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Visualizzazione post con etichetta Accordo di Parigi. Mostra tutti i post
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21 febbraio 2017

I cambiamenti climatici, moltiplicatori di rischio, causeranno sempre più conflitti nei prossimi anni

  • Tratto da Rinnovabili.it

  • I cambiamenti climatici causeranno sempre più conflitti nei prossimi anni

  • Alla Conferenza internazionale sulla sicurezza di Monaco, politici e diplomatici di tutto il mondo lanciano l’allarme: il climate change è legato allo scoppio di conflitti armati e alla lotta per le risorse
I cambiamenti climatici causeranno sempre più conflitti nei prossimi anni

(Rinnovabili.it) – «I cambiamenti climatici sono un moltiplicatore di rischio che portano a subbugli sociali e verosimilmente anche a conflitti armati». Lo ha affermato Patricia Espinosa, segretaria della Convenzione quadro sul climate change delle Nazioni Unite (UNFCCC), durante la Conferenza internazionale sulla sicurezza che si è svolta nei giorni scorsi a Monaco.

Un meeting dove il riscaldamento globale e i suoi effetti hanno avuto un posto di rilievo, e non soltanto nei panel dedicati. D’altronde il legame tra cambiamenti climatici e i conflitti è un tema discusso già da tempo, e gli enormi flussi migratori che stanno caratterizzando questo inizio secolo hanno ormai reso la figura del migrante climatico una realtà conclamata.
Tempeste, siccità, inondazioni e ondate di calore estremo o freddo polare possono distruggere le ricchezze di intere aree geografiche, azzerando i raccolti, e costringendo le persone a sconfinare, aggravando antiche rivalità e scatenando una lotta per le risorse. Gli esperti concordano che questi fattori aggraveranno la situazione con la crescita delle emissioni,.....

I cambiamenti climatici causeranno sempre più conflitti nei prossimi anni

Il neo eletto segretario dell’Onu, Antonio Guterres, ha approfittato del palcoscenico di Monaco per ricordare che i cambiamenti climatici, insieme al terrorismo e alle epidemie, costituiscono una tendenza globale che bisogna affrontare. E ha aggiunto che lo strumento è già disponibile: l’Accordo di Parigi dà «un’opportunità unica per agire su questa minaccia».
Un punto di vista che richiama quello espresso al Forum Economico Mondiale di Davos non più tardi di un mese fa. Solo una guerra nucleare – sosteneva il Global Risk Report pubblicato durante il vertice – deve preoccupare l’economia mondiale più dei cambiamenti climatici e dei disastri ambientali. E tra le minacce globali più insidiose, ben quattro su cinque sono legate in modo diretto al clima.

La relazione tra clima e guerra torna anche negli interventi di politici di spicco. Una recente ricerca pubblicata su PNAS sosteneva che dagli anni ’80 a oggi, nei paesi con diverse minoranze etniche, il 23% dei conflitti armati è scoppiato in concomitanza con disastri ambientali. Su questa stessa linea sembra anche l’intervento di Angela Merkel: «Nuovi conflitti sono sorti a causa di guerre civili, della crescita della popolazione, dei cambiamenti climatici. E c’è una crescente interrelazione tra questi fattori».
Alcune aree finora risparmiate dai conflitti rischiano di scatenarne nel prossimo futuro. È il caso dell’Artico, ha ricordato il presidente finlandese Sauli Niinistö. Il Polo Nord presenta altissime temperature e una situazione catastrofica riguardo l’estensione dei ghiacci. Una combinazione di fattori che rischia di scatenare una corsa alle grandi risorse energetiche e minerarie, prima celate sotto la calotta.

