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21 settembre 2017

Grandi investitori istituzionali alle banche: “Fate di più sul fronte del clima”

Tratto da Lifegate
Cento grandi investitori alle banche: “Fate di più sul fronte del clima”
Un gruppo di investitori istituzionali ha lanciato un appello alle 62 più importanti banche del mondo: “Garantiscano trasparenza sul clima”.

“I grandi gruppi finanziari internazionali devono dimostrarsi in grado di prendere in considerazione seriamente i rischi ambientali legati ai loro investimenti. Devono fornire maggiori informazioni in merito, garantire trasparenza e svelare in che modo intendono limitare i rischi e sfruttare le opportunità legate ai cambiamenti climatici”. È con queste parole che un gruppo di cento grandi investitori si è rivolto, in una lettera aperta, agli amministratori delegati di 62 tra le più importanti banche del mondo.

“Per limitare il riscaldamento globale anche le banche devono cambiare”

Tra i destinatari dell’appello figurano Bank of America, Deutsche Bank, HSBC Holdings, JP Morgan Chase, Mitsubishi UFJ Financial Group, BNP Paribas, Australia and New Zealand Banking Group, Société Générale, Crédit Agricole e Natixis. “I cambiamenti climatici e la transizione verso un modello a basse emissioni generano rischi e opportunità concrete per gli investitori. Soltanto assicurando maggiore trasparenza si può consentire a questi ultimi di poter giudicare e mettere a confronto le performance ambientali di ciascuna banca”, ha spiegato Isabelle Cabie, della società di gestione del risparmio lussemburghese Candriam.
“Limitare la crescita della temperatura media globale a due gradi centigradi entro la fine del secolo implica un cambiamento importante nel nostro modus operandi finanziario ed economico. Per questo vogliamo comprendere in che modo il problema sia affrontato dai massimi dirigenti dei principali gruppi internazionali”, le ha fatto eco Lauren Compere, della società americana Boston Common Asset Management.

“Chi investe nel carbone americano rischia di perdere 104 miliardi di dollari”

Gli investitori citano in particolare uno studio universitario nel quale si sottolinea come gli investimenti rischino perdite comprese tra il 5 ed il 20 per cento del valore complessivo dei portafogli se non si farà abbastanza per ridurre le emissioni di gas ad effetto serra. Un’altra analisi più recente, curata da Carbon Tracker, ha parlato di 2.300 miliardi di dollari di valori di Borsa che potrebbero volatilizzarsi a causa della svalutazione di imprese particolarmente inquinanti, a partire da quelle attive nel settore petrolifero.
Infine, una settimana fa, la stessa ong ha pubblicato un rapporto nel quale si dimostra che gli azionisti delle grandi compagnie dell’energia degli Stati Uniti rischiano di perdere fino a 104 miliardi di dollari. Ciò perché, ad esempio, il 78 per cento delle centrali a carbone americane non sarà più competitivo di qui al 2025.

Servono investimenti colossali per centrare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi

“Il gas a buon mercato e le energie rinnovabili continueranno a erodere il mercato del carbone. Il presidente Donald Trump si è impegnato a rilanciare il settore, ma la realtà è che l’eliminazione progressiva dell’industria carbonifera permetterà di risparmiare miliardi di dollari e di migliorare l’economia statunitense”, ha dichiarato Matthew Gray, co-autore del rapporto, secondo quanto riportato dal magazine francese Novethic.
I firmatari della lettera alle 62 banche indicano infine che, per poter essere certi di centrare gli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi, occorrerà investire non meno di 93mila miliardi di dollari, di qui al 2030. L’equivalente di quello che si prevede possa essere il valore del prodotto interno lordo mondiale di un anno intero, nel 2020.

