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10 maggio 2019

USA: negli ultimi 2 anni chiuse 50 centrali a carbone

Tratto da rinnovabili.it

USA: negli ultimi 2 anni chiuse 50 centrali alimentate a carbone

  • Secondo l’associazione ambientalista Sierra Club, negli USA aumenta il numero di impianti a combustione fossile che chiudono i battenti a dispetto del sostegno al settore spesso proclamato da Donald Trump

centrale carbone usaDal 2010, sono 289 le centrali a carbone che hanno fermato le attività; 241 quelle rimaste in funzione


(Rinnovabili.it) – Negl’ultimi due anni sono state chiuse 50 centrali energetiche alimentate a carbone negli Stati Uniti: il dato è stato diffuso ieri dall’associazione ambientalista Sierra Club.
Dall’insediamento di Donald Trump alla presidenza degli States, 50 centrali hanno terminato le operazioni, mentre per altri 51 impianti alimentati ad energia fossile è prevista la chiusura nei prossimi anni: numeri in controtendenza con le dichiarazioni a sostegno dell’industria carbonifera effettuate a più riprese dal tycoon.

Solo in questa settimana hanno annunciato la prossima chiusura due stabilimenti energetici alimentati a carbone, uno in Florida e un altro nello Utah: in complesso, dal 2010, sono 289 le centrali alimentate dalla combustione del carbone che hanno terminato le attività negli Stati Uniti, con un calo di capacità del settore pari al 40%.

Ad oggi, le centrali alimentate da carburanti fossili ancora attive su suolo statunitense sono ancora 241, tuttavia, rispetto al 2008, quando toccò il suo apice storico, la produzione di carbone a stelle e strisce risulta diminuita di 1/3. Da quando Trump guida gli USA, ha avviato l’attività solo una centrale energetica alimentata a carbone, alcune settimane fa, in Alaska.Continua qui

23 marzo 2018

EndCoal :Carbone: spirale discendente, ma.....

Tratto da QualEnergia

Carbone: spirale discendente, ma il peso complessivo resta elevato

Nel mondo si progettano e costruiscono sempre meno centrali a carbone, mentre si dismettono quelle più vecchie, perché il boom delle fonti rinnovabili a costi competitivi sta mettendo in difficoltà la generazione elettrica con i combustibili fossili.
Secondo il nuovo rapporto diffuso dalla campagna EndCoal, che a sua volta riunisce decine di organizzazioni, tra cui Greenpeace e Sierra Club, la capacità globale installata nel carbone inizierà a calare intorno al 2022, quando la potenza ritirata dal mercato supererà quella dei nuovi impianti entrati in attività nei vari paesi.
Intanto, evidenzia il documento Boom and Bust 2018: Tracking the Global Coal Plant Pipeline , le centrali a carbone completate in un anno sono diminuite del 28% nel confronto tra gennaio 2017 e lo stesso mese del 2018, come riassume la tabella seguente.
La riduzione è ancora più marcata nel paragone 2016-2018 (-34%).
Allo stesso modo, gli impianti di cui è iniziata la costruzione nei dodici mesi precedenti, a gennaio 2018 erano il 29% in meno rispetto alla rilevazione di gennaio 2017, si parla infatti di quasi 46 GW contro 65 GW.
Anche la nuova potenza annunciata da governi e utility è in discesa: poco più di 174 GW all’inizio di quest’anno, contro 248 GW dodici mesi prima (-29%).
La potenza cumulativa in funzione però è leggermente salita, +2% anno-su-anno.
Dalla metà degli anni duemila, prosegue il rapporto, è aumentata la tendenza a dismettere unità a carbone, come chiarisce il grafico sotto. Nel periodo 2015-2017, ad esempio, hanno smesso di funzionare impianti per un totale di circa 94 GW, con il picco massimo storico di ritiri registrato nel 2015.
Stati UnitiCina e Gran Bretagna – i link riportano agli approfondimenti di QualEnergia.it sui rispettivi mix energetici – sono i paesi che hanno eliminato il maggior numero di centrali “sporche” negli ultimi tre anni. Molti sono anche i progetti congelati in diverse aree geografiche.
L’India, si legge nel rapporto, che tra 2006 e 2017 ha aggiunto 152 GW di carbone, per la prima volta lo scorso anno ha installato più capacità rinnovabile che nuova potenza termoelettrica.
Gli investitori privati stanno abbandonando questo combustibile fossile, difatti ci sono oltre 17 GW di stabilimenti a carbone il cui sviluppo è stato bloccato per mancanza di fondi.....

