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19 febbraio 2017

Ernesto Burgio: dalla gentica all'epigenetica



Tratto da You tube 
INTERESSANTISSIMO VIDEO DI  8 MINUTI .  
NE CONSIGLIAMO LA VISIONE .
Ernesto Burgio: dalla gentica all'epigenetica

Leggi anche su  altervista.org

Epigenetica: Non c’è malattia che non sia indotta dall’inquinamento

AMBIENTE INQUINATO E MALATTIE CRONICO-DEGENERATIVE, INFIAMMATORIE E TUMORALI: NON C’È MALATTIA CHE NON SIA INDOTTA DALL’INQUINAMENTO DELL’AMBIENTE.

Così affermano gli studi relativi a quella che viene definita “rivoluzione epigenetica” e uno tra i maggiori esperti in questo nuovo campo di conoscenze il dr. Ernesto Burgio, presidente del Comitato tecnico-scientifico dell’Associazione Medici per l’ambiente ISDE (International Society of Doctors for Environment), C
Ma che cos’è l’epigenetica?
In estrema sintesi e in modo semplice si può definire l’epigenetica come quella branca della genetica che studia tutte le modificazioni che alterano l’attività dei geni senza modificare le sequenze del DNA; modifiche che possono essere anche ereditate.
Per semplificare: il DNA  può essere pensato come l’hardware di un computer e le attività ad esso connesse come il software. Il software in questo caso funziona più o meno bene a seconda delle informazioni che gli arrivano dall’esterno, cioè dall’Ambiente. Ogni giorno della nostra vita le nostre cellule ricevono in forma di molecole, correnti elettromagnetiche, sostanze chimiche di sintesi etc., informazioni dall’attuale Ambiente esterno inquinato e inducono interagendo con l’epigenoma il DNA – il genoma –  a funzionare in maniera diversa da come dovrebbe. Il che, in parole povere, significa che l’Ambiente inquinato interferisce in modo negativo sull’attività del DNA. Il dottor Mauro Mocci dell’ISDE, per la verità, ci aveva già trasmesso questa importante informazione nel convegno di Manziana del 2012.
E qual è il dato più allarmante di questi studi epigenetici?
Che trovano riscontro in un aumento spaventoso del numero di malattie cronico-degenerative, infiammatorie e tumorali sempre più in crescita nei paesi industrializzati e quindi con un più alto livello di inquinamento ambientale.
In Italia una persona su due, prima o poi contrae il cancroper non parlare di tutta una serie di altre patologie in continuo incremento. Il problema da affrontare è dunque di ordine collettivo e se la collettività non riuscirà entro fine secolo a fare qualcosa per rovesciare il nostro attuale rapporto con l’Ambiente, l’intera specie umana sarà a rischio.
Queste sono parole del dottor Ernesto Burgio che si fondano anche su dati rilevati e su ricerche dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
La visione di questi due filmati non lascia più dubbi.
Ma qual è la soluzione?
La soluzione sta in una presa di coscienza collettiva, con o senza il permesso dell’attuale sistema politico-finanziario che ha dimostrato di non avere gli strumenti etici per rinunciare all’attuale modello di sviluppo economico lineare che ci sta portando diritti al rischio estinzione, anche se con un consolatorio stigma “bio” o “green”. Noi cittadini, invece, possiamo ancora fare qualcosa: dobbiamo cambiare la nostra visione del rapporto ambiente-salute ed esigere, senza se e senza ma, che i nostri amministratori centrali o locali compiano il loro mandato nel pieno rispetto dell’ambiente e della salute, applicando il Documento Programmatico ISDE su Ambiente e Salute (www.isde.it).
Chiediamolo a tutti i Sindaci e a tutti i presidenti di Provincia e Regione. Ci basti pensare che se un paese cosiddetto avanzato eliminasse i pesticidi, nel giro di 10 anni i linfomi si dimezzerebbero.
Senza essere medici o scienziati, questo ci dice che siamo a una svolta importantissima. ........

 

18 febbraio 2017

LIFEGATE:Turchia ,a Izmir la popolazione fa blocccare una centrale a carbone

Tratto da lifegate
"...Dobbiamo sollevarci contro le energie fossili e farlo per le generazioni future»

 La forte opposizione delle comunità locali contro una centrale a carbone ha portato a una lunga battaglia. I giudici hanno dato ragione ai cittadini.

È una vittoria storica quella che è riuscita ad ottenere una comunità locale della Turchia che da decenni si batte contro una centrale a carbone nella città di Izmir, ovvero in uno dei luoghi più inquinati della nazione euro-asiatica. Un tribunale amministrativo ha dichiarato non conforme la valutazione di impatto ambientale che fu approvata nel 2010 e consentì, quattro anni più tardi, l’entrata in servizio del sito.

