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05 ottobre 2016

Clima, l’Italia e il doppio gioco sull’accordo Cop21


Tratto da Il Fatto Quotidiano


Clima, l’Italia e il doppio gioco sull’accordo Cop21: “Ha lavorato per avere obiettivi più soft sulle emissioni”

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Il governo ha sempre rivendicato un ruolo da leader in green economy e rinnovabili, ma durante le trattative ha fatto resistenza, insieme alla Polonia, ritardando anche la ratifica dell'intesa all'Europarlamento. 

Il gatto e la volpe. Nel lavorio di trattative che ha preceduto la ratifica dell’accordo di Parigi sul clima al Parlamento europeo, due Paesi in particolare hanno remato contro. Uno è laPolonia, l’altro l’Italia. Resistenze che hanno fatto dilatare itempi di ratifica comunitaria fino all’ultimo momento utile, oltre il quale per l’Unione Europea non sarebbe più stato possibile partecipare alle prossime trattative sul clima. Ma se da una parte Varsavia è da sempre nota per le sue posizioni a favore delle fonti fossili e le sue frenate sui temi ambientali, dall’altra sorprendente è stato l’atteggiamento del governo italiano.
L’esecutivo pubblicamente ha sempre rivendicato la portata storica dell’intesa di Parigi e, anzi, il ruolo di leader dell’Italia nella green economy e nelle rinnovabili. Lo stesso presidente del Consiglio Matteo Renzi, nel 2015, partecipando agli incontri della Cop21 a Parigi, aveva detto: “L’Italia ha la leadership in alcuni settori della green economy. Noi stiamo andando nella giusta direzione e stiamo facendo tutti quegli sforzi che ci portano a essere una delle nazioni guida in questo settore. Sono ottimista, ma è ancora lunga. Spero che l’accordo sia il più vincolante possibile, altrimenti si rischia un impegno scritto sulla sabbia”. Anzi, il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti aveva rivendicato pochi giorni prima della ratifica che “noi rendiamo più facile l’accordo a livello europeo – continua Galletti – perché abbiamo contribuito già fortemente, anche negli anni scorsi, alla riduzione della Co2 in Europa”.
Eppure nel frattempo l’Italia cercava di frenare. Nelle stanze dei negoziati europei ha lavorato per ottenere impegni più blandi di riduzione delle emissioni. Come? Portando avanti ufficialmente una battaglia per “l’equità” nella spartizione degli impegni tra i Paesi, che nei fatti dovrebbe risolversi in compiti a casa meno pesanti per l’Italia. Se infatti le trattative prima della Conferenza sul clima del 2015 hanno riguardato l’impegno che l’Europa avrebbe dovuto assumersi (fissato a una riduzione del 40% delle emissioni entro il 2030 rispetto al 1990), adesso si negozia su cosa questo obiettivo vorrà dire per i diversi Stati membri. E qui viene il bello.
Un lavoro sotto traccia
La Polonia ha difeso apertamente il diritto del proprio Paese a uno sviluppo basato sul carbone, mentre persino Ungheria e Slovacchia, “alleati” dei polacchi nel gruppo di Visegrad (non proprio dei progressisti sui temi ambientali) hanno preso una posizione opposta. “Hanno già ratificato l’accordo a livello nazionale. Sanno bene che dopo potranno battersi per target più morbidi, ma intanto non conviene mettersi contro il trattato di Parigi”. Quello dell’Italia, nel frattemo, come spiega il responsabile dell’ufficio di Bruxelles di Legambiente Mauro Albrizio, “è stato un lavoro condotto dietro le quinte. Nessuno è così politicamente stupido da dire apertamente di non volere questo accordo”. Così la battaglia si è combattuta ai tavoli tecnici, dove i negoziatori italiani hanno creato non pochi problemi.
Un atteggiamento che per il responsabile Clima ed energia di Greenpeace Italia Luca Iacoboni non è neanche giustificato dalle caratteristiche del nostro Paese: “L’Italia, al contrario della Polonia, è un Paese povero di materie prime, che anche per questo dovrebbe puntare sulle rinnovabili più che sul carbone. Inoltre, anche l’Enel sta dismettendo 23 centrali a carbone”....
Ratifica all’ultimo momento
Le resistenze di alcuni Paesi ad assumersi degli impegni significativi ha fatto allungare i tempi della ratifica dell’accordo a livello europeo, che infatti è arrivata all’ultimo momento, alla presenza del segretario dell’Onu Ban Ki-Moon che non doveva nemmeno essere a Strasburgo, ma ha fatto una deviazione su invito del presidente del Parlamento Martin Schulz. Altrimenti non si poteva fare: per sedersi al tavolo delle trattative della Cop 22 che si terrà a novembre a Marrakech, la procedura di ratifica doveva essere chiusa entro il 7 ottobre. Quelli di novembre saranno negoziati importanti: perché se l’anno scorso alla Cop 21 si è discusso degli impegni di riduzione, quest’anno si dovrà decidere come mantenere le promesse fatte. La Via assicura che “in un mesetto la procedura di ratifica italiana sarà completata”. L’obiettivo sarebbe quello di avere il pezzo di carta pronto per il 7 novembre: così Galletti potrà evitare di presentarsi a Marrakech a mani vuote.Qui l'articolo integrale