09 febbraio 2017

Climate Analytics: Ue, stop al carbone entro il 2030 per rispettare l’accordo sul clima

Tratto da rinnovabili.it

Ue, stop al carbone entro il 2030 per rispettare l’accordo sul clima

Un report di Climate Analytics traccia il percorso obbligato per l’UE: per tenere il riscaldamento globale entro i 2°C, tutti gli impianti a carbone devono chiudere entro il prossimo decennio


Tutte le centrali a carbone devono chiudere entro il 2030, se l’Europa vuole rispettare davvero i suoi impegni sul clima sottoscritti con l’Accordo di Parigi. Ma l’Ue sta procedendo – come spesso capita – in ordine sparso, con notevoli differenze da paese a paese. Se alcuni stati membri hanno già annunciato un piano per il phase out con orizzonte i prossimi 10-15 anni, come Francia e Finlandia, altri paesi hanno in programma di aprire nuove centrali, ad esempio Polonia e Grecia.

L’abbandono di questo combustibile fossile deve però avvenire in tempi rapidi, perché il carbon budget disponibile (circa 6,5 Gt di CO2), in uno scenario business as usual in cui le centrali a carbone continuano a restare in attività, sarà esaurito all’85% già nel 2050. E se a queste emissioni si aggiungono quelle provenienti dagli impianti programmati ma non ancora operativi, entro quella data la CO2 prodotta sarà ben il doppio del budget disponibile per mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C.

A dirlo è l’analisi di Climate Analytics, istituto di ricerca sulle politiche climatiche basato a Berlino, contenuta in un report appena pubblicato. Tenendo fermo il Paris Agreement, il centro ha elaborato due scenari possibili per il phase out del carbone. Il primo considera l’eliminazione prioritaria degli impianti a maggiore intensità di emissioni, il secondo privilegia invece il valore economico delle centrali. In entrambi i casi Climate Analytics giunge alla medesima conclusione: il phase out deve avvenire entro il 2030.

L’attenzione è concentrata soprattutto su due paesi, Germania e Polonia, tra i più riluttanti a decretare uno stop in tempi brevi. Le loro decisioni saranno centrali: insieme sono responsabili per il 54% delle emissioni totali del continente da impianti a carbone, e possiedono il 51% della capacità installata in Ue. Se la Polonia oppone da sempre molte resistenze, anche la Germania non è da meno: di recente ha ribadito l’intenzione di non abbandonare la lignite prima del 2040. Una mossa che depotenzia la promessa di chiudere le 8 centrali a lignite più inquinanti, tra ottobre 2016 e ottobre 2019, peraltro tenendole in stand by con un meccanismo di capacity reserve: soldi alle centrali più inquinanti per la potenza che potrebbero mettere a disposizione qualora la produzione delle rinnovabili fosse troppo irregolare, al fine di dare “sicurezza” al sistema.

02 febbraio 2017

Deutsche Bank: non finanzierà più il carbone: «In linea con impegniprevisti dall’accordo di Parigi».Bnp Paribas blocca le centrali acarbone

Tratto da greenreport

Deutsche Bank: non finanzierà più il carbone: «In linea con impegni previsti dall’accordo di Parigi»

La multinazionale tedesca segue l’esempio del Parlamento irlandese
[2 febbraio 2017]
Greenpeace activists climb Berlin Victory Column and demand action on the persistent air pollution in the city. The environmental activists fit the statue with a protective face mask. The banner reads: "Breathless through the city".
Many cities suffer from a massive problem with nitrogen oxide. Nitrogen oxides are mainly caused by diesel motors.
Greenpeace Aktivisten protestieren auf der Berliner Siegessaeule fuer saubere Luft. Aus Protest gegen anhaltend schlechte Stadtluft mit zu hohen Stickoxid Werten setzen die Umweltschuetzer der Siegessaeule eine Atemschutzmaske auf. Das Banner lautet:" Atemlos durch die Stadt."
L’offensiva pro-carbone e fossili di Donald Trump non sembra far breccia nemmeno tra le multinazionali: la Deutsche Bank, prima banca privata tedesca e primo finanziatore dell’industria del  carbone, comprese le centrali elettriche, ha annunciato con un comunicato che «La banca ha rivisto il suo approccio al finanziamento al carbone e ha modificato i propri orientamenti in materia di centrali e miniere di carbone. Deutsche Bank e le sue controllate non concederanno  nuovi finanziamenti per miniere di carbone termico greenfield e per la  costruzione di nuove centrali elettriche a carbone. Inoltre, la banca ridurrà  gradualmente l’esposizione esistente nel settore minerario del carbone termico».
La Deutsche Bank spiega che «Con la firma della Paris Pledge for Action al fianco di oltre 400 organizzazioni pubbliche e private, la banca ha accolto con favore l’accordo universale sul clima realizzato  al 2015 Climate Summit 2015 a Parigi. Questo sottolinea l’impegno della banca a proteggere il clima e a  contribuire agli obiettivi generali stabiliti dall’accordo di Parigi, per limitare il riscaldamento globale a 2 gradi al di sopra dei livelli pre-industriali».
Il 26 gennaio, il  Dáil Éireann, la Camera bassa dell’Oireachtas (il Parlamento irlandese), aveva votato a grande maggioranza – con l’eccezione dei nazionalisti del Fine Gael – il Fossil Fuel Divestment Bill,  una legge che prevede il disinvestimento dai combustibili fossili, a cominciare dal fondo sovrano dell’Eire, che vale  oltre  8 miliardi di euro, investito in carbone, petrolio e gas. Ora la legge dovrà essere esaminata dalle commissioni del Parlamento irlandese.
Continua a leggere qui 

