journal of the American Society of Nephrology dà un nuovo allarme, dimostrando che l’inquinamento dell’aria può creare danni anche seri ai reni.
 
Secondo i ricercatori della Washington University School of Medicine di St. Louis e dei Veterans Affairs (VA) St. Louis Health Care System (Usa), l’inquinamento atmosferico può contribuire a provocare infatti insufficienza renale cronica. L’evidenza è scaturita dall’analisi dei dati di funzione renale dell’enorme database dei Veterans Affairs - circa 2,5 milioni di persone seguite per un periodo di 8,5 anni, a partire dal 2004 - confrontati con i parametri di qualità dell’aria registrati e raccolti dall’Environmental Protection Agency (EPA) e dalla NASA (National Aeronautics and Space Administration).

I risultati dello studio suggeriscono che 44.793 nuovi casi di patologie renali e 2.438 nuovi casi di insufficienza renale nel periodo temporale analizzato possano essere attribuiti a livelli di inquinamento dell’aria che superavano la soglia fissata dall’EPA in 12 mcg per metro cubo di aria (la soglia di inquinamento da non eccedere secondo quando stabilito dal Clean Air Act del 1990, aggiornato nel 2012).
 
“Finora pochi sono stati gli studi ad aver analizzato la relazione tra inquinamento aereo e patologie renali nell’uomo – esordisce Ziyad Al-Aly, autore senior dello studio e associato di medicina alla Washington University – tuttavia, una volta analizzati i dati, il legame tra inquinamento e sviluppo di patologie renale appare chiaro”.

Il particolato fine può danneggiare i reni esattamente come fa con altri organi, in particolare cuore e polmoni. Le particelle microscopiche di polveri possono ostruire i piccoli vasi e, dato che la funzione dei reni è essenzialmente quella di filtrare il sangue dalle impurità, queste particelle possono andare a danneggiare la loro funzionalità. Livelli anche bassi di particolato possono impattare negativamente la salute dei reni, anche se naturalmente il fenomeno diventa più importante man mano che il livello di inquinamento peggiora.
 
“Più alto il livello di inquinamento – sostiene Al-Aly – peggio è per i reni. E non c’è una soglia di sicurezza: la relazione tra patologia renale e concentrazioni di particolato appare evidente anche ben al di sotto delle soglie fissate dall’EPA”.
 
Oltre a considerare i dati del rilevamento delle centraline urbane forniti dall’EPA, in questo studio sono stati prese in considerazione le informazioni derivanti dai sensori presenti sui satelliti della NASA, che hanno fornito dati coerenti con quelli dell’EPA.
 
“Il vantaggio di utilizzare contemporaneamente i dati EPA e NASA – spiegano gli autori – è che le due agenzie utilizzano tecniche di rilevamento dati ben distinte tra loro, che tuttavia hanno prodotto risultati simili. Questa costellazione di evidenze suggerisce che l’esposizione cronica all’inquinamento dell’aria rappresenta un significativo fattore di rischio per lo sviluppo e la progressione delle patologie renali”.
Le aree geografiche più a rischio, secondo i risultati di questa ricerca sono quelle della California del sud e le vaste regioni del sud, midwest e nord-est.
 
Nel corso degli ultimi anni, i livelli di inquinamento si sono andati riducendo negli USA; tuttavia più di metà della popolazione statunitense vive ancora in aree caratterizzate da un importante inquinamento dell’aria, secondo un recente studio (2016) dell’American Lung Association. Ma nel mondo ci sono Paesi dove la situazione è decisamente più grave, come l’India e la Cina.
 
“Il nostro studio – conclude Al-Aly – suggerisce che il rischio e la progressione di insufficienza renale cronica è più pronunciato in presenza di elevate concentrazioni di polveri sottili. Questo dovrebbe portare a ulteriori studi per effettuare una valutazione più ampia di quanto l’inquinamento dell’aria sia responsabile delle patologie renali croniche”.
 
Maria Rita Montebelli

23 agosto 2016

Patrizia Gentilini:Diritto alla salute, quali verità dietro gli inceneritori di nuova generazione?

Profilo blogger
Medico oncologo ed ematologo, membro di Isde e Medicina Democratica

Tratto da Il Fatto Quotidiano

Diritto alla salute, quali verità dietro gli inceneritori di nuova generazione?