02 febbraio 2017

Deutsche Bank: non finanzierà più il carbone: «In linea con impegniprevisti dall’accordo di Parigi».Bnp Paribas blocca le centrali acarbone

Tratto da greenreport

Deutsche Bank: non finanzierà più il carbone: «In linea con impegni previsti dall’accordo di Parigi»

La multinazionale tedesca segue l’esempio del Parlamento irlandese
[2 febbraio 2017]
Greenpeace activists climb Berlin Victory Column and demand action on the persistent air pollution in the city. The environmental activists fit the statue with a protective face mask. The banner reads: "Breathless through the city".
Many cities suffer from a massive problem with nitrogen oxide. Nitrogen oxides are mainly caused by diesel motors.
Greenpeace Aktivisten protestieren auf der Berliner Siegessaeule fuer saubere Luft. Aus Protest gegen anhaltend schlechte Stadtluft mit zu hohen Stickoxid Werten setzen die Umweltschuetzer der Siegessaeule eine Atemschutzmaske auf. Das Banner lautet:" Atemlos durch die Stadt."
L’offensiva pro-carbone e fossili di Donald Trump non sembra far breccia nemmeno tra le multinazionali: la Deutsche Bank, prima banca privata tedesca e primo finanziatore dell’industria del  carbone, comprese le centrali elettriche, ha annunciato con un comunicato che «La banca ha rivisto il suo approccio al finanziamento al carbone e ha modificato i propri orientamenti in materia di centrali e miniere di carbone. Deutsche Bank e le sue controllate non concederanno  nuovi finanziamenti per miniere di carbone termico greenfield e per la  costruzione di nuove centrali elettriche a carbone. Inoltre, la banca ridurrà  gradualmente l’esposizione esistente nel settore minerario del carbone termico».
La Deutsche Bank spiega che «Con la firma della Paris Pledge for Action al fianco di oltre 400 organizzazioni pubbliche e private, la banca ha accolto con favore l’accordo universale sul clima realizzato  al 2015 Climate Summit 2015 a Parigi. Questo sottolinea l’impegno della banca a proteggere il clima e a  contribuire agli obiettivi generali stabiliti dall’accordo di Parigi, per limitare il riscaldamento globale a 2 gradi al di sopra dei livelli pre-industriali».
Il 26 gennaio, il  Dáil Éireann, la Camera bassa dell’Oireachtas (il Parlamento irlandese), aveva votato a grande maggioranza – con l’eccezione dei nazionalisti del Fine Gael – il Fossil Fuel Divestment Bill,  una legge che prevede il disinvestimento dai combustibili fossili, a cominciare dal fondo sovrano dell’Eire, che vale  oltre  8 miliardi di euro, investito in carbone, petrolio e gas. Ora la legge dovrà essere esaminata dalle commissioni del Parlamento irlandese.
Continua a leggere qui 

Tratto da Italia oggi

Bnp Paribas blocca le centrali a carbone


Lo stato francese ha emesso, con successo, le sue prime obbligazioni verdi per finanziare progetti per il risparmio energetico, e ora le banche francesi continuano a prendere impegni per lottare contro il riscaldamento climatico. Dopo Natixis, il Crédit agricole e la Société générale, anche Bnp Paribas ha deciso di non finanziare più nuove centrali a carbone nel mondo e dal 2015 ha raddoppiato gli investimenti nelle energie rinnovabili (15 miliardi di euro nel 2020).

La banca seleziona le società alle quali accordare crediti sulla base di alcuni requisiti, primo fra tutti la presenza di una strategia di diversificazione o la riduzione della produzione delle centrali a carbone in linea con le ambizioni del proprio paese. In un anno sono state 40 le società cui l'istituto francese ha negato i finanziamenti (in Polonia e nei paesi asiatici) perché non soddisfacevano questi requisiti. ....

11 dicembre 2015

MARINA FORTI:PARIGI: CONFLITTO D’INTERESSE SUL CLIMA

Tratto da TERRATERRAONLINE

il blog di Marina Forti


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PARIGI: CONFLITTO D’INTERESSE SUL CLIMA