Tratto da Italia oggi

Bnp Paribas blocca le centrali a carbone


Lo stato francese ha emesso, con successo, le sue prime obbligazioni verdi per finanziare progetti per il risparmio energetico, e ora le banche francesi continuano a prendere impegni per lottare contro il riscaldamento climatico. Dopo Natixis, il Crédit agricole e la Société générale, anche Bnp Paribas ha deciso di non finanziare più nuove centrali a carbone nel mondo e dal 2015 ha raddoppiato gli investimenti nelle energie rinnovabili (15 miliardi di euro nel 2020).

La banca seleziona le società alle quali accordare crediti sulla base di alcuni requisiti, primo fra tutti la presenza di una strategia di diversificazione o la riduzione della produzione delle centrali a carbone in linea con le ambizioni del proprio paese. In un anno sono state 40 le società cui l'istituto francese ha negato i finanziamenti (in Polonia e nei paesi asiatici) perché non soddisfacevano questi requisiti. ....

04 novembre 2016

Unep:l’Accordo di Parigi non basta, stiamo andando verso i + 3°C .Il mondo deve urgentemente ridurre le emissioni previste entro il 2030

Tratto da Rinnovabili.it

UNEP: l’Accordo di Parigi non basta, stiamo andando verso i + 3°C

  • L’Agenzia ONU avverte: “Se non cominciamo fin da adesso ad adottare iniziative supplementari, finiremo per dover piangere una tragedia umana evitabile”
UNEP: l’Accordo di Parigi non basta, stiamo andando verso i + 3°C

(Rinnovabili.it) – Nel Pacifico gli orologi hanno già passato la mezzanotte. Questo significa che per molte delle isole che popolano la regione, l’Accordo di Parigi è già entrato in vigore da qualche ora. Quasi in contemporanea, il Programma Ambientale delle Nazioni Unite (UNEP) ha reso pubblico il suo Emissions Gap Report, il prezioso documento che fa il punto sugli sforzi in tema di tagli alle emissioni. La conclusione? Il tanto sudato Paris Agreement non è sufficiente.

Il rapporto rileva che, con l’attuale livello impegno, entro il 2030 i gas serra raggiungeranno le 54-56 gigatonnellate di biossido di carbonio equivalente. Si tratta di un valore ben al di sopra del tetto individuato dagli scienziati (42 Gt) come il limite emissivo per aver la possibilità di limitare il riscaldamento globale a 2 C° durante questo secolo.Continua a leggere qui 

Tratto da Greenreport

Unep: il mondo deve urgentemente ridurre del 25% le emissioni previste entro il 2030