L’antivigilia di ferragosto dall’agenzia adnkronos è stato diffuso un comunicato della SItI (Società Italiana Igiene Medicina Preventiva e Sanità Pubblica) con 7 “verità”  a supporto della presunta utilità e innocuità degli inceneritori di nuova generazione, posizione che sarebbe condivisa anche dall’Istituto Superiore di Sanità. Purtroppo sul  sito ufficiale della SItI non è reperibile il comunicato originale e quindi ci si deve limitare a quanto diffuso da adnkronos e ampiamente ripreso dai media. C’è da rimanere  profondamente sconcertati davanti alle “7 verità”  perché non solo nessuna di esse è scientificamente supportata, ma addirittura alcune affermazioni sono in netto contrasto con ciò che emerge dalla letteratura scientifica. Non sono mancate pronte repliche sia da parte dell’Isde (l’Associazione dei Medici per l’Ambiente) che di Medicina Democratica, ma alcune considerazioni della SItI meritano di essere prese  in esame.
Si afferma ad esempio che  gli inceneritori “non provocano rischi sanitari acuti e cronici per chi vive in prossimità degli impianti” e che dallo studio epidemiologico Moniter “una delle più sofisticate ricerche al mondo sul rischio connesso alle emissioni di inceneritori […] si evidenzia chiaramente la assenza di rilevanti rischi sanitari acuti e cronici per chi vive in prossimità degli impianti”. Come già tante volte ho avuto modo di scrivere  sono viceversa numerosi gli studi scientifici (anche recentissimi) che dimostrano esattamente il contrario e descrivono effetti sia a breve (esiti riproduttivi, malformazioni, esiti cardiovascolari, respiratori) che a lungo termine (soprattutto tumori). E’ vero che per la gran parte (ma non per la totalità) si tratta di studi che riguardano impianti di “vecchia generazione”, ma dove sono studi epidemiologici che valutano gli effetti a lungo termine degli inceneritori di “nuova” generazione?
Quanto poi al Moniter – condotto dopo gli allarmanti risultati per la salute femminile emersi dall’indagine sugli inceneritori di Forlì, e costato ben 3 milioni e 400.000 euro di soldi pubblici – si fa presente che sono solo 2 gli studi usciti da questo immane lavoro che sono stati pubblicati su riviste internazionali. Tali studi segnalano un incremento statisticamente significativo del rischio di nascite pre-termine e di abortività spontanea in relazione alle emissioni degli impianti. Abortività  spontanea e prematurità  sono quindi per la SItI inquadrabili come  “assenza di rilevanti rischi sanitari”? Ancora si afferma che le discariche inquinano più degli inceneritori, dimenticando che gli inceneritori (anche di terza generazione) necessitano di discariche speciali per le ceneri leggere, quelle che residuano dai filtri e dai processi di lavaggio dei fumi,residui tossici che non ci sarebbero senza la combustione.
Ancora si parla di “un bilancio energetico complessivo positivo, con produzione di energia e sistemi di teleriscaldamento come accade virtuosamente da anni in città come Brescia, Lecco e Bolzano”.In realtà dal punto di vista energetico, anche con le migliori tecnologie disponibili, si raggiunge un rendimento pari al 40% dell’energia associata ai rifiuti in ingresso, risultato che si può ottenere solo attraverso un uso efficiente del teleriscaldamento e di fatto realizzato solo nelle 3 città citate. In realtà secondo i dati della Epa a parità di materiale l’energia risparmiata con il riciclo è da due a sei volte superiore a quella recuperata con l’incenerimento!
E’ davvero deprimente constatare che si ridicolizza il concetto di “rifiuti zero”, non si conosce il concetto di “economia circolare” e si dipinge l’incenerimento come soluzione del problema rifiuti. Sono invece proprio questi impianti che ostacolano la soluzione dell’“emergenza rifiuti” perché – una volta costruiti –   devono essere alimentati per decine di anni con grandissime quantità di rifiuti, impedendo riduzione, riuso e riciclo dei materiali. C’è quindi una “caccia” ai rifiuti per ogni dove – con ovvio aggravio del traffico pesante – o  addirittura si assimilano i rifiuti speciali non pericolosi (prodotti da utenze commerciali e produttive) ai rifiuti urbani (gli unici di cui dovrebbe farsi carico l’amministrazione pubblica) pur di avere quantità adeguate da bruciare.
La pratica della assimilazione è ampiamente diffusa in Emilia Romagna e Toscana e questo anche se la normativa comunitaria prevede che i rifiuti speciali siano gestiti a mercato libero, in quanto per la massima parte facilmente riciclabili. Si dimentica che gli inceneritori sono finanziati ogni anno con 500 milioni di euro pagati da tutti noi con la bolletta elettrica e questo trasforma l’incenerimento in un ottimo investimento per i gestori, ma non certo per la salute e l’occupazione. Non è certo da oggi che andiamo ribadendo questi concetti: se fossimo stati ascoltati e le risorse spese a favore degli inceneritori fossero state impiegate per raccolta domiciliare e centri di riciclo, quanti problemi avremmo risolto? Quanti ricoveri ospedalieri, sofferenze e morti avremmo risparmiato?
Davanti  ad argomentazioni così banali e  superficiali della SItI c’è solo da arrossire: come si può pretendere che i cittadini abbiano fiducia nella classe medica se una parte qualificata di essa si dimostra quanto meno così poco informata? Personalmente voglio ancora credere nel ruolo dei medici e della sanità pubblica e non rassegnarmi davanti a quella che vorrei fosse solo superficialità e incompetenza, ma non vorrei nascondesse intrecci con interessi che nulla hanno a che fare con la tutela della salute.

