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20 luglio 2021

L’inquinamento atmosferico da PM2.5 pesa sul 15% delle morti da Covid-19 in Italia

Tratto da greenreport

L’inquinamento atmosferico da PM2.5 pesa sul 15% delle morti da Covid-19 in Italia

Pozzer: «La pandemia finirà, ma non esistono vaccini contro una cattiva qualità dell’aria o la crisi climatica. Il rimedio è mitigare le emissioni»

Oltre 6mila morti in meno da Covid-19, ovvero il 15% delle vittime: a tante ammontano le vite che la pandemia avrebbe potuto finora risparmiare in Italia se l’aria che respiriamo non fosse inquinata da PM2.5, il particolato atmosferico fine. È questa la conclusione cui è giunto un team internazionale di ricercatori, guidato da Andrea Pozzer dell’International Center for Theoretical Physics di Trieste e del Max-Planck-Institute for Chemistry di Mainz, che ha individuato a livello globale i legami tra l’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico e un rischio di morte molto più elevato da Covid-19.

Lo studio Regional and global contributions of air pollution to risk of death from Covid-19, pubblicato sulla rivista scientifica peer-reviewed Cardiovascular research, ha esteso a livello globale i risultati precedentemente ottenuti all’Università di Harvard sulla relazione tra esposizione al PM2.5 e mortalità da Covid-19, ottenendo per la prima volta dati Paese per Paese.

Da questa nuova ricerca è emerso che circa il 15% dei decessi in tutto il mondo da Covid-19 potrebbe essere attribuito all’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico. Si va dal 29% registrato per la Repubblica Ceca o dal 27% in Cina e dal 26% in Germania, al 3% dell’Australia o all’1% della Nuova Zelanda. Il dato europeo è al 19%, mentre quello italiano identico alla media globale: 15%.

Pozzer spiega che «questa scoperta non dimostra una relazione diretta di causa-effetto tra l’inquinamento atmosferico e la mortalità da Covid-19. Si tratta piuttosto di un effetto indiretto: le nostre stime mostrano l’importanza dell’inquinamento sugli esiti fatali dell’infezione virale per la salute, cioè aggravando le comorbilità».

Il ricercatore sottolinea che «la mortalità effettiva è influenzata da molti fattori aggiuntivi come il sistema sanitario del Paese», ma anche se è già possibile «distinguere chiaramente il contributo dell’inquinamento atmosferico alla mortalità da Covid-19» restano «notevoli incertezze» da affrontare.

Ovvero? «In primo luogo – ci spiega telefonicamente dalla Germania – abbiamo potuto calcolare l’impatto ma tecnicamente non sappiamo i meccanismi biologici attraverso i quali l’inquinamento atmosferico incrementa la mortalità da Covid-19. Abbiamo delle intuizioni in merito ma per rispondere con certezza servono studi dedicati, la nostra è un’elaborazione statistica. Quel che sappiamo è che un organismo sottoposto per lungo termine all’inquinamento atmosferico è meno resiliente di fronte all’arrivo del coronavirus, che più probabilmente porterà a un esito nefasto».

Come riassume un altro co-autore della ricerca, Thomas Münzel dell’Universitätsklinikum Mainz, «quando le persone inalano aria inquinata, le piccolissime particelle inquinanti migrano dai polmoni al sangue e nei vasi sanguigni, causando infiammazione e grave stress ossidativo. Questo causa danni al rivestimento interno delle arterie, l’endotelio, e porta al restringimento e all’irrigidimento delle arterie. Anche il virus Covid-19 entra nel corpo attraverso i polmoni, causando danni simili ai vasi sanguigni. Se l’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico e l’infezione con il virus Covid-19 si uniscono, allora abbiamo un effetto negativo aggiuntivo sulla salute, il che porta a una maggiore vulnerabilità e a una minore resilienza al Covid-19». Un po’ come accade per chi fuma tabacco.

Se i meccanismi biologici restano da chiarire, ciò non toglie che tutte le evidenze scientifiche finora raccolte in merito alle correlazioni tra Covid-19 e inquinamento atmosferico vadano nella stessa direzione. Una relazione che peraltro trova conferma dai risultati di studi cinesi simili basati sull’epidemia di Sars, che hanno analizzato l’inquinamento da PM2,5 e le conseguenze dell’epidemia da Sars-Cov-1 nel 2003.

Un’altra «incertezza» che va tenuta in debito conto è poi quella collegata alla natura stessa della ricerca, uno studio di tipo statistico. Ad esempio il dato rilevato per l’Italia (il già citato 15%) è compreso in un intervallo di confidenza al 95% che spazia dal 7 al 34%. Questo significa che in media in Italia – dalle zone rurali poco inquinate a quelle attanagliate nello smog della pianura padana o delle grandi città del nord – si ha il 15% in più di morire per Covid-19 a causa dell’esposizione a lungo termine al PM2,5, ma questa probabilità è racchiusa in un ventaglio più ampio che va dal 7 al 34%.

