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05 marzo 2017

CENTRALE TIRRENO POWER :Arriva l’ok dalla Provincia per la riconversione della centrale di Vado Ligure

Tratto da RSVN

Arriva l’ok dalla Provincia per la riconversione della centrale di Vado Ligure

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Savona. Ok dalla Provincia alla riconversione della centrale Tirreno Power. In base a quanto emerge dall’analisi di rischio, secondo gli uffici di Palazzo Nervi, non sussisterebbero rischi sanitari e ambientali né all’interno né all’esterno del sito derivanti da concentrazioni delle sostanze presenti nel suolo e nella falda. Si tratta di un primo passo formale che prevede anche qualche prescrizione.
 Per il superamento delle soglie di rischio, «ricorre l’obbligo di una messa in sicurezza della falda da parte del soggetto responsabile». Anche se Tirreno non si ritiene responsabile degli episodi di inquinamento idrico, la Provincia osserva che «nelle more dell’individuazione del soggetto responsabile della contaminazione, non può essere esclusa la corresponsabilità di Tirreno Power circa la presenza di sostanze».
Di qui scattano le prescrizioni per Tirreno che vanno dall’approfondimento dell’efficacia ed efficienza del sistema di prevenzione installato, all’analisi delle acque in una zona a monte, che non subisca l’influenza delle attività del sito industriale. Previsto anche un piano di monitoraggio quadrimestrale fino a quando non sarà confermato il rispetto dei valori limite e una relazione annuale con gli esiti dei controlli effettuati da inviare ad Arpal. 

15 agosto 2016

Con l'ultimo sbuffo di fumo della centrale a carbone si è chiusa la produzione della centrale elettrica nel porto di Genova .


Tratto da Genova Repubblica.it
Genova, l'ultimo sbuffo di fumo della centrale a carbone
L'ultima fumata, l'ultimo sbuffo di fumo bianco, si è perso nel cielo azzurro sotto la Lanterna ieri eri sera alle 20. Si è chiusa così la produzione della centrale elettrica a carbone di Genova, con un giorno di anticipo sulle previsioni, nel silenzio sonnacchioso di un sabato di metà agosto. Nessuna particolare cerimonia, niente autorità, solo gli addetti all'energia che hanno completato il loro lavoro.
È stato così messo a riposo il bestione che aveva iniziato a funzionare nel 1952. Costituito da tre gruppi termoelettrici per una potenza complessiva di 300 megawatt, i gruppi 3 e 4 erano entrati in servizio nel 1952 mentre il gruppo 6 nel 1960. La particolare numerazione dei gruppi era dovuta al fatto che all'atto della costruzione erano stati inseriti nelle preesistente centrale, che risale agli anni 1927/1928. Due gruppi erano già stati chiusi, uno nel 2012, l'altro nel 2013, ne restava uno, l'ultimo, che si è spento definitivamente ieri. Teoricamente la concessione per portare avanti al produzione di energia elettrica a carbone era valida fino al 2020, ma già negli anni passati la data di chiusura finale era stata indicata dall'Enel come il 2017, tanto che da anni ormai il numero dei dipendenti sta progressivamente calando e quelli andati via non sono più stati rimpiazzati proprio in funzione di questo passaggio. Più recentemente la data di chiusura era stata indicata nel 2017,ma i tempi di fermata son stati ulteriormente anticipati, grazie anche al fatto che il fabbisogno energetico complessivo del paese è calato.

L'altra settimana è arrivata così l‘ultima nave di carbone in porto destinata alla centrale della Lanterna, questa settimana la centrale ha bruciato quel carico e ieri l'impianto si è spento definitivamente. Per una settimana circa resteranno al lavoro gli operai per la ripulitura completa del sito e del bunker, poi fino a fine anno ci saranno gli addetti alla manutenzione, ma la centrale non produrrà più.

Nel frattempo si inizierà a discutere sul dopo. L'edificio della centrale è tutelato come palazzo storico dalla Sovrintendenza delle Belle Arti e non può quindi essere demolito, ma dovrà essere riutilizzato. Come è tutto da stabilire. L'impianto di Genova è inserito, come altri analoghi, in Futur-E, il progetto di Enel mirato a ridare a i siti in cui si trovano 23 centrali termoelettriche arrivate a fino ciclo produttivo un nuovo e diverso utilizzo. Si dovrebbe andare quindi ad un concorso di progetto per sollecitare proposte che abbiano anche una sostenibilità economica. Qualcuno vagheggia che si possa ripercorrere la strada imboccata a Londra dall'ex centrale elettrica di Bankside, trasformata nel 2000 nella Tate Modern, la galleria d'arte più visitata al mondo. Si tratta di una bella suggestione, ma bisogna vedere su si troverà qualcuno disposta a trasformarla in un progetto concreto e fattibile.

07 giugno 2016

1) WWF - Tirreno Power annuncia la chiusura dei gruppi a carbone. 2) La chiusura della centrale di Vado Ligure e la fine del carbone in Italia

Tratto da  stopcarbone.wwf

Tirreno Power annuncia chiusura definitiva centrale a carbone Vado Ligure: una vittoria per la salute e per il clima.

“Ora creare subito alternative occupazionali nella economia verde e no carbon”

Il WWF esprime grande soddisfazione per la decisione del Consiglio di Amministrazione di Tirreno Power di chiudere definitivamente i due gruppi a carbone della centrale termoelettrica di Vado Ligure.
Tirreno Power ha riconosciuto l’assenza delle condizioni necessarie alla riapertura dello stabilimento, posto sotto sequestro dalla Procura di Savona nel Marzo 2014 a causa del mancato rispetto delle prescrizioni AIA e della gravità dell’inquinamento arrecato dalla centrale stessa, con danni molto seri per la salute dei cittadini. Nel decreto di sequestro si parlava infatti di disastro ambientale e sanitario nelle aree di ricaduta delle emissioni della centrale, come provato dalle indagini ambientali ed epidemiologiche condotte, che avevano anche evidenziato un aumento della mortalità attribuibile alle emissione della centrale stessa.

Ci auguriamo che la volontà, annunciata dall’azienda, di implementare un “progetto di reindustrializzazione del sito, volto a favorire l’insediamento di nuove aziende con l’obiettivo di contribuire alla ricerca di soluzioni che possano offrire un futuro occupazionale ai lavoratori e una prospettiva di sviluppo al territorio” non resti nel novero delle buone intenzioni, ma sia un sincero impegno a ridurre al minimo le ricadute sociali della chiusura. L’impianto, infatti, ha rappresentato per lungo tempo un’importante fonte di occupazione per gli abitanti del luogo. Il prezzo pagato dalla popolazione, però, è stato altissimo.


Una  riconversione dell’area che sia capace di garantire occupazione, nel rispetto dell’ambiente e della salute dei cittadini, è quindi assolutamente necessaria.  In tal senso devono intervenire Governo, regione Liguria ed Enti Locali, anche facendo tesoro dei suggerimenti contenuti nel Report Liguria, Proposte per un modello di sviluppo Nearly Zero Emissions commissionato all’Enea dal WWF . 
Va assicurata una visione di insieme che faccia di questa chiusura con le tecnologie del passato un’occasione per rendere la Liguria modello dell’economia del futuro.


Il WWF si adopererà per controllare che l’area venga bonificata e riqualificata, in un’ottica di re-industrializzazione green che vadano nel senso della decarbonizzazione e dell’economia del futuro e che non preveda impianti dannosi per la salute e il clima.

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Tratto da Qualenergia

La chiusura della centrale di Vado Ligure e la fine del carbone in Italia

Tirreno Power ha deciso ieri per la chiusura definitiva dei due gruppi a carbone della centrale di Vado Ligure, sotto sequestro da due anni. È solo l'ultimo degli annunci funebri per il carbone italiano. Questa fonte nel nostro Paese sembra avere la strada segnata anche per motivi economici.
......Tirreno Power ha annunciato di aver avviato un progetto di reindustrializzazione del sito, "volto a favorire l'insediamento di nuove aziende con l'obiettivo di contribuire alla ricerca di soluzioni che possano offrire un futuro occupazionale ai lavoratori e una prospettiva di sviluppo al territorio"......
Quello di Vado Ligure è solo l'ultimo di una serie di annunci funebri per il carbone in ItaliaA rendere insostenibile questa forma di generazione elettrica non è solo l'opposizione dell'opinione pubblica e i danni che provoca. Pesano molto anche gli economicsvisto il basso prezzo del gas, che rende più temibile la concorrenza gli impianti alimentati da quest'altro combustibile fossile. Impianti che, tra l'altro, saranno ancora più competitivi rispetto a quelli a carbone quando sarà operativo il capacity market, che premierà le centrali più efficienti e flessibili.
Il 13 maggio scorso l’utility svizzera Repower ha messo in liquidazione la società Sei, che avrebbe dovuto costruire una centrale a carbone a Saline Joniche; una decisione presa subito dopo il pronunciamento del Consiglio di Stato che aveva autorizzato in via definitiva la realizzazione della centrale.
Il 20 maggio il gruppo ceco EPH ha rinunciato alla realizzazione di un nuovo gruppo termoelettrico a carbone nella centrale sarda di Fiume Santo: l'investimento non è giustificabile dal punto di vista del ritorno economico per una serie di ragioni – si è spiegato - fra cui il processo di decarbonizzazione, rilanciato dall'accordo successivo alla COP 21 di Parigi, che “non si può sottovalutare”.
Enel, come noto, ha deciso di anticipare chiusure comunque già previste, come quella della centrale di Genova che dovrebbe smettere di funzionare a settembre. .....
Come faceva notare G.B. Zorzoli in un recente articolo pubblicato su queste pagine, con nessun altra nuova installazione prevista basta guardare all’età media delle centrali a carbone in esercizio per rendersi conto che, tranne i 1.980 MW di Torrevaldaliga Nord, nel 2030 saranno tutte tecnologicamente obsolete e ampiamente ammortizzate, per cui ai proprietari sarà difficile, ma soprattutto non conveniente, continuare a tenerle in vita.

Insomma, il destino delle centrali a carbone in Italia sembra segnato.

23 marzo 2016

BRINDISI Buon cambiamento a tutti... IL FUTURO DEVE ESSERE SOSTENIBILE.

Tratto da Noalcarbone Brindisi blogspot


IL FUTURO DEVE ESSERE SOSTENIBILE


Nelle diverse epoche della sua storia millenaria Brindisi ha attraversato fasi di prosperità e fasi buie. Oggi la nostra città vive uno dei periodi peggiori, nel quale i cittadini pagano scelte imposte che invece di assecondare le vocazioni di un territorio hanno generato piuttosto l’effetto di cancellarle.

Ma l’era dei grandi poli industriali sta terminando. Non lo diciamo noi, lo dicono i fatti, lo dice l’Europa ed altri Paesi del mondo che da tempo hanno preso l’impegno di abbattere le emissioni clima-alteranti ed investono nella riconversione in senso verde le proprie economie. Ogni impianto industriale ha un suo ciclo di vita che dalla nascita arriva - attraverso la crescita e la maturità - al declino. Molti degli impianti industriali a Brindisi, ormai obsoleti, a rischio di incidente rilevante e altamente inquinanti, sono giunti alla fase di declino.

Noi intravediamo un cambiamento in atto, o almeno riteniamo che oggi ci siano oggi le condizioni per forzare il cambiamento e programmare uno sviluppo differente che garantisca rinascita economica e in generale ci porti verso una migliore qualità della vita.
Quando ad una Comunità viene imposto come unico modello economico possibile quello industriale (e parliamo dell’industria “cattiva”), presentato come se non ci fosse alternativa, inevitabilmente viene condizionato anche il contesto sociale e culturale di una città, con i risultati, dopo anni di impero industriale, che sono sotto gli occhi di tutti: disoccupazione alle stelle, emigrazione, inquinamento, impoverimento delle risorse naturali, culturali ed umane.
Brindisi, città ricca di potenzialità che provengono dalla storia e dall’arte, dal mare e dalla terra fertile, è rimasta intrappolata per troppo tempo in una falsa vocazione industriale che ci ha portato al declino. Una città dove le realtà virtuose, se pur esistenti, rimangono casi rari di buona economia ed altre fanno fatica a svilupparsi. I singoli cittadini devono sentire l’urgenza di cambiare rotta senza più tollerare una gestione della cosa pubblica che vede prevalere gli interessi personali e quelli delle multinazionali invece che la tutela della collettività.
La visione potrebbe apparire utopistica, ma non ha comunque alternative. Sulle macerie di questa città, riaffermando prima di tutto il concetto di legalità, si deve cogliere l’opportunità di un cambiamento che solo una riconversione può offrire. Un progetto ambizioso, da realizzare attraverso una fase di transizione che proietti Brindisi verso un futuro diverso, con l’affermazione di nuovi modelli che vanno ad incidere anche sul nostro quotidiano, basati sui concetti di autoproduzione, efficienza energetica, modello distribuito, rifiuti zero, mobilità sostenibile, orti comuni. Ci sono tanti esempi da seguire, non lo abbiamo inventato noi, basta guardare altre realtà, città di dimensioni simili alla nostra che stanno riuscendo in questo intento.
La transizione in fondo è il periodo che segna il passaggio da un’epoca ad un’altra, durante il quale si sviluppano nuove forme sociali e di costume, nuove produzioni culturali, artistiche ed economiche. Ma per innescarla è necessario diventare cittadini consapevoli e riprendersi la città dopo una riconversione mentale obbligatoria.
Buon cambiamento a tutti... verso un futuro sostenibile.
21 febbraio 2016

26 marzo 2015

Enel si allontana dal carbone: 23 centrali in chiusura.Entro il 20 aprile presenterà il piano per la loro riconversione.


Tratto da Sportello consumatori

Enel si allontana dal carbone: 23 centrali in chiusura

Enel inizia a lasciare il carbone

L’azienda intende dismettere impianti termoelettrici per circa 11 gigawatt. Entro il 20 aprile presenterà il piano per la loro riconversione. Conferme dal Direttore per l’Italia, Carlo Tamburi, a quanto  annunciato l’ A.D., Francesco Starace, il 15 ottobre 2014 alla Commissione Industria del Senato.


L’Amministratore delegato di Enel, Francesco Starace, ha preannunciato, nell’ottobre del 2014, che «alcuni impianti termoelettrici non risultano più competitivi» per una capacità produttiva di circa 11 gigawatt e che queste centrali, con la loro chiusura, si andranno a sommare ai 2,4 GW di potenza termoelettrica già messa fuori rete.

Cosa è stato già fatto?
“È già stata avviata la chiusura definitiva – ha ricordato Starace – per gli impianti di Trino (Vercelli), Porto Marghera (Venezia), Alessandria, Campomarino (Campobasso), Carpi (Modena), Camerata Picena (Ancona), Bari, Giugliano (Napoli) e Pietrafitta (Perugia), ma le centrali ‘potenzialmente da chiudere’ sono in tutto 23″.

Che fine faranno questi impianti?
Alcuni – ha spiegato Starace – possono avere un futuro nelle rinnovabili, biomassa in particolare, oppure essere soggetti a reindustrializzazione, altri vanno riprogettati come spazi urbani”.

E per quanto riguarda i lavoratori?
Per le circa 700 persone occupate negli impianti  – rassicura Starace –  non abbiamo nessuna criticità occupazionale se non qualche trasferimento qua e là. I lavoratori saranno riallocati in altre parti dell’azienda o andranno in pensione“.
Nuove conferme dal Direttore per l’Italia
Per Tamburi, che è intervenuto sull’argomento durante un Convegno di AssoRinnovabili, quello che è da considerare principalmente è l’eccesso di capacità produttiva installata in Italia: Abbiamo constatato che questi impianti, per circa 12 gigawatt, sono senza speranza. Non pensiamo che possano mai entrare in servizio nei prossimi 5 anni“.
Tamburi ha inoltre ricordato che Enel sta già discutendo con gli «enti locali per quegli impianti presenti nelle aree urbane come Genova e Bari e nel giro di 3 settimane, intorno al 20 aprile, presenteremo un piano»

Conferme anche dai “conti”
Nei giorni scorsi l’azienda ha approvato il bilancio 2014, dove ha spiegato di aver operato svalutazioni per 6,427 miliardi, di cui 2,108 miliardi per quanto riguarda gli «asset relativi alla generazione da fonte convenzionale (in pratica olio combustibile, carbone o gas naturale, ndr) a seguito del perdurare della crisi che ha colpito tale settore».

Da dove viene questa “inversione di rotta”?
Le tecnologie attuali, ha spiegato Starace, hanno ridotto gli errori sulle previsioni della produzione fino a portarli “in linea con gli errori di previsione della domanda elettrica”.
Fotovoltaico, eolico e le altre fonti pulite per il loro contributo nel mix elettrico e per maturità acquisita dalle tecnologie a loro asservite hanno quindi il potenziale e anche la responsabilità di diventare ancora di più protagoniste del sistema elettrico.
Enel sembra (ovviamente conti alla mano) averlo capito e se si prepara a sfruttare il loro potenziale anche nella fornitura di servizi di dispacciamento.
Il cammino vero un mondo più verde è ancora lungo e irto di ostacoli, ma la leva (quella economica) è forte e sembra che stavolta veramente sia stato fatto il primo timido passettino … vedremo!

03 marzo 2015

"La legge di domani non salverà l'ILVA"-PeaceLink va a Bruxelles per un piano di riconversione.


PeaceLink va a Bruxelles per un piano di riconversione.
Il comunicato stampa: "La legge di domani non salverà l'ILVA"

2 marzo 2015 - Redazione Peacelink
Sarà un'iniezione di morfina ad un malato terminale. 
L'ILVA non è in grado di restituire prestiti se non ha margini di utile. E' una fabbrica che ha accumulato quasi tre miliardi di perdite dal sequestro degli impianti a oggi. E' una fabbrica destinata ad affondare sotto il peso della recessione e delle pesanti perdite mensili che accusa mese dopo mese.
Che fare allora?
Mentre a Roma Governo e Parlamento sono chiamati al capezzale di un'azienda senza futuro e senza speranza, PeaceLink è andata a Bruxelles a presentare alla Commissione Europea una proposta globale di riconversione dell'area industriale che può far leva sui fondi europei.

Antonia Battaglia, in rappresentanza di PeaceLink, questa mattina è stata ricevuta in Commissione Sviluppo Regionale presentando la grave situazione di crisi dell'ILVA e discutendo di scenari alternativi per salvare l'economia di Taranto e i lavoratori dell'ILVA.

E' stato illustrato un piano B che riassume quanto PeaceLink aveva già elaborato per la riconversione di quest'area di crisi industriale.

Antonia Battaglia è stata ricevuta in Commissione Europea dal Gabinetto del Commissario per lo Sviluppo Regionale.
Battaglia, per Peacelink, ha illustrato un piano di sviluppo per la città, che si inserisce nel programma Europa 2020, con la specifica richiesta che le Istituzioni Europee accettino di farsi interpreti del cambiamento già effettivo nella società, permettendo a cittadini e associazioni, con formazione ed esperienza adeguate, di diventare attori di primo piano nelle decisioni fondamentali della politica comunitaria, in particolare in merito alla progettazione dei fondi strutturali e la relativa allocazione...
Peacelink ha illustrato in Commissione un nuovo modello di sviluppo che prenderebbe vita da assets già presenti nella realtà locale quali le strutture portuali, le competenze nel campo della meccanica, della ricerca, dell’elettronica, dell’informatica, delle energie rinnovabili, del turismo, delle attività marinare e agroalimentari, nonché della formazione per pianificare una profonda bonifica e riqualificazione ambientale del territorio sul modello della Ruhr.

27 luglio 2013

Peacelink:Ecco le cause economiche della crisi dell'Ilva

Tratto da Peacelink

Peacelink alla Commissione Industria del Senato. Ecco le cause economiche della crisi dell'Ilva

Lettera aperta ai senatori della Commissione Industria
25 luglio 2013 - Alessandro Marescotti
Gentili Senatori, vi ricorderete quando a Taranto, durante l'audizione in Prefettura, abbiamo consegnato al Presidente della vostra Commissione un sacchetto di polveri contaminate dell'Ilva.

Nell'audizione non c'è stato purtroppo il tempo per affrontare gli aspetti economici della crisi del comparto siderurgico e dell'Ilva stessa. Per supplire a questa carenza vi inviamo un'analisi economica del comparto siderurgico (vedere il Dossier riportato di seguito) utilizzando fonti specializzate. Saremmo interessati a ricevere una vostro commento anche perché è importante chiarire che - dalle informazioni di settore che potrete consultare in questo Dossier - l'Ilva è in uno stato di crisi economica strutturale ormai irreversibile. A nostro parere il decreto 61, che siete chiamati a convertire in legge, non ha lo scopo di "salvare l'Ilva" ma di salvare le banche che hanno crediti verso l'Ilva (vedere il Dossier).
Il presidente della vostra Commissione Massimo Mucchetti ha dichiarato:
 "Il futuro di Taranto oggi marcia di pari passo con il futuro dell'Ilva. C'è l'impegno del governo. Dobbiamo avere fiducia che quanto non è stato fatto fin'ora verrà fatto nei prossimi tre anni".

Ma l'economia non si cambia con le dichiarazioni di fiducia. L'economia lascia ben poco spazio ad un ottimismo di facciata. Oggi nel mondo dagli impianti siderurgici si possono ottenere 1,8 miliardi di tonnellate di acciaio, mentre se ne consumano solo 1,5 miliardi. Questo dato emerge dall'analisi del Wall Street Journal che evidenzia 300 milioni di tonnellate annue di eccesso di capacità produttiva, all'interno delle quali sono conteggiati gli attuali 9 milioni annui dell'Ilva.

L'eccesso di capacità produttiva è enorme e continua ad aumentare, a fronte di un mercato che non è in grado di assorbire l'offerta siderurgica globale......

Il futuro non è più pertanto quello che state discutendo: voi di fronte al passato. Siete di fronte alla morte economica del futuro pensato per Taranto, oltre che alla morte biologica di tanti cittadini vittime dell'inquinamento.

A voi viene richiesto di sostenere uno sviluppo che - oltre che generare sfruttamento, malattie e morte - produce più acciaio di quanto non ne serva.

Per sfornare più acciaio occorre "gonfiare" innaturalmente la domanda economica globale con grandi opere inutili e con la produzione di più auto di quanto non ne servano. Sono infatti le grandi opere, la maxi-edilizia e l'industria dell'auto i maggiori clienti della siderurgia.

Gonfiare la domanda di acciaio punta a riequilibrare il mercato ma non a generare benessere..........

Voi parlamentari siete chiamati a collaborare (o a non collaborare) con questo fallimento economico ed ecologico planetario che - a partire da Taranto - non ha più futuro e che genera guerre, distruzione e morte.

Voi non salverete l'Ilva: siete solo chiamati a prolungare l'agonia di un disastro. E a garantire le banche dal contraccolpo.

Il vero sviluppo economico del futuro si chiama riconversione, risparmio e ricerca scientifica finalizzata alla sostenibilità.

Siete al capezzale di una industria in coma. Molteplici fili collegano la crisi della più grande acciaieria d'Europa al fallimento di uno sviluppo non sostenibile. Il futuro è nelle mani di chi progetta le riconversioni ecologiche. 
Salvando Taranto con una riconversione economicamente sostenibile lavorerete per il futuro di tutta l'umanità.

Cordiali saluti
Alessandro Marescotti
Presidente di PeaceLink

Dossier Ilva a cura di PeaceLink www.peacelink.it
Vai all'articolo integrale

11 dicembre 2012

Ilva: la riconversione che non c'è, già pagata dall'Europa? Il "segreto" svelato dalla Banca europea per gli investimenti ( Bei)

 Tratto da Greenreport

Ilva: la riconversione che non c'è, già pagata dall'Europa? Il "segreto" svelato dalla Bei

Il 16 dicembre 2010 è stato accordato un prestito di ben 400 milioni di euro a favore della famiglia Riva

La saga dell'Ilva di Taranto continua, tra il dramma per la salute dei cittadini e quello dei lavoratori dell'impianto. Prodotti semilavorati e finiti ancora sotto sequestro, difficoltà di scarico delle materie prime, disperazione tra gli operai e indagini a tutto campo della magistratura che inseguono anche all'estero i membri della famiglia Riva.  
Su tutto poi i dubbi su quanto il decreto del governo, ancora in via di conversione in un Parlamento di fine legislatura, possa risolvere la situazione nel medio e lungo termine e dare un futuro possibile al sogno di una "filiera dell'acciaio sostenibile".
Tutto ruota, infatti, sull'applicazione dell'autorizzazione integrale ambientale, e in particolare intorno a chi dovrebbe pagare bonifica e riconversione, se ancora possibile, dell'impianto dell'Ilva - per non parlare delle compensazioni per la popolazione locale.

Eppure i soldi sono stati dati, e da tempo. Il 16 dicembre 2010 la Banca europea per gli investimenti (BEI) ha accordato un prestito di ben 400 milioni di euro a favore della Riva per il progetto "Riva Taranto Energia e Ambiente": 200 milioni sborsati subito e ulteriori 200 concessi il 3 febbraio 2012.
...............
Singolare, perciò, che oggi si dica che il problema è chi pagherà per la riconversione, quando sarebbe da chiedersi che cosa ha fatto la famiglia Riva dei 400 milioni prestati dalla Bei per un progetto di quasi 800 milioni, di cui loro avrebbero dovuto mettere l'altra metà.

Ma le domande non finisco qui, ed è giusto che non si facciano sconti neanche alle autorità europee, sempre così solerti a chiedere nuovi poteri per interferire nella gestione dei conti pubblici dei paesi membri, ma poi stranamente tolleranti, o disattente, a monitorare come i soldi pubblici europei siano gestiti dalle grandi imprese continentali. 

E' giusto chiedersi perché la Bei non abbia monitorato la situazione di Taranto, ben nota alle cronache, e continuato a sborsare centinaia di milioni di euro, quando i livelli di emissioni erano oltre la norma, secondo quanto sostenuto dalla magistratura pugliese. In base alla scheda progetto della Bei, la riduzione delle emissioni di gas serra dell'impianto di Taranto sarebbero state certificate dall'Istituto italiano per la garanzia della qualità. Ma perché non si parla nella scheda progetto anche di altri inquinanti al cuore del dramma della salute per la popolazione di Taranto? Ma soprattutto la Bei ha in maniera solerte informato sia la magistratura italiana, che quella anti-corruzione europea - ossia l'ufficio dell'OLAF - di una possibile cattiva gestione del prestito all'Ilva?.....



Se, come sancito dai recenti Consiglio Europei, la Bei dovrebbe essere il braccio finanziario che con i suoi investimenti anti-ciclici in economia reale rilancerà la crescita in Europa, è meglio che i cittadini europei si inizino a preoccupare per i propri territori, perché al riguardo neanche l'inflessibile Europa appare troppo interessata.

Leggi l'articolo integrale su Greenreport

Leggi su Il Sole 24 ore

Ilva, Procura di Taranto chiede mandato di arresto europeo per Fabio Riva

14 giugno 2012

Cambiare il mondo si può:La sostenibile leggerezza della riconversione

Tratto da QualEnergia

La sostenibile leggerezza della riconversione

Cambiare il mondo si può. Quando gli Stati Uniti sono entrati nella seconda guerra mondiale, in pochi mesi hanno convertito l’intero loro apparato produttivo per far fronte alle esigenze della produzione bellica. Oggi siamo di fatto in guerra contro una minaccia altrettanto se non più mortale: quella dei cambiamenti climatici.

L’orizzonte esistenziale delle nostre vite è dominato dalla crisi ambientale: non solo dai mutamenti climatici, che rappresentano ovviamente la minaccia maggiore; ma anche dalla scarsità di acqua e suolo fertile (non a causa della loro limitatezza naturale, ma dell’inquinamento e della devastazione a cui sono sottoposti); dalla distruzione irreversibile della biodiversità; dall’esaurimento del petrolio e degli altri idrocarburi (che sono anch’essi “risorse naturali”, anche se utilizzate prevalentemente per devastare la natura); dall’esaurimento di molte altre risorse, sia geologiche che biologiche e alimentari (il nostro “pane quotidiano”); dall’inquinamento degli habitat umani che riduce progressivamente la qualità della vita e delle relazioni interpersonali.......

Scienziati di tutto il mondo, riuniti nell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), insistono nel mettere in guardia i Governi che il tempo per evitare una catastrofe irreversibile che cambierà i connotati del pianeta Terra e le condizioni di sopravvivenza della specie umana sta per scadere; e che misure drastiche devono essere adottate per realizzare subito un cambio di rotta. Ma nelle recenti riunioni COP, Durban (2011), Cancun (2010) Copenhagen (2009), non è successo praticamente niente.
La delegazione europea, che aveva le posizioni più avanzate, ha rinunciato – a causa della crisi finanziaria - a proporre agli altri Governi vincoli più stretti (e quella italiana non ha mai avuto molto da dire).
Ma se stampa e media avessero dedicato alla minaccia di questa catastrofe imminente anche solo un decimo dell’attenzione dedicata allo spread, probabilmente il 99% della popolazione mondiale sarebbe scesa in piazza per costringere i rispettivi Governi a prendere provvedimenti immediati.
A livello locale il nostro Paese – ma anche il resto d’Europa – viene sconvolto sempre più spesso dal dissesto di interi territori, con morti e danni incalcolabili. Cielo (clima) e terra (suolo) si uniscono nel provocare disastri che non hanno altra origine che l’incuria e il profitto, e che mille “piccole opere” di salvaguardia del territorio (invece di poche “Grandi opere” che concorrono al suo dissesto) potrebbero invece prevenire.  
Ma di questi problemi non si trova la minima traccia nei discorsi ufficiali degli ultimi anni (compresa la presentazione in Parlamento del governo Monti, dove la parola ambiente non è stata mai nemmeno nominata).

La cultura ambientale, che è ormai “scienza della sopravvivenza”, è fuori dal loro orizzonte. Eppure potrebbe e dovrebbe essere una bussola per la riconversione del sistema economico (e di ogni prodotto che usiamo o consumiamo, dalla culla alla tomba). Perché, oltre a contribuire a salvarci dai disastri, rappresenta un’opportunità unica per difendere e promuovere l’occupazione e per salvare impianti, competenze e capacità produttive di imprese che ogni giorno vengono chiuse, vuoi per delocalizzazioni, vuoi per crisi di mercato, vuoi per speculazioni selvagge. Per questo bisognerebbe mettere al centro del programma di governo una politica industriale, una vera politica agroalimentare, una politica di salvaguardia dell’ambiente, un piano per l’occupazione.
Cambiare il mondo si può. 

 Quando gli Stati Uniti sono entrati nella seconda guerra mondiale, in pochi mesi hanno convertito l’intero loro apparato produttivo (il più potente del mondo) per far fronte alle esigenze della produzione bellica. Poi lo hanno di nuovo convertito (sempre in poco tempo, anche se solo parzialmente) per fare fronte alle aspettative della pace. Oggi siamo di fatto in guerra contro una minaccia altrettanto se non più mortale: quella dei cambiamenti climatici. Ma la resa dei conti sta per arrivare e chi si sarà attrezzato per tempo si troverà meglio; o meno peggio. Per questo la crisi ambientale offre all’economia delle opportunità e impone dei vincoli.......

Vincoli e opportunità indotti dalla crisi ambientale dovrebbero essere i criteri informatori delle scelte che determinano o orientano le decisioni su che cosa, quanto, con che cosa, come, per chi e dove produrre. Sono scelte che non possono essere lasciate al “mercato”: cioè al libero gioco della domanda e dell’offerta; perché nessun mercato è in grado di cogliere e soprattutto di rispondere correttamente a tutti i segnali che provengono dalla complessità del contesto ambientale, da cui non si può più prescindere.
Una politica industriale che faccia i conti con la globalizzazione e con la crisi ambientale, cioè orientata a produzioni e consumi sostenibili, richiede una riconversione delle fabbriche - dove esistono impianti, attrezzature e know how adeguati - alla produzione di impianti per lo sfruttamento delle fonti rinnovabili per la microcogenerazione; o di mezzi di trasporto collettivi o condivisi a basso consumo. E interventi su edifici e macchinari per eliminarne le dispersioni energetiche....
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