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Visualizzazione post con etichetta Les Amis de la Terre. Mostra tutti i post
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11 ottobre 2015

Vado Ligure ,la centrale diventa un caso internazionale.

Immagine tratta da pag 49 de  La Stampa di oggi.

Vado,la centrale diventa un caso internazionale


Immagine tratto da Il Secolo XIX  pag 16
Incontro a Palazzo Sisto , la transalpina  Engie detiene il 51% della centrale.
Ambientalisti francesi contro Tirreno Power" Una Sporca Storia"


10 ottobre 2015

SAVONA 10 OTTOBRE: “Le associazioni francesi si mobilitano sul caso della centrale a carbone di Vado”.


SI INVITA LA CITTADINANZA  PARTECIPARE

 oggi 10 ottobre  ore 10,30  
Sala consiliare 
del Comune di Savona:

“Le associazioni francesi si mobilitano 
sul caso della centrale a carbone
 di Vado”

Conferenza stampa aperta alla 

cittadinanza

  con  MALIKA PEYRAUT (di Les Amis de la Terre),


          ANTONIO TRICARICO (di Re Common),

          CARLO FRECCERO (giornalista).

Oggi   10 ottobre alle ore 10,30 nella sala consigliare del Comune di Savona si terrà una conferenza stampa  sul tema "le associazioni francesi si mobilitano sul caso della centrale a carbone di Vado-Quiliano" con  importanti presenze come Les Amis de la Terre a significare il grande interesse sull'argomento. 
La conferenza avviene a pochi mesi dall'intervento  dell'avvocato  Matteo Ceruti ( legale delle associazioni savonesi e nazionali )   presso il Parlamento Francese sul caso della centrale
Risulta sempre maggiore l'attenzione francese verso i gravi danni sanitari e ambientali che, secondo l’inchiesta della Procura di Savona, la centrale avrebbe provocato, (centrale di cui il colosso energetico francese  Engie ex GDF Gaz de France-Suez è importante azionista). 

La conferenza  di  Savona sarà una occasione  per porre domande a Malika Peyraut - di Les  Amis de la Terre  e ad Antonio Tricarico di Re Common sulle posizioni delle loro associazioni riguardo caso della centrale vadese, ed in particolare sulla posizione  delle società energetiche francesi a partecipazione pubblica e dello stesso governo d’oltralpe sul futuro del carbone nella produzione di energia elettrica.

Rete Savonese Fermiamo il carbone


 

05 ottobre 2015

Nella Francia della Cop 21, Hollande sotto accusa: si batte per l’ambiente e costruisce centrali a carbone.

 Articolo pubblicato il 21-05-2015 su Lifegate

Francia, Hollande sotto accusa: si batte per l’ambiente e costruisce centrali a carbone

Un rapporto di Oxfam e Les Amis de la Terre punta il dito contro Parigi: “Ipocriti: parlano di clima e inquinano il pianeta bruciando carbone”
La Francia ospiterà tra pochi mesi la conferenza mondiale sul clima Cop21, nel corso della quale al mondo intero sarà chiesto di agire per evitare una catastrofe annunciata. Eppure, la stessa nazione controlla due colossi dell’energia – Edf e Gdf Suez (ribattezzata di recente Engie) – che possiedono quarantasei centrali a carbone in tutto il mondo. Da sole, emettono 151 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno: circa la metà dell’inquinamento totale prodotto dal Paese europeo entro i propri confini.

François Hollande presidente Francia

A denunciare l’incoerenza tra gli atti diplomatici e quelli pratici sono state nei giorni scorsi due Ong transalpine, Oxfam e Les Amis de la Terre, che hanno pubblicato un rapporto – intitolato “Emissioni di Stato” – redatto in collaborazione con l’università di Oxford. Nel testo, le associazioni spiegano che il carbone rappresenta la prima causa del cambiamento climatico: “Benché la sua combustione non garantisca più del 41 per cento della produzione di energia globale, essa è responsabile del 72 per cento delle emissioni totali”. ....