«Quel che preme sottolineare – aggiunge Pozzer – è che nonostante la variabilità che abbiamo messo in evidenza, questo numero non è mai zero. Un italiano in media se viene contagiato dal Sars-Cov-2 ha il 15% di possibilità in più di morire rispetto a quella che avrebbe se fosse nato in un paese totalmente non inquinato da PM2,5 proveniente da fonti antropogeniche, come quelle legate all’utilizzo dei combustibili fossili».

In Italia ad esempio circa i due terzi delle emissioni antropiche di PM2.5 sono attribuibili agli impianti di riscaldamento e, allagando lo sguardo a tutta Europa, sappiamo che l’80% di tutto il consumo di calore viene ancora soddisfatto bruciando combustibili fossili. Dunque promuovendo l’impiego di fonti energetiche più pulite, come le rinnovabili, anche la nostra salute ne guadagnerebbe? «Questo è indiscutibile – osserva Pozzer – Più in generale, è necessario ridurre la nostra impronta ecologica al minimo. Quella dei nostri antenati durante l’Età della pietra era certamente più bassa dalla nostra, ma allora l’aspettativa di vita se andava bene arrivava a 30 anni. Quindi dobbiamo riconoscere che il progresso tanto male non ha fatto e tornare all’Età della pietra sarebbe peggio. Ma qui non si tratta di chiudere d’un colpo tutte le attività inquinanti: lo sviluppo tecnologico ci ha messo a disposizione molte possibilità per ridurre drasticamente le emissioni e migliorare la qualità della nostra vita, mi sembra giusto spingere in questa direzione».

«Come abbiamo rilevato alla fine della nostra ricerca – continua Pozzer – La pandemia di Covid-19 si concluderà con la vaccinazione della popolazione o, speriamo di no, con l’immunità di gregge attraverso un’infezione estesa. Ma in ogni caso finirà. Tuttavia, non potremo smettere semplicemente di respirare né esistono vaccini contro una cattiva qualità dell’aria o la crisi climatica. Il rimedio è mitigare le emissioni, e questa è una soluzione win-win». Ovvero, ne guadagna in salute l’ambiente e dunque anche noi.

E nonostante i progressi fatti, ne resta di lavoro da fare. A partire dall’Italia: la Commissione europea pochi giorni fa ha avviato una (nuova) procedura d’infrazione verso il nostro Paese, per il mancato rispetto della direttiva 2008/50/CE sulla qualità dell’aria .  I dati disponibili per l’Italia mostrano infatti che «il valore limite per il PM2,5 non è stato rispettato in diverse città della valle del Po (tra cui Venezia, Padova e alcune zone nei pressi di Milano). Inoltre le misure previste dall’Italia non sono sufficienti a mantenere il periodo di superamento il più breve possibile».

Una performance pessima, che comporta non solo enormi danni ambientali ma soprattutto decine di migliaia di vite umane spezzate. Secondo gli ultimi dati messi in fila dall’Agenzia europea dell’ambiente (Eea) nel suo Air quality in Europe 2019, tre inquinanti (PM2.5, NO2 e O3) bastano a provocare in Italia 76.200 decessi prematuri ogni anno. Da solo, il PM2.5 miete 58.600 vittime ogni dodici mesi, il secondo dato più elevato in Europa. Anche questa è una crisi sanitaria, che deve essere trattata come tale.

Il testo di quest’articolo è stato redatto per “il manifesto” – oggi in edicola con il titolo “Polveri e Covid, cocktail letale” -, con cui greenreport ha attiva una collaborazione editoriale

28 febbraio 2018

Patrizia Gentilini :Padova, salgono i casi di sclerosi multipla nelle zone più inquinate. Ne parliamo?

TRATTO DA IL FATTO QUOTIDIANO

Padova, salgono i casi di sclerosi multipla nelle zone più inquinate. Ne parliamo?