09 gennaio 2018

Rainews :Stati Uniti Bocciato il piano di Trump per il rilancio delle centrali a carbone.

Stralcio da Rainews
Stati Uniti Bocciato il piano di Trump per il rilancio delle centrali a carbone. 

Esultano gli ambientalisti La Federal Energy Regulatory Commission (Ferc) ha detto no al piano presentato dal Segretario all'Energia, Rick Perry. Diventa così più difficile salvare l'industia del carbone come aveva promesso Trump in campagna elettorale -Schiaffo al presidente Donald Trump della Federal Energy Regulatory Commission (Ferc) che ha bocciato il suo piano di salvataggio per l'industria del carbone. L'authority Usa per l'energia, composta da commissari bipartisan nominati dal presidente e confermati dal Senato, ha respinto all'unanimita' il piano di sussidi alle centrali elettriche, come quelle a carbone o nucleari, che mantengono scorte di carburante sul sito per 90 giorni. ....- 
Festeggiano gli attivisti per il clima. "L'annuncio odierno della Ferc e' un ritorno alla realta' dopo mesi di pressioni degli executive miliardari del carbone e del nucleare...per il salvataggio illegale dei loro impianti non economici", ha osservato in una nota Mary Anne Hitt, direttore della campagna "oltre il carbone" di Sierra Club. "E' una vittoria per i consumatori, per il libero mercato e per l'aria pulita", ha dichiarato l'ex sindaco di New York, Michael Bloomberg, inviato dell'Onu per il cambiamento climatico.  
Leggi tutto su Rainews

08 settembre 2017

UN OLEODOTTO BLOCCATO PER RAGIONI AMBIENTALI NEL SUD EST DEGLI USA da una corte d’appello

Tratto da www.green.it

UN OLEODOTTO BLOCCATO PER RAGIONI AMBIENTALI NEL SUD EST DEGLI USA

oleodotto bloccato per ragioni ambientali

Un oleodotto bloccato per ragioni ambientali. Questa è la notizia e non farebbe troppo rumore se non provenisse dall’America di Trump. La notizia è arrivata nell’ultima decade di agosto e la decisione è state presa da una corte d’appello della costa est.

Oleodotto bloccato per ragioni ambientali

La motivazione sta tutta nelle appena cinque parole del titoletto qui sopra. Oleodotto e ragioni ambientali.Un’equazione che da tanto, troppo, tempo… da sempre potremmo dire… per molti rappresenta qualcosa di estremamente pericoloso, ma per altri qualcosa di totalmente innocuo. Considerando che gli Stati Uniti non sono il comune di Fiumicino, potremmo quasi dire che (magari soltanto negli States) sia in corso da decenni una guerra sociale e culturale intorno alla pericolosità degli oleodotti e dei lavori che intorno a essi ruotano.

Approvazione respinta

La corte d’appello ha respinto l’approvazione che era stata data dal governo federale e di fatto ha bloccato un progetto che prevedeva l’installazione di un oleodotto negli Stati Uniti Orientali. La motivazione della corte d’appello? Semplice: preoccupazione circa il possibile impatto sul cambiamento climatico. Di fatto, quindi, ci troviamo davanti a un caso di oleodotto bloccato per ragioni ambientali. Ci sono gli stremi per un precedente?
Ragionando sull’impatto climatico…
Nella sentenza, la corte d’appello del District of Columbia Circuit ha rilevato delle lacune nel lavoro svolto dalla Commissione federale di regolamentazione dell’energia (FERC). Questa commissione, a dire della corte, non avrebbe analizzato correttamente l’impatto climatico derivante dalla combustione del gas naturale che, secondo il progetto, sarebbe poi stato fornito alle centrali elettriche.