MarinaForti-bigPolluters
Chiamiamolo conflitto d’interesse. La Conferenza delle Nazioni unite sul clima in corso a Parigi è un affare costoso, come tutti i consessi dell’Onu: e almeno il 20 per cento di questo costo è finanziato da alcune grandi aziende, per lo più del settore dell’energia. Niente male: la conferenza che discute come frenare il cambiamento del clima ed evitare che diventi una catastrofe irreversibile per l’umanità è sponsorizzata dall’industria che più di tutte è direttamente coinvolta nel cambiamento del clima, cioè l’industria energetica; sappiamo tutti ormai che bruciare combustibili fossili è la prima fonte dei gas di serra che riscaldano l’atmosfera terrestre.
Anche le aziende sono corresponsabili della ricerca di soluzioni sul clima, si dirà. Il punto però è quali aziende, e cosa ne ottengono in cambio ...........
Tra gli sponsor di Parigi ad esempio troviamo Engie (già Gaz de France-Suez), Suez Environment, il gruppo bancario Bnp Paribas, Energie de France. Si da il caso che Engie sia proprietaria di 30 centrali a carbone sparse per il mondo (tra cui quella di Vado Ligure, oggi chiusa per ordine della magistratura); in generale produce buona parte della sua energia con nucleare e combustibili fossili (solo il 5% con fonti rinnovabili). Bnp Paribas investe in Canada nelle sabbie bituminose, una delle fonti più controverse per il suo impatto ambientale. Anche Edf possiede una quindicina di centrali a carbone – sto citando l’analisi pubblicata da un gruppo di Ong ambientaliste francesi.
Sponsorizzare la Conferenza sul clima, da parte di grandi inquinatori, è quello che gli ambientalisti chiamano greenwashing, darsi una facciata “verde”? Sì, certo, ma non solo: è anche lotta ideologica, interessi privati nelle politiche pubbliche. Vediamo perché.
“Sapevamo dell’impatto dei combustibili fossili ma l’abbiamo pubblicamente negato”: false pubblicità affisse a Parigi
L’organizzazione non governativa Corporate Accountability International (Cai), che si batte per la trasparenza delle grandi aziende multinazionali, ha analizzato i nessi tra le aziende sponsor, i decisori politici e le istituzioni internazionali e sostiene che la Conferenza di Parigi è diventata sede di un discreto lavoro di lobby: attraverso i negoziati informali che si tengono fuori dalle sedi plenarie per «facilitare» gli accordi, o attraverso le decine di «eventi collaterali» in cui le aziende presentano «innovazioni di mercato» ai problemi ambientali, e cose simili. Così il mondo delle imprese influenza i negoziati a proprio favore.
La vulgata è che le industrie devono contribuire alla soluzione del problema, impegnarsi nella transizione energetica, eccetera eccetera. Spesso gli eventi collaterali sono presentati come «forum pubblici di indirizzo politico», anche se presenziano aziende e governi mentre hanno ben poco spazio le reti della società civile organizzata presenti a Parigi: proprio quelle che rappresentano chi sta già pagando il prezzo di inquinamento e cambiamento del clima.
Insomma: industrie embedded nei negoziati – mentre organizzazioni ambientaliste e reti sociali ne sono escluse, a quanto denuncia un’organizzazione come Friends of the Earth International (a dire la verità, anche i negoziatori dei Paesi meno potenti e più vulnerabili lamentano di essere esclusi dai negoziati veri). Tenute a distanza anche fisica: non è la prima conferenza Onu in cui ciò accade, anche se questa volta ad appesantire la tensione ci sono le misure anti-terrorismo adottate a Parigi dopo la strage di novembre.
La presenza delle imprese nei corridoi dei negoziati del resto non è una novità, e riflette una tendenza ormai affermata: è almeno un decennio che conferenze Onu affidano a «partnership pubblico-privato» le politiche per il clima (ma questo vale anche per altri campi di intervento che dovrebbe essere pubblico, dagli aiuti internazionali per lo sviluppo alla sanità o l’istruzione). È un progetto ideologico e politico: gli Stati delegano le politiche pubbliche all’intervento (e ai finanziamenti) privati; il principio di coinvolgere le «parti sociali» è diventata ricerca di «soluzioni di mercato», di collaborazione tra«mercato e ambiente».
In una nota da Parigi, il magazine americano The Nation commenta: «Chi inquina paga, ma non dovrebbe anche governare».
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Marina Forti

TERRATERRAONLINE

04 dicembre 2015

Attribuiti i Pinocchio Climate awards a Chevron, Edf e Bnp Paribas. Due sono sponsor della Cop21.