Risultati immagini per sclerosi multipla
In questi giorni è comparso sulla stampa veneta un articolo sulla diffusione della sclerosi multipla in provincia di Padova ,  che  offre spunti di grande interesse per tutti. Nell’articolo si riportano i dati del Centro regionale ad alta specializzazione dedicato a tale patologia diretto dal professor Paolo Gallo, ed emerge che nel territorio indagato i casi di sclerosi multipla sono in preoccupante aumento.
I dati sono stati raccolti con il contributo delle Neurologie dell’ospedale Sant’Antonio di Padova e degli ospedali di Cittadella, Camposampiero, Piove di Sacco e Monselice. L’incidenza della sclerosi multipla è passata da 0,9 nuovi casi l’anno ogni 100mila abitanti negli anni Sessanta, a 6,5 casi nel 2015, mantenendo costante la differenza di genere che vede le donne più colpite degli uomini (7,9 contro 4,1). I malati sono passati in 50 anni da 16 ogni 100mila abitanti a 182, aumentando di 11,4 volte, con costi sociali ed assistenziali elevatissimi. Come affermato dal professor Gallo il costo medio di un paziente è di circa 40mila euro l’anno e dato che si stima che i malati in Italia siano oltre centomila, se ne deduce che la malattia costa allo Stato circa 4 miliardi di euro, lo 0,21% del Pil.

Nell’indagine padovana tutti i casi sono stati georeferenziati e, tramite satellite in grado di monitorare il PM2.5 con la collaborazione del Cnr e del Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova, è stato possibile sovrapporre la mappa dell’inquinamento da PM 2.5 con la distribuzione dei pazienti. Si è così evidenziato che nelle aree dove l’inquinamento atmosferico è maggiore c’è anche il maggior numero di malati. Questo dato non è che una ulteriore conferma dei rischi per la salute rappresentati dalla cattiva qualità dell’aria, problema come ben noto originato dai processi di combustione e specie in questa stagione ricorrente.
Tuttavia, per quanto annoso, tale problema è ben lungi dall’essere risolto visto che sono circa 60.000 le morti premature che ogni anno si registrano in seguito ad esso. E se gli effetti a carico del sistema cardiocircolatorio e respiratorio sono fra i primi ad essere stati studiati, quelli al sistema nervoso – specie in via di sviluppo –  sono sempre più documentati. In questa recentissima revisione, studi condotti in varie parti del mondo (Usa, Polonia, Cina, Spagna, Italia, Corea) confermano che per esposizione ad alcuni comuni inquinanti dell’aria (Idrocarburi Policiclici aromatici IPA, PM2,5, PM10, NO2, NOx) negli adulti si registra incremento della demenza, della depressione, alterazioni della memoria e Parkinson e nei bambini alterazioni del comportamento e dello sviluppo cerebrale, diminuzione del quoziente intellettivo, aumento del deficit di attenzione ed iperattività (ADHD), riduzione della sostanza bianca dell’emisfero sinistro e della BDFN (brain-derived neurotrophic factor), fondamentale fattore protettivo dello sviluppo cerebrale.
E dovrebbe destare allarme il pericoloso aumento dei disturbi del linguaggio che si segnala in Italia, ma sulle cui cause non sembra ci si interroghi in modo adeguato.
I motivi di preoccupazione sono più che fondati anche perché a tali rischi se ne aggiungono altri quali malformazioni cardiache, infertilità, abortività spontanea, diabete, patologie tutte in drammatico aumento e gravate da alti costi umani e sociali. D’altro canto aumentano anche le evidenze che ad un miglioramento della qualità dell’aria si associano rapidamente benefici per la salute quali la diminuzione di pericolosi inquinanti nel cordone ombelicale e migliori performance neurocognitive nei nati dopo chiusura di centrale a carbone in Cina o miglioramento della funzione polmonare e riduzione dell’asma in bambini in California in seguito a riduzione di PM2,5, PM10 e biossido di azoto.
Queste tematiche dovrebbero essere centrali nel dibattito politico, ma purtroppo così non è anche perché nell’opinione pubblica non vi è ancora la percezione precisa dell’incombente crisi ambientale, climatica e quindi della salute. A questo proposito si è recentemente levata anche la voce autorevole di Vincenzo Balzani che, unitamente ad altri scienziati, ha richiamato l’urgente necessità di “ridurre i consumi energetici e utilizzare le fonti rinnovabili, perché solo la seconda soluzione, oggi matura e perseguibile, può farci uscire dalla crisi ambientale, sociale ed economica”. Come è possibile continuare a non capirlo e quindi a non agire di conseguenza?

02 maggio 2016

Greenreport :L’esposizione al Pm2,5 è associata a numerosi tumori. Una ricerca a Hong Kong