01 giugno 2016

GREENME : LEONARDO DICAPRIO DONA 650MILA DOLLARI PER CONTRASTARE I CAMBIAMENTI CLIMATICI


Tratto da greenme

LEONARDO DICAPRIO DONA 650MILA DOLLARI PER CONTRASTARE I CAMBIAMENTI CLIMATICI

Leonardo DiCaprio, ancora lui. L'attore hollywoodiano e la sua fondazione hanno stretto una partnership e destinato 650.000 dollari a R20 (Regions of Climate Action) per sostenere le migliori iniziative per contrastare i cambiamenti climatici.
Una bella cifra che permetterà a R20 di individuare e finanziare le migliori iniziative del settore energetico e di quello delle infrastrutture con il potenziale per creare benefici ambientali e sociali positivi per le comunità di tutto il mondo.
Nel 2010 l'ex governatore Arnold Schwarzenegger e altri leader mondiali, in collaborazione con le Nazioni Unite, fondarono la R20, una coalizione di governi regionali nata con lo scopo di lavorare insieme per promuovere e realizzare progetti di riduzione delle emissioni e del consumo di energia, per limitare la produzione di gas serra e di conseguenza per migliorare la salute pubblica e le economie locali.
Dopo la ratifica dell'accordo di Parigi ad aprile, la R20 e la Leonardo DiCaprio Foundation hanno annunciato la formazione di una nuova partnership per accelerare le soluzioni destinate a contrastare i cambiamenti climatici.
In particolare, R20 e DiCaprio stanno seguendo la Cities Climate Finance Leadership Alliance (CCFLA), lanciata dal Segretario generale dell'ONU Ban Ki-moon nel 2014 per incoraggiare gli investimenti a favore della riduzione delle emissioni, delle città resilienti e per ridurre il divario di investimenti a favore dei progetti rispettosi del clima nelle aree urbane. In questo contesto, R20 svilupperà tali progetti e riferirà sul loro impatto concreto.
“Mi congratulo con la Leonardo DiCaprio Foundation e R20 per aver sostenuto gli obiettivi del CCFLA. Partnership come questa rafforzano l'impegno per sbloccare miliardi di dollari di investimenti privati a favore di progetti che affrontano nell'immediato i cambiamenti climatici”, ha detto il segretario generale Ban Ki-moon.“Li ringrazio per il loro impegno per l'ambiente, e per il futuro dell'umanità”.
L'accordo sottoscritto a Parigi durante la Cop21 infatti è solo un inizio, molto deve essere fatto per ottenere risultati concreti e per limitare l'aumento globale delle temperature.
1 I limiti sono tanti, per questo occorre agire anche su altri fronti, come ha sottolineato lo stesso DiCaprio:
“L'accordo di Parigi è stato un primo passo importante per ridurre le emissioni globali di carbonio, ma deve essere fattodipiù per raggiungere questo importante obiettivo. La nostra partnership con R20 è un segnale del fatto che le organizzazioni private debbano prendersi la responsabilità di accelerare l'adozione di tecnologie rispettose del clima in tutto il mondo. Invitiamo gli altri a seguire il nostro esempio, perché il nostro pianeta è corto di tempo”.
Fatti, non solo parole! Bravo Leo!


23 aprile 2016

Clima, 175 Paesi firmano all’Onu l’accordo Cop21.“Segnale di speranza Per il futuro" ?

Tratto da Il Fatto Quotidiano

Clima, 175 Paesi firmano all’Onu l’accordo Cop21: “Segnale di speranza per il futuro ”

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A quattro mesi dallo storico accordo sul clima raggiunto a Parigi, i leader del mondo si sono riuniti al Palazzo di Vetro dell’Onu per apporre la propria firma al documento e dare così inizio alla sua attuazione: un numero record di 175 Paesi ha siglato il testo. “Un messaggio di speranza per le future generazioni”, hanno sottolineato molti leader in Assemblea Generale. E alla cerimonia, in concomitanza con la Giornata mondiale della Terra, è intervenuto anche Leonardo Di Caprio, messaggero della Nazioni Unite per il clima.
“E’ una corsa contro il tempo, la finestra per mantenere l’aumento della temperatura globale al di sotto dei 2 gradi, e ancora di più contenerlo entro 1,5 gradi, si sta rapidamente chiudendo”, è stato il monito lanciato dal segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, aprendo i lavori. Quindi un appello a tutti gli Stati affinché “ratifichino velocemente il documento, in modo che possa entrare in vigore il più presto possibile”.
.... Per Kerry, “Parigi rappresenta un punto di svolta nella lotta al cambiamento climatico, è il più ambizioso accordo sul clima mai negoziato prima. Ma la sua potenza sta nelle possibilità che esso crea, in quello che si sta già facendo per indirizzare l’economia mondiale verso uno sviluppo sostenibile e responsabile”.
Anche il premio Oscar Leonardo Di Caprio ha lanciato un appello alla responsabilità: “Possiamo congratularci gli uni con gli altri, ma non significherà niente se poi tornerete nei vostri Paesi senza tramutare i discorsi in azione. Chiediamoci da che parte della Storia vogliamo stare”. “Non ci sono dubbi che gli effetti del riscaldamento climatico diventeranno mostruosamente maggiori nel futuro – ha concluso l’attore – pensate che vergogna quando i nostri figli e nipoti guarderanno indietro e capiranno che potevamo fermare tutto questo, ma non lo abbiamo fatto per mancanza di volontà politica”.
Intanto il Wwf, in occasione dell’Earth Day, ricorda i benefici quotidiani offerti dalla Terra, riportando uno studio di economia ecologica sul valore dei servizi ecosistemici. La natura ci ‘regala’145.000 miliardi di dollari all’anno in beni e servizi gratuiti, una cifra che supera il Pil mondiale. ...... Leggi tutto 

14 aprile 2016

Cervelli contro trivelle: l’appello di 50 professori e scienziati italiani per il Sì al referendum del 17 aprile

