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20 luglio 2021

L’inquinamento atmosferico da PM2.5 pesa sul 15% delle morti da Covid-19 in Italia

Tratto da greenreport

L’inquinamento atmosferico da PM2.5 pesa sul 15% delle morti da Covid-19 in Italia

Pozzer: «La pandemia finirà, ma non esistono vaccini contro una cattiva qualità dell’aria o la crisi climatica. Il rimedio è mitigare le emissioni»

Oltre 6mila morti in meno da Covid-19, ovvero il 15% delle vittime: a tante ammontano le vite che la pandemia avrebbe potuto finora risparmiare in Italia se l’aria che respiriamo non fosse inquinata da PM2.5, il particolato atmosferico fine. È questa la conclusione cui è giunto un team internazionale di ricercatori, guidato da Andrea Pozzer dell’International Center for Theoretical Physics di Trieste e del Max-Planck-Institute for Chemistry di Mainz, che ha individuato a livello globale i legami tra l’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico e un rischio di morte molto più elevato da Covid-19.

Lo studio Regional and global contributions of air pollution to risk of death from Covid-19, pubblicato sulla rivista scientifica peer-reviewed Cardiovascular research, ha esteso a livello globale i risultati precedentemente ottenuti all’Università di Harvard sulla relazione tra esposizione al PM2.5 e mortalità da Covid-19, ottenendo per la prima volta dati Paese per Paese.

Da questa nuova ricerca è emerso che circa il 15% dei decessi in tutto il mondo da Covid-19 potrebbe essere attribuito all’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico. Si va dal 29% registrato per la Repubblica Ceca o dal 27% in Cina e dal 26% in Germania, al 3% dell’Australia o all’1% della Nuova Zelanda. Il dato europeo è al 19%, mentre quello italiano identico alla media globale: 15%.

Pozzer spiega che «questa scoperta non dimostra una relazione diretta di causa-effetto tra l’inquinamento atmosferico e la mortalità da Covid-19. Si tratta piuttosto di un effetto indiretto: le nostre stime mostrano l’importanza dell’inquinamento sugli esiti fatali dell’infezione virale per la salute, cioè aggravando le comorbilità».

Il ricercatore sottolinea che «la mortalità effettiva è influenzata da molti fattori aggiuntivi come il sistema sanitario del Paese», ma anche se è già possibile «distinguere chiaramente il contributo dell’inquinamento atmosferico alla mortalità da Covid-19» restano «notevoli incertezze» da affrontare.

Ovvero? «In primo luogo – ci spiega telefonicamente dalla Germania – abbiamo potuto calcolare l’impatto ma tecnicamente non sappiamo i meccanismi biologici attraverso i quali l’inquinamento atmosferico incrementa la mortalità da Covid-19. Abbiamo delle intuizioni in merito ma per rispondere con certezza servono studi dedicati, la nostra è un’elaborazione statistica. Quel che sappiamo è che un organismo sottoposto per lungo termine all’inquinamento atmosferico è meno resiliente di fronte all’arrivo del coronavirus, che più probabilmente porterà a un esito nefasto».

Come riassume un altro co-autore della ricerca, Thomas Münzel dell’Universitätsklinikum Mainz, «quando le persone inalano aria inquinata, le piccolissime particelle inquinanti migrano dai polmoni al sangue e nei vasi sanguigni, causando infiammazione e grave stress ossidativo. Questo causa danni al rivestimento interno delle arterie, l’endotelio, e porta al restringimento e all’irrigidimento delle arterie. Anche il virus Covid-19 entra nel corpo attraverso i polmoni, causando danni simili ai vasi sanguigni. Se l’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico e l’infezione con il virus Covid-19 si uniscono, allora abbiamo un effetto negativo aggiuntivo sulla salute, il che porta a una maggiore vulnerabilità e a una minore resilienza al Covid-19». Un po’ come accade per chi fuma tabacco.

Se i meccanismi biologici restano da chiarire, ciò non toglie che tutte le evidenze scientifiche finora raccolte in merito alle correlazioni tra Covid-19 e inquinamento atmosferico vadano nella stessa direzione. Una relazione che peraltro trova conferma dai risultati di studi cinesi simili basati sull’epidemia di Sars, che hanno analizzato l’inquinamento da PM2,5 e le conseguenze dell’epidemia da Sars-Cov-1 nel 2003.

Un’altra «incertezza» che va tenuta in debito conto è poi quella collegata alla natura stessa della ricerca, uno studio di tipo statistico. Ad esempio il dato rilevato per l’Italia (il già citato 15%) è compreso in un intervallo di confidenza al 95% che spazia dal 7 al 34%. Questo significa che in media in Italia – dalle zone rurali poco inquinate a quelle attanagliate nello smog della pianura padana o delle grandi città del nord – si ha il 15% in più di morire per Covid-19 a causa dell’esposizione a lungo termine al PM2,5, ma questa probabilità è racchiusa in un ventaglio più ampio che va dal 7 al 34%.