Tratto da Greenreport

I Pinocchio climate awards a Chevron, Edf e Bnp Paribas. Due sono sponsor della Cop21

Greenwashing, fracking, carbone e nucleare: le motivazioni dei “premi” alle multinazionali
[4 dicembre 2015]
EDF pinocchio 1
I poco ambiti Pinocchio Climate Awards – Prix Pinocchio du Climat, organizzati ogni anno da Amis de la Terre France insieme a CRID e Peuples Solidaires-Action Aid France, vogliono denunciare la responsabilità di alcune grandi imprese nell’indebolimento delle politiche climatiche e l’impatto delle loro attività sulle comunità locali.  
I tre vincitori di quest’anno sono stati ancora una volta scelti con una votazione on-line durata un mese sul sito  www.prix-pinocchio.org alla quale hanno partecipato circa 43.000 persone e I risultati sono stati annunciati a Parigi, dove è in corso la Conferenza delle parti Unfccc, creando non poco imbarazzo, visto che due dei “vincitori” sono sponsor ufficiali della COP21. Infatti le tre categorie del Pinocchio Climate Awards  se le sono aggiudicate a Chevron, Edf e BNP Paribas.
BNP-Paribas, uno degli sponsor della COP21, ha ricevuto il premio pinocchio «per il suo sostegno finanzirio all’industria del carbone dappertutto nel mondo, in particolare ad enormi centrali in Sudafrica e in India».
L’altro sponsor della COP21, Edf «si è distinta per la sua campagna pubblicitaria mirante a fare del nucleare una “energia pulita” e per i suoi investimenti nelle energie fossili: l’impresa detiene 16 centrali a carbone nel mondo, tra le quali alcune delle più inquinanti d’Europa].
Juliette Renaud, responsabile della campagna Responsabilité sociale et environnementale des entreprises degli Amis de la Terre France ha sottolineato che « Tanto BNP-Paribas che Edf continueranno asd investire massicciamente nelle energie fossili e nel nucleare, faranno parte del problema, non della soluzione. Votando per questi due sponsor della COP21, i cittadini hanno dimostrato di non farsi ingannare dalle loro menzogne che inquinano i negoziati e minano la possibilità di pervenire a un accordo ambizioso ed equo sul clima.  E’ anche un appello al governo francese ad essere coerente e a prendere delle misure urgenti e concrete per una vera transizione energetica che sia giusta, senza energie fossili né nucleare».......
 Poi, tra i 9 peggiori c’è anche un altro sponsor ufficiale della COP21, Engie, «per i suoi investimenti nelle energie fossili».
Les Prix Pinocchio du Climat lancia un paella ai governi perché «Siano prese  delle misure concrete per mettere fine all’impunità della quale oggi beneficiano le grandi imprese, mettendo in atto dei regolamenti obbligatori, come la proposta di legge francese sul dovere di vigilanza delle multinazionali ed i negoziati Onu riguardanti un trattato internazionale obbligatorio sulle multinazionali e i diritti umani».

02 ottobre 2015

CARBONE E CLIMA : IN FRANCIA IL 10 OTTOBRE GIORNATA DEL CAMBIAMENTO DI BANCA , per le alternative alle BANCHE CLIMATICIDE

Leggi su Greenreport

Carbone e clima: Crédit Agricole non finanzierà più la costruzione della centrale croata Plomin C