Tratto da grennreport

Cervelli contro trivelle: l’appello di 50 professori e scienziati italiani per il Sì al referendum

Tutte le ragioni del voto: energetiche, economiche, occupazionali, ambientali, etiche e culturali

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Il prossimo 22 aprile capi di Stato e di governo convocati dal Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki-moon, firmeranno, per renderlo definitivamente operativo, l’Accordo di Parigi, risultato dell’ultima Conferenza delle Parti (COP 21) della Convenzione Quadro ONU sui Cambiamenti Climatici tenutasi a Parigi lo scorso dicembre. L’accordo è stato raggiunto all’unanimità da 195 paesi più l’Unione Europea e rappresenta l’avvio definitivo del passaggio dai combustibili fossili (petrolio, carbone, gas responsabili principali del cambiamento climatico oggi in atto) alle energie rinnovabili, all’efficienza e al risparmio energetico e a tutte le straordinarie innovazioni presenti in questo campo nonché allo stimolo scientifico e tecnologico per produrne di nuove.

Tutta la comunità scientifica internazionale è consapevole che non si può continuare sulla strada della dipendenza dalle fonti fossili e che l’inazione costituisce il rischio peggiore che non fa che aggravare la situazione attuale.Tutto il mondo deve investire in un nuovo modello energetico e tutti, istituzioni, settore privato e società civile, devono essere attori del cambiamento.

In questo quadro non ha alcun senso per un paese come l’Italia insistere con investimenti per continuare con l’estrazione di petrolio e gas, anzi riteniamo che questa azione rappresenti ormai un danno.

Innanzitutto perché l’utilizzo delle fonti fossili provoca inevitabilmente l’aggravarsi dei cambiamenti climatici con effetti nefasti sui territori, sulla salute, sulla sicurezza delle popolazioni, e una crescita costante dei costi per riparare ai danni conseguenti.

Ma ci sono anche precise ragioni energetiche, economiche, occupazionali, ambientali, etiche e culturali che ci obbligano a sottolineare che è interesse di tutti muoversi con lungimiranza e determinazione verso una società sempre più libera dall’utilizzo dei combustibili fossili.

Le ragioni energetiche
Il quantitativo di petrolio e di gas naturale fornito al nostro Paese dalle piattaforme entro le 12 miglia non supera rispettivamente lo 0,9% ed il 3% dei consumi nazionali.
Una quantità irrisoria, anche perché il consumo dei combustibili fossili è in continuo calo (- 22% di gas e -33% di petrolio negli ultimi 10 anni), grazie al boom delle fonti rinnovabili (idroelettrico, fotovoltaico, eolico, geotermico, biomasse) che hanno già contribuito a cambiare il sistema energetico italiano ed oggi coprono il 40% della domanda elettrica. Questa è la vera risorsa del paese sulla quale investire concretamente e che ci permetterà di ridurre sempre più la dipendenza energetica dall’estero e di fornire un contributo alla lotta ai cambiamenti climatici.
La sfida oggi è certamente rappresentata dalla transizione energetica. Per avviarsi su questa strada serve però conoscere i problemi nella loro complessità, conoscere le potenzialità della ricerca e delle nuove tecnologie.  Serve ad esempio sapere che già oggi si produce elettricità in Italia con impianti a biogas che garantiscono il 7% dei consumi e che il potenziale per il biometano, che può essere immesso in rete, è in Italia di oltre 8 miliardi di metri cubi: il 13% del fabbisogno nazionale e oltre quattro volte la quantità di gas estratta nelle piattaforme oggetto del referendum.
Le ragioni economiche
Il successo delle rinnovabili in Italia ha ridotto drasticamente il prezzo dell’energia elettrica, ben prima che i prezzi del petrolio crollassero, portando concorrenza nel mercato, riduzione delle bollette (dove, per sfatare un altro mito, ovvero che le rinnovabili sarebbero pagate  care in bolletta, va detto che gli incentivi alle rinnovabili pesano solo per lo 0,3% nel bilancio di una famiglia media italiana), miglioramento della bilancia energetica e aprendo una nuova importantissima filiera industriale. Oggi tutto sta cambiando: le rinnovabili costituiscono il presente ed il futuro dello sviluppo e rappresentano la prima voce di investimento nel mondo, mentre le fonti fossili rappresentano il passato e gli investimenti in questo settore sono crollati e il 35% delle compagnie petrolifere, secondo l’ultimo rapporto della società di consulenza Deloitte, è ad alto rischio di fallimento già a partire dal 2016, con un debito accumulato complessivamente di 150 miliardi di dollari.
Inoltre, al contrario di quanto si dice, le estrazioni petrolifere non rappresentano una risorsa significativa per le casse dello Stato, anche perché le società godono di royalties tra le più basse al mondo e franchigie molto vantaggiose.
Le ragioni occupazionali
Il tema occupazionale è un tema delicato e importante, ma va affrontato senza intenti propagandistici, sapendo che la transizione energetica porterà inevitabilmente a una grande ristrutturazione industriale. Al di là del balletto delle cifre, a cui abbiamo assistito in queste settimane, le stime ufficiali (fonte Isfol) riguardanti l’intero settore di estrazione di petrolio e gas in Italia parlano di 9mila impiegati in tutta Italia e 3mila nelle piattaforme oggetto del referendum. Parliamo di un settore già in crisi da tempo, indipendentemente dal referendum, per la riduzione dei consumi nazionali di gas e petrolio e la mancanza di una seria politica energetica nazionale. Se vince il Sì, le piattaforme non chiuderanno il 18 aprile ma saranno ripristinate le scadenze delle concessioni rilasciate, esattamente come previsto prima della Legge di Stabilità 2016. Lo smantellamento obbligatorio delle piattaforme, inoltre, potrà creare nuova occupazione.  Piuttosto, per le politiche volute dagli ultimi governi ed aggravate dal governo Renzi, nel 2015 si sono persi circa 4 mila posti nel solo settore dell’eolico e 10mila in tutto il comparto. L’unico modo per garantire un futuro occupazionale duraturo è quello di investire in innovazione industriale e in una nuova politica energetica. Tutte le previsioni parlano di un settore delle rinnovabili in espansione, che in Italia potrebbe generare almeno 100mila posti di lavoro al 2030, cioè circa il triplo di quanto occupa oggi Fiat Auto in Italia.
Le ragioni ambientali
Le attività di ricerca e di estrazione di idrocarburi possono avere un impatto rilevante sull’ecosistema marino e costiero. L’attività stessa delle piattaforme può rilasciare sostanze chimiche inquinanti e pericolose, come olii, greggio (nel caso di estrazione di petrolio), metalli pesanti o altre sostanze contaminanti (anche nel caso di estrazione di gas), con gravi conseguenze sull’ambiente circostante. Va poi considerato che i mari italiani sono mari “chiusi” e un eventuale incidente sarebbe fonte di danni incalcolabili.
Inoltre la ricerca di gas e petrolio, che utilizza la tecnica dell’airgun, può incidere in particolar modo sulla fauna marina e su attività produttive come la pesca. Infine da non sottovalutare è il fenomeno della subsidenza nell’Alto Adriatico, per il quale l’estrazione di gas sotto costa resta il principale contributo antropico che causa la perdita di volume del sedimento nel sottosuolo generando un abbassamento della superfice topografica, che accresce l’impatto delle mareggiate e delle piene fluviali e l’erosione costiera, con perdita di spiaggia ed effetto negativo sulle attività turistiche rivierasche.
Le ragioni etiche e culturali
Invitare all’astensione in una consultazione democratica è sempre un atto di irresponsabilità civile e politica, che non può che aggravare la grande malattia delle democrazie contemporanee: l’astensione dilagante. Inoltre questo referendum, al di là del significato letterale del quesito, e del rapporto con i ricorrenti fenomeni di corruzione, che sono emersi di nuovo in questi giorni, chiede di assumerci una personale responsabilità per il futuro del nostro paese sul fronte dei cambiamenti climatici e del futuro di noi tutti: la produzione di idrocarburi ci fa rimanere legati a un sistema energetico ormai obsoleto che causa l’alterazione delle dinamiche del sistema climatico . Un problema su cui il nostro governo ha un atteggiamento schizofrenico, perché da un lato sottoscrive accordi internazionali e si impegna a perseguire le politiche Europee sulla transizione energetica, dall’altro, però, continua a sostenere, sul fronte interno, le lobby delle società petrolifere boicottando le rinnovabili e favorendo le trivellazioni.