«Quel che preme sottolineare – aggiunge Pozzer – è che nonostante la variabilità che abbiamo messo in evidenza, questo numero non è mai zero. Un italiano in media se viene contagiato dal Sars-Cov-2 ha il 15% di possibilità in più di morire rispetto a quella che avrebbe se fosse nato in un paese totalmente non inquinato da PM2,5 proveniente da fonti antropogeniche, come quelle legate all’utilizzo dei combustibili fossili».

In Italia ad esempio circa i due terzi delle emissioni antropiche di PM2.5 sono attribuibili agli impianti di riscaldamento e, allagando lo sguardo a tutta Europa, sappiamo che l’80% di tutto il consumo di calore viene ancora soddisfatto bruciando combustibili fossili. Dunque promuovendo l’impiego di fonti energetiche più pulite, come le rinnovabili, anche la nostra salute ne guadagnerebbe? «Questo è indiscutibile – osserva Pozzer – Più in generale, è necessario ridurre la nostra impronta ecologica al minimo. Quella dei nostri antenati durante l’Età della pietra era certamente più bassa dalla nostra, ma allora l’aspettativa di vita se andava bene arrivava a 30 anni. Quindi dobbiamo riconoscere che il progresso tanto male non ha fatto e tornare all’Età della pietra sarebbe peggio. Ma qui non si tratta di chiudere d’un colpo tutte le attività inquinanti: lo sviluppo tecnologico ci ha messo a disposizione molte possibilità per ridurre drasticamente le emissioni e migliorare la qualità della nostra vita, mi sembra giusto spingere in questa direzione».

«Come abbiamo rilevato alla fine della nostra ricerca – continua Pozzer – La pandemia di Covid-19 si concluderà con la vaccinazione della popolazione o, speriamo di no, con l’immunità di gregge attraverso un’infezione estesa. Ma in ogni caso finirà. Tuttavia, non potremo smettere semplicemente di respirare né esistono vaccini contro una cattiva qualità dell’aria o la crisi climatica. Il rimedio è mitigare le emissioni, e questa è una soluzione win-win». Ovvero, ne guadagna in salute l’ambiente e dunque anche noi.

E nonostante i progressi fatti, ne resta di lavoro da fare. A partire dall’Italia: la Commissione europea pochi giorni fa ha avviato una (nuova) procedura d’infrazione verso il nostro Paese, per il mancato rispetto della direttiva 2008/50/CE sulla qualità dell’aria .  I dati disponibili per l’Italia mostrano infatti che «il valore limite per il PM2,5 non è stato rispettato in diverse città della valle del Po (tra cui Venezia, Padova e alcune zone nei pressi di Milano). Inoltre le misure previste dall’Italia non sono sufficienti a mantenere il periodo di superamento il più breve possibile».

Una performance pessima, che comporta non solo enormi danni ambientali ma soprattutto decine di migliaia di vite umane spezzate. Secondo gli ultimi dati messi in fila dall’Agenzia europea dell’ambiente (Eea) nel suo Air quality in Europe 2019, tre inquinanti (PM2.5, NO2 e O3) bastano a provocare in Italia 76.200 decessi prematuri ogni anno. Da solo, il PM2.5 miete 58.600 vittime ogni dodici mesi, il secondo dato più elevato in Europa. Anche questa è una crisi sanitaria, che deve essere trattata come tale.

Il testo di quest’articolo è stato redatto per “il manifesto” – oggi in edicola con il titolo “Polveri e Covid, cocktail letale” -, con cui greenreport ha attiva una collaborazione editoriale

12 luglio 2021

La cirrosi risulta associata all'esposizione a lungo termine a PM10, PM2,5, PM grossolano e NO2

Tratto da Peacelink 

 La cirrosi risulta associata all'esposizione a lungo termine a PM10, PM2,5, PM grossolano e NO2 