23 gennaio 2016

Usa, corte respinge il ricorso di 27 Stati contro le nuove norme sulle emissioni delle centrali a carbone.

Tratto da Agenzia Nova 

Speciale energia: Usa, corte respinge il ricorso di 27 Stati contro le nuove norme sulle emissioni delle centrali a carbone.
Risultati immagini per obama carbone
New York, 22 gen  (Agenzia Nova) -
 La Corte d'appello del Distretto di Columbia ha respinto ieri il tentativo di 27 Stati e dozzine di attori economici di bloccare le nuove norme sulle emissioni inquinanti delle centrali termoelettriche a carbone approvate dall'amministrazione Obama, e che potrebbero innescare la chiusura di centinaia di questi impianti nei prossimi anni.
 Lo riferisce il “New York Times”. Le nuove norme, varate la scorsa estate dall'Agenzia per la protezione ambientale (Epa), costituiscono il fulcro delle politiche climatiche del presidente Barack Obama, che col pronunciamento di ieri ha incassato un'importante vittoria. Gli oppositori del nuovo quadro normativo hanno infatti intentato una causa giudiziaria che la giustizia statunitense prenderà in esame soltanto a partire dal mese di giugno: i 27 Stati chiedevano che le nuove regole entrassero in vigore solo da allora.
 Molti di questi Stati hanno economie significativamente dipendenti dall'industria del carbone, che negli ultimi anni ha già perso migliaia di posti di lavoro e collezionato una catena di bancarotte per l'effetto combinato delle politiche ostili dell'amministrazione e della competizione di fonti alternative come il gas naturale, ora a buon mercato.
La decisione di ieri impone agli Stati di attivarsi immediatamente per recepire le nuove norme, che puntano a ridurre l'inquinamento delle centrali termoelettriche esistenti del 32 per cento rispetto ai livelli del 2005 entro i prossimi 15 anni.

26 settembre 2015

"La Salute e' nell'aria ": 70 sindaci mandano una lettera al Presidente Obama

Tratto dal Sierra Club in traduzione simultanea

70 sindaci al Presidente Obama: sosteniamo  una piu' forte Protezione del Clean Air Act  contro l' inquinamento!