Per tutte queste ragioni il voto del 17 aprile ha un significato importantissimo: siamo chiamati a dire se vogliamo continuare una politica energetica basata sugli idrocarburi e legata al passato o se vogliamo che l’Italia si incammini senza incertezze lungo la strada della transizione energetica alle rinnovabili.

Votiamo sì perché vogliamo che il governo intraprenda con decisione la strada della transizione energetica per favorire la ricerca e la diffusione di tecnologie e fonti energetiche che ci liberino dalla dipendenza dai combustibili fossili.

Leggi i firmtari su Greenreport

14 dicembre 2015

UN SEGNALE A BIG OIL:ora le borse sono pronte a spostare i soldi sull' energia pulita .

 «È un segnale per chi investe nell’energia: occhio, se mettete i soldi nel posto sbagliato, potreste perderli ».

Un segnale a Big Oil: ora le Borse sono pronte a spostare i soldi sull'energia pulita
Ban Ki-Moon, Laurent Fabius e François Hollande festeggiano i risultati del vertice sul clima
Tratto da La Repubblica
L'obiettivo dei 2 gradi impone di lascare sotto terra due terzi delle riserve. E 14 mila miliardi volano verso "Big Green"

PARIGI - Il 2100 e la visione di un pianeta schiacciato da una inarrestabile catastrofe climatica sono, da ieri, un poco più lontani. Il mondo ha, ora, uno strumento per lottare contro l'effetto serra. Non tutte le promesse contenute nell'accordo siglato ieri, fra lo scrosciare di applausi e gli abbracci autocelebrativi, sono convincenti. Ma dalla ventunesima Conferenza sul clima esce un'architettura istituzionale e giuridica che, per la prima volta, unisce tutti i paesi e si pone obiettivi chiari e comuni. E, anche solo per questo, mette in moto un processo che può rivelarsi più solido e potente dell'accordo stesso
 

La politica, infatti, è volubile e volatile. L’economia, quando si mette in moto, è una schiacciasassi inarrestabile. Forse per questo, la parola più sentita, in questi giorni, nelle sale della Conferenza sul clima, è stata «segnale ». L’hanno usata gli scienziati, ma anche il segretario di Stato americano, John Kerry. Da qui, dicevano, deve uscire un segnale forte e chiaro che, da solo, vale tre o quattro Conferenze sul clima. Quale segnale? Lo spiega, senza giri di parole, Fatih Birol, il direttore della Iea, l’agenzia che si occupa di energia per conto dei paesi ricchi dell’Ocse. «È un segnale per chi investe nell’energia: occhio, se mettete i soldi nel posto sbagliato, potreste perderli ». L’energia, infatti, è il terreno cruciale della lotta all’effetto serra: oltre il 60% delle emissioni viene da lì. E, se gli investitori non fiutano il rischio degli impianti tradizionali e inquinanti e non spostano i soldi sulle rinnovabili, c’è il pericolo che si moltiplichino finanche le centrali a carbone.
 