Malgrado l’Accordo di Parigi andiamo verso un aumento delle temperature da 2,9 a 3,4°C entro la fine del secolo
[4 novembre 2016]
unep-cambiamento-climatico
«Il mondo deve urgentemente e radicalmente rivedere le sue ambizioni, aumentandole per ridurre di circa un quarto le emissioni mondiali di gas serra previste entro il 2030 e avere una chance di minimizzare il cambiamento climatico pericoloso», a dirlo è l’United Nations environment programme (Unep) sulla base del suo “Emissions Gap Report”, presentato ieri pomeriggio a Londra, che analizza ogni anno lo scarto tra bisogni e prospettive in materia di riduzione delle emissioni climalteranti.
Il rapporto, pubblicato insieme al “1 Gigaton Coalition Report” alla vigilia dell’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi, constata che «Nel 2030, le emissioni dovrebbero raggiungere tra le  54 e le 56 gigatonnellate equivalenti di CO2, cioè largamente al di sopra del livello fissato a 42 Gt per avere una chance di limitare il riscaldamento planetario a 2℃  entro la fine del secolo». Una gigatonnellata (Gt) equivale all’incirca alle emissioni prodotte ogni anno dai trasporti (compresa l’aviazione) nell’Unione europea.
L’Unep ricorda che «Gli scienziati sono d’accordo nel dire che limitare l’aumento della temperatura mondiale al di sotto dei 2℃  (in rapporto ai livelli dell’era preindustriale) permetterà di ridurre i rischi di tempeste violente, di lunghi periodi di siccità, di aumento del livello del maree di altri effetti sul clima. Raggiungere l’obiettivo minimo fissato a 1,5 ℃ permetterebbe di ridurre questi effetti, ma non di eliminarli».
Ma il problema che emerge dai rapporti Unep è che anche nel caso di un’attuazione integrale degli impegni presi a Parigi, «le emissioni previste entro il 2030 provocheranno un aumento delle temperature mondiali da 2,9 a 3,4° C entro la fine del secolo. Se aspettiamo ancora qualche anno prima di aumentare il livello di ambizione, rischiamo di compromettere la possibilità di raggiungere l’obiettivo degli 1,5° C, di accrescere la dipendenza dalle tecnologie a forte intensità di carbonio e di aumentare il costo di una transizione globale verso un’economia a basse emissioni».
Il direttore esecutivo dell’Unep, Erik Solheim, resta fiducioso: «Siamo sulla buona strada. L’Accordo di Parigi permetterà di rallentare il cambiamento climatico, così come il recente emendamento di Kigali che punta a ridurre gli Hfc. Questi due accordi dimostrano un solido impegno, tuttavia, non sono sufficienti se vogliamo darci la possibilità di evitare un grave cambiamento climatico. Se non prendiamo già oggi delle misure supplementari, ad iniziare dalla prossima conferenza sul clima a Marrakech, bisognerà deplorare l’avvento di una tragedia umana evitabile. Il numero crescente dei rifugiati climatici colpiti dalla fame, dalla povertà, dalle malattie e dai conflitti ci ricorderà in modo incessante il nostro fallimento. La scienza indica che dobbiamo agire molto più velocemente»
Il fatto che il 2015 sia stato l’anno più caldo da quando vengono registrati I dati sulle temperature globali, ha fatto capire ai leader mondiali la necessità di agire urgentemente. Una tendenza al riscaldamento globale che è proseguita anche nel 2016 che si appresta a battere il record del 2015. Ma il rapporto dice che le emissioni che provocano il global warming continuano ad aumentare.
...
L’unep bacchetta i Paesi del G20  che, pur essendo in grado di mantenere collettivamente i loro impegni presi a Cancún riguardo al clima entro il 2020, non sono sufficientemente ambiziosi per realizzare davvero  gli obiettivi sulle temperature previsti nell’Accordo di Parigi.....
L‘Unep è convinto che «Gli attori non governativi (il settore privato, le città, le regioni e gli altri protagonisti subnazionali, come le mobilitazioni civiche) possono contribuire alla riduzione delle emissioni per diverse gigatonnellate entro il 2030 in settori come l’agricoltura e i trasporti, se le numerose iniziative raggiungessero i loro obiettivi e se non sostituiranno altre iniziative».Continua a leggere qui

Leggi anche  su Greenreport

Accordo di Parigi in vigore: la Tour Eiffel, l’Arco di Trionfo e la Senna si illuminano di verde 


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24 ottobre 2016

Wwf: “Per salvare gli esseri umani rispondere con l’età del sole”