     Di Mary Anne Hitt     25 Settembre 2015
Se è possibile amare qualcosa tanto quanto le dichiarazioni del Papa sul clima di questa settimana, è importante questo : Martedì, 70 sindaci provenienti da tutti gli Stati Uniti hanno inviato una lettera al presidente Obama segnalando il loro sostegno per una più  forte protezione per un' aria piu' pulita contro l'inquinamento  da smog. 
Guidati dai sindaci di Salt Lake City, nello Utah, e  Grand Rapids,nel  Michigan, la lettera afferma:
Come amministratori locali che rappresentano  grandi città e piccoli centri, vogliamo esprimere il nostro forte sostegno per il lavoro della  Environmental Protection Agency per aggiornare gli  standard di protezione  dell'ozono (o smog). L'attuale standard , quello di George W. Bush-era  di 75 parti per miliardo (ppb)  ed è stato ampiamente riconosciuto dalla comunità medica  come insufficiente per proteggere la salute pubblica. 
Come sindaci, siamo in prima linea nella  protezione della sicurezza e del benessere dei nostri elettori e questo aggiornamento tanto atteso portera' enormi benefici per le nostre comunità. Per difendere meglio le nostre famiglie e i loro  componenti da questo inquinante pericoloso, esortiamo  l' EPA  a rimanere fedele  alla scienza e  a  stabilire gli standard che le  hanno consigliato  di  seguire le organizzazioni mediche di esperti come l'American Lung Association, l'American Heart Association, l'American Thoracic Society, e l'American Academy of Pediatrics.
La lettera è stata firmata anche dai sindaci di Chicago, New York, Pittsburgh, St. Louis, Los Angeles, Baltimora, Philadelphia, Charlotte, e Seattle, così come dai sindaci delle città di  una vasta gamma di Stati, dall' Oklahoma, Arkansas , Indiana, e New Mexico - si può vedere l'elenco completo dei sindaci e la lettera qui (PDF).
Mi conforta vedere funzionari eletti  prendere una posizione forte per tutelare la salute pubblica e l'aria pulita a favore delle loro comunità - soprattutto a fronte di grandi inquinatori come la National Association of Manufacturers, che stanno attivamente cercando di  fare in modo che   l'  attuale standard   non  sia rafforzato . La Casa Bianca ha avuto l' ordine  del tribunale di  rilasciare uno  nuovo standard  per lo smog aggiornato entro il 1 ° ottobre e il Sierra Club, insieme con i nostri alleati sanitari e ambientali, chiedono che sia rafforzato  a  60 parti per miliardo (ppb) . Gli scienziati medici dicono che 60 ppb è l'unico standard  (PDF) che può davvero proteggere le nostre famiglie dalle malattie  aggravate dall'inquinamento  da smog.
Secondo i  pneumologi, l'inalazione di inquinamento da smog è come ottenere una scottatura solare sui polmoni e si traduce spesso in difficoltà respiratorie immediate. L'esposizione a lungo termine all'inquinamento  da smog è legato alla asma cronica ed ad altre malattie respiratorie e polmonari,a  danni al sistema riproduttivo e dello sviluppo, e persino alla morte prematura. 
I bambini corrono un  rischio per la salute  dovuto all' inquinamento perché hanno  più probabilità di stare all'aperto e loro polmoni  si stanno ancora sviluppando.....
Ridurre l'inquinamento  da smog potrebbe impedire  milioni di attacchi di asma tra i bambini nel corso dei prossimi dieci anni. Ecco perché la mossa del EPA per ridurre  lo smog è così vitale - ecco perché è così importante spingere la Casa Bianca e l'EPA  ad  andare avanti con il livello più restrittivo  possibile.
Mary Anne Hitt è il direttore della Campagna Sierra Club Beyond Coal.

19 settembre 2015

Inquinamento: Il ruolo di primo piano del particolato secondario.DALLA MISURAZIONE DEGLI INQUINANTI ALLA STIMA DELLA MORTALITÀ.

Tratto da Scienza in rete
Inquinamento: Il ruolo di primo piano del particolato secondario