È partito questo segnale? Sulle prime, si fa fatica a sentirlo. 
Nella prima bozza di accordo c’era esplicitamente l’ipotesi di un taglio delle emissioni del 40-95 per cento entro il 2050. La clausola è saltata nel testo finale. Ma si chiede esplicitamente di contenere il riscaldamento dentro 1,5-2 gradi. 
Per arrivarci, spiegano gli scienziati, si deve comunque passare per un taglio drastico delle emissioni. E - sorpresa - lo dice anche, magari un po’ sottovoce, l’accordo di Parigi: oltre il 25 per cento, si deduce dal testo, con l’obiettivo di emissioni zero dopo il 2050. Le parole, anche quando sono timide, pesano. E l’impegno a rendere «i flussi finanziari coerenti con una traiettoria verso basse emissioni» - rimasto intatto fra tutte le revisioni - suona chiaro ad orecchie attente come quelle della grande finanza.
 
Vedremo presto se banche, assicurazioni, fondi di investimento ne trarranno le conseguenze. A spingerli in questa direzione, c’è una bomba ad orologeria che la Conferenza di Parigi ha messo sotto il tavolo, anche se nei testi di accordo non se ne fa parola. È la creazione, da parte di un organismo internazionale come il Financial Stability Board, presieduto dal governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney, di una task force sul «riconoscimento dei rischi finanziari legati al clima». Affidata all’ex sindaco di New York, Michael Bloomberg, la task force ha il compito apparentemente innocuo di stabilire gli standard con cui registrare a bilancio, ad esempio, le perdite possibili legate ad un impianto che l’innalzamento dei mari potrebbe sommergere. Rischio serio, ma che scompare, di fronte a quello, gigantesco, che la lotta all’effetto serra comporta per Big Oil e che, per ora, nei suoi bilanci non compare.
 
Scienziati e tecnici, però, hanno già fatto i conti. Se l’obiettivo dei 2 gradi di massimo riscaldamento verrà perseguito, come promesso a Parigi, i due terzi delle riserve di carbone, gas e petrolio, non possono essere bruciati a produrre CO2, ma devono rimanere sottoterra. La ricchezza di Big Oil, peró, è lì. A fare i conti, a questo punto, sono gli analisti finanziari. Quelli di Kepler Chevreux calcolano che, in un mondo a 2 gradi, svaniscono dai bilanci - corretti con la cura Bloomberg - dei grandi del petrolio attivi per 28 mila miliardi di dollari. È l’annuncio, se non di una bancarotta, di un terremoto nelle Borse, su cui Carney ha già lanciato l’allarme. Quanti azionisti resterebbero con i titoli Exxon o Chevron in mano se le due aziende dovessero registrare questo sgonfiamento a bilancio? Ma non è finita. C’è anche l’uscita di scena dai ruoli di primo piano dell’economia. Mark Lewis, di una grande banca come Barclays, calcola che, nello scenario del mondo che non si riscalda più di 2 gradi, gli investimenti nel settore dei combustibili fossili sono destinati a crollare da 27 mila a poco più di 20 mila miliardi di euro, da qui al 2040. Big Oil scoprirebbe di essere quello che gli operatori di Borsa definiscono “un settore in netta involuzione”. Dove, per giunta - e, per i potenziali investitori, dovrebbe essere il fattore decisivo - si guadagna sempre meno.
 
In economia, però, i soldi raramente scompaiono. Se non li guadagna uno, li guadagna un altro. Ed è un epocale trasferimento di potere, influenza, denaro, quello che fa intravedere il mondo che si ferma sotto i 2 gradi. Mentre precipitano gli investimenti in combustibili fossili, schizzano verso l’alto, nelle simulazioni della Barclays, quelli nell’energia pulita. Oltre 14 mila miliardi in piu`, convogliati, fra oggi e il 2040, nel settore delle energie a basse emissioni e, in generale, nel comparto dell’efficienza energetica.

 Bye Bye Big Oil. Hello Big Green.

13 novembre 2015

Repubblica :Energia, la svolta verde dei Big: "Il clima, un affare miliardario"

Interessante articolo che pubblichiamo in forma integrale.

Tratto da Repubblica.it

Energia, la svolta verde dei Big: "Il clima, un affare miliardario"


Alla vigilia della Conferenza di Parigi, si intensificano analisi, studi e report in favore di impegni degli Stati sul riscaldamento globale. Intanto i rating iniziano a penalizzare i titoli del petrolio e del carbone


MILANO - C'è chi sostiene che a Parigi, al vertice sul cambiamento climatico che inizia a fine novembre, non si verrà a capo di niente. Perché le grandi potenze, a cominciare da Cina e Stati Uniti, hanno preso soltanto impegni di facciata. E anche nei casi in cui è stato garantito che dimezzeranno le emissioni di Co2 nei prossimi vent'anni, in realtà i Grandi delle terra sanno benissimo che si tratta di "assicurazioni" e non di impegni vincolanti.
Eppure un accordo serve assolutamente perché non affrontare il nodo dei cambiamenti climatici mette a rischio non solo l'ambiente ma anche l'economia: può diventare il fattore scatenante di una recessione senza precedenti a livello globale
In buona sostanza, dove non sono riusciti gli scienziati potranno gli economisti, ma soprattutto gli interessi economici. Perché, detto in maniera molto brutale, c'è da guadagnarci molto di più nella lotta alle emissioni di CO2 che non a inquinare con poche regole e in assenza di limiti.