Tratto da Greenreport

L’esposizione al Pm2,5 è associata a numerosi tumori. Una ricerca a Hong Kong

Ogni 10 microgrammi per m3 di maggiore esposizione al PM2,5, il rischio aumenta del 22%
[2 maggio 2016]
PM2,5 Hong Kong
I ricercatori della School of Public Health e del Dipartimento della salute di Hong Kong e delle università britanniche di Birmingham e Oxford hanno scoperto che l’esposizione a lungo termine della popolazione anziana di Hong Kong agli inquinanti ambientali è associata ad aumento del rischio di mortalità per molti tipi di cancro.
Lo studio, “Cancer Mortality Risks from Long-term Exposure to Ambient Fine Particle” pubblicato dal team di ricercatori su Cancer Epidemiology biomarkers & Prevention. una rivista della American Association for Cancer Research, conferma la fondatezza della crescente preoccupazione per i rischi per la salute derivanti dall’esposizione prolungata al particolato fine.
All’università di Birmingham spiegano che «Particolato è il termine usato per particelle presenti nell’aria, compresi, tra le altre fonti, gli idrocarburi e i metalli pesanti prodotti dai trasporti e dalla generazione di energia. Lo studio ha analizzato il PM2,5, il particolato con un diametro inferiore a 2,5 micrometri ed è arrivato alla conclusione che «Per ogni 10 microgrammi per metro cubo (µg/m3) di maggiore esposizione al PM2,5, il rischio di morire di qualsiasi tipo di cancro aumenta del 22%».
Neil Thomas, dell’Institute of applied health research dell’università di Birmingham sottolinea che «Le implicazioni per altre città simili in tutto il mondo sono che il PM2.5 deve essere ridotto per ridurre l’onere per la salute. L’inquinamento atmosferico rimane una chiara e modificabile preoccupazione , per la salute pubblica».
Thuan Quoc Thach, dell’università di Hong Kong, aggiunge che «L’esposizione a lungo termine al particolato era stata associata principalmente alla  mortalità per cause cardiopolmonari e per il cancro ai polmoni, ma c’erano stati pochi studi che dimostravano un’associazione con la mortalità da altri tipi di tumore. Sospettiamo che queste particelle potrebbero avere un effetto equivalente sui tumori in altre parti del corpo».
Tra il 1998 e il 2001, i ricercatori hanno reclutato 66.280 persone di 65 anni o più e le hanno seguite ti fino al 2011, accertando le cause di morte dai documenti sanitari di Hong Kong. Le concentrazioni annuali di PM2,5 intorno alle loro abitazioni sono state stimate utilizzando i dati satellitari e le centraline di monitoraggio fisse. Dopo aver calibrato i dati, tenendo conto della propensione a fumare ed escludendo i decessi avvenuti entro tre anni per altre malattie, lo studio ha dimostrato l’alta correlazione tra esposizione al PM2,5 e il rischio di morire di qualsiasi tipo di cancro.
 All’università di Birmingham sottolineano che ci sono dati che superano la media del 22%: «Gli aumenti di 10 µg/m3 di PM2,5 sono associati ad  un 42% di aumento del rischio di mortalità per cancro nel tratto digestivo superiore e ad un 35% di aumento del rischio di mortalità per altri organi dell’apparato digestivo, tra cui il fegato, le vie biliari, la cistifellea e il pancreas. Per le donne, ogni 10 µg/m3 di aumento dell’esposizione al PM2,5 è associato ad un aumento delll’80% del rischio di  mortalità da cancro al seno, e negli uomini è stato sperimentato un aumento del 36% del rischio di morire di cancro al polmone per ogni 10 µg/m3 di maggiore esposizione al PM2,5».
Il team crede che tra le possibili spiegazioni per l’associazione tra PM2.5 e cancro ci potrebbero essere danni  nella funzione di riparazione del DNA, alterazioni nella risposta immunitaria, o infiammazioni che attivano l’angiogenesi, la crescita di nuovi vasi sanguigni che favorisce la diffusione dei tumori. Nel caso degli organi digestivi, l’inquinamento da metalli pesanti influenzerebbe la flora intestinale e innescherebbere lo sviluppo del cancro.
L’ampiezza dello o studio e la sua capillare documentazione sulla mortalità dovuta al cancro, ha permesso un’indagine dettagliata del contributo di particolato per questi tumori e  sui problemi normalmente associati in una popolazione alla mortalità per specifici tipi di cancro.
Thomas evidenzia che «Il passo successivo è quello di determinare se altri Paesi accusano associazioni simili tra PM2.5 e  morti per cancro. Questo studio, in combinazione con la ricerca esistente, suggerisce che altre popolazioni urbane possono subire gli stessi rischi», ma su questo occorre fare ulteriori ricerche.
Thach  conclude: «Il limite di questo studio è quello di essersi concentrato solo sul PM2.5. La ricerca emergente sta cominciando a studiare gli effetti sulla salute umana dell’esposizione a più inquinanti. Però, dobbiamo essere prudenti, dato che l’inquinamento è solo un fattore di rischio per cancro e altri, come la dieta e l’esercizio fisico, possono essere fattori di rischio più significativi e più modificabili».