Un mercato alimentato, dunque, anche dalle due grandi imprese francesi. Per Edf, ancora oggi il carbone rappresenta il 9,1 per cento della propria produzione elettrica mondiale. L’azienda possiede infatti cinque centrali in Cina e undici in Europa: di queste ultime, due (presenti nel Regno Unito) figurano tra le trenta più inquinanti del continente, secondo uno studio realizzato, tra gli altri, dal Wwf e dall’Ufficio Europeo per l’Ambiente. E se il gruppo sta chiudendo alcune centrali a carbone in Francia, riflette al contempo su nuovi investimenti nel settore in Cina e in Europa orientale.

Deposito di carbone in Cina

Allo stesso modo, con trenta centrali sparse in tutto il mondo, Engie emette ogni anno 81 milioni di tonnellate di CO2, e ha di recente vinto un appalto per la costruzione di un nuovo impianto a Thabametsi, in Sudafrica. Un progetto da 1,5 miliardi di euro, accolto con soddisfazione dal presidente François Hollande in persona. Un comportamento che, secondo le Ong, smaschera “l’ipocrisia della Francia, che da una parte moltiplica gli appelli all’azione per lottare contro il cambiamento climatico e, dall’altra, inquina allegramente all’estero con le sue imprese a capitale pubblico”.

02 ottobre 2015

CARBONE E CLIMA : IN FRANCIA IL 10 OTTOBRE GIORNATA DEL CAMBIAMENTO DI BANCA , per le alternative alle BANCHE CLIMATICIDE

Leggi su Greenreport

Carbone e clima: Crédit Agricole non finanzierà più la costruzione della centrale croata Plomin C

Il 10 ottobre giornata del cambiamento di banca, per le alternative alle banche climaticide
[1 ottobre 2015]
Centrale a Carbone Croazia
La mobilitazione degli ambientalisti francesi e croati perché Crédit Agricole uscisse dal progetto della centrale a carbone Plomin C in Croazia ha avuto successo: la banca pubblica francese ha pubblicato dei nuovi criteri per il finanziamento alle centrali a carbone che rendono nullo il mandato che il consiglio della stessa banca aveva dato  meno di un mese fa.
Gli Amici della Terra di Francia e Croazia, Bankwatch e BankTrack sono molto soddisfatti per questa vittoria ma assicurano che continueranno a vigilare su questa politica filo-cabonifera e invitano la società civile a «accrescere la mobilitazione per la fine dei sostegni delle banche al carbone», mentre invitano i clienti delle grandi banche come BNP Paribas «a cambiare banca il 10 ottobre, per dimostrare il loro rifiuto a finanziare indirettamente i cambiamenti climatici.
Les Amis de la Terre France sottolineano che «Crédit Agricole ha pubblicato una nuova politica sulle centrali a carbone che adesso rende certo che la banca non potrà finanziare il progetto di  Plomin C in Croazia. Questa politica arriva meno di un mese dopo la pubblicazione da parte degli Amici della Terra Francia e Croazia, BankTrack e Bankwatch di uno studio che dimostrava l’incompatibilità del progetto con gli stessi standard RSE della banca».
Crédit Agricole rispose immediatamente, il 10 settembre, allo studio degli ambientalisti difendendo strenuamente il suo ruolo nel progetto carbonifero croato, ma dopo 20 giorni ha adottato dei criteri che sconfessano le politiche precedenti. Secondo Lucie Pinson, responsabile della campagna Finance privée/Coface degli Amis de la Terre, «E’ una vittoria in più della società civile contro il sostegno delle banche al carbone e ci complimentiamo per questo passo supplementare da parte della sola banca francese ad aver già smesso con i suoi aiuti alle miniere di carbone»..
Intanto le associazioni ambientaliste un impegno lo hanno preso: «Accentuare la mobilitazione contro gli allievi peggiori, BNP Paribas in Francia, Deutsche Bank in Germania o Morgan Stanley negli Stati Uniti.
Perché è tempo di girare la pagina del carbone e di rifiutare che le banche utilizzino il denaro dei loro clienti per finanziare il cambiamento climatico». Per questo Les Amis de la Terre  chiedono ai client delle grandi banche di aderire il 10 ottobre alla giornata del cambiamento di banca, «Per far valorizzare le alternative alle banche climaticide  ed inviare un segnale: le alternative sono già in cammino e, se i grandi istituti bancari si rifiutano di cambiare, i loro clienti andranno ad affidare i loro soldi a delle banche zero fossil,zero fossili, come la Nef in Francia».