Un cambio di paradigma destinato non solo a rivoluzionare, nei prossimi decenni, il destino di tutta l'industria energetica mondiale, ma allo stesso tempo a creare milioni di nuovi occupati. Detto in altri termini: se anche dal vertice di Parigi uscisse un nulla di fatto, la lotta al cambiamento climatico ha già vinto la sua battaglia. Per una semplice questione di convenienza. 
Lo si può intuire dall'avvertimento lanciato da Nicholas Stern, ex capo economista della Banca Mondiale, non proprio un centro di pericolosi antagonisti: "Il cambiamento climatico minaccia una recessione che cancellerebbe il 20% del Pil mondiale, mentre al contrario la lotta per contenere la crescita delle temperature media attorno a 2 gradi porterebbe a una crescita del Pil globale dell'1% all'anno".

Da rischio sistemico, quindi, il cambiamento climatico deve diventare una opportunità: ne sono convinti anche i vertici dell'Organizzazione mondiale del Lavoro (Ilo) che proprio dagli uffici di Parigi hanno reso pubblico uno studio secondo cui "la transizione verso una economia decarbonizzata potrebbe portare alla creazione fra 15 e 60 milioni di nuovi posti di lavoro, oltre a ridurre la povertà e le ineguaglianze sociali". Numeri che trovano un primo fondamento nella marcia inarrestabile delle rinnovabili: secondo i dati del 2014, le energie verdi hanno coperto il 23% del fabbisogno di energia mondiale, con gli investimenti che soltanto nell'ultimo anno sono arrivati a 235 miliardi di dollari. Sempre secondo gli esperti dell'Ilo, le rinnovabili impiegano in questo momento 5 milioni di persone, ma se adeguatamente sostenute potrebbero far crescere l'occupazione del settore con una media del 21% all'anno. Una stima, tutto sommato prudente, se confrontata ai numeri ancora più significativi appena presentati da Greenpeace: secondo l'associazione ambientalista, se i Grandi si ponessero l'obiettivo di produrre energia soltanto da fonti rinnovabili entro il 2050, questo significherebbe un costo complessivo di 1.000 miliardi di dollari all'anno. In ogni caso, inferiore alla spesa per ottenere annualmente la stessa quantità di energia da fonti fossili che è pari a 1.070 miliardi. Senza contare i minori costi sociali per il mancato inquinamento.

Non solo: le rinnovabili creerebbero più posti di lavoro di quanti ne garantiscono oggi le fonti fossili. Già al 2030, gli occupati nel settore del solare potrebbero essere 9,7 milioni, dieci volte il dato odierno. Ma per accelerare la transizione occorre che da Cop21, dove si ritroveranno 147 capi di stato o di governo, escano scelte politiche precise che "impongano prezzi espliciti alle emissioni di CO2". In buona sostanza, essere responsabili del cambiamento climatico deve avere un costo.

A chiederlo non sono stati scienziati che possono essere tacciati di catastrofismo, ma 43 amministratori delegati di altrettante multinazionali, presenti in 150 paesi con un fatturato complessivo pari a 1.200 miliardi di dollari, rappresentativi di 20 settori economici e industriali, i quali hanno avanzato la loro proposta con una lettera indirizzata al segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon. Potrebbe sembrare un controsenso, ma tra i 43 firmatari ci sono anche i capi-azienda di gruppi dell'energia come la spagnola Iberdrola, la francese Engie (l'ex Suez-Gaz de France) e l'italiana Enel. Tre gruppi che potrebbero finire sul banco degli accusati per eccesso di inquinamento, visto il largo uso di carbone per la produzione di energia nelle loro centrali. Ma è una dipendenza da cui hanno deciso di uscire anticipando i tempi, puntando sulle rinnovabili (connesse a sistemi di accumulo) e sul gas.
Una dichiarazione di intenti che suona come campana a morto per il carbone, il combustibile che ancora oggi copre quasi la metà della produzione di elettricità a livello mondiale ed è responsabile del 23% del totale delle emissioni globali. Con la Cina che ne è in assoluto il primo consumatore, grazie al quale copre il 65% del suo fabbisogno di energia.
Ma tra le lobby dell'energia è in corso una guerra per la quale vale il motto latino mors tua vita mea. Come si intuisce da un altro documento sottoscritto questa volta da cinque grandi compagnie europee leader del settore oil&gas.
Shell, Statoil, Bg, Bp ed Eni hanno recapitato una lettera al ministro degli Esteri francese Laurent Fabius con la quale si impegnano a "porre le basi per un futuro in cui gas e rinnovabili abbiano un ruolo trainante ". Significativo il fatto che la lettera non sia appoggiata dalle grandi oil company americane. Ma non stupisce più di tanto dopo la notizia dell'inchiesta aperta dalla procura generale di New York, la quale sospetta che ExxonMobil abbia nascosto nei bilanci le conseguenze finanziarie di una limitazione, nel corso dei prossimi anni, dell'utilizzo di combustibili fossili.

Del resto, anche la grande finanza sembra aver sposato la causa degli ambientalisti abbandonando i petrolieri al loro destino minoritario. A cominciare dal fondo sovrano della Norvegia, il più grande nel suo genere al mondo con oltre 960 miliardi di dollari in gestione: da sempre impegnato sul fronte etico, ha deciso che dal 2016 venderà tutte le sue partecipazioni in società che producono più del 30% del loro fatturato da attività legate al carbone. Posizioni analoghe sono state annunciate anche dal board di Bank of America, che ha deciso di "voler ridurre, nel tempo, l'esposizione creditizia nei confronti delle miniere di carbone". Mentre i finanziamenti al settore sono stati addirittura sospesi da Wells Fargo, Jp Morgan e Credit Agricole.