Una zona già martoriata dall’inquinamento

Le comunità locali avviarono la battaglia legale immediatamente dopo il via libera, impugnando il documento. Grazie alla sentenza, secondo quanto riportato dalla divisione turca dell’associazione 350.org, la centrale non potrà restare operativa finché non sarà effettuata ed approvata una nuova valutazione. Bahadir Doguturk, attivista dell’Iniziativa contro i combustibili fossili, ha immediatamente lanciato un appello al governo locale di Izmir: “Questa sentenza rappresenta una significativa vittoria giudiziaria. La nostra zona è già afflitta da tassi di inquinamento che superano i limiti legali, dovuti alla presenza di numerosi siti che sfruttano le fonti fossili, come è stato riconosciuto anche nella decisione della corte. Le autorità devono smettere di concedere permessi a nuovi progetti come questo: questa area dovrebbe al contrario avviare un processo di bonifica. Dobbiamo sollevarci contro le energie fossili e farlo per le generazioni future».

L’emergenza Gela, i metalli pesanti che fanno impazzire. Silenzi e coscienze.....

Tratto da http://www.siciliainformazioni.com

L’emergenza Gela, i metalli pesanti che fanno impazzire. Silenzi e coscienze sporche

I metalli pesanti non “uccidono” il giorno dopo, hanno bisogno di una lunga incubazione che ricorda il micidiale percorso che fa l’amianto per raggiungere le cellule degli esseri umani. I tempi possono allungarsi al punto da ipotizzare la trasmissione ereditaria delle malattie degenerative, creando una sorta di terreno fertile per le neuropatie. E’ così che si spiega il fatto che le malattie mentali, a Gela, colpirebbero ogni fascia di età.
Sono doppiamente colpevoli gli inquinatori, consapevoli o ignari, quanto le autorità preposte alla prevenzione ed alla cura delle malattie. “Culpa in vigilando”, e assenza di presidi sanitari, strutture di prevenzione e cura. Duemila malati di mente, ed almeno altrettanti pazienti non registrati, avrebbero dovuto mobilitare le persone e le coscienze. Anche gli ignari hanno capito che non sono il risultato di una concentrazione astrale avversa, né del destino cinico e baro e sono la somma di una serie di fattori patogeni concomitanti. L’industria – quella petrolchimica in testa – è stata “protetta” dagli allarmi degli ambientalisti e degli scienziati, e da una controparte attrezzata, in grado di contestare con indizi e prove lo stato delle cose.
Per più di mezzo secolo, gli impianti petriolchimici, le centrali a carbone e le raffinerie, come quelle di Gela sono state tenute di fatto al riparo delle contestazioni. Gli interessi delle popolazioni, e quelli in prima istanza dei lavoratori, non sono stati rappresentati da autorità “forti” ed attrezzate, ma da uomini e organizzazioni disarmate e talvolta dubbiose sul da farsi.
L’inquinamento da metalli pesanti, denunciato in questa testata con l’intervista al tossicologo Francesca Di Gaudio, è la testimonianza di questa “tutela” e sostanziale immunità concesse alle industrie inquinanti. Se così non fosse, Gela – e le aree omologabili a quella di Gela – avrebbero potuto contare almeno su servizi di assistenza e di cura delle malattie indotte dalla presenza nell’aria, nel terreno e nella catena alimentare, di “veleni” che avrebbero, sicuramente, provocato, nel tempo non solo malformazioni nei nascituri e tumori, a causa dell’amianto ed altri agenti patogeni, ma anche gravi neuropatie.
Anche l’autorità giudiziarie e gli investigatori più risoluti si sono dovuti arrendere davanti al deserto di strumenti e volontà “superiori”.........
E’ come se ci si fosse seduti in prima fila ad osservare, senza intervenire, la violenza o ci si fosse voltati dall’altra parte per evitare di essere coinvolti emotivamente.
Nei tribunali si celebreranno i processi per le terribili conseguenze dell’esposizione all’amianto a Gela, nei Ministeri e nelle sedi degli istituti di prevenzione e vigilanza ambientale si cercheranno le prove dei collegamenti fra i morti di tumore e l’inquinamento – marino ed atmosferico.
Chissà quanto bisognerà ancora attendere. Non tanto per avere giustizia, che pure è un bisogno sacrosanto, quanto per pretendere “la presa d’atto” dei guai presenti......
Anche la città ha le sue responsabilità: vittima della “violenza” ambientale, si è rivoltata contro l’industria, e combattuto soprattutto per mantenere la causa dei disastri, spaventata dalla prospettiva della perdita dei posti di lavoro. La schiavitù del silenzio....... 
Gela non ha meritato del risarcimento dei guai subiti, sia per la scarsa attenzione data ai reati ambientali, sia per il ricatto, costante, dell’industria sui posti di lavoro.
Ora nessuno può fingere di non sapere. Francesca Di Gaudio, uno dei magiori esperti nel campo delle indagini tossicologiche di laboratorio, sulle pagine di SiciliaInformazione, ha sbattuto davanti agli occhi di tutti la realtà, nuda e cruda, ha messo nero su bianco e reso la negligenza pubblica, denunciando le cause che provocano le malattie mentali e la “prevedibilità” delle neuropatie in presenza di agenti inquinanti, come i metalli pesanti.......
La Rai dedicherà all’emergenza “malatie mentali” di Gela uno speciale. Non abbiamo altra notizia su provvedimenti ed interventi da parte delle autorità sanitarie dotate di poteri decisionali. Questo “deserto” di sensibilità e di volontà ci pare più inquietante della stessa violenza perpetrata nei decenni ai danni del territorio e della gente.