04 giugno 2015

Ieri 3 Giugno importante intervento dell'Avvocato Matteo Ceruti al Parlamento Francese sulla centrale Tirreno Power

Tirreno Power, importante intervento 

per la Rete Fermiamo Carbone 

dell' Avvocato Matteo Ceruti 





Ieri 3 Giugno importante intervento dell'Avvocato Matteo Ceruti al Parlamento Francese sulla centrale Tirreno Power

Alla vigilia del G7 dove il clima sarà all'ordine del giorno, "Friends of the Earth", ieri si è svolto un importante seminario promosso presso il Parlamento Francese e patrocinato da Jean-Paul Chanteguet Presidente della Commissione Sviluppo Sostenibile e della pianificazione territoriale della Assemblea Nazionale, un seminario sul ruolo dello Stato in società energetiche in cui è azionista, come Engie (ex GDF Suez, proprietaria in Italia di metà delle azioni di Tirreno Power).

Nella prestigiosa sede della commissione dell'Assemblea Nazionale, l'Avv. Matteo Ceruti, legale delle associazioni savonesi e nazionali a difesa e tutela dell'ambiente e la salute nei confronti della centrale a carbone di Vado Ligure, è intervenuto (su invito degli organizzatori) sul caso della centrale vadese e sul sequestro dei gruppi a carbone .

Nel corso della dettagliata esposizione dell'Avv Ceruti, le personalità presenti si sono mostrate estremamente interessate all'iter giuridico e scientifico di questo caso italiano, intervenendo con molte domande specifiche di approfondimento riguardo anche alla possibile applicabilità nel contesto francese del procedimento adottato a Vado Ligure.

Leggi anche su WWF

Il caso Vado Ligure approda in Francia


Il caso Vado Ligure approda in Francia
Alla vigilia del G7, in cui il tema clima sarà all'ordine del giorno, il 3 giugno si è svolto un importante seminario "Clima e carbone: il ruolo dello Stato azionista" presso il Parlamento Francese, evento patrocinato da Jean-Paul Chanteguet Presidente della Commissione Sviluppo Sostenibile e della pianificazione territoriale della Assemblea Nazionale. Nel seminario si è dibattuto sul ruolo dello Stato azionista di società energetiche, come ad esempio “Engie” (ex GDF Suez) proprietaria in Italia di metà delle azioni di Tirreno Power. La Francia è dunque il principale socio della società che possiede l’impianto a carbone di Vado Ligure, entrato nell’occhio del ciclone quando, nel marzo 2014, la procura di Savona ha disposto la chiusura dei 2 gruppi a carbone dell’impianto, mettendo sotto inchiesta i manager della società
 per disastro ambientale e omicidio colposo plurimo di più di quattrocento persone decedute per patologie connesse all’inquinamento nell’area di Vado tra il 2000 e il 2007.
Leggi l'articolo intergale

Tratto da Les Amis de la Terre

                            

3 giugno 2015: Seminario "Clima e carbone: il ruolo dello Stato azionista"

.........I testimoni e gli esperti provenienti dalle  aree interessate da gli investimenti nel  carbone di EDF e Engie metteranno in evidenza gli impatti sul clima, le condizioni di vita e di lavoro delle popolazioni locali per  questi progetti, e  si discutera' sui potenziali impatti in Europa  del precedente giuridico costituito dalla chiusura della centrale di Vado Ligure in Italia ,per la  decisione del giudice......


                                     ____________


Tratto  da RECOMMON


LE RESPONSABILITÀ FRANCESI ED ITALIANE NEL CARBONE KILLER DI VADO LIGURE
SCRITTO DA ADMIN IL . 

L'azione di Les Amis de La Terre contro il carbone, 28 aprile 2015. 