Il tema è al centro dei "brain storming" di tutti i grandi investitori internazionali. Perché sottovalutare l'impatto delle politiche per il contenimento del cambiamento climatico potrebbe produrre gravi perdite finanziarie. E' il senso di un corposo studio di BlackRock, il più grande fondo di investimento del mondo con i suoi 4.300 miliardi di patrimonio gestito. Nel report si sottolinea come il cambiamento climatico sia ormai una variante con la quale individuare gli investimenti più redditizi, dove "ci saranno vincitori e vinti" sia tra le grandi nazioni che tra le società, in base alle scelte che verranno compiute nei prossimi anni. Non è detto per esempio che Cina e India, al momento tra i maggiori responsabili delle emissioni di CO2 siano tra gli sconfitti. Anzi, sono nazioni su cui scommettere. Perché la Cina aumenterà gli investimenti in rinnovabili (che già oggi coprono il 29% del totale mondiale) per compensare l'uso eccessivo del carbone. Mentre l'India dovrà spendere per migliorare la qualità della vita delle sue metropoli: sono indiane 15 delle 30 città più inquinate del mondo.

In altre parole, la lotta al cambiamento climatico si imporrà perché la grande finanza è convinta che sia una scelta vincente sul piano economico? "Diciamo che non sarà merito di quanto avverrà a Parigi, dove saranno prese decisioni di facciata", è la tesi di Matteo Verda docente all'Università di Pavia e ricercatore associato dell'Ispi per i temi dell'energia. "Dove sono stati fatti passi avanti verso la riduzione della CO2 è dipeso dal sottostante tecnologico. Come negli Usa, dove si sta abbandonando il carbone grazie al successo dello shale gas". 
In altre parole, il progresso tecnologico ha deciso la strada da intraprendere più degli Stati.

09 novembre 2015

PETIZIONE CHANGE.ORG :«AGIRE SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI È UN OBBLIGO MORALE»

 

«AGIRE SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI È UN OBBLIGO MORALE»

08/11/2015  «È giunto il momento, per tutti, di svegliarci e agire uniti”. Sono le ragioni che hanno spinto i leader delle religioni a rilanciare l’appello di “Faiths for Earth” sulla piattaforma online Change.org, nelle varie lingue. Già più di 320 mila le firme raccolte. 


Tratto da Change.org

Rispondere con urgenza al cambiamento climatico, fissando un obiettivo di energia al 100% rinnovabile entro il 2050


I cambiamenti climatici sono una delle sfide morali più grandi dell'era presente. Minacciano la salute del pianeta e della popolazione mondiale, in particolare i poveri e i più vulnerabili. Mettono in pericolo il futuro dei nostri figli e tutto ciò che ci è caro.
È giunto il momento, per tutti noi, di svegliarci e agire uniti: nelle nostre comunità locali e nazionali, sia globalmente che nella nostra quotidianità. In qualità di cittadini animati dalla fede e dalle altre tradizioni morali, siamo coscienti che agire sui cambiamenti climatici è un importante obbligo morale. 
Ci rivolgiamo a voi in quanto responsabili politici affinché rispondiate urgentemente alle minacce provocate dai cambiamenti climatici, provvedendo al conseguimento del 100% di energia rinnovabile da raggiungere come meta entro il 2050. Occorrono azioni coraggiose come questa per contenere la crescita della temperatura globale al di sotto dell'inaccettabile soglia dei due gradi, eliminando l’inquinamento di carbonio e riducendolo a zero, investendo risorse in sistemi di sviluppo sostenibile per costruire un mondo più fiorente, equilibrato e inclusivo.
Ci impegniamo solennemente a fare la nostra parte, assumendoci la responsabilità morale di curare il nostro mondo e di aiutarci reciprocamente, sforzandoci di vivere meglio la nostra esistenza, in modo più sostenibile, con maggiore gioia e armonia.
Agiamo ora, con coraggio e insieme, costruendo una vita migliore per tutti!
Firma  QUI  la petizione per chiedere ai leader mondiali un impegno concreto contro le minacce dei cambiamenti climatici.
LETTERA A
Presidente della Repubblica Sergio Mattarella
Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon
Rispondere con urgenza al cambiamento climatico, fissando un obiettivo di energia rinnovabile al 100 % entro il 2050


CAMBIAMENTI CLIMATICI: NEL 2100 LE ACQUE MINACCERANNO LE METROPOLI COSTIERE

Tratto da Atlasweb
Immagini shock per mostrare gli effetti del surriscaldamento del pianeta e del conseguente innalzamento del livello dei mari. Così l’istituto di ricerca statunitense Climate Central ha voluto ‘concretamente’ mostrare quanto vicini si è a una situazione di non ritorno che costringerebbe il trasferimento di centinaia di milioni di persone ora residenti in alcune delle più grandi metropoli del mondo.LondraClimate
Secondo le prospettive delineate nello studio di Climate Central, con un aumento della temperatura di due gradi celsius, entro il 2100 sarebbero ricoperti dalle acque territori ora abitati da 280 milioni di persone; ma con un aumento di quattro gradi le persone coinvolte dal fenomeno sarebbero più di 600 milioni.Nello studio, si mostrano le foto pre e post innalzamento delle acque di luoghi globalmente noti: Londra, Shanghai, Mumbai, Sydney, Rio de Janeiro, Durban e New York.