Inquinamento e cirrosi epatica 


Uno studio di coorte sull'esposizione a lungo termine all'inquinamento atmosferico e sull'incidenza della cirrosi epatica, realizzato da Riccardo Orioli, Angelo Solimini, Paola Michelozzi, Francesco Forastiere, Marina Davoli e Giulia Cesaroni. Redazione Ecodidattica Tradotto da per PeaceLink 
Fonte: Environmental Epidemiology: August 2020 - Volume 4 - Issue 4 - p e109 
 La cirrosi è una malattia epatica avanzata che colpisce milioni di persone in tutto il mondo, con costi sanitari elevati. Nonostante le prove sperimentali suggeriscano un possibile ruolo degli inquinanti atmosferici nelle malattie del fegato, mancano studi epidemiologici. Abbiamo mirato a studiare l'associazione tra l'esposizione agli inquinanti atmosferici e l'incidenza della cirrosi in un'ampia coorte di popolazione a Roma. Metodi Abbiamo utilizzato una coorte amministrativa stabilita dal censimento del 2001. Sono stati inclusi tutti gli adulti di età pari o superiore a 30 anni non affetti da cirrosi, risultando in una popolazione di studio di oltre 1,2 milioni di soggetti. Il follow-up dei soggetti si è concluso il 31 dicembre 2015. Abbiamo accertato i casi incidenti di cirrosi dai registri regionali di mortalità e dimissione ospedaliera utilizzando un algoritmo validato. Abbiamo valutato l'esposizione dei soggetti a componenti metallici PM10, PM grossolano, PM2,5, PM2,5, NO2, NOx e PM presso il loro indirizzo di residenza utilizzando modelli di regressione dell'uso del suolo. Abbiamo usato modelli di regressione di Cox, aggiustati per covariate rilevanti, per stimare l'associazione tra esposizione all'inquinamento atmosferico e incidenza di cirrosi. Risultati Abbiamo osservato 10.111 casi incidenti di cirrosi, con un tasso di incidenza grezzo di 67 × 100.000 anni-persona. L'esposizione a lungo termine a tutti gli inquinanti testati era significativamente associata alla cirrosi, ad es. PM10 (rapporto di rischio [HR], 1,05; intervallo di confidenza al 95% [CI], 1,01–1,09, per incrementi di 10 µg/m3), PM grossolano (HR , 1,11; IC 95%, 1,05-1,17, per incrementi di 10 µg/m3), PM2,5 (HR, 1,08; IC 95%, 1,03-1,13, per incrementi di 5 µg/m3) e NO2 (HR, 1,03; 95% CI, 1,02–1,05, per incrementi di 10 µg/m3). Le associazioni erano robuste nelle analisi secondarie. Conclusioni 
I nostri risultati suggeriscono un possibile contributo dell'inquinamento atmosferico allo sviluppo della cirrosi. 
 Per approfondimenti cliccare qui

16 marzo 2021

Esposizione a PM2.5 e salute delle ossa materne sulle donne incinte

 Tratto da Peacelink

Esposizione a PM2.5 e salute delle ossa materne sulle donne incinte nella Città del Messico

Fonte: The Lancet Planetary Health, Volume 4, Numero 11 - 01 novembre 2020

Sintesi

In gravidanza la composizione delle ossa materne muta esponendo le donne a un più alto rischio di fratture. Scopo dell’indagine è verificare possibili relazioni tra le concentrazioni ambientali di particolato PM2.5 e forza ossea durante la gravidanza........

Interpretazione

L'esposizione ambientale a PM2.5 durante e dopo la gravidanza è stata associata a una diminuzione della forza trabecolare e corticale dell'osso. L'esposizione precoce a PM2.5 durante la gravidanza è stata associata successivamente ad una maggiore diminuzione della forza ossea durante la gravidanza. La gravidanza tardiva e le prime esposizioni post-partum hanno influito negativamente sul recupero della resistenza ossea. Soluzioni tecnologiche e politiche per ridurre l'inquinamento da PM2.5 potrebbero migliorare la salute pubblica riducendo il rischio di fratture ossee.


Introduzione

La gravidanza è associata a cambiamenti nell’omeostasi del calcio che possono comportare un deterioramento della densità ossea nella madre. Rispetto a prima del concepimento e al periodo iniziale della gravidanza, il rimodellamento osseo è più attivo durante il secondo e il terzo trimestre quando il 2-3% del calcio nelle ossa materne passa al feto per la sua crescita, come risulta dalla perdita di densità minerale delle ossa della madre (BMD, bone mineral density). Sebbene la perdita di BMD associata alla gravidanza recuperi fisiologicamente, la sua diminuzione temporanea abbassa la forza ossea e rappresenta un maggiore rischio di fratture e di soffrire successivamente di osteoporosi, in particolare se nello stesso periodo si è esposte a fattori che aumentano la perdita di minerali o ne impediscono il pieno recupero. Quindi, indagare sulle esposizioni ambientali che potrebbero aggravare tale suscettibilità è di grande interesse per la salute pubblica.

A livello globale le concentrazioni di inquinamento atmosferico di PM2.5 stanno aumentando, interessando in modo preoccupante i paesi a basso e medio reddito. L'esposizione a PM2.5 è una rilevante questione di salute pubblica globale, concausa in numerosi esiti avversi per la salute. Altre ricerche suggeriscono che una scarsa salute delle ossa possa dipendere dal PM2.5. Studi su uomini norvegesi di 75-76 anni sostengono esserci una corrispondenza tra l’esposizione ambientale a PM2.5 e una ridotta BMD corporea totale, con aumento del rischio di fratture dell'avambraccio distale. Uno studio condotto su bambini tedeschi di 10 anni ha riferito che il PM2.5 modificava i livelli sierici di osteocalcina e del telopeptide C-terminale del collagene di tipo I (CTX), due marker di turnover osseo correlati con una ridotta densità ossea, un aumento del rischio di osteoporosi e di frattura. Un'analisi del Medicare Data degli Stati Uniti ha mostrato un aumento del rischio di ricoveri ospedalieri per fratture ossee associate all’esposizione ambientale a PM2.5 in particolare nelle comunità a basso reddito. Lo stesso studio ha analizzato i dati di una coorte di uomini dell'area di Greater Boston, MA, USA e segnalato il legame tra l’esposizione a PM2.5 e la riduzione dell’ormone paratiroideo, un regolatore chiave nel metabolismo del calcio, e questa maggiore esposizione al carbonio nero è associata con una diminuzione della BMD in cinque regioni anatomiche.