02 gennaio 2016

Per la Sclerosi Multipla l' l’inquinamento atmosferico è un pericoloso fattore di rischio


Tratto da MeteoWeb

Sclerosi Multipla: l’inquinamento atmosferico è un pericoloso fattore di rischio Mostra immagine originale


Secondo alcuni ricercatori di vari paesi,
 l’inquinamento atmosferico (interno ed esterno), è un problema importante per la salute pubblica, perché studi epidemiologici hanno messo in evidenza le sue numerose conseguenze dannose sulla salute (in particolare, condizioni patologiche respiratorie e cardiovascolari).

Negli ultimi 15 anni, l’inquinamento atmosferico è stato considerato anche un potente fattore di rischio ambientale per le malattie neurologiche e le neuropatologie. L’articolo (review) esamina l’impatto dell’inquinamento atmosferico sullo sviluppo cerebrale dei bambini e sulle conseguenze cliniche, cognitive, strutturali cerebrali e metaboliche.
Vengono anche discusse le possibili conseguenze a lungo termine sul cervello degli adulti e gli effetti sulla sclerosi multipla(SM).

 Una sfida è quella di valutare gli effetti delle esposizioni durante la vita agli inquinanti ambientali esterni ed interni, tra cui le esposizioni professionali: quanto, per quanto tempo e di che tipo. Diffuse neuroinfiammazioni, danni all’apparato neurovascolare, e produzione di autoanticorpi contro le proteine neurali e le giunzioni strette sono risultati preoccupanti nei bambini cronicamente esposti a concentrazioni superiori alle norme vigenti per l’ozono e il particolato fine (PM2.5), e possono costituire significativi fattori di rischio per lo sviluppo della malattia di Alzheimer più tardi nella vita. 
Infine, vengono recensiti i dati a sostegno del ruolo dell’inquinamento atmosferico come fattore di rischio per la sclerosi multipla (SM), concentrandosi sugli effetti delle PM10 e degli ossidi di azoto.
       Fonte: http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26718591

                          _____________________

Leggi anche su Adnkronos

Scienziati, lo smog pericoloso fattore di rischio per sclerosi multipla

Allarme per futuro bambini troppo esposti, diffuse neuroinfiammazioni e danni all'apparato neurovascolare

L'inquinamento atmosferico è un pericoloso fattore di rischio per lo sviluppo della sclerosi multipla. E' quanto ha evidenziato un'analisi di un team di scienziati internazionali pubblicata su 'Revue Neurologique'. Il lavoro ha studiato l'impatto dello smog sullo sviluppo cerebrale dei bambini e sulle conseguenze cliniche, cognitive, strutturali e metaboliche. Con un focus sulle possibili conseguenze a lungo termine sul cervello degli adulti e gli effetti sulla sclerosi multipla.
Leggi tutto su Adnkronos