Tratto da Meteoweb
Nuova era per il clima, Wwf: “Per salvare gli esseri umani rispondere con l’età del sole”

L’Organizzazione Meteorologica Mondiale ha confermato che siamo entrati in una “nuova era per il clima”

L’Organizzazione Meteorologica Mondiale ha confermato che siamo entrati in una “nuova era per il clima”, con dati allarmanti sia sulla concentrazione di CO2 che sulle temperature. “La ‘nuova era per il clima’ avrà sicuramente impatti molto importanti e potrebbe cambiare profondamente la geopolitica e la vita sul Pianeta –ha dichiarato Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia-  Siamo ancora in tempo per ‘decidere’ se questi cambiamenti potranno essere metabolizzabili dagli ecosistemi e dalla civilizzazione umana o no. I record non si contano più, 3 anni di seguito (incluso quello in corso) saranno i più caldi mai registrati, la concentrazione di CO2 in atmosfera è stabilmente sulle 400 parti per milione, una concentrazione molto più alta di quella registrata da milioni di anni. Mese per mese i record si susseguono, destando enorme preoccupazione nella comunità scientifica. La politica non può fingere di occuparsene: se ne deve occupare davvero. Il 4 novembre entrerà in vigore l’Accordo di Parigi, vorremmo che per quel giorno tutti fossero pronti non solo a mantenere le proprie, inadeguate promesse,  ma a incrementare esponenzialmente gli sforzi per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C.
Questo vuol dire dare l’avvio a un vero e proprio new deal, perché cominci l’Età del Sole eliminando i combustibili fossili e puntando tutto sulle energie rinnovabili e l’efficienza energetica. Rispondere alla grande minaccia del cambiamento climatico creando, insieme, nuove opportunità è l’unica strada percorribile: ci auguriamo che questa sfida venga colta da tutti, comunità, Paesi, Governi e mondo dell’economia”.
Il 3 novembre, alla vigilia dell’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi e della COP22 di Marrakech, il WWF renderà noto un report sulle politiche nazionali necessarie per uscire dal primo combustibile fossili di cui possiamo fare a meno, il carbone: un Paese che non ha bisogno di questa fonte fossile, come il nostro, può diventare leader della transizione, tanto più  oggi che persino la Cina ha deciso di rinunciare ad alcune delle centrali a carbone già in costruzione.
Per approfondire 

10 ottobre 2016

L'allarme del presidente della Banca mondiale :Clima, senza stop al carbone sforeremo i 2°C

Tratto da rinnovabili.it

L'allarme del presidente della Banca mondiale

Clima, senza stop al carbone sforeremo i 2°C

  • Secondo la Banca mondiale, se non agiamo subito i cambiamenti climatici ridurranno più di 100 milioni di persone in condizioni di estrema povertà entro il 2030
Clima, senza stop al carbone sforeremo i 2°C

(Rinnovabili.it) – Stiamo facendo troppo poco per centrare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. L’allarme – l’ennesimo – questa volta arriva direttamente dalla Banca mondiale, alla vigilia del prossimo summit globale sul clima al via il 7 novembre a Marrakesh. Secondo il presidente Jim Yong Kim, con i piani attuali dinuove centrali a carbone è impossibile tagliare davvero le emissioni di CO2 per mantenere l’aumento delle temperature al di sotto della soglia dei 2°C.
Durante un incontro tenuto a Washington, Kim ha puntato il dito contro le resistenze ad abbandonare le fonti fossili più inquinanti, in particolare per quanto riguarda il continente asiatico. “Molti Paesi vogliono andare nella giusta direzione. Possiamo e dobbiamo aiutarli a trovare soluzioni per le rinnovabili e l’efficienza energetica così che possano arrivare al phase out del carbone”, ha detto Kim.