Nei paesi "sviluppati" muoiono di smog più persone di quante per AIDS, malaria, cancro al seno e tubercolosi.
Il particolato atmosferico (PMX) – prodotto da centrali elettriche, industrie, traffico veicolare, combustione di biomasse e riscaldamento con combustibili fossili – è il principale responsabile degli effetti avversi per la salute. Si stimano da 3 a 7 milioni di morti ogni anno nel mondo. In Cina 1.6 milioni di persone muoiono ogni anno di smog, pari al 17% delle morti.
Nonostante numerosi studi abbiano osservato un aumento del rischio per la salute umana associato a esposizioni a particolato atmosferico, è ancora generalmente trascurato il ruolo del particolato secondario. Due recenti ricerche pubblicate su autorevoli riviste scientifiche, hanno esplorato l’impatto del particolato atmosferico secondario sia a livello locale sia in aree anche molto distanti dalla sorgente emissiva.
Le ricerche, che riguardano la Cina e l’Italia, evidenziano la necessità di adottare un nuovo paradigma nella valutazione dell’impatto ambientale e sanitario delle industrie inquinanti, suggerendo di considerare 1) aree geografiche più estese di quelle attualmente considerate e 2) il particolato secondario, in aggiunta alle emissioni di NOx SOX e PMX. Infatti, spesso si presume che questo si formi in quantità trascurabili in area locale, interessando piuttosto zone a grande distanza. Lo studio italiano contribuisce a colmare questa lacuna.
L’INQUINAMENTO IN CINA
Dal 2012 il governo cinese ha adottato un nuovo standard ambientale di qualità dell’aria e iniziato lo sviluppo di un sistema nazionale di rilevamento che include 945 siti in 190 città.
Grazie alla disponibilità di questa rete di monitoraggio, molto estesa e con aggiornamenti di frequenza oraria,Robert A. Rohde e Richard A. Muller hanno realizzato uno studio dal titolo “Air Pollution in China: Mapping of Concentrations and Sources”, recentemente pubblicato sulla rivista scientifica PLOS ONE.
I modelli di dispersione elaborati dai due ricercatori hanno dimostrato che a causa delle condizioni atmosferiche e della natura volatile dell’inquinamento, questo si distribuisce rapidamente anche in luoghi molto lontani dalla fonte emissiva. .....
Basse emissioni di SO2 indicano un basso livello di utilizzo di carbone o un migliore controllo degli inquinanti emessi dalle ciminiere. A parità di energia prodotta, in confronto al gas naturale il carbone produce quantità superiori di PMX da 150 a 400 volte. Secondo i ricercatori -  che aderiscono alla Berkeley Earth, un’organizzazione americana che dal 2010 studia le cause del global-warming - la pianificazione di nuove centrali a carbone in Cina potrebbe esacerbare ulteriormente il problema dell'inquinamento.
DALLA MISURAZIONE DEGLI INQUINANTI ALLA STIMA DELLA MORTALITÀ
Per la stima delle morti causate dal PM2,5 i ricercatori hanno applicato il metodo e la base di dati della World Health Organization (WHO) per le cause globali di morte nel periodo 2000-2012. La WHO considera che il PM2,5 sia la causa di cinque distinti effetti sanitari avversi che nella ricerca sono stati applicati ai dati della popolazione interessata ottenuti dalle prefetture.
Il metodo utilizzato dai ricercatori potrebbe essere replicato in altre regioni ma –  scrivono i ricercatori –  attualmente reti di monitoraggio del tipo cinese sono presenti solo in pochi luoghi. I ricercatori auspicano che altre nazioni seguano l'esempio della Cina, realizzando network di rilevamento in tempo reale, estensivi e trasparenti.