23 giugno 2014

.......L’inquinamento dell’aria ci annebbia anche il cervello

Tratto da Greenreport


Come l’inquinamento dell’aria ci annebbia anche il cervello

Il declino cognitivo degli anziani è collegato ai i livelli di particolato PM2.5
[23 giugno 2014]
inquinamento anziani
Il particolato prodotto dal traffico e altre fonti di inquinamento atmosferico possono accelerare il declino cognitivo negli anziani: si tratta di una conclusione di non poca importanza per una società in continuo invecchiamento quella contenuta nello studio “Fine Particulate Matter Air Pollution and Cognitive Function Among U.S. Older Adults”, realizzato da Jennifer Ailshire, dell’università della Southern California,  e  Philippa Clarke, dell’università del Michigan.
«Abbiamo deciso di esaminare la relazione tra l’inquinamento atmosferico e la funzione cognitiva negli adulti più anziani – spiega la Ailshire – perché non c’è una crescente evidenza di come l’inquinamento atmosferico di particolato fine influisca sulla salute e sullo sviluppo del cervello, ma è stata data relativamente poca l’attenzione a quello che questo significa per l’invecchiamento del cervello».
La Ailshire e la Clarke dicono che, in base ai loro risultati, «migliorare la qualità dell’aria potrebbe essere una strategia importante per ridurre il declino cognitivo correlato all’età. Ci sono alcune evidenze che suggeriscono come le persone che vivono in aree più inquinate abbiano maggiori tassi di declino cognitivo, e il collegamento non è spiegato dalla ricchezza degli individui o da altri fattori sociali».
Le due ricercatrici statunitensi hanno estrapolato i dati da una vasta indagine ancora in corso e iniziata nel 1986, e hanno concentrato la loro analisi su 780 partecipanti che – al momento della rilevazione 2001-2002 – avevano 55 anni o più, ma avvertono che per alcune aree le misurazioni di routine dell’inquinamento dell’aria non sono state avviate fino alla fine degli anni ’90. La funzione cognitiva è stata misurata con test matematici e mnemonici, e i partecipanti hanno ottenuto un punteggio in base al numero di errori cognitivi fatti.
I livelli di inquinamento atmosferico per il quartiere di ciascun partecipante sono stati calcolati utilizzando i livelli di particolato PM2.5 rilevati dall’Air Quality System dell’Environmental Protection Agency Usa. Dall’analisi è emerso che le concentrazioni di PM2.5 nell’area dove vivevano i partecipanti allo studio erano 13,8 microgrammi per m3, al di sopra degli standard di qualità dell’aria del Epa che è di 12 microgrammi/m3.
Poi Ailshire e Clarke hanno confrontato i dati sui livelli di inquinamento con i punteggi degli errori cognitivi e hanno scoperto che le persone che vivono in zone ad alto inquinamento – con 15 microgrammi/m3 o più di PM2.5 – avevano punteggi di errori una volta e mezzo superiori a quelli dei partecipanti che vivevano in aree a basso inquinamento (con al massimo 5 microgrammi/m3)......
La Ailshire  ribadisce come «l’evidenza che emerge mostri un legame tra l’inquinamento atmosferico e la funzione cognitiva, e suggerisce che l’inquinamento atmosferico può danneggiare il cervello così come il cuore e i polmoni».
Questa nuova ricerca si aggiunge a un numero crescente di studi che suggeriscono che le esposizioni giornaliere più elevate all’inquinamento atmosferico influenzano le capacità di pensare dei cervelli in invecchiamento (e non solo). Gli scienziati  credono che il particolato possa influenzare la funzione cognitiva negli adulti più anziani per i suoi effetti nocivi sul sistema cardiovascolare, che è collegato al cervello attraverso i vasi sanguigni, e probabilmente agendo direttamente sul cervello stesso.
La Ailshire  conclude: «Anche se trovare un legame tra l’aria che respiriamo quotidianamente e la salute a lungo termine del nostro cervello è allarmante, la buona notizia è che negli ultimi dieci anni abbiamo fatto notevoli progressi nel ridurre i livelli di inquinamento atmosferico in tutto il Paese (gli Usa, ndr) e ci sono gli sforzi in corso per ridurlo ulteriormente. 
Eppure, l’opinione pubblica deve capire che a vivere in ambienti inquinati che ci sono rischi per la salute, in particolare per gli anziani, e dovremmo essere tutti più consapevoli dei problemi relativi alla qualità dell’aria».

10 gennaio 2014

Marco Caviglione : Centrale spenta .Ricorsi e Polemiche . MA intanto le POLVERI si DIMEZZANO.

Riceviamo dal medico e consigliere provinciale Marco Caviglione




CENTRALE SPENTA. RICORSI E POLEMICHE.
MA INTANTO LE POLVERI SI DIMEZZANO.


In questi giorni ho preso l'iniziativa di fare una media giornaliera delle concentrazioni in aria di PM2,5 rilevate dalla centralina Arpal di Vado Ligure, dividendo le rilevazioni in 2 gruppi: dall'1 al 24 dicembre 2013, fino a quando cioè la centrale ha funzionato, e dal 25 dicembre all'8 gennaio, periodo nel quale è rimasta ferma.

Dividendo per 24 (i giorni) la somma dei valori del primo gruppo, ho ricavato la cifra di 17,7, che è la media giornaliera di concentrazione delle PM2,5 (espressa in microngrammi/m3) in quei 24 giorni del dicembre scorso (centrale in funzione).
La media giornaliera del periodo successivo è stata invece di 9,9 (centrale spenta);quindi, in percentuale, vi è stato un calo di circa il 45% Direi significativo. 
Continuerò a monitorare.

Inoltre ho poi confrontato i dati dei primi 8 giorni dello scorso anno con quelli di quest'anno: ebbene, la concentrazione delle PM2,5 di questi giorni (a centrale spenta) è esattamente la metà di quella del 2013,  12,2 contro 24,4.
Chiaro che saranno state diverse le condizioni meteo, ad esempio la pioggia abbassa il livello di polveri sottili, anche se soprattutto di quelle "meno sottili", cioè delle PM10. Tuttavia i dati paiono essere davvero significativi, considerando anche che sono all'incirca 2 le settimane di fermo della Centrale, ed entro 2 mesi la concentrazione di PM, soprattutto 2,5, potrebbe ragionevolmente abbassarsi ancora di più. Da rilevare che la centralina di Vado è posta in zona assai trafficata, per cui, soprattutto da Natale ad oggi, e ancor più nei prossimi giorni si può ritenere che la provenienza delle PM misurate sia quasi interamente dai gas di scarico veicolari.