In realtà la tirata d’orecchi fa correre immediatamente il pensiero alla Cina, che nonostante i record di GW installati nell’eolico (sulla carta: le pale restano ferme la maggior parte del tempo, o non immettono elettricità nella rete nazionale) ha in programma di aprire nuove centrali a carbone. Pechino quest’anno ha annunciato che il consumo è in calo, ma allo stesso tempo si prepara ad aumentare la capacità di generazione.
Un controsenso che fa apparire l’ultima tornata di controlli sugli sforamenti delle emissioni una semplice operazione cosmetica. La Cina infatti ha avviato ispezioni in 4.600 miniere, concluse con la revoca dei certificati di sicurezza per 28 siti, mentre altri 286 sono stati costretti a bloccare i lavori. Inoltre, oggi le autorità hanno fatto sapere di aver comminato super-multe a 173 aziende dell’acciaio per aver violato le norme ambientali sforando il tetto di emissioni.
Oltre al carbone, il presidente della Banca mondiale ha auspicato che si raggiunga un accordo per bandire gli HFC, idrofluorocarburi usati per la refrigerazioni con un potere climalterante 10mila volte maggiore della CO2, in discussione proprio in questi giorni. Ma per centrare gli obiettivi sul clima, per Kim è necessario puntare soprattutto sugli investimenti nelle infrastrutture in paesi in via di sviluppo e sui finanziamenti climatici. “Senza uno sviluppo guidato dalle esigenze del clima, i cambiamenti climatici ridurranno più di 100 milioni di persone in estrema povertà entro il 2030”, ha aggiunto.
Investimenti e finanziamenti climatici che sarebbero previsti dall’Accordo di Parigi (nella sezione non vincolante del patto), ma che fino a questo momento o non si sono visti, o non sono stati destinati nelle aree dove l’emergenza è maggiore, come hanno denunciato di recente 48 Stati tra i più poveri e i più colpiti dai cambiamenti climatici del pianeta.

02 ottobre 2016

Accordo di Parigi: UE, i ministri dell’ambiente approvano la ratifica bypassando i procedimenti nazionali

Tratto da Rinnovabili.it

Accordo di Parigi: UE, i ministri dell’ambiente approvano la ratifica

L’Unione Europea convalida la “scorciatoia” per ratificare l’accordo sul clima la prossima settimana, bypassando i procedimenti nazionali

(Rinnovabili.it) – E’ una prima volta storica quella si è consumata oggi a Bruxelles nel Consiglio straordinario dei ministri dell’ambiente. Come preannunciato da Segolene Royal, ministro francese dell’ambiente e presidente di turno della COP sul clima, i Ventotto hanno approvato la ratifica dell’Accordo di Parigi senza aspettare l’approvazione formale dei singoli governi.
Una mossa necessaria visto l’impasse creatasi a livello politico. Lentezze normative e capricci nazionali hanno fatto sì che in questi mesi l’impegno preso dall’Unione Europea sull’intesa prodotta lo scorso dicembre rimanesse solo una promessa astratta. Ad aver fatto i compiti a casa, ossia ad aver depositato gli strumenti di ratifica, fino ad ora sono state solo la Germania, l’Ungheria, la Francia, l’Austria e la Slovacchia, relegando così l’Unione Europea ad uno degli ultimi gradini della ledership ambientale.

Ma di fronte alla prospettiva imbarazzante di arrivare alla COP 22 di Marrakesh senza nulla fra le mani e soprattutto con il rischio di essere lasciata fuori dal gruppo di lavoro sul patto climatico globale (il CMA), Bruxelles ha deciso di bypassare le lunghe ratifiche singole dei rimanenti 23 Stati  membri.  Con il tempo ormai agli sgoccioli, i ministri hanno appoggiato la “scorciatoia” e chiesto il consenso del Parlamento Europeo. Una volta che l’Aula di Strasburgo darà il via libera– prevista per la prossima settimana – la decisione sulla conclusione dell’accordo verrà adottata formalmente dal Consiglio e l’Unione europea sarà in grado di depositare il suo strumento di ratifica prima che si siano conclusi i procedimenti nazionali. Continua a leggere qui

30 settembre 2016

Alla vigilia della COP22 :Perché l’Ue ha fretta di ratificare l’accordo sul clima?

Tratto da Rinnovabili.it

Alla vigilia della COP22 di Marrakesh

Perché l’Ue ha fretta di ratificare l’accordo sul clima? 