Air Pollution in China by Berkeley Earth
LA RICERCA ITALIANA SUL PARTICOLATO SECONDARIO A BRINDISI
 “Secondary particulate matter originating from an industrial source and its impact on population health” [Impatto sulla salute della popolazione del particolato secondario originato da una sorgente industriale] è l’articolo, di recente pubblicazione sull’International Journal of Environmental Research and Public Health, condotto da Cristina Mangia, Marco Cervino ed Emilio Gianicolo del CNR (Marco Cervino presenterà la ricerca nel corso del convegno “Parigi chiama La Spezia: salvare il clima, chiudere con il carbone, aprire nuove opportunità”, organizzato alla Spezia per il prossimo 19 Settembre). 
Obiettivo dello studio è dimostrare che se si considera il particolato secondario oltre a quello primario, anche a livello locale la popolazione esposta aumenta considerevolmente. La sorgente presa in esame è la centrale termoelettrica Enel situata a Cerano (Brindisi). Con una potenza elettrica di 2.640 MW, alimentato annualmente con circa 6 milioni di tonnellate di polvere di carbone, l’impianto è in cima alle classifiche dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) per emissioni di sostanze inquinanti. L’anno di studio considerato è il 2006, anno intermedio del periodo totale di funzionamento.
L’aerea geografica di riferimento è rappresentata da 120 comuni delle province di Brindisi Lecce e Taranto, con una popolazione di circa 1.2 milioni. Mentre le zone a sud-est della centrale sono, in media in un anno, quelle più esposte alle emissioni di PM2.5 primario, l’area popolata interessata dalla persistenza di particolato secondario è molto più vasta. È stato osservato che il particolato primario ha il suo massimo di concentrazione a una distanza di circa sei chilometri dalla centrale mentre - a seconda delle scelte di calcolo - le diverse stime per il particolato secondario prevedono che il massimo di concentrazione giunga a una distanza tra i dieci e i trenta chilometri dalla stessa centrale.
LA METODOLOGIA AMBIENTALE
Lo studio valuta l’impatto del particolato primario e secondario tralasciando l’impatto associato ad altri inquinanti e microinquinanti presenti in aria e a eventuali contaminazioni di suolo, acqua ed alimenti. Il modello di dispersione utilizzato (Calpuff) è già in uso dall’Agenzia americana di protezione dell’ambiente (EPA). Sono stati ipotizzati due differenti meccanismi di trasformazione chimica e diverse concentrazioni delle sostanze che, interagendo con i composti dell’azoto e dello zolfo, danno origine al particolato secondario. Infine, è stata analizzata la meteorologia dell’area in esame, analisi quest’ultima cruciale in studi di questo genere. I dati sugli inquinanti emessi sono quelli dichiarati dall’azienda.
LA VALUTAZIONE DELL’IMPATTO SANITARIO
 I ricercatori hanno assunto come base di partenza gli studi condotti in tutti i continenti, da cui si ricava che incrementi della concentrazione di particolato fine si associano a tumore al polmone, a malattie dell’apparato cardiovascolare e respiratorio e alla mortalità per tutte le cause. Il passo successivo è stato quello di assumere che i coefficienti di rischio osservati per le popolazioni per le quali sono disponibili studi epidemiologici, siano validi anche per le popolazioni che risiedono nel cono di ricaduta del particolato fine che si origina dalla centrale di Cerano. Come esito sanitario è stato considerato solo il numero dei decessi, per tutte le cause, attribuibili a tale esposizione o, detto in altri termini, il numero dei decessi che si sarebbero evitati se questa esposizione non ci fosse stata. I dati sulla popolazione residente e sui decessi sono di fonte ISTAT.
I DECESSI STIMATI
Se si considera solo il particolato primario, sono 4 i decessi che si stima sarebbero stati evitati annualmente se non vi fosse stata esposizione. Questo numero varia da 1 a 7 se si tiene conto dell’incertezza statistica associata al coefficiente di rischio adottato. Quando si considera il particolato secondario, il numero stimato dei decessi attribuibili aumenta fino a 28. Tale numero varia da un minimo di 7 a un massimo di 44 a seconda dei diversi meccanismi chimici ipotizzati, delle concentrazioni assunte per ozono e ammoniaca, e dell’intervallo di confidenza per il coefficiente di rischio adottato.
La stima del numero dei decessi attribuibili all’esposizione al particolato è fondata sui risultati di un importante studio epidemiologico condotto in Europa nell’ambito del progetto Escape, che ha interessato diversi Paesi tra cui l’Italia. Considerando anche il particolato secondario, aumenta l’area geografica interessata dalle ricadute, la popolazione esposta all’inquinamento originato dalla centrale termoelettrica e, conseguentemente, il numero dei decessi attribuibile alla stessa centrale.....
 Secondo gli scienziati, ignorare il ruolo del particolato secondario conduce a una sottostima notevole dell’impatto che la centrale ha sulla salute delle popolazioni.   Su 
Scienza in rete l'articolo integrale
Biobliografia
- Air Pollution in China: Mapping of Concentrations and Sources – PLOS ONE doi: 10.1371/journal.pone.0135749
- Secondary Particulate Matter Originating from an Industrial Source and Its Impact on Population Health -Int. J. Environ. Res. Public Health 2015, 12(7), 7667-7681; doi:10.3390/ijerph120707667
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