Marco Caviglione consigliere provinciale

16 dicembre 2013

Incredibile inquinamento in Cina :QUANTI MORTI? SHANGHAI è stata il bersaglio delle emissioni delle centrali a carbone.



Tratto da Ecoblog

Incredibile inquinamento in Cina, decine di città trenta volte sopra i limiti di sicurezza: quanti morti?

Scritto da: -
Shanghai e altre decine di città cinesi hanno raggiunto livelli di PM2.5 superiori a 300 e persino 600.  
Le condizioni meteo hanno trasportato le emissioni delle centrali a carbone fino alle città, con una previsione di centinaia di migliaia di morti


Nei  giorni scorsi la città di Shanghai è stata colpita da elevatissimi livelli di inquinamento . Oltre alle condizioni meteo avverse , in una sorta di nemesi storica la metropoli è stata il bersaglio delle emissioni delle centrali a carbone. Come si vede dalla mappa della NOAA qui sotto, diffusa da Greenpeace, le traiettorie dei venti hanno fatto sì che lo smog di decine di centrali a carbone abbiano raggiunto la costa proprio all’altezza di Shanghai.
Ma il problema non è solo Shanghai: come si vede dalla mappa più in basso, scaricata ieri dal sito Air Pollution in Asia, ci sono decine e decine di città con valori di inquinamento anche 30 volte superiori ai limiti di sicurezza. I numeri sulla mappa riportano l’indicatore di qualità dell’aria, che è all’incirca proporzionale alla concentrzione di PM 2,5 (1). Secondo uno studio americano di qualche anno fa, è possibile già vedere un aumento della mortalità per inquinamento quando la concentrazione di PM2,5 passa da 10 a 30 µg/m³. In media negli USA si osserva 2 morti all’anno in più ogni mille persone per ogni aumento di PM 2,5 di 10 µg/m³. Quale catastrofe accadrà in Cina, dove l’aumento è pari a 100-200 o persino 600 µg/m³?

La settimana del grande  smog di Londra del 1952 causò 7000 morti nella capitale britannica. Quanti morti causa l’inquinamento in Cina. E’ difficile stabilirlo, visto che ci sono stime che variano da 250000 a oltre un milione di morti all’anno e si stima che l’inquinamento da carbone riduca la speranza di vita di cinque anni.

Date le complesse condizioni di questo enrome paese e il minimo spazio dato all’opinione pubblica, è improbaile che le cose possano cambiare nel breve periodo.

(1) Qui si trova la corrispondenza tra Air Quality Index (AQI) e concentrazione di PM2,5 (in µg/m³). Ai livelli di inquinamento più alto, cioè per un AQI sopra a 300, l’indice esprime sostanzialmente la concentrazione di PM2,5.  Proprio per la loro maggiore pericolosità, le PM2,5 sono associate ad un peggiore valore di AQI a parità di valore con le PM10.



06 gennaio 2012

CENTRALE A CARBONE:CON IL CUORE IN MANO....


Egr. Direttore ...,
le invio la risposta che l'Ordine dei Medici nel gennaio 2010 aveva fornito in merito ad un'analoga indagine "inefficace e fuorviante", simile a quella di Italia Oggi pubblicata da voi ieri su PM10 e Biossido di Azoto, e per la quale vi siete sentiti legittimati di poter affermare che tale classifica "smentisce" e "zittisce" gli allarmisti sui livelli di inquinamento della nostra città:




“La valutazione dell’inquinamento mediante la sola determinazione delle PM 10 è inefficace e fuorviante dal punto di vista sanitario: esse infatti sono polveri grossolane (non sottili), inalabili ma non respirabili, e pertanto non raggiungono i polmoni, dove invece arrivano le vere polveri sottili respirabili (PM 2,5) che determinano i danni maggiori per la salute umana. La normativa italiana dal 2002 prevede l’obbligo di misurare anche le PM 2,5, ma questo non viene fatto.

Ma perché è così importante il monitoraggio delle PM 2,5?  Semplice: gli ossidi di zolfo, che sono emessi dalle centrali a carbone e non dal traffico, si trasformano in PM 2,5 e non in PM 10: per questo motivo la misurazione delle sole PM 10 sottovaluta di molto l’inquinamento nelle città dove esistono centrali a carbone, che in Italia sono le principali fonti di emissioni di ossidi di zolfo.(…)
Spesso viene favorita una interpretazione assolutamente non condivisibile, facendo intendere che i valori stabiliti per legge (i famosi 35 superi all’anno) assicurino anche una tranquillità dal punto di vista della protezione della salute,  mentre invece questo dato deve essere assolutamente contestato.