Cambiamenti in gravidanza della BMD sono previsti, dato le esigenze dello sviluppo neonatale. Tuttavia, cambiamenti della composizione ossea indotti dall'ambiente possono incrementare il rischio di fratture durante la gravidanza, in particolare se questi cambiamenti persistono dopo la gravidanza. Non siamo a conoscenza di nessuno studio al momento che abbia esaminato le associazioni tra esposizione a PM2.5 e resistenza ossea nelle donne in gravidanza. Per colmare questa lacuna nella ricerca abbiamo deciso di indagare sull'associazione tra esposizione materna a PM2.5 e salute ossea delle madri, attenendoci ai dati della ricerca di Programmazione su Obesità, Crescita, Ambiente e Fattori di Stress Sociale (PROGRESS) studio con sede a Città del Messico.continua qui 

21 febbraio 2021

Inquinamento e mortalità prematura

 Tratto da IL SOLE 24 ore

Inquinamento e mortalità prematura

Prime 10 città europee che beneficerebbero della riduzione di mortalità prematura riducendo l'inquinamento da PM2.5 e NO2, in entrambi gli scenari



Un recente articolo apparso su The Lancet Planetary Health  ha stimato maggiori oneri di mortalità prevenibili per PM2 5 e NO2 rispetto alle precedenti valutazioni condotte a livello europeo. I ricercatori hanno calcolato che una percentuale considerevole di morti premature in oltre 1.000 città europee potrebbe essere evitata ogni anno riducendo le concentrazioni di inquinamento atmosferico, in particolare portandole al di sotto delle linee guida dell’OMS.

Se le città si conformassero alle linee guida dell’OMS sull’inquinamento atmosfericosi potrebbero prevenire 51.213 decessi all’anno per l’esposizione a PM2,5 e 900 decessi all’anno per quella a NO2.  La riduzione dell’inquinamento atmosferico alle concentrazioni più basse, cioè fare meglio delle linee guida OMS, potrebbe addirittura prevenire 124.729 decessi l’anno per l’esposizione a PM2,5 e 79.435 morti all’anno per l’esposizione a NO2.

Inutile dire che le città padane sono fra le peggiori d’Europa, ma anche quelle che beneficerebbero maggiormente della riduzione di inquinanti atmosferici. Il più alto carico di mortalità per PM2.5 è stato stimato in Italia settentrionale, Polonia e Repubblica Ceca, confermando trend ben noti da decenni, come mostra annualmente l’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA).

Prendiamo lo scenario delle attuali linee guida OMS. Bergamo, Vicenza, Saronno e Brescia sono risultate le prime due città con il carico più elevato di mortalità da esposizione a PM2.5 che potrebbe essere evitata. Poi troviamo Karviná (Repubblica Ceca), Górnośląsko-Zagłębiowska Metropolia (Polonia), Ostrava (Repubblica Ceca), Jastrzębie-Zdrój (Polonia), Rybnik (Polonia) e Havirov (Repubblica Ceca).

Siamo in vetta anche per l’impatto evitabile della mortalità prematura da esposizione da NO2. Al primo posto troviamo Madrid (Spagna), al secondo Anversa (Belgio), al terzo Parigi (Francia), al quarto Torino (Italia), al quinto Milano (Italia), al sesto Barcellona (Spagna), al settimo Mollet del Vallès (Spagna), all’ottavo Bruxelles (Belgio), al nono Argenteuil – Bezons (Francia) e  al decimo Herne (Germania). Grosso modo le “classifiche” sono simili anche considerando lo scenario dove le emissioni sono migliori rispetto ai desiderata delle linee guida OMS.

Rispetto quindi agli studi precedenti pubblicati sul tema, la mortalità prevenibile media stimata per PM2.5 è risultata superiore. L’EEA aveva stimato una media di 74 decessi per 100.000 abitanti tra i paesi dell’UE28 per l’anno 2017, pari al 7% della mortalità prematura annuale. Questa analisi invece parla di 99 decessi per 100.000 abitanti, pari all’8% della mortalità prematura annua, che mostra un maggiore carico di mortalità da PM2 5 nelle aree urbane.

Le attuali linee guida  – concludono gli autori – dovrebbero essere riviste e le concentrazioni di inquinamento atmosferico dovrebbero essere ulteriormente ridotte per ottenere una maggiore protezione della salute nelle città.

Aver ragionato sulle città e non sui paesi è un fattore importante. Questo studio analizza i dati ambientali e sanitari su aree geografiche molto dettagliate, includendo i tassi di mortalità per città, in particolare nella parte orientale Europea dove le ricerche scarseggiano. La maggior parte della letteratura dettaglia le esposizioni a livello globale o nazionale, ma a questo livello di analisi abbiamo poche indicazioni su dove le azioni sono più urgenti per ridurre gli effetti negativi sulla salute associati a inquinamento dell’aria. Ragionando a livello nazionale traiamo quindi conclusioni affrettate. Il nostro paese per esempio nel suo complesso non mostra un altissimo carico di mortalità per esposizione a PM2.5, ma se guardiamo alle città dell’Italia settentrionale le cose, appunto, cambiano.