30 settembre 2015

CONFERENZA MONDIALE SUL CLIMA : IL CAMBIAMENTO E' NELL'ARIA GREEN ECONOMY IN EVIDENZA


Tratto da altrimondinews.it


CONFERENZA MONDIALE SUL CLIMA: UN’INCONTRO A NEW YORK TRA I LEADER MONDIALI SPIANA LA STRADA PER UN ACCORDO GLOBALE NEL MESE DI DICEMBRE

I trenta leader mondiali si incontrano a New York, in attesa di Parigi per raggiungere un accordo, vogliono anche includere una visione a lungo termine per  combattere la povertà, attraverso politiche d’incentivo e creazione di nuovi posti di lavoro nel settore della Green Economy.
Da New York arriva un segnale chiaro per i cittadini e per i privati, che mostra il doppio vantaggio di un passaggio ad economia a ridotto consumo di carbon fossile, in parallelo ad un immediato impegno internazionale per rendere reale questa visione del mondo.
“Mi appello ai leader mondiali, affinché mettano a in mostra tutta la loro flessibilità, le idee e il potere a disposizione. Abbiamo appena adottato una nuova agenda per lo sviluppo sostenibile, di grande ispirazione per tutti. Dobbiamo continuare su questa strada con un accordo forte e rivoluzionario a Parigi.” Queste sono state le parole di Ban Ki-moon, Segretario Generale delle Nazioni Unite, durante una conferenza stampa successiva al ‘Pranzo sul Clima‘ di New York, che ha visto riuniti anche il presidente francese, François Hollande, e il presidente del PerùOllanta Humala.
Ban Ki-moon ha affermato che gli sforzi nazionale per ridurre le emissioni non sono sufficienti per evitare la catastrofe, ma ha notato che tutti i leader sono d’accordo che “Parigi deve essere il pavimento e non il soffitto“, per un’azione globale che riduca di due gradi la temperatura terrestre.
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Ban Ki-moon, Segretario Generale delle Nazioni Unite
“I presidenti dei vari paesi possono contare su un’ampio supporto – ha aggiunto Ban Ki-moon – affinché si raggiunga un accordo duraturo per accelerare gli investimenti in energia pulita e utile a stimolare una trasformazione nella produzione energetica, da qui alla fine del secolo, riducendo la temperatura globale di due gradi Celsius.”
Le convinzione del Segretario Generale sono supportate dalle decisioni prese, soprattutto negli ultimi tempi, dale nazioni più potenti, che spesso coincidono con le più inquinanti, del mondo.
Il Governo cinese ha presentato il national carbon cap-and-trade programme, annunciato proprio pochi giorni fa, che permette al paese di allinearsi agli standard prefissati anche dagli Stati Uniti con il Clean Power Act, ovvero la riduzione delle emissioni del 32%, rispetto ai livelli del 2005, entro il 2030. Il monito di Obama, riguardo la salvaguardia del clima e le trivellazioni, sembra non essere passato inascoltato.
Lo stesso giorno, il governo indiano ha svelato il proprio piano per far decollare la produzione di energia rinnovabile in maniera esponenziale, di cinque volte rispetto agli standard attuali, con l’obiettivo di liberarsi delle centrali a carbone entro il 2020, la causa maggiore delle emissioni dannose nel paese.
Solo due giorni dopo Dilma Rousseff, presidente del Brasile, ha annunciato una riduzione delle emissioni del 37%, rispetto ai livelli del 2005, da portare a termine entro il 2025, e del 42% entro il 2030. Questo enorme cambiamento deve essere unito ad un forte incremento della produzione di energia rinnovabile, in questo stesso lasso di tempo; il che vuol dire che entro il 2030 il Brasile produrrà il 45% della propria energia grazie a fonti rinnovabili.
New York altrimondi news
Foto del corteo per il clima tenutosi a New York
Il cambiamento è nell’aria. Dopo questi anni di forte pressione ci stiamo avvicinando ad un reale cambiamento. Tutti i leader mondiali, riunitisi a New York, hanno mostrato una forte solidarietà, affinché si arrivi ad un accordo universale sul clima entro la fine dell’anno. Da quest’accordo ci si attende una trasformazione dell’economia globale, con un’incremento del supporto reciproco e delle politiche che siano realmente d’aiuto per i paesi in via di sviluppo.” Queste sono state le parole di Jennifer Morgan, Global Director del World Resource’s Institutes Climate Program, pronunciate durante il ‘climate lunch‘ di New York.
Il Canada, invece, è rimasto fuori da questa serie di accordi, snobbando l’incontro di New York. Il governo conservatore, in carica nel paese, non ha preso sul serio la questione, ma tutto potrebbe cambiare con le elezioni previste per il 19 ottobre. Un ribaltamento dei seggi potrebbe portare il Governo del Canada a Parigi, aggiungendo un altro tassello importante nella lotta per il cambiamento.
Thomas Mulcair, leader del New Democratic Party, al momento all’opposizione nel paese , ha svelato il proprio piano per la salvaguardia dell’ambiente  che include: controllo dei prezzi del carbon fossile; penalizzazioni per chi inquina; collaborazione con le provincie del Canada che tagliano le emissioni. Parigi, però, non è stata affatto menzionata.
Nonostante la defezione del Canada, l’incontro di New York ci mostra come tutti siano ormai pronti a compiere questo grande passo. L’atteggiamento positivo di paesi come la Cina, la Germania (che in questi giorni è in agitazione per lo scandalo Volkswagen) e gli Stati Uniti, unitamente al Brasile ed all’India, potrebbe rendere i lavori a dicembre decisamente più semplice.