Quando si dice… Fare giurisprudenza

La sentenza è significativa perché va a dare man forte agli argomenti già utilizzati dagli ambientalisti per combattere la costruzione di nuovi oleodotti e va anche a rafforzare un concetto già espresso in altre circostanze, ovvero che nell’ambito della legge nazionale sulla politica ambientale, la legge che disciplina tutte le valutazioni ambientali delle decisioni federali deve tener conto dei cambiamenti climatici e delle emissioni di gas a effetto serra. Non può evidentemente ignorare la realtà dei fatti e lo stato dell’arte delle cose.

Un oleodotto per la Florida

In questo caso specifico dell’oleodotto bloccato per ragioni ambientali siamo nel sud-est degli Stati Uniti. Lo scopo dell’oleodotto sarebbe stato quello di portare gas in Florida per alimentare le centrali elettriche esistenti. Una volta presentato il progetto il Sierra Club, un gruppo di ambientalisti, ha citato in giudizio il FERC dopo che aveva dato il nulla osta sui lavori… ed eccoci così alla sentenza.

Misure serra…

La partita si gioca intorno alla misurazione delle emissioni di gas serra. La quantificazione di queste consentirebbe all’agenzia di confrontare le emissioni del progetto con le emissioni di altri progetti e poi con quelle totali dello Stato o della regione o con degli obiettivi di controllo regionali o nazionali.

No controlli, no oleodotto

Senza questi confronti incrociati, è difficile immaginare come potrebbe sbloccarsi la situazione. E probabilmente non lo farà, almeno fino a quando non saranno prese delle decisioni in merito. La decisione del tribunale ribalta l’approvazione federale del progetto e restituisce quindi il problema al mittente, cioè il FERC a cui spetta ora l’onere di completare l’analisi e fornire al tribunale e ai cittadini i dati necessari per comprendere le quantità di gas a effetto serra che deriverebbero dall’oleodotto.
 Non si tratta di una notizia particolarmente spettacolare, ma potrebbe rappresentare l’inizio di un piccolo cambiamento. E il fatto che avvenga (come detto) in un’America sempre più autarchica e “Trumpiana” depone a favore di questa quanto mai coraggiosa decisione della corte d’appello del district of Columbia.

22 marzo 2017

Dopo 10 anni di espansione per le centrali a carbone: crollo senza precedenti negli ultimi 12 mesi

  • Tratto da rinnovabili.it
  •  Dopo 10 anni di espansione la capacità totale di energia dal carbone in sviluppo nel mondo è crollata nel 2016: previste nuove centrali per 65GW, il 60% in meno di un anno fa

(Rinnovabili.it) – Dopo 10 anni di espansione senza precedenti, la capacità totale di energia dal carbone in sviluppo nel mondo è crollata nel 2016. A fare da traino sono stati i due colossi asiatici, India e Cina, ma la situazione è generalizzata. Lo afferma il report Boom and Bust 2017 pubblicato oggi, a cui hanno lavorato Coalswarm, Greenpeace e Sierra Club.
Secondo i dati raccolti da queste organizzazioni, e riportati nel database Global Coal Plant Tracker, il calo si è verificato in modo piuttosto consistente a prescindere dallo stadio di sviluppo delle centrali a carbone, siano esse in fase di pianificazione preliminare o in piena costruzione. Nello specifico, nell’ultimo anno sono stati congelati quasi il 50% in più degli impianti in attività di pre-costruzione e il 62% in più di quelli in fase di avvio dei lavori. Un significativo 19% in più di stop anche per le centrali che erano in piena fase di installazione. Il computo finale parla chiaro: a gennaio 2017 la capacità totale globale in fase di installazione era di 570 GW rispetto ai 1.090 GW di 12 mesi prima. All’inizio di quest’anno erano in programma altre nuove centrali a carbone per 65 GW, quasi due terzi in meno rispetto al 2016 quando ammontavano a 170 GW.

Il grosso dello stop è dovuto a India e Cina. I due colossi hanno decretato il congelamento di oltre 100 progetti nell’anno passato, e a gennaio 2017 Pechino ha bloccato una nuova tranche di altri 100 progetti, lasciando sperare che il trend possa continuare anche in futuro. A livello globale le dismissioni stanno inoltre procedendo ad un ritmo senza precedenti. Nell’ultimo biennio sono state chiuse centrali per 64 GW soprattutto in UE e negli USA.
Il rallentamento globale, sostengono gli autori del rapporto, apre alla possibilità concreta di mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli pre-industriali, come stabilito dall’Accordo di Parigi. Ciò non significa che molto deve ancora essere fatto: per centrare l’obiettivo bisognerebbe accelerare le dismissioni, in particolare nei paesi che storicamente rivestono il ruolo di grandi inquinatori, vale a dire su tutti USA e Cina.

30 marzo 2016

Rinnovabili .Andrà perso il trilione di dollari investito nel carbone

Tratto da Rinnovabili.it

Andrà perso il trilione di dollari investito nel carbone

Quasi 1.000 miliardi sono stati investiti in nuovi impianti a carbone. Ma potrebbe trattarsi di soldi che l’industria non riavrà mai indietro
Andrà perso il trilione di dollari investito nel carbone
(Rinnovabili.it) – Per l’Università di Oxford, il carbone è uno degli investimenti più rischiosi del mondo. Lo ha capito la Scozia, che ha chiuso l’ultimo impianto la scorsa settimana davanti a un tripudio di giornalisti. Secondo un nuovo rapporto dell’organizzazione Sierra Club, redatto insieme a Greenpeace e CoalSwarm, un trilione di dollari investiti nel settore potrebbero finire nella spazzatura a causa delle nuove preoccupazioni nei confronti del cambiamento climatico.

Circa 1.500 nuove centrali a carbone sono in fase di costruzione o pianificazione in tutto il mondo, ma la generazione elettrica da combustibili fossili è diminuita negli ultimi anni, spiega il dossier. In Cina, gli impianti esistenti sono utilizzati solo per il 50% del tempo, mentre l’uso del carbone sembra in calo e 250 nuove installazioni sono state bloccate in metà delle province del Paese.

Il settore del carbone è stato duramente colpito dalla crescente regolamentazione per frenare il riscaldamento globale e tagliare l’inquinamento atmosferico. Anche i nuovi allarmi del mondo scientifico, che sta tentando di sensibilizzare i governi in merito al pochissimo tempo rimasto prima che avvenga l’irreparabile, giocano un ruolo nell’aumento delle preoccupazioni. Infine, il crollo dei prezzi delle energie rinnovabili sta mettendo fuori mercato il combustibile più inquinante.

Andrà perso il trilione di dollari investito nel carbone 2«Questa ricerca rivela che centinaia di miliardi potrebbero essere sprecati in centrali a carbone non necessarie – ha detto Ted Nace, direttore di CoalSwarm – Ma non c’è in gioco solo il denaro. Il tempo stringe per la transizione all’energia pulita».

Il calcolo delle ONG prende in esame 981 miliardi di investimenti in centrali a carbone, ipotizzando che non tutte verranno realizzate. Per definire il trend, sono stati utilizzati i tassi di implementazione dei progetti registrati negli ultimi 5 anni in ciascuna regione del mondo dove i nuovi impianti sono stati progettati. Il rapporto determina i potenziali impatti solo sulla spesa in conto capitale.
In gran parte, secondo il report, questo denaro non potrà essere recuperato: la cifra supera di una volta e mezza l’importo che l’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) ritiene necessario per porre fine alla povertà energetica di 1,2 miliardi di persone. Con il miglioramento della legislazione sul clima da un lato, e le proteste pubbliche per gli impatti sanitari dall’altro, l’industria deve trovare al più presto la via della riconversione. 
O gli azionisti delle compagnie potrebbero andare incontro a pesanti perdite.

Tratto da  Meteoweb
Le compagnie energetiche mondiali potrebbero sprecare mille miliardi di dollari in investimenti in nuove centrali a carbone. 
A dirlo è un nuovo rapporto stilato dai gruppi ambientalisti Sierra ClubGreenpeace eCoalSwarm. Nonostante la quantità di elettricità generata dal carbone sia diminuita per due anni di fila, l’industria ignora il trend e continua a costruire nuove centrali a carbone“, si legge nel report. Al momento vengono costruiti impianti in grado di produrre 338 gigawatt di energia. Nel complesso sono circa 1.500 le centrali che le compagnie vogliono creare nonostante i governi mondiali si siano voluti impegnare a ridurre le emissioni di CO2.
Gli investimenti sono stimanti in 981 miliardi di dollari. Le emissioni generate dalle centrali a carbone sono del 150% più alte rispetto al livello sostenibile per limitare l’aumento delle temperature globali entro i 2°C come stabilito dal summit dell’Onu sul clima. Ciò significa che la maggior parte degli impianti esistenti e pianificati dovranno essere chiusi ben prima della fine del loro ciclo di vita“. 

27 marzo 2016

SIERRA CLUB :" TTIP e TPP, le armi segrete dei grandi inquinatori "


Tratto da Qualenergia 

Trivelle, trattati e TTIP: 

la parola ai cittadini


Il 17 aprile 2016 si vota. Tutta la cittadinanza sarà chiamata alle urne per esprimersi sul quesito referendario contro una modifica del Codice dell'Ambiente che favorisce le trivelle. Cioè le attività di estrazione petrolifera al largo delle coste, che secondo una modifica dell'ultima legge di Stabilità possono prolungare la loro concessione all'infinito, anziché avere una durata "solo" di trent'anni.
La questione va inquadrata in un contesto più vasto. Le attività di estrazione di materie prime (miniere, petrolio, e simili) sono fra quelle più remunerative nel panorama attuale: la rivista statunitense Fortune collocava il settore al vertice, superato solo da servizi legali e altri servizi per il mondo del business.
Al tempo stesso si tratta di alcune delle pratiche più inquinanti che esistano, che generalmente causano forte attrito con le popolazioni e autorità locali. Queste se cedono, tendono a “vendere cara la pelle” con sostanziosa riscossione di compensi e con un certo grado di garanzie sulla vigilanza e tutela dei danni alla salute umana e agli ecosistemi. Fra tali esigenze e le aspettative di profitto si tende a creare una dialettica politica.
La Legge di Stabilità approvata a fine 2015, che completa logicamente la visione dello Sblocca-Italia, è una indubbia vittoria dei settori dei lobbisti legati ai potentati economico-finanziari più forti. Il referendum e i comitati attivi rappresentano la risposta di cittadini, società civile e forze ecologiste e anticorporative.
Fare capire agli attivisti e all'uomo della strada la connessione fra le regolazioni dell'ambiente e tutto il retroterra di conseguenze (mari inquinati, salute umana minacciata, animali ammalati, ambiente contaminato) e dei complessi accordi di carattere giuridico-legale è una impresa dura. Ma va tentata.
Dall'estate del 2013 l'Unione europea e gli USA sono impegnati in un complesso negoziato destinato a diventare (per loro) la NATO del commercio: il TTIP, più sempicemente “Accordo Transatlantico”.
Parallelamente, una fitta rete di comitati ed attivisti è impegnata a contrastarlo, facendo opera di divulgazione del suo reale significato. Una volta spiegate le sue implicazioni le persone tendono spostarsi, inferocite, su posizioni di contrarietà oltranzista. Immaginiamo che ci sarà un motivo per cui i media ne parlano così poco – o, meglio, quasi mai.
Il Trattato è forse la cosa più importante che stia succedendo in Europa, eppure una consegna del silenzio pare essere calata sull'informazione ufficiale.
Nelle numerose assemblee e interventi pubblici, le persone rimangono particolarmente basite quando vengono a sapere che lo Stato potrebbe essere portato in tribunale da una multinazionale che non gradisce una legge fatta a tutela dei cittadini. Lo Stato? In tribunale? Ma com'è possibile? E chi gli dà questo potere? Sarà una fantasia complottista?
No. È vero, invece.
La sigla che corrisponde a tale questione è ISDS: Investor-State Dispute Settlement (Risoluzione delle controversie investitore-Stato). Si tratta di accordi di tutela degli investitori esteri che nel caso di leggi o provvedimenti “sgraditi” possono trascinare gli Stati presso organismi di arbitrato sovranazionali.....
Nel caso in cui ciò avvenga la multinazionale di turno annuncia allo Stato qual è il foro arbitrale in cui si dovrà tenere il giudizio, e quello deve difendersi. Si costituisce quindi una sorta di tribunale privatistico, composto da esperti di diritto commerciale che nella cornice legale dell'arbitrato medesimo (che viene scelto dall'azienda stessa), in mancanza di un accordo può dare multe piuttosto salate allo Stato colpevole; la Russia è stata condannata a pagare circa 50 miliardi di dollari.
Tali tribunali, oltre che godere di uno splendido isolamento giuridico (le norme inerenti a diritti umani, diritto del lavoro, dell'ambiente e simile non hanno valenza vincolante) sono piuttosto opachi e poco trasparenti.
Chi li difende indica il fatto che lo Stato non perde tento spesso, in fondo. Ma il dato è falsato: accanto ai casi in cui effettivamente la difesa trionfa e la multinazionale torna a casa a mani vuote, ci sono quelli in cui tutto si conclude con un “accordo amichevole”.
Che significa che il governo ha ceduto ed ha pagato in parte la somma richiesta come remunerazione. A volte non ci sono nemmeno i dati per cui non è dato sapere di quali somme si stia parlando. È altamente possibile che di alcuni arbitrati in corso non si abbia nemmeno notizia, perché non ci sono regole restrittive sulla trasparenza e pubblicità di essi, la qual cosa in ogni civiltà giuridica sarebbe considerata oltraggiosamente illegittima.
Teoricamente le corti arbitrali non possono modificare le leggi ma solo obbligare al pagamento dei danni....
In realtà l'entità dei risarcimenti è tale da scoraggiare l'approvazione di leggi che possano dar luogo a controversie legali o spingere alla loro cancellazione.
Come evidenzia una ricerca del 2013 dell'Institute for Policy Studies  di Washington, il numero di arbitrati in materia di ambiente e risorse naturali è drammaticamente in crescita. 

Già adesso la difesa dell'ambiente da profitti e speculazioni non è delle più facili; con l'adozione del TTIP la strada già molto impervia si farebbe drammaticamente in salita.
(Articolo originariamento pubblicato sul blog Zeroviolenza.it,
Qui l'articolo integrale
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Tratto da Rinnovabili.it

Il nuovo rapporto di Sierra Club

TTIP e TPP, le armi segrete dei  grandi inquinatori

  • Gli accordi sul commercio e gli investimenti TTIP e TPP consegnano un potere mai visto alle compagnie fossili più grandi (e cattive) del mondo
TTIP e TPP le armi segrete dei grandi inquinatori 2

(Rinnovabili.it) – Si chiamano TTIP e TPP. Due sigle che indicano altrettanti accordi internazionali sul commercio e gli investimenti estremamente pericolosi per l’ambiente e il clima. Lo afferma un nuovo rapporto dell’ONG Sierra Club che sostiene quanto segue: se approvati dal Congresso statunitense, questi trattati potrebbero fornire ai 50 più grandi inquinatori del mondo gli strumenti per denunciare i governi presso tribunali privati, qualora decidessero di adottare leggi o regolamenti che scoraggiano i combustibili fossili.

Con il TTIP e il TPP, tutti i divieti recentemente introdotti dal governo per quanto riguarda il fracking sui terreni pubblici o l’estrazione di petrolio offshore potrebbero essere ritirati. Un tema che non riguarda soltanto gli Stati Uniti, ma anche l’Europa e l’Italia, che il 17 aprile si reca alle urne per il referendum sulle trivelle in mare
Gli eventuali