Le città ospitano il 72% della popolazione europea e offrono una buona opportunità per il cambiamento delle politiche grazie alla responsabilità locale diretta, una migliore reattività rispetto ai governi nazionali e azioni più rapide rispetto ai governi nazionali. Inoltre, le città sono spesso hotspot per l’inquinamento atmosferico. Prendiamo per esempio il traffico motorizzato. In Europa, il contributo del traffico alle concentrazioni di PM2.5 nelle aree urbane rappresenta il 14% delle concentrazioni totali di PM2.5 urbano , salendo al 39% per determinate città. Il traffico rappresenta inoltre il 47% delle concentrazioni di NO2 nelle aree metropolitane, arrivando al 70% in alcune città.


28 febbraio 2018

Patrizia Gentilini :Padova, salgono i casi di sclerosi multipla nelle zone più inquinate. Ne parliamo?

TRATTO DA IL FATTO QUOTIDIANO

Padova, salgono i casi di sclerosi multipla nelle zone più inquinate. Ne parliamo?

Risultati immagini per sclerosi multipla
In questi giorni è comparso sulla stampa veneta un articolo sulla diffusione della sclerosi multipla in provincia di Padova ,  che  offre spunti di grande interesse per tutti. Nell’articolo si riportano i dati del Centro regionale ad alta specializzazione dedicato a tale patologia diretto dal professor Paolo Gallo, ed emerge che nel territorio indagato i casi di sclerosi multipla sono in preoccupante aumento.
I dati sono stati raccolti con il contributo delle Neurologie dell’ospedale Sant’Antonio di Padova e degli ospedali di Cittadella, Camposampiero, Piove di Sacco e Monselice. L’incidenza della sclerosi multipla è passata da 0,9 nuovi casi l’anno ogni 100mila abitanti negli anni Sessanta, a 6,5 casi nel 2015, mantenendo costante la differenza di genere che vede le donne più colpite degli uomini (7,9 contro 4,1). I malati sono passati in 50 anni da 16 ogni 100mila abitanti a 182, aumentando di 11,4 volte, con costi sociali ed assistenziali elevatissimi. Come affermato dal professor Gallo il costo medio di un paziente è di circa 40mila euro l’anno e dato che si stima che i malati in Italia siano oltre centomila, se ne deduce che la malattia costa allo Stato circa 4 miliardi di euro, lo 0,21% del Pil.

Nell’indagine padovana tutti i casi sono stati georeferenziati e, tramite satellite in grado di monitorare il PM2.5 con la collaborazione del Cnr e del Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova, è stato possibile sovrapporre la mappa dell’inquinamento da PM 2.5 con la distribuzione dei pazienti. Si è così evidenziato che nelle aree dove l’inquinamento atmosferico è maggiore c’è anche il maggior numero di malati. Questo dato non è che una ulteriore conferma dei rischi per la salute rappresentati dalla cattiva qualità dell’aria, problema come ben noto originato dai processi di combustione e specie in questa stagione ricorrente.
Tuttavia, per quanto annoso, tale problema è ben lungi dall’essere risolto visto che sono circa 60.000 le morti premature che ogni anno si registrano in seguito ad esso. E se gli effetti a carico del sistema cardiocircolatorio e respiratorio sono fra i primi ad essere stati studiati, quelli al sistema nervoso – specie in via di sviluppo –  sono sempre più documentati. In questa recentissima revisione, studi condotti in varie parti del mondo (Usa, Polonia, Cina, Spagna, Italia, Corea) confermano che per esposizione ad alcuni comuni inquinanti dell’aria (Idrocarburi Policiclici aromatici IPA, PM2,5, PM10, NO2, NOx) negli adulti si registra incremento della demenza, della depressione, alterazioni della memoria e Parkinson e nei bambini alterazioni del comportamento e dello sviluppo cerebrale, diminuzione del quoziente intellettivo, aumento del deficit di attenzione ed iperattività (ADHD), riduzione della sostanza bianca dell’emisfero sinistro e della BDFN (brain-derived neurotrophic factor), fondamentale fattore protettivo dello sviluppo cerebrale.
E dovrebbe destare allarme il pericoloso aumento dei disturbi del linguaggio che si segnala in Italia, ma sulle cui cause non sembra ci si interroghi in modo adeguato.
I motivi di preoccupazione sono più che fondati anche perché a tali rischi se ne aggiungono altri quali malformazioni cardiache, infertilità, abortività spontanea, diabete, patologie tutte in drammatico aumento e gravate da alti costi umani e sociali. D’altro canto aumentano anche le evidenze che ad un miglioramento della qualità dell’aria si associano rapidamente benefici per la salute quali la diminuzione di pericolosi inquinanti nel cordone ombelicale e migliori performance neurocognitive nei nati dopo chiusura di centrale a carbone in Cina o miglioramento della funzione polmonare e riduzione dell’asma in bambini in California in seguito a riduzione di PM2,5, PM10 e biossido di azoto.
Queste tematiche dovrebbero essere centrali nel dibattito politico, ma purtroppo così non è anche perché nell’opinione pubblica non vi è ancora la percezione precisa dell’incombente crisi ambientale, climatica e quindi della salute. A questo proposito si è recentemente levata anche la voce autorevole di Vincenzo Balzani che, unitamente ad altri scienziati, ha richiamato l’urgente necessità di “ridurre i consumi energetici e utilizzare le fonti rinnovabili, perché solo la seconda soluzione, oggi matura e perseguibile, può farci uscire dalla crisi ambientale, sociale ed economica”. Come è possibile continuare a non capirlo e quindi a non agire di conseguenza?