Nel 2006 l’ Organizzazione Mondiale della Sanità ha stabilito 2 concetti fondamentali:
il primo è quello della necessità di misurare anche le PM 2,5, (nota di UPLS :cosa che a Savona non avveniva nel 2010  ,ora si invece si misurano e  sul nostro territorio ... non sono proprio tranquillizzanti !!!) mentre il secondo è quello che il limite massimo di superi consentiti per le PM 10 e le PM 2,5 è di 3 all’anno.(nota di UPLS:altro che tre superi l'anno!!!!)  

Quindi, in base ai criteri stabiliti dall’OMS per la tutela della salute dell’uomo,  l’aria di Savona non è affatto salubre, anche basandoci sui rilievi utilizzati assolutamente insufficienti della centralina di Corso Ricci, avendo oltrepassato di quasi 3 volte i livelli ritenuti accettabili dall’OMS”.


(Ordine dei Medici di Savona – gennaio 2010)


Credo non ci sia bisogno di altri commenti.
Se non questo: i cosiddetti 'allarmisti' sono spesso gente comune che ha letto un'enorme documentazione scientifica sui danni ormai accertati e universalmente riconosciuti delle centrali a carbone (anche con gruppi di nuova generazione), e che, con il cuore in mano e con grande sofferenza, cerca di ritagliare tanto (mai abbastanza) del proprio tempo per concorrere a 'salvare' la nostra terra da una nuova devastazione ambientale derivante dal progetto di ampliamento della centrale di Vado.
 
E questo a discapito del proprio lavoro, del proprio tempo libero, dei propri affetti.
Ma soprattutto, senza interesse di parte, ma solo spinti da valori morali che meriterebbero un po' più rispetto.


Saluti
Stefano Milano


Tratto da Savona News

Inquinamento dell’aria, allarme dall’OMS: “oltre due milioni di morti l’anno da smog”

Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità sul banco degli imputati ci sono traffico e...... centrali a carbone

L’allarme non è nuovo. Ma una nota che arriva da Ginevra da fonte autorevolissima come l’Organizzazione Mondiale della Sanità è come una sentenza. O meglio si rileva come la conferma della spada di Damocle che pende sull’intera popolazione mondiale. Oltre due milioni di persone nel pianeta muoiono ogni anno a causa di inquinamento dell’aria, compreso quello indoor.
Numeri allarmanti che fanno dire all’Oms che non c’è più tempo per rimandare una sfida globale per un’aria più pulita.. Raccomandato un limite di 20 microgrammi al metrocubo
Un’indagine a tappeto mette a nudo infatti una realtà preoccupante dal punto di vista dell’inquinamento atmosferico. Si tratta di una indagine senza precedenti, i cui esiti sono stati diffusi in questi giorni, che ha riguardato ben 1.100 città in 91 Stati, comprese le capitali e le aree urbane con più di 100mila residenti. Ancora una volta nel mirino dell’OMS finiscono le PM10  che possono penetrare nei polmoni, entrare nella circolazione sanguigna, causare malattie di cuore, cancro polmonare, asma e infezioni respiratorie.
L’OMS al riguardo ha le idee chiare ed ha fissato già da tempo il limite di riferimento a 20 microgrammi al metrocubo.........
Oltre un milione e 300mila morti premature
Un fenomeno quello della pessima qualità dell’aria purtroppo in crescita. Nel  2008, la mortalità valutata attribuibile ad inquinamento atmosferico esterno in città, secondo l’OMS,  ammonta a 1.34 milioni di morti premature. Se invece in tutti gli Stati venisse introdotto il limite OMS di 20 microgrammi al metrocubo (in Europa il limite ammesso è di 50 microgrammi al metrocubo per non più di 35 giorni l’anno)  si è valutato che nel 2008 avrebbero potuto essere evitate un milioni e 900mila morti premature.......
OMS: “Servono maggiori sforzi”
"L'inquinamento atmosferico è  un capitolo importante sul fronte salute ed è vitale che vengano aumentati gli sforzi per ridurne l’entità e gli effetti” commenta Maria Neira, direttore del WHO per la sanità pubblica e l'ambiente.
"Con maggiori interventi potremmo ridurre significativamente - il numero delle persone che soffrono di malattie di cuore e dell’apparato respiratorio oltre che di  cancro polmonare. In tutto il mondo, l'aria della città è spesso investita dai vapori di scarico del traffico auto, dai fumi degli impianti industriali, dalla fuliggine delle centrali elettriche a carbone........
Traffico e centrali a carbone sotto accusa
I maggiori responsabili dell’inquinamento atmosferico sia nei Paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo, sono costituiti dal traffico, dalle combustioni di biomasse e carbone per la cottura e il riscaldamento e dalle centrali termiche alimentate al carbone......
da www.lamiaaria.it

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 OGGI 6 GENNAIO : GIORNO DELLA" BEFANA"
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La Befana vien... 365 giorni l'anno