Il 10 ottobre giornata del cambiamento di banca, per le alternative alle banche climaticide
[1 ottobre 2015]
Centrale a Carbone Croazia
La mobilitazione degli ambientalisti francesi e croati perché Crédit Agricole uscisse dal progetto della centrale a carbone Plomin C in Croazia ha avuto successo: la banca pubblica francese ha pubblicato dei nuovi criteri per il finanziamento alle centrali a carbone che rendono nullo il mandato che il consiglio della stessa banca aveva dato  meno di un mese fa.
Gli Amici della Terra di Francia e Croazia, Bankwatch e BankTrack sono molto soddisfatti per questa vittoria ma assicurano che continueranno a vigilare su questa politica filo-cabonifera e invitano la società civile a «accrescere la mobilitazione per la fine dei sostegni delle banche al carbone», mentre invitano i clienti delle grandi banche come BNP Paribas «a cambiare banca il 10 ottobre, per dimostrare il loro rifiuto a finanziare indirettamente i cambiamenti climatici.
Les Amis de la Terre France sottolineano che «Crédit Agricole ha pubblicato una nuova politica sulle centrali a carbone che adesso rende certo che la banca non potrà finanziare il progetto di  Plomin C in Croazia. Questa politica arriva meno di un mese dopo la pubblicazione da parte degli Amici della Terra Francia e Croazia, BankTrack e Bankwatch di uno studio che dimostrava l’incompatibilità del progetto con gli stessi standard RSE della banca».
Crédit Agricole rispose immediatamente, il 10 settembre, allo studio degli ambientalisti difendendo strenuamente il suo ruolo nel progetto carbonifero croato, ma dopo 20 giorni ha adottato dei criteri che sconfessano le politiche precedenti. Secondo Lucie Pinson, responsabile della campagna Finance privée/Coface degli Amis de la Terre, «E’ una vittoria in più della società civile contro il sostegno delle banche al carbone e ci complimentiamo per questo passo supplementare da parte della sola banca francese ad aver già smesso con i suoi aiuti alle miniere di carbone»..
Intanto le associazioni ambientaliste un impegno lo hanno preso: «Accentuare la mobilitazione contro gli allievi peggiori, BNP Paribas in Francia, Deutsche Bank in Germania o Morgan Stanley negli Stati Uniti.
Perché è tempo di girare la pagina del carbone e di rifiutare che le banche utilizzino il denaro dei loro clienti per finanziare il cambiamento climatico». Per questo Les Amis de la Terre  chiedono ai client delle grandi banche di aderire il 10 ottobre alla giornata del cambiamento di banca, «Per far valorizzare le alternative alle banche climaticide  ed inviare un segnale: le alternative sono già in cammino e, se i grandi istituti bancari si rifiutano di cambiare, i loro clienti andranno ad affidare i loro soldi a delle banche zero fossil,zero fossili, come la Nef in Francia».

16 luglio 2015

BANK TRACK: L' appello perché le banche finanzino la transizione energetica e non l’economia fossile

Tratto da Greenreport
Quit Coal
Un appello perché le banche finanzino la transizione energetica e non l’economia fossile

Cambiamenti climatici, l’industria del carbone (e le banche) all’assalto del 
Summit di Parigi
Il 20% dei soldi necessari per organizzare la Conferenza arrivano da multinazionali che vendono o utilizzano abbondantemente combustibili fossili
[16 luglio 2015]

L’industria del carbone è la più grande fonte di emissioni di CO2, il gas serra che sta cambiando il clima del nostro pianeta  e che rischia di innescare una serie di impatti devastanti per la vita della Terra così come la conosciamo.  Secondo BankTrack e gli altri promotori dell’appello/petizione “Banks, do the Paris pledge to quit coal”, «Siamo in grado di porre fine alla nostra dipendenza dal carbone, ma dobbiamo farlo in fretta.
 Un modo per raggiungere questo obiettivo è che le banche la smettano di finanziare questa industria. Facciamo appello a tutte le banche perché si impegnino  pubblicamente ad  eliminare gradualmente i finanziamenti per l’industria del carbone e che lo facciano prima del prossimo vertice sul clima di Parigi.