24 ottobre 2017

Inquinamento: non esistono livelli "sicuri". ....

Tratto da Il Cambiamento

Inquinamento: non esistono livelli "sicuri". Ci si ammala e si muore, questa è la certezza

Mah...dovevamo aspettare di sentircelo dire dal New York Times che ha spiegato ai lettori uno studio del New England Journal of Medicine. Fatto sta che è ormai stra-certo che non esistono livelli "sicuri" o "non sicuri" di inquinamento. Anche a livelli definiti "sicuri" dalla legge si muore; lo dimostrano i dati riferiti a 60 milioni di persone esaminate.

Inquinamento: non esistono livelli
Proprio nei giorni in cui l'apposita commissione della rivista scientifica Lancet rilancia i dati OMS del 2015, affermando che l'inquinamento ha ucciso in quell'anno 9 milioni di persone prematuramente (più di Aids, tubercolosi e malaria messi insieme), ecco che il New York Times ci informa di un altro dato che avremmo dovuto già sapere, se non almeno immaginare: non esistono livelli "sicuri" di inquinamento. Si muore comunque! 
Il New York Times ha riassunto i risultati di un grosso studio che, come ha spiegato anche Nadia Simonini per Isde, ha potuto esaminare più di 60 milioni di persone assistite tramite “Medicare” registrando nel periodo sotto studio 22.567.924 morti. Nello studio pubblicato sul New England Journal of Medicine sono stati utilizzati dati satellitari, metereologici ecc. e anche dati raccolti da 3805 stazioni di monitoraggio dell’EPA che hanno permesso ai ricercatori di stimare in modo accurato i livelli di inquinamento dell’aria giornalieri in tutti gli Stati Uniti. Per ogni aumento di 10 microgrammi per metro cubo di PM 2,5 hanno trovato un aumento di 7,3% nella mortalità. Nel periodo studiato il PM 2,5 medio è variato tra 6,21 fino a 15,65. Viene considerato tollerabile un livello di 12. Per ogni aumento di 10 parti per miliardo di ozono hanno trovato un aumento dell’ 1,1% nella mortalità, le concentrazioni di ozono sono variate tra 36,27 e 55,86, il livello considerato sicuro è di 70.
Ecco l'articolo del New York Times


02 gennaio 2016

Per la Sclerosi Multipla l' l’inquinamento atmosferico è un pericoloso fattore di rischio


Tratto da MeteoWeb

Sclerosi Multipla: l’inquinamento atmosferico è un pericoloso fattore di rischio Mostra immagine originale


Secondo alcuni ricercatori di vari paesi,
 l’inquinamento atmosferico (interno ed esterno), è un problema importante per la salute pubblica, perché studi epidemiologici hanno messo in evidenza le sue numerose conseguenze dannose sulla salute (in particolare, condizioni patologiche respiratorie e cardiovascolari).

Negli ultimi 15 anni, l’inquinamento atmosferico è stato considerato anche un potente fattore di rischio ambientale per le malattie neurologiche e le neuropatologie. L’articolo (review) esamina l’impatto dell’inquinamento atmosferico sullo sviluppo cerebrale dei bambini e sulle conseguenze cliniche, cognitive, strutturali cerebrali e metaboliche.
Vengono anche discusse le possibili conseguenze a lungo termine sul cervello degli adulti e gli effetti sulla sclerosi multipla(SM).

 Una sfida è quella di valutare gli effetti delle esposizioni durante la vita agli inquinanti ambientali esterni ed interni, tra cui le esposizioni professionali: quanto, per quanto tempo e di che tipo. Diffuse neuroinfiammazioni, danni all’apparato neurovascolare, e produzione di autoanticorpi contro le proteine neurali e le giunzioni strette sono risultati preoccupanti nei bambini cronicamente esposti a concentrazioni superiori alle norme vigenti per l’ozono e il particolato fine (PM2.5), e possono costituire significativi fattori di rischio per lo sviluppo della malattia di Alzheimer più tardi nella vita. 
Infine, vengono recensiti i dati a sostegno del ruolo dell’inquinamento atmosferico come fattore di rischio per la sclerosi multipla (SM), concentrandosi sugli effetti delle PM10 e degli ossidi di azoto.
       Fonte: http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26718591

                          _____________________

Leggi anche su Adnkronos

Scienziati, lo smog pericoloso fattore di rischio per sclerosi multipla

Allarme per futuro bambini troppo esposti, diffuse neuroinfiammazioni e danni all'apparato neurovascolare