[di Antonio Tricarico]
Proteste inusuali hanno avuto luogo martedì scorso all’ingresso dell’assemblea degli azionisti della società energetica francese Gas de France (GDF), il colosso transalpino controllato in parte dal governo francese.
Les Amis de la Terre e altri attivisti e ambientalisti francesi si sono presentati all’ingresso dell’incontro camuffati da Francois Hollande chiedendo di entrare, senza successo. Alla fine del 2014 il presidente francese aveva annunciato, infatti, l’intenzione del governo di metter fine al finanziamento pubblico per gli impianti a carbone nel mondo.
Una decisione di rilievo, presa in vista dell’importante scadenza dei negoziati sul clima del vertice di Parigi del prossimo dicembre. Eppure, tale decisione sembra non applicarsi alle società controllate dall’Eliseo, tra cui la GDF e l’altro colosso francese EDF.
Gli “attivisti Hollande” avrebbero voluto chiedere ai manager della GDF di adeguarsi alla decisione e prestare attenzione alle parole del presidente francese, invece di continuare a investire in impianti a carbone dal Sudafrica alla Polonia.
GDF – il cui nome proprio in questi giorni sta mutando in “Engie” – è anche il principale socio dellaTirreno Power, la società che possiede l’impianto a carbone di Vado Ligure, entrato nell’occhio del ciclone quando nel marzo 2014 la procura di Savona ha autorizzato la chiusura ed il blocco dell’impianto con l’accusa nei confronti dei manager della società di disastro ambientale ed omicidio colposo plurimo di più di quattrocento persone decedute nell’area di Vado tra il 2000 ed il 2007.
La morte di queste persone sarebbe dovuta, secondo i magistrati inquirenti, alle emissioni nocive del carbone bruciato in centrale. Una decisione unica nell’intero panorama giuridico internazionale. A breve è atteso il possibile rinvio a giudizio degli indagati.
In seguito alla chiusura di uno dei suoi principali asset, la Tirreno Power ha acuito la sua già precaria situazione economico-finanziaria. Con grande difficoltà e ritardo sono stati chiusi i bilanci del 2013 i cui certificatori si sono rifiutati di validare. Si è ancora in attesa dei bilanci 2014, dopo che la società lo scorso gennaio è riuscita a strappare un generoso accordo di ristrutturazione del proprio debito pari quasi ad un miliardo di euro con le tre banche creditrici: Unicredit, Mediobanca e BNP Paribas-BNL.
Non è chiaro ad oggi su quale piano industriale le banche abbiano deciso di dare ancora credito alla società, ed in particolare se questa consideri che l’impianto verrà riaperto presto. Un dettaglio non da poco, al punto che – da fonti interne – emerge che i manager di GDF a Parigi sono alquanto preoccupati e, se la situazione non dovesse cambiare, potrebbero anche uscire dall’investimento nella Tirreno Power.
Le banche incalzate da Re:Common ed altre associazioni ambientaliste italiane hanno recentemente declinato di esprimersi sulla vicenda e sulle loro responsabilità in questa, in nome della confidenzialità commerciale (ecco la lettera inviata alle banche, la risposta di Unicredit e la risposta di BNP Paribas)
Peraltro, nel caso di Unicredit, togliendo credibilità alla policy interna che questa banca si sarebbe data da alcuni anni per limitare il suo sostegno alle fonti energetiche più inquinanti e causa dei cambiamenti climatici.
Se Hollande non viene ascoltato dai manager di GDF – e si vedrà se il governo francese avrà il coraggio di pronunciarsi sul caso oppure no – nel caso italiano il governo si pone addirittura il problema di come aiutare la società a riaprire l’impianto a carbone, andando contro gli atti della procura di Savona.
Da più parti è stato chiesto un decreto “apri-Vado” a palazzo Chigi, cavalcando il nefasto precedente dell’Ilva di Taranto. Ma in questo caso è un po’ difficile giustificare che il vecchio impianto di Vado è un asset strategico nazionale, a fronte di un libero mercato dell’energia e soprattutto un eccesso di capacità di generazione elettrica installata in Italia.
In più, la centrale ligure non sarebbe ancora riuscita a rispettare i criteri fissati nella nuova autorizzazione integrata ambientale, mandando in fumo la credibilità della società. Se arrivasse a breve il rinvio a giudizio per i manager della Tirreno Power, l’impianto sarebbe a tutti gli effetti da considerare uno “stranded asset” senza valore e quindi da rottamare. E la magistratura italiana avrà dimostrato di essere molto più sensibile alla salute dei cittadini e alla lotta ai cambiamenti climatici del rottamatore che siede a Palazzo Chigi.

21 maggio 2015

“Emissioni di Stato” -Francia, Hollande sotto accusa: si batte per l’ambiente e costruisce centrali a carbone

Tratto da Lifegate
Francia, Hollande sotto accusa: si batte per l’ambiente e costruisce centrali a carbone

                            François Hollande presidente Francia
Un rapporto di Oxfam e Les Amis de la Terre punta il dito contro Parigi: “Ipocriti: parlano di clima e inquinano il pianeta bruciando carbone”.
Un comportamento che, secondo le Ong, smaschera “l’ipocrisia della Francia, che da una parte moltiplica gli appelli all’azione per lottare contro il cambiamento climatico e, dall’altra, inquina allegramente all’estero con le sue imprese a capitale pubblico”.

La Francia ospiterà tra pochi mesi la conferenza mondiale sul clima Cop21, nel corso della quale al mondo intero sarà chiesto di agire per evitare una catastrofe annunciata. Eppure, la stessa nazione controlla due colossi dell’energia – Edf e Gdf Suez (ribattezzata di recente Engie) – che possiedono quarantasei centrali a carbone in tutto il mondo. Da sole, emettono 151 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno: circa la metà dell’inquinamento totale prodotto dal Paese europeo entro i propri confini.

A denunciare l’incoerenza tra gli atti diplomatici e quelli pratici sono state nei giorni scorsi due Ong transalpine, Oxfam e Les Amis de la Terre, che hanno pubblicato un rapporto – intitolato “Emissioni di Stato” – redatto in collaborazione con l’università di Oxford. Nel testo, le associazioni spiegano che il carbone rappresenta la prima causa del cambiamento climatico: “Benché la sua combustione non garantisca più del 41 per cento della produzione di energia globale, essa è responsabile del 72 per cento delle emissioni totali”. Ciò nonostante, la domanda mondiale della fonte fossile è cresciuta del 3,4 per cento all’anno tra il 2007 e il 2012, secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia, e continuerà ad aumentare fino al 2018.

Un mercato alimentato, dunque, anche dalle due grandi imprese francesi. Per Edf, ancora oggi il carbone rappresenta il 9,1 per cento della propria produzione elettrica mondiale. L’azienda possiede infatti cinque centrali in Cina e undici in Europa: di queste ultime, due (presenti nel Regno Unito) figurano tra le trenta più inquinanti del continente, secondo uno studio realizzato, tra gli altri, dal Wwf e dall’Ufficio Europeo per l’Ambiente. E se il gruppo sta chiudendo alcune centrali a carbone in Francia, riflette al contempo su nuovi investimenti nel settore in Cina e in Europa orientale.
Deposito di carbone in Cina
Allo stesso modo, con trenta centrali sparse in tutto il mondo, Engie emette ogni anno 81 milioni di tonnellate di CO2, e ha di recente vinto un appalto per la costruzione di un nuovo impianto a Thabametsi, in Sudafrica. Un progetto da 1,5 miliardi di euro, accolto con soddisfazione dal presidente François Hollande in persona. 
Un comportamento che, secondo le Ong, smaschera “l’ipocrisia della Francia, che da una parte moltiplica gli appelli all’azione per lottare contro il cambiamento climatico e, dall’altra, inquina allegramente all’estero con le sue imprese a capitale pubblico”.

01 maggio 2015

RECOMMON : LE RESPONSABILITÀ FRANCESI ED ITALIANE NEL CARBONE KILLER DI VADO LIGURE.

Tratto da Recommon

LE RESPONSABILITÀ FRANCESI ED ITALIANE NEL CARBONE KILLER DI VADO LIGURE.

di Antonio Tricarico

Proteste inusuali hanno avuto luogo martedì scorso all’ingresso dell’assemblea degli azionisti della società energetica francese Gas de France (GDF), il colosso transalpino controllato in parte dal governo francese.
Les Amis de la Terre e altri attivisti e ambientalisti francesi si sono presentati all’ingresso dell’incontro camuffati da Francois Hollande chiedendo di entrare, senza successo. Alla fine del 2014 il presidente francese aveva annunciato, infatti, l’intenzione del governo di metter fine al finanziamento pubblico per gli impianti a carbone nel mondo.
Una decisione di rilievo, presa in vista dell’importante scadenza dei negoziati sul clima del vertice di Parigi del prossimo dicembre. Eppure, tale decisione sembra non applicarsi alle società controllate dall’Eliseo, tra cui la GDF e l’altro colosso francese EDF.
Gli “attivisti Hollande” avrebbero voluto chiedere ai manager della GDF di adeguarsi alla decisione e prestare attenzione alle parole del presidente francese, invece di continuare a investire in impianti a carbone dal Sudafrica alla Polonia.
GDF – il cui nome proprio in questi giorni sta mutando in “Engie” – è anche il principale socio dellaTirreno Power, la società che possiede l’impianto a carbone di Vado Ligure, entrato nell’occhio del ciclone quando nel marzo 2014 la procura di Savona ha autorizzato la chiusura ed il blocco dell’impianto con l’accusa nei confronti dei manager della società di disastro ambientale ed omicidio colposo plurimo di più di quattrocento persone decedute nell’area di Vado tra il 2000 ed il 2007.
La morte di queste persone sarebbe dovuta, secondo i magistrati inquirenti, alle emissioni nocive del carbone bruciato in centrale. Una decisione unica nell’intero panorama giuridico internazionale. A breve è atteso il possibile rinvio a giudizio degli indagati.
In seguito alla chiusura di uno dei suoi principali asset, la Tirreno Power ha acuito la sua già precaria situazione economico-finanziaria. Con grande difficoltà e ritardo sono stati chiusi i bilanci del 2013 i cui certificatori si sono rifiutati di validare. Si è ancora in attesa dei bilanci 2014, dopo che la società lo scorso gennaio è riuscita a strappare un generoso accordo di ristrutturazione del proprio debito pari quasi ad un miliardo di euro con le tre banche creditrici: Unicredit, Mediobanca e BNP Paribas-BNL.
Non è chiaro ad oggi su quale piano industriale le banche abbiano deciso di dare ancora credito alla società, ed in particolare se questa consideri che l’impianto verrà riaperto presto. Un dettaglio non da poco, al punto che – da fonti interne – emerge che i manager di GDF a Parigi sono alquanto preoccupati e, se la situazione non dovesse cambiare, potrebbero anche uscire dall’investimento nella Tirreno Power.
Le banche incalzate da Re:Common ed altre associazioni ambientaliste italiane hanno recentemente declinato di esprimersi sulla vicenda e sulle loro responsabilità in questa, in nome della confidenzialità commerciale (ecco la lettera inviata alle banche, la risposta di Unicredit e la risposta di BNP Paribas)
Peraltro, nel caso di Unicredit, togliendo credibilità alla policy interna che questa banca si sarebbe data da alcuni anni per limitare il suo sostegno alle fonti energetiche più inquinanti e causa dei cambiamenti climatici.
Se Hollande non viene ascoltato dai manager di GDF – e si vedrà se il governo francese avrà il coraggio di pronunciarsi sul caso oppure no – nel caso italiano il governo si pone addirittura il problema di come aiutare la società a riaprire l’impianto a carbone, andando contro gli atti della procura di Savona.
Da più parti è stato chiesto un decreto “apri-Vado” a palazzo Chigi, cavalcando il nefasto precedente dell’Ilva di Taranto. Ma in questo caso è un po’ difficile giustificare che il vecchio impianto di Vado è un asset strategico nazionale, a fronte di un libero mercato dell’energia e soprattutto un eccesso di capacità di generazione elettrica installata in Italia.
In più, la centrale ligure non sarebbe ancora riuscita a rispettare i criteri fissati nella nuova autorizzazione integrata ambientale, mandando in fumo la credibilità della società. 
Se arrivasse a breve il rinvio a giudizio per i manager della Tirreno Power, l’impianto sarebbe a tutti gli effetti da considerare uno “stranded asset” senza valore e quindi da rottamare. E la magistratura italiana avrà dimostrato di essere molto più sensibile alla salute dei cittadini e alla lotta ai cambiamenti climatici del rottamatore che siede a Palazzo Chigi.