I tanto declamati danni all’immagine e alla credibilità del vecchio continente sono solo la foglia di fico. In realtà Bruxelles rischia l’estromissione dalle decisioni che contano davvero 
Risultati immagini per accordo sul clima di parigi 
(Rinnovabili.it) – Sulla ratifica dell’accordo sul clima di Parigi l’Unione Europea è ancora la grande assente. Ma qual è la reale posta in gioco? È davvero solo una questione di immagine, di credibilità, che sarebbero calpestate se i Ventotto si presentassero a mani vuote alla COP22 di Marrakesh, al via il 7 novembre, dove l’accordo sembra proprio che entrerà in vigore? E per l’Italia sarebbe soltanto un problema di onore offeso, in quanto membro fondatore dell’Unione ma diversi vagoni più indietro della locomotiva franco-tedesca? Come spesso capita quando in ballo ci sono economia e interessi globali, la facciata ridipinta di “spirito di Ventotene” nasconde aspetti decisamente più prosaici. E per comprenderli bisogna fare una veloce incursione negli aspetti tecnici (ma non troppo), tenendo a portata di mano calcolatrice e calendario.

A che punto è la ratifica dell’accordo sul clima

La tabella di marcia per l’entrata in vigore del patto sul clima ha subito un’accelerazione decisiva con la ratifica da parte di Usa e Cina al recente G20 di Hangzhou. Nei giorni scorsi alla conferenza Onu a New York ai due più grandi inquinatori del pianeta si sono poi aggiunti altri Stati. E le loro firme sono state un giro di boa. L’accordo di Parigi infatti ha due clausole: deve avere la firma di almeno 55 Stati, che rappresentino almeno il 55%  delle emissioni globali. Due calcoli e vediamo che i paesi che hanno ratificato sono ormai 60, la prima soglia è superata. Ma “pesano” soltanto per il 47,5% delle emissioni. Ma a breve anche India e Giappone aggiungeranno la loro firma e i requisiti saranno entrambi soddisfatti. L’Unione Europea resta fuori da tutto questo.

La stanza dei bottoni si chiama CMA

accordo sul climaÈ un problema? Sì, di immagine. Ma non solo. Perché con questa tempistica significa che alla COP22 l’accordo di Parigi entrerà davvero in vigore. E con l’entrata in vigore si innescano altri meccanismi, importantissimi. A questo punto la questione di immagine si rivela per quello che è: una questione di potere, potere contrattuale. Infatti a Marrakesh, un secondo dopo l’entrata in vigore dell’accordo, verrà creata la “Conference of the Parties serving as the meeting of the Parties to the Paris Agreement”, nome ridondante abbreviato in CMA.
Chi ne fa parte? Solo gli Stati che hanno ratificato. E quali compiti ha il CMA?Supervisionare l’accordo, decidere come e con quali tempi deve essere implementato. Ma a quel tavolo l’Ue non siederà senza la ratifica dei Ventotto. E non potrà aver voce in capitolo: saranno altri i centri decisionali, i luoghi dell’agenda setting, ben distanti da Bruxelles. Questo non è più soltanto un danno all’immagine del vecchio continente, bensì un pericolo reale perché impedisce di contrattare le condizioni migliori – non necessariamente per il clima, ma per l’industria e l’economia europee certamente sì.

La contromossa dell’UE

La soluzione potrebbe arrivare il 4 ottobre. In programma una seduta del Parlamento che potrebbe procedere alla ratifica a livello comunitario, usando quella firma per accedere al CMA. Infatti in Ue soltanto Francia, Ungheria, Austria e Slovacchia hanno detto sì all’accordo, e la Germania dovrebbe unirsi al gruppo nel volgere di qualche giorno (l’Italia non ha nemmeno calendarizzato una seduta parlamentare dedicata). Per evitare che i membri ritardatari strepitino per la forzatura di Bruxelles, che di fatto scavalca la sovranità dei singoli Stati, secondo fonti di Euractiv sarebbe pronta una dichiarazione di Consiglio e Commissione in cui si assicura che la mossa non costituisce un precedente per altre decisioni future.