L'inquinamento atmosferico è un pericoloso fattore di rischio per lo sviluppo della sclerosi multipla. E' quanto ha evidenziato un'analisi di un team di scienziati internazionali pubblicata su 'Revue Neurologique'. Il lavoro ha studiato l'impatto dello smog sullo sviluppo cerebrale dei bambini e sulle conseguenze cliniche, cognitive, strutturali e metaboliche. Con un focus sulle possibili conseguenze a lungo termine sul cervello degli adulti e gli effetti sulla sclerosi multipla.
Leggi tutto su Adnkronos

23 giugno 2014

.......L’inquinamento dell’aria ci annebbia anche il cervello

Tratto da Greenreport


Come l’inquinamento dell’aria ci annebbia anche il cervello

Il declino cognitivo degli anziani è collegato ai i livelli di particolato PM2.5
[23 giugno 2014]
inquinamento anziani
Il particolato prodotto dal traffico e altre fonti di inquinamento atmosferico possono accelerare il declino cognitivo negli anziani: si tratta di una conclusione di non poca importanza per una società in continuo invecchiamento quella contenuta nello studio “Fine Particulate Matter Air Pollution and Cognitive Function Among U.S. Older Adults”, realizzato da Jennifer Ailshire, dell’università della Southern California,  e  Philippa Clarke, dell’università del Michigan.
«Abbiamo deciso di esaminare la relazione tra l’inquinamento atmosferico e la funzione cognitiva negli adulti più anziani – spiega la Ailshire – perché non c’è una crescente evidenza di come l’inquinamento atmosferico di particolato fine influisca sulla salute e sullo sviluppo del cervello, ma è stata data relativamente poca l’attenzione a quello che questo significa per l’invecchiamento del cervello».
La Ailshire e la Clarke dicono che, in base ai loro risultati, «migliorare la qualità dell’aria potrebbe essere una strategia importante per ridurre il declino cognitivo correlato all’età. Ci sono alcune evidenze che suggeriscono come le persone che vivono in aree più inquinate abbiano maggiori tassi di declino cognitivo, e il collegamento non è spiegato dalla ricchezza degli individui o da altri fattori sociali».
Le due ricercatrici statunitensi hanno estrapolato i dati da una vasta indagine ancora in corso e iniziata nel 1986, e hanno concentrato la loro analisi su 780 partecipanti che – al momento della rilevazione 2001-2002 – avevano 55 anni o più, ma avvertono che per alcune aree le misurazioni di routine dell’inquinamento dell’aria non sono state avviate fino alla fine degli anni ’90. La funzione cognitiva è stata misurata con test matematici e mnemonici, e i partecipanti hanno ottenuto un punteggio in base al numero di errori cognitivi fatti.
I livelli di inquinamento atmosferico per il quartiere di ciascun partecipante sono stati calcolati utilizzando i livelli di particolato PM2.5 rilevati dall’Air Quality System dell’Environmental Protection Agency Usa. Dall’analisi è emerso che le concentrazioni di PM2.5 nell’area dove vivevano i partecipanti allo studio erano 13,8 microgrammi per m3, al di sopra degli standard di qualità dell’aria del Epa che è di 12 microgrammi/m3.
Poi Ailshire e Clarke hanno confrontato i dati sui livelli di inquinamento con i punteggi degli errori cognitivi e hanno scoperto che le persone che vivono in zone ad alto inquinamento – con 15 microgrammi/m3 o più di PM2.5 – avevano punteggi di errori una volta e mezzo superiori a quelli dei partecipanti che vivevano in aree a basso inquinamento (con al massimo 5 microgrammi/m3)......
La Ailshire  ribadisce come «l’evidenza che emerge mostri un legame tra l’inquinamento atmosferico e la funzione cognitiva, e suggerisce che l’inquinamento atmosferico può danneggiare il cervello così come il cuore e i polmoni».
Questa nuova ricerca si aggiunge a un numero crescente di studi che suggeriscono che le esposizioni giornaliere più elevate all’inquinamento atmosferico influenzano le capacità di pensare dei cervelli in invecchiamento (e non solo). Gli scienziati  credono che il particolato possa influenzare la funzione cognitiva negli adulti più anziani per i suoi effetti nocivi sul sistema cardiovascolare, che è collegato al cervello attraverso i vasi sanguigni, e probabilmente agendo direttamente sul cervello stesso.
La Ailshire  conclude: «Anche se trovare un legame tra l’aria che respiriamo quotidianamente e la salute a lungo termine del nostro cervello è allarmante, la buona notizia è che negli ultimi dieci anni abbiamo fatto notevoli progressi nel ridurre i livelli di inquinamento atmosferico in tutto il Paese (gli Usa, ndr) e ci sono gli sforzi in corso per ridurlo ulteriormente. 
Eppure, l’opinione pubblica deve capire che a vivere in ambienti inquinati che ci sono rischi per la salute, in particolare per gli anziani, e dovremmo essere tutti più consapevoli dei problemi relativi alla qualità dell’aria».