15 febbraio 2017

Savona - La vicenda Tirreno Power e i colloqui " raccapriccianti " dei Dirigenti ministeriali nelle intercettazioni

Immagine tratta da Il Secolo XIX di domenica 12 Febbraio .

Savona - La vicenda Tirreno Power e i colloqui " raccapriccianti " dei Dirigenti ministeriali nelle intercettazioni riprese dal Tribunale di Roma

Leggi anche su Ninin 

Tirreno Power: le pietre del Giudice

Incuria, incapacità, arroganza, superficialità : l'accusa morale del Gip di Roma ha il valore e la forza di verità troppo a lungo taciute. ...... Il decreto è di archiviazione, ma la condanna morale è senz'appello  Leggi tutto 

Francesca Mancuso -CETA: APPROVATO IN SEGRETO DAL PARLAMENTO UE, ECCO I 7 MAGGIORI RISCHI

Tratto da Greenme

CETA: APPROVATO IN SEGRETO DAL PARLAMENTO UE, ECCO I 7 MAGGIORI RISCHI

CETA, il Parlamento europeo ha detto sì e ha ratificato l’accordo di libero scambio tra Canada e UE, che punta a eliminare le barriere tariffarie e gli ostacoli al commercio e agli investimenti dovuti alle differenze normative tra i due paesi.
Dopo il voto della Commissione e del Consiglio UE che avevano già approvato il CETA, adesso è arrivato anche il via libera da parte del Parlamento Europeo. Gli eurodeputati hanno votato in gran segreto, approvando con 408 voti in favore, 254 voti contrari e 33 astensioni. La loro decisione avrà ripercussioni serie non solo sull'ambiente ma anche sulla nostra salute. 
Purtroppo abbiamo perso l'ultima occasione utile in questo senso visto che è l’ultima volta in cui l’Unione Europea sarà chiamata in causa. Un accordo votato in segretezza, e ciò lascia pensare. Ma perché nascondere le votazioni?

Quali sono adesso i rischi del Ceta?

ceta2
I timori sono tutt'altro che infondati.

1) Il rischio di ingresso di OGM e pesticidi attualmente vietati

Non solo non si vieta l'ingresso di alimenti contenenti OGM e sostanze chimiche tossiche, ma si da di fatto il via libera a una deregolamentazione ampia e irreversibile. Non si torna indietro.
Ricordiamo inoltre che in Italia c'è ancora il divieto di coltivazione in campo degli Ogm, ma il nostro paese di recente ha detto sì in Europa all’autorizzazione di nuovi. Tuttavia, fa sapere il Parlamento Ue,
“per fugare le preoccupazioni dei cittadini che l'accordo dia troppo potere alle multinazionali e che i governi non possano legiferare per tutelare la salute, la sicurezza o l’ambiente, l'UE e il Canada hanno entrambi confermato esplicitamente, sia nel preambolo dell’accordo sia nella dichiarazione comune allegata, il diritto degli Stati a rifarsi al diritto nazionale”.

2) Importazione di prodotti derivati da animali trattati con ormoni della crescita

Tra le pagine del CETA, infatti è possibile trovare gravi pericoli per la salute e l'ambiente. Uno di questi riguarda l'importazione di prodotti derivati da animali trattati con ormoni della crescita. Sarebbe bastato questo a fermare il trattato, pensato per arricchire pochi e danneggiare molti.

3) Equivalenza delle misure sanitarie e fitosanitarie di Europa e Canada

Basta leggere l’allegato 5-D per rendersi conto, senza tanti sforzi, di quello che sarà. Nel trattato vi sono infatti le linee guida per il riconoscimento di equivalenza delle misure sanitarie e fitosanitarie nei due Paesi. Ciò significa che il CETA permetterà di ottenere il mutuo riconoscimento di un prodotto – e quindi evitare nuovi controlli nel Paese in cui verrà venduto – se si è in grado di dimostrarne l'equivalenza con quelli commercializzati dalla controparte. La sostanziale equivalenza verrà valutata basandosi su una serie di criteri o linee guida che tuttavia non sono definiti.

4) Glifosato, uno dei timori più fondati

Il glifosato, minaccia più che mai concreta. Non si può di certo dire no a questa sostanza solo perché lo Iarc, massima agenzia mondiale per la ricerca sul cancro, emanazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, lo ritiene probabilmente cancerogeno.
Se in Europa se ne vietasse l’uso, che ne sarebbe del grano canadese importato? Dovrebbe essere prodotto senza usare l'erbicida.

5) Nelle mani del controllore senza controllo

Il Ceta potrà essere implementato dopo la ratifica dall’organismo di cooperazione regolatoria. Si tratta di un gruppo di tecnici il cui operato non è soggetto ad alcun controllo pubblico.