Il problema è che, come scriveva già a maggio Rinnovabilil.it il 20% dei 170 milioni di euro necessari per organizzare la Conferenza delle parti Unfccc di Parigi arriveranno da finanziamenti privati e che la Francia ha già stilato una prima lista di queste aziende partner “amiche” tra le quali ci sono  Engie (ex GDF Suez), EDF, Renault-Nissan, Suez Environment, Air France, FESR, Axa, BNP Paribas, Air France, LVMH, Ikea. 
Alcune di queste multinazionali vendono o utilizzano abbondantemente combustibili fossili, «Brand che negli anni sono diventati un simbolo dell’inquinamento e della violazione dei diritti – scrive Rinnovabilil.it . EDF è il maggior produttore mondiale di energia nucleare, Engie e BNP Paribas investono corposamente nel carbone,Suez Environnement ha intentato causa all’Argentina per 380 milioni di euro perché Buenos Aires aveva annullato il contratto di gestione privata dell’acqua, e oggi gestisce le acque reflue del fracking».
La petizione on-line “Banks, do the Paris pledge to quit coal”  riprende l’allarme di Ong come Friends of the Earth, Attac France, Corporate Europe Observatory, WECF, 350.org, Greenpeace sul nuovo greenwashing  delle  multinazionali alla Cop21 Unfccc e chiede alla banche di fare il “Giuramento di Parigi”.
Infatti sono proprio le banche a fornire un sostegno economico vitale all’industria del carbone in crisi. ««Proprio così – dicono quelli di BankTrack – le banche che la maggioranza di noi utilizza ogni giorno stanno alimentando la crisi climatica canalizzando centinaia di miliardi di dollari per un settore che è ormai in crisi e ha i giorni contati!» Ecco perché la petizione chiede a tutte le banche di impegnarsi pubblicamente a disinvestire gradualmente dal carbone.
Se è vero che il carbone è in crisi in molti paesi, dal 2000 la sua produzione mondiale è cresciuta del 69%, 7,9 miliardi di tonnellate all’anno e questo ha portato anche ad un aumento dei finanziamenti (a volte nascosti) da parte delle banche. Nel recente rapporto “Boom and Bust  – TRACKING THE GLOBAL COAL PLANT PIPELINE” ColaSwarm e Sierra Club, spiegano che dal gennaio 2010  nel mondo è stata proposta la costruzione di  2.177 impianti a carbone e molti sono in corso di progettazione o in fase di costruzione. Se queste centrali a carbone entreranno in servizio  grazie ai  finanziamenti bancari, la Cop21 Unfccc di Parigi è destinata al fallimento.

Secondo il rapporto “The End of Coal? – 2015 Coal Finance Report Card”, di  BankTrack,  Rainforest Action Network e Sierra Club, le banche private hanno un ruolo importante finanziando l’industria del carbone: «Tra il 2005 e l’aprile 2014, 93 banche di tutto il mondo, hanno fornito più di 500 miliardi di dollari di finanziamenti all’industria del carbone» e non c’è ancora alcun segno di calo «In realtà, tra il 2005 e il 2013 le banche hanno aumentato i loro finanziamenti al carbone». Dato che mobilitano enormi capitali nell’industria energetica, le banche stanno continuando a sostenere modelli energetici vecchi basati sui combustibili fossili, mentre potrebbero contribuire davvero molto a realizzare la necessaria transizione verso un’economia low carbon.

BankTrack ritiene che proprio per il ruolo centrale che hanno, le banche dovrebbero aiutare finanziariamente la transizione energetica, «spostando rapidamente il loro portafoglio energetico dai combustibili fossili al finanziamento dell’efficienza energetica e delle energie rinnovabili. 

Questa  transizione deve iniziare con un impegno pubblico di smetterla con il carbone»

01 maggio 2015

RECOMMON : LE RESPONSABILITÀ FRANCESI ED ITALIANE NEL CARBONE KILLER DI VADO LIGURE.

Tratto da Recommon

LE RESPONSABILITÀ FRANCESI ED ITALIANE NEL CARBONE KILLER DI VADO LIGURE.

di Antonio Tricarico

Proteste inusuali hanno avuto luogo martedì scorso all’ingresso dell’assemblea degli azionisti della società energetica francese Gas de France (GDF), il colosso transalpino controllato in parte dal governo francese.
Les Amis de la Terre e altri attivisti e ambientalisti francesi si sono presentati all’ingresso dell’incontro camuffati da Francois Hollande chiedendo di entrare, senza successo. Alla fine del 2014 il presidente francese aveva annunciato, infatti, l’intenzione del governo di metter fine al finanziamento pubblico per gli impianti a carbone nel mondo.
Una decisione di rilievo, presa in vista dell’importante scadenza dei negoziati sul clima del vertice di Parigi del prossimo dicembre. Eppure, tale decisione sembra non applicarsi alle società controllate dall’Eliseo, tra cui la GDF e l’altro colosso francese EDF.
Gli “attivisti Hollande” avrebbero voluto chiedere ai manager della GDF di adeguarsi alla decisione e prestare attenzione alle parole del presidente francese, invece di continuare a investire in impianti a carbone dal Sudafrica alla Polonia.
GDF – il cui nome proprio in questi giorni sta mutando in “Engie” – è anche il principale socio dellaTirreno Power, la società che possiede l’impianto a carbone di Vado Ligure, entrato nell’occhio del ciclone quando nel marzo 2014 la procura di Savona ha autorizzato la chiusura ed il blocco dell’impianto con l’accusa nei confronti dei manager della società di disastro ambientale ed omicidio colposo plurimo di più di quattrocento persone decedute nell’area di Vado tra il 2000 ed il 2007.
La morte di queste persone sarebbe dovuta, secondo i magistrati inquirenti, alle emissioni nocive del carbone bruciato in centrale. Una decisione unica nell’intero panorama giuridico internazionale. A breve è atteso il possibile rinvio a giudizio degli indagati.
In seguito alla chiusura di uno dei suoi principali asset, la Tirreno Power ha acuito la sua già precaria situazione economico-finanziaria. Con grande difficoltà e ritardo sono stati chiusi i bilanci del 2013 i cui certificatori si sono rifiutati di validare. Si è ancora in attesa dei bilanci 2014, dopo che la società lo scorso gennaio è riuscita a strappare un generoso accordo di ristrutturazione del proprio debito pari quasi ad un miliardo di euro con le tre banche creditrici: Unicredit, Mediobanca e BNP Paribas-BNL.
Non è chiaro ad oggi su quale piano industriale le banche abbiano deciso di dare ancora credito alla società, ed in particolare se questa consideri che l’impianto verrà riaperto presto. Un dettaglio non da poco, al punto che – da fonti interne – emerge che i manager di GDF a Parigi sono alquanto preoccupati e, se la situazione non dovesse cambiare, potrebbero anche uscire dall’investimento nella Tirreno Power.
Le banche incalzate da Re:Common ed altre associazioni ambientaliste italiane hanno recentemente declinato di esprimersi sulla vicenda e sulle loro responsabilità in questa, in nome della confidenzialità commerciale (ecco la lettera inviata alle banche, la risposta di Unicredit e la risposta di BNP Paribas)
Peraltro, nel caso di Unicredit, togliendo credibilità alla policy interna che questa banca si sarebbe data da alcuni anni per limitare il suo sostegno alle fonti energetiche più inquinanti e causa dei cambiamenti climatici.
Se Hollande non viene ascoltato dai manager di GDF – e si vedrà se il governo francese avrà il coraggio di pronunciarsi sul caso oppure no – nel caso italiano il governo si pone addirittura il problema di come aiutare la società a riaprire l’impianto a carbone, andando contro gli atti della procura di Savona.
Da più parti è stato chiesto un decreto “apri-Vado” a palazzo Chigi, cavalcando il nefasto precedente dell’Ilva di Taranto. Ma in questo caso è un po’ difficile giustificare che il vecchio impianto di Vado è un asset strategico nazionale, a fronte di un libero mercato dell’energia e soprattutto un eccesso di capacità di generazione elettrica installata in Italia.
In più, la centrale ligure non sarebbe ancora riuscita a rispettare i criteri fissati nella nuova autorizzazione integrata ambientale, mandando in fumo la credibilità della società. 
Se arrivasse a breve il rinvio a giudizio per i manager della Tirreno Power, l’impianto sarebbe a tutti gli effetti da considerare uno “stranded asset” senza valore e quindi da rottamare. E la magistratura italiana avrà dimostrato di essere molto più sensibile alla salute dei cittadini e alla lotta ai cambiamenti climatici del rottamatore che siede a Palazzo Chigi.