10 gennaio 2014

Marco Caviglione : Centrale spenta .Ricorsi e Polemiche . MA intanto le POLVERI si DIMEZZANO.

Riceviamo dal medico e consigliere provinciale Marco Caviglione




CENTRALE SPENTA. RICORSI E POLEMICHE.
MA INTANTO LE POLVERI SI DIMEZZANO.


In questi giorni ho preso l'iniziativa di fare una media giornaliera delle concentrazioni in aria di PM2,5 rilevate dalla centralina Arpal di Vado Ligure, dividendo le rilevazioni in 2 gruppi: dall'1 al 24 dicembre 2013, fino a quando cioè la centrale ha funzionato, e dal 25 dicembre all'8 gennaio, periodo nel quale è rimasta ferma.

Dividendo per 24 (i giorni) la somma dei valori del primo gruppo, ho ricavato la cifra di 17,7, che è la media giornaliera di concentrazione delle PM2,5 (espressa in microngrammi/m3) in quei 24 giorni del dicembre scorso (centrale in funzione).
La media giornaliera del periodo successivo è stata invece di 9,9 (centrale spenta);quindi, in percentuale, vi è stato un calo di circa il 45% Direi significativo. 
Continuerò a monitorare.

Inoltre ho poi confrontato i dati dei primi 8 giorni dello scorso anno con quelli di quest'anno: ebbene, la concentrazione delle PM2,5 di questi giorni (a centrale spenta) è esattamente la metà di quella del 2013,  12,2 contro 24,4.
Chiaro che saranno state diverse le condizioni meteo, ad esempio la pioggia abbassa il livello di polveri sottili, anche se soprattutto di quelle "meno sottili", cioè delle PM10. Tuttavia i dati paiono essere davvero significativi, considerando anche che sono all'incirca 2 le settimane di fermo della Centrale, ed entro 2 mesi la concentrazione di PM, soprattutto 2,5, potrebbe ragionevolmente abbassarsi ancora di più. Da rilevare che la centralina di Vado è posta in zona assai trafficata, per cui, soprattutto da Natale ad oggi, e ancor più nei prossimi giorni si può ritenere che la provenienza delle PM misurate sia quasi interamente dai gas di scarico veicolari.


Marco Caviglione consigliere provinciale

16 dicembre 2013

Incredibile inquinamento in Cina :QUANTI MORTI? SHANGHAI è stata il bersaglio delle emissioni delle centrali a carbone.



Tratto da Ecoblog

Incredibile inquinamento in Cina, decine di città trenta volte sopra i limiti di sicurezza: quanti morti?

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Shanghai e altre decine di città cinesi hanno raggiunto livelli di PM2.5 superiori a 300 e persino 600.  
Le condizioni meteo hanno trasportato le emissioni delle centrali a carbone fino alle città, con una previsione di centinaia di migliaia di morti


Nei  giorni scorsi la città di Shanghai è stata colpita da elevatissimi livelli di inquinamento . Oltre alle condizioni meteo avverse , in una sorta di nemesi storica la metropoli è stata il bersaglio delle emissioni delle centrali a carbone. Come si vede dalla mappa della NOAA qui sotto, diffusa da Greenpeace, le traiettorie dei venti hanno fatto sì che lo smog di decine di centrali a carbone abbiano raggiunto la costa proprio all’altezza di Shanghai.
Ma il problema non è solo Shanghai: come si vede dalla mappa più in basso, scaricata ieri dal sito Air Pollution in Asia, ci sono decine e decine di città con valori di inquinamento anche 30 volte superiori ai limiti di sicurezza. I numeri sulla mappa riportano l’indicatore di qualità dell’aria, che è all’incirca proporzionale alla concentrzione di PM 2,5 (1). Secondo uno studio americano di qualche anno fa, è possibile già vedere un aumento della mortalità per inquinamento quando la concentrazione di PM2,5 passa da 10 a 30 µg/m³. In media negli USA si osserva 2 morti all’anno in più ogni mille persone per ogni aumento di PM 2,5 di 10 µg/m³. Quale catastrofe accadrà in Cina, dove l’aumento è pari a 100-200 o persino 600 µg/m³?

La settimana del grande  smog di Londra del 1952 causò 7000 morti nella capitale britannica. Quanti morti causa l’inquinamento in Cina. E’ difficile stabilirlo, visto che ci sono stime che variano da 250000 a oltre un milione di morti all’anno e si stima che l’inquinamento da carbone riduca la speranza di vita di cinque anni.

Date le complesse condizioni di questo enrome paese e il minimo spazio dato all’opinione pubblica, è improbaile che le cose possano cambiare nel breve periodo.

(1) Qui si trova la corrispondenza tra Air Quality Index (AQI) e concentrazione di PM2,5 (in µg/m³). Ai livelli di inquinamento più alto, cioè per un AQI sopra a 300, l’indice esprime sostanzialmente la concentrazione di PM2,5.  Proprio per la loro maggiore pericolosità, le PM2,5 sono associate ad un peggiore valore di AQI a parità di valore con le PM10.