6) Crescita economica irrisoria per l'Europa e perdita di posti di lavoro

Secondo uno studio indipendente, l’entrata in vigore del CETA provecherebbe la perdita di circa 200 mila posti di lavoro nell’Unione europea. Inoltre, secondo quanto stimato dalla stessa Commissione europea, l’adozione di questo trattato vedrebbe nel lungo periodo in Europa una irrisoria crescita economica compresa tra lo 0,02 e lo 0,03%. In Canada invece tale percentuale è compresa tra lo 0,18 e lo 0,36%.

7) L'Investment Court System (ICS), il sistema di tutela degli investimenti delle multinazionali

L'ICS assicura agli investitori stranieri particolari privilegi e minaccia il diritto dei governi di adottare e far rispettare leggi di interesse pubblico, come la protezione dell'ambiente o della salute pubblica. Grazie al CETA, l'Ics permetterebbe alle multinazionali di citare in giudizio i singoli Stati, ma non consentirebbe il contrario. Se l’ICS non dovesse passare l’esame di legittimità della Corte di giustizia europea, si bloccherebbe l’applicazione del CETA. Contro questo punto si è schierato apertamente il Belgio, che sta valutando di chiedere alla Corte di giustizia europea di pronunciarsi sulla legittimità
“Questo accordo commerciale rischia di minare la democrazia e lo stato di diritto in Europa, a vantaggio di una manciata di multinazionali”, ha detto Federica Ferrario di Greenpeace Italia.
“Oggi è stata scritta una pagina oscura per la democrazia in Europa, ma non tutto è compromesso – dichiara Monica Di Sisto, portavoce della Campagna Stop TTIP Italia – La battaglia della società civile si sposta adesso a livello nazionale. Monitoreremo gli impatti dell’accordo, dimostrando che avevamo ragione a criticarne l’impianto, e spingeremo il Parlamento italiano a bloccare questo trattato dannoso per i nostri cittadini e lavoratori. I parlamentari europei, in particolare socialdemocratici e popolari, hanno abdicato al loro ruolo di garanti dei diritti e dell’ambiente”.
L'accordo infatti dovrà essere anche ratificato dai Parlamenti nazionali e regionali.
L'accordo CETA potrebbe applicarsi provvisoriamente dal primo giorno del mese successivo alla data cui entrambe le parti si sono reciprocamente notificate il completamento di tutte le procedure necessarie. Per i deputati tale data dovrebbe essere non prima del 1° aprile 2017.
Ancora una volta sono stati fatti gli interessi delle multinazionali.
Per leggere il testo dell'accordo, clicca qui

Smog: Ue apre seconda fase della procedura di infrazione contro l'Italia.Nel mirino Roma, Milano, Torino


Smog: Ue apre seconda fase della
procedura di infrazione contro l'Italia


La Commissione Ue ha dato il via alla seconda fase della procedura d'infrazione contro l'Italia e altri Paesi - Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna - per l'inquinamento eccessivo da biossido d'azoto (NO2) riscontrato nell'aria di città come Roma, Milano, Torino, Berlino, Londra e Parigi. Ai Paesi finiti nel mirino di Bruxelles è stato quindi inviato un parere motivato nel quale si contesta la violazione della direttiva Ue del 2008 e si chiede di spiegare entro due mesi come intendono mettersi in regola.
La Commissione europea, si legge in una nota, ha inviato un ultimo avvertimento a Germania, Francia, Spagna, Italia e Regno Unito perché "non hanno affrontato le ripetute violazioni dei limiti di inquinamento dell'aria per il biossido di azoto (NO2) che costituisce un grave rischio per la salute. La maggior parte delle emissioni provengono dal traffico stradale" e in particolare dai motori diesel. Se gli Stati membri non agiranno entro due mesi per mettere in campo "misure idonee" a risolvere il problema, si sottolinea nella nota, "la Commissione potrà decidere di deferirli alla Corte di giustizia dell'Ue".
Bruxelles sollecita quindi l'Italia e gli altri Paesi "ad agire per garantire una buona qualità dell'aria e salvaguardare la salute pubblica" ricordando che più di 400 mila cittadini muoiono prematuramente nell'Ue ogni anno a causa della scarsa qualità dell'aria. Milioni di persone, inoltre, soffrono di malattie cardiovascolari e respiratorie causate dall'inquinamento atmosferico. Nel 2013 il persistere di elevati livelli di NO2 ha causato quasi 70 000 morti premature in Europa: pressoché tre volte il numero dei decessi causati da incidenti stradali nello stesso anno. La legislazione dell'Ue sulla qualità dell'aria ambiente (direttiva 2008/50/CE) stabilisce valori limite per gli inquinanti atmosferici, tra cui l'NO2; in caso avvengano superamenti, gli Stati membri sono tenuti ad adottare e attuare piani per la qualità dell'aria che stabiliscono misure adeguate a rimediarvi nel più breve tempo possibile. Il parere motivato odierno, per quanto riguarda l'Italia, si riferisce a persistenti violazioni dei valori limite per l'NO2 in 12 zone di qualità dell'aria, tra cui Roma, Milano e Torino e l'area padana.
Leggi tutto 

Disastro nucleare a Fukushima: radiazioni altissime.La situazione è tutt'altro che risolta.

Tratto da Italia che Cambia 

Disastro nucleare di Fukushima: radiazioni altissime

A distanza di sei anni dal disastro nucleare, la situazione a Fukushima è tutt'altro che risolta. All'interno del reattore della centrale devastata dal terremoto-tsunami sono stati infatti registrati livelli di radiazioni talmente alti da essere letali persino per i robot.

Come ben noto, l’11 marzo 2011 a Naraha, cittadina giapponese che si trova nella prefettura di Fukushima, il terremoto e maremoto del Tōhoku ha causato quattro esplosioni alla centrale nucleare di Fukushima. I danni sono stati ingenti e la situazione non accenna a migliorare. Anzi, si è aggravata.

La Tokyo Electric Power (Tepco), la società che gestisce l’impianto, ha rilevato nel reattore numero due della centrale un livello così alto di contaminazione radioattiva da rendere difficile, se non impossibile, qualsiasi tentativo di salvataggio dell’area. E neppure i robot studiati per raggiungere il cuore del reattore in questione riescono a resistere alle radiazioni. Il 9 febbraio 2017 per la prima volta è stata infatti calata una macchina nel reattore due per realizzare un’analisi della situazione, ma è stata rimossa prima che terminasse il lavoro a causa dei danni riportati dalla videocamera.
radiazioni-fukushima
Nel cuore del reattore più danneggiato dal disastro sono stati registrati livelli di radioattività altissimi: cinquecentotrenta Sievert per ora, a fronte dei settantadue sievert registrati nel 2012. Per dare un’idea della situazione più chiara, un sievert è sufficiente a causare malattie, mentre cinque sievert potrebbero uccidere le persone che vi si espongono per un mese. Si tratta di rilevazioni fatte nella zona più danneggiata dalla centrale ma è ovvio che anche per quanto riguarda le zone circostanti la situazione è drammatica.

Prima di cedere, la videocamera installata ha filmato un buco di circa due metri di diametro e tracce di materia nera solida, probabilmente combustibile ormai esausto, alla base della struttura.Continua a leggere qui

13 febbraio 2017

Energia sostenibile,collettiva E' NOSTRA :ENERGIA BUONA

Tratto da Il Cambiamento

Il fornitore cooperativo di energia elettrica rinnovabile, sostenibile, etica. 

Contro l’inquinamento atmosferico (..... rischio ambientale per lasalute) l’Europa fa abbastanza? Risponderà la Corte Ue.

Tratto da greenreport 

Contro l’inquinamento atmosferico l’Europa fa abbastanza? Risponderà la Corte Ue.

valutazione d'impatto ambientale via inquinamento
Quali sono le misure europee adottate contro l’inquinamento atmosferico? Sono davvero efficaci? Sono queste le domande cui intende rispondere la Corte dei Conti Ue alla quale intende rispondere, accingendosi a espletare un audit sull’argomento proprio perché l’inquinamento atmosferico è “il singolo rischio ambientale per la salute” di maggior rilievo in Europa.
Provoca ogni anno – secondo le stime – 450 000 decessi prematuri dovuti a malattie respiratorie e di altro genere. Provoca impatti economici e ambientali, che vanno dalle spese mediche più elevate e dalla minore produttività ai danni arrecati alla vegetazione e agli ecosistemi. E l’Unione europea spende oltre 2 miliardi di euro per la lotta all’inquinamento atmosferico.
Tanto che in un intervento a Varsavia, il Presidente della Corte dei conti europea Klaus-Heiner Lehne ha affermato: “Il nostro compito è esaminare la spesa in settori che riguardano la vita quotidiana dei cittadini dell’UE, i loro problemi e bisogni. Ecco perché intendiamo esaminare le misure adottate per la qualità dell’aria e l’igiene ambientale.” Dunque la Corte, così come afferma Janusz Wojciechowski, il Membro della Corte dei conti europea responsabile dell’audit, verificherà “l’efficacia delle misure nazionali e dell’Ue per ridurre l’inquinamento atmosferico. Alla luce anche del quadro normativo europeo in materia, valuteremo se i fondi dell’Ue vengono spesi con oculatezza”.
Nel far ciò la Corte si avvarrà del contributo di 15 istituzioni di controllo di paesi europei e non europei. In tal modo cercherà di stilare una relazione congiunta, volta a fornire un’immagine attendibile e accurata della situazione nei vari paesi individuando le buone pratiche e le soluzioni efficaci. Non sono ancora disponibili cifre dettagliate sui finanziamenti Ue erogati per ridurre l’inquinamento atmosferico, ma finora gli auditor della Corte hanno rilevato che nella voce generica di “qualità dell’aria” rientra una spesa superiore a 2 miliardi di euro. Questo dato non include il sostegno aggiuntivo fornito attraverso settori quali i trasporti e l’industria.
È la direttiva sui limiti nazionali di emissioni che fissa massimali di emissione per ciascuno Stato membro e per l’Ue nel suo complesso. Ed è la stessa direttiva che obbliga gli Stati all’elaborazione, all’adozione e all’attuazione di programmi nazionali di controllo dell’inquinamento atmosferico e al monitoraggio e alla comunicazione degli inquinanti e ai loro effetti.
Per ora dai dati forniti si evince che molte città europee sono ancora afflitte dal problema dell’inquinamento atmosferico. Per non parlare del fatto – così come si deduce dal primo riesame dell’attuazione delle politiche ambientali dell’Ue, condotto dalla Commissione europea e pubblicato il 6 febbraio 2017 – 23 Stati membri su 28 violano le norme relative alla qualità dell’aria.

IL FATTO QUOTIDIANO : Cambiamenti climatici, 2100: l’Italia sommersa


Cambiamenti climatici, 2100: l’Italia sommersa

Cambiamenti climatici, 2100: l’Italia sommersa
di Andrea Maria Scaparro
L’innalzamento del livello del mare modificherà la morfologia delle coste italiane nel corso dei prossimi 80 anni. Un recente studio prevede che fino a 5500 chilometri quadrati di pianure costiere potrebbero finire sott’acqua, rivelando un’Italia di fine secolo molto diversa da quella che conosciamo.
Il livello medio del mare è cresciuto di circa 15 cm dal diciottesimo secolo ad oggi e la maggior parte di questo cambiamento si è registrato a partire dalla metà del ventesimo secolo. Il recente report sui cambiamenti climatici globali ha messo in luce i rischi indotti dall’innalzamento del livello del mare su scala mondiale. Anche limitando in modo sensibile le emissioni di gas responsabili del riscaldamento globale si prevede un incremento del livello marino di 0.5 m nel corso del ventunesimo secolo, che potrebbe salire a un metro o più se nessuna azione drastica sarà intrapresa dai governi. Oltre un miliardo di persone che vivono vicino alle coste sarebbero costrette ad abbandonare la propria casa divenendo a tutti gli effetti migranti climatici.
Si stima che in Europa siano circa 86 milioni le persone che vivono entro 10 km dalla costa. In Italia, così come nel resto della fascia mediterranea, il 70% della popolazione vive nella zona costiera, dove la rapida urbanizzazione iniziata negli anni ‘60 ha comportato un’espansione incontrollata delle zone edificate. Le coste italiane ospitano inoltre importanti stabilimenti industriali e sono l’epicentro di fiorenti attività turistiche. Tutte queste attività saranno sempre più minacciate dall’erosione delle coste e dal rischio di inondazioni. Le comunità costiere sembrano invece inconsapevoli e dunque impreparate di fronte ad un rischio che è alle porte e che sicuramente cambierà il paesaggio, la vita e le abitudini delle prossime generazioni. Nel frattempo si continuano a costruire infrastrutture destinate a finire sott’acqua nel giro di 80 anni.
Invece è necessario agire e, a partire da oggi, correre ai ripari di una situazione in rapida evoluzione. Questo è il messaggio del recentissimo lavoro pubblicato da Fabrizio Antonioli (direttore di ricerca al Laboratorio Modellistica Climatica e Impatti dell’Enea) e collaboratori sulla rivista Quaternary Science Reviews e rilanciato a Gennaio da National Geographic Italia.
Continua a leggere qui

12 febbraio 2017

Eurocomunicazione Ambiente: per intesa sul clima fermare subito carbone

Tratto da Eurocomunicazione

Sindaci europei alleati in nuove iniziative.

 di  


Per rispettare l’Accordo di Parigi, e quindi mantenere l’aumento della temperatura globale «ben al di sotto dei 2 gradi centigradi» e possibilmente entro 1,5 gradi, l’Unione europea dovrà chiudere tutte le sue 300 e più centrali a carbone entro il 2030fermandone un quarto già nel 2020 e un ulteriore 47% entro il 2025. A tracciare la strada è un rapporto dell’istituto di ricerca Climate Analytics.
I ricercatori hanno calcolato che, per restare in linea con l’accordo sul clima, l’Ue ha un budget di emissioni derivanti dagli impianti a carbone pari a 6,5 miliardi di tonnellate di CO2 da qui al 2050. Se gli impianti esistenti fossero mantenuti operativi fino alla fine del loro ciclo di vital’Europa sforerebbe il budget dell’85%.
Earth Day, Nazioni Unite, cambiamenti climatici UE
«Il modo più economico per l’Ue di fare i tagli delle emissioni necessari per tener fede all’Accordo di Parigi è quello di eliminare gradualmente il carbone dal settore elettrico, sostituendolo con fonti rinnovabili e misure di efficienza energetica», ha dichiarato Paola Yanguas Parra, autrice del rapporto.
La Germania e la Polonia hanno la maggior parte del lavoro da fare: insieme sono responsabili del 51% della capacità installata del 54% delle emissioni da carbone. Tra i grandi utilizzatori del carbone, insieme a Regno Unito, Repubblica Ceca e Spagna, c’è anche l’Italia, con il 5,7% della capacità istallata e il 5,1% delle emissioni complessive.
In un contesto di rilancio delle rinnovabili, oltre al solare di cui abbiamo già scritto (vedi link) il settore dell’energia eolica continua a crescere in tutto il mondo con progressione a due cifre, anche se il 2016 ha fatto registrare un rallentamento nell’aumento della capacità installata rispetto all’anno record 2015. Sono le conclusioni dell’edizione 2016 del rapporto sul mercato dell’eolico curato dal Global Wind Energy Council (risultati Paese per Paese su questo link).
Earth Day, Nazioni Unite, cambiamenti climatici UE
......Fissare una strategia di cooperazione internazionale tra enti locali e istituzioni comunitarie per raggiungere una migliore efficienza energetica e intensificare la lotta contro il cambiamento climatico. È con questo obiettivo che il Patto dei sindaci europei ha lanciato una nuova iniziativa, un consiglio direttivo degli amministratori locali.
«Per il futuro prevediamo nuovi strumenti finanziari per incentivare i cittadini a produrre loro stessi energia e migliorare l’efficienza dei propri edifici», spiega il sindaco di Udine, Furio Honsell, che fa parte di questo nuovo board. «Simili iniziative – prosegue – sono anche in grado di creare nuove opportunità di lavoro sul territorio».Su 

Eurocomunicazione l'articolo integrale 

L’unica strada possibile per la decarbonizzazione, secondo i No al Carbone, è dismettere e bonificare....

Tratto da  Tag press

L’unica strada possibile per la decarbonizzazione, secondo i No al Carbone, è dismettere e bonificare. Sul grande assente Emiliano alla conferenza dei servizi a Roma: “Scarso interesse per il territorio”.

Torna a parlarsi della centrale termoelettrica a carbone di Cerano, da molti considerata come possibile causa dell’alto numero di tumori nel Salento e causa di inquinamento dei terreni circostanti.

Il carbone è uno dei maggiori fattori di inquinamento ed il Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, sta conducendo a suon di dichiarazioni una battaglia per la decarbonizzazione di Ilva e della centrale Enel di Cerano, attraverso il gas che giungerebbe in Italia attraverso il gasdotto TAP......

Ma pur ammettendo che entro il 2020 sia tutto pronto e il gas arrivi fino a Brindisi, Emiliano sembra aver fatto i conti senza l’oste. E infatti né Ilva, né gli investitori in lizza per rilevarla, né Enel sembrano interessati a riconvertire i propri impianti.

A prendere la parola tornano ora gli attivisti del movimento No al Carbone di Brindisi, che da anni denunciano l’inquinamento della centrale di Cerano ed il possibile nesso eziologico tra le sue emissioni e l’incremento anomalo di malattie.

In questi ha preso avvio la conferenza di servizi per il riesame dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale), finalizzata alla verifica del rispetto della normativa europea su prevenzione e controllo dell’inquinamento delle aziende.


......Vorremmo ricordare al nostro Presidente che qui di inquinamento ci si ammala e si muore. Lo dicono i numerosi studi del CNR pubblicati in questi anni e presentati nelle recenti audizioni in Senato, lo dice lo studio del Centro Salute e Ambiente regionale curato da Forastiere, illustrato in occasione del congresso mondiale di Epidemiologia ambientale che si è tenuto a Roma nel 2016″.

“A Brindisi il PM10 delle 3 centrali elettriche hanno provocato più decessi per tumori, malattie respiratorie e cardiache. E poi ci sono i dati correnti prodotti dall’ARPA – incalzano – e dalle ASL e quelli del Registro Tumori Puglia che Emiliano dovrebbe conoscere bene. Come presidente di Regione, quindi, avrebbe avuto l’obbligo istituzionale e morale di essere presente a quel tavolo e imporre un NO citando questi dati. Invece la Regione, grande assente, ha dato parere favorevole e non ci è dato di capire sulla base di cosa. E’ invece sulla base di questi dati che probabilmente il Ministero della Salute ha dato il suo parere contrario al rilascio dell’AIA”.

La Carluccio avrebbe richiesto una riduzione di emissioni di 100 tonnellate all’anno, ma hanno un dubbio sul significato di questa proposta: “A cosa si riferisce tale riduzione, alle emissioni reali misurate o a quelle limite autorizzate? Perché nel primo caso – affermano – la riduzione richiesta potrebbe rappresentare il 30% delle circa 300 tonn/anno, nel secondo caso sarebbe inesistente considerando che porterebbe l’attuale limite da 1000 a 900 tonn/anno valore molto più alto delle quantità attualmente emesse, quindi di fatto una riduzione inesistente”.

“Tutti questi non sono semplici numeri, non si può non riflettere – proseguono – sul fatto che se con le 300/400 tonnellate/anno di polveri emesse in questi anni si sono avuti fino a 44 morti, la riduzione richiesta porterebbe solo ad una piccola riduzione, ma ne avremmo ancora tanti, troppi. Qualsiasi riduzione proposta significa questo, non risolverebbe il problema e prolungherebbe l’agonia di questa città, impantanata in un destino industriale impostogli da 60 anni ad oggi che le ha bloccato ogni altro percorso di sviluppo”.

L’unica strada percorribile per i No al Carbone resta quella di “DISMETTERE E BONIFICARE, e questo vale per la centrale a carbone di Cerano come per le altre industrie inquinanti presenti nel nostro territorio”.

“L’era delle fonti fossili – aggiungono – va relegata al passato. Bisogna urgentemente guardare al futuro, progettare uno sviluppo sano per questa città, per riabilitare la sua storia recente e riscoprire le sue bellezze e potenzialità. Questi i motivi del nostro NO. Essere definiti “quelli del NO” non ci offende, perché il NO interpreta una valutazione, una scelta, il rifiuto di ciò che si ritiene ingiusto e dannoso. Propedeutico a un’alternativa, a un miglioramento”.


“La nostra città ha subito decenni di violenze ambientali. Ha bisogno di dire basta. Un NO. Un punto che chiuda un racconto imposto, falsato, grigio, velenoso. Da quel punto – concludono – possiamo riscrivere il futuro. Riprendere il cammino percorrendo altre strade”.Qui l'articolo integrale

10 febbraio 2017

Il Secolo XIX :"Su Tirrreno Power vent'anni senza controlli lo Stato chieda i danni"

Tratto da Il Secolo XIX  on line 

Il giudice: «Su Tirreno Power 20 anni senza controlli, lo Stato chieda i danni»

Savona - «Sotto il profilo penale risulta difficilmente sostenibile che gli indagati abbiano agito con l’intenzione di favorire Tirreno Power» ma il gip di Roma Paola Di Nicola usa parole forti nei confronti degli amministratori regionali e del ministero dell’Ambiente nelle 18 pagine del decreto di archiviazione dei 31 indagati per abuso d’ufficio nella maxi inchiesta sui presunti danni ambientale e alla salute provocati dalle emissioni dei gruppi a carbone della centrale termoelettrica Tirreno Power di Vado.
Al punto da decidere di trasmettere il provvedimento al ministro dell’Ambiente e al presidente della Regione Liguria «per quanto di competenza in ordine alle condotte, pur penalmente non rilevanti, ma gravemente lesive dell’onore e della terzietà delle istituzioni pubbliche, dei funzionari pubblici appartenenti alle loro compagini apicali».
Di fatto, nell’esame del fascicolo - intercettazioni comprese e allegate tra il dirigente del ministero Giuseppe Lo Presti, il componente commissione IPPC, Antonio Fardelli e Carmela Bilanzone, ordinaria del ministero - boccia la gestione degli organi regionali «la cui condotta è consistita in una chiave di lettura “nobile”, nella chiara scelta politica a favore dell’occupazione in contrapposizione alla tutela della salute dei cittadini e dell’ambiente».
Ma il gip aggiunge: «In una chiave più realistica nell’incuria, nell’incapacità, nell’insolenza, nell’arroganza e nell’assenza di una dimensione istituzionale del ruolo di controllo e vigilanza spettante alle pubbliche istituzioni». Nell’esame dei vari passaggi tecnici dell’inchiesta e delle varie procedure richieste e ottenute da Tirreno Power il giudice romano non manca di ritenere «paradossale che tutte le autorità nazionali e locali sanno bene che già dal 2002 la Tirreno Power non adempie alle prescrizioni imposte a tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini, ciononostante le rilasciano le autorizzazioni a monte delle quali pongono, solo formalmente, l’ottemperanza di quelle stesse prescrizioni».
E i riferimenti sono alla mancata copertura del carbonile e la realizzazione del nuovo gruppo VL6 autorizzata il 5 marzo 2012 con nuova Via del 4 dicembre 2012. Al proposito scrive che «è stata proprio l’incapacità, la leggerezza, l’inidoneità, la debolezza, la pervasività degli organismi deputati ai controlli a consentire a Tirreno Power di evitare di rispettare le prescrizioni imposte tanto da mettere a repentaglio la salute pubblica, per come comprovato dalle consulenze tecniche del pubblico ministero di Savona».
E se la scelta dei politici liguri di favorire occupazione e lavoro contribuisce a escludere l’elemento soggettivo del reato di abuso, il gip Di Nicola chiarisce che «in sostanza l’interesse privato alla prosecuzione dell’attività della centrale senza regole e senza tutele bene si è sposato, in apparenza, con l’interesse pubblico a preservare i posti di lavoro».
Ma ancora. «A fronte di questa incapacità delle istituzioni locali a partire dalla Regione, oltre che alla permeabilità, arroganza, superficialità di alcuni dirigenti delle strutture tecniche del Ministero - scrive il gip - hanno avuto la meglio gli interessi economici di una classe imprenditoriale che ne ha consapevolmente approfittato, non trovandosi mai di fronte qualcuno che le imponesse la prevalenza dell’interesse collettivo».
Archiviazione per tutti, quindi, ex governatore Burlando in primis, ma il decreto del gip romano rappresenta di certo un passaggio importante nella battagliata era del carbone ligure e della difesa dell’ambiente e della tutela della salute pubblica.
Immagine tratta da Il Secolo XIX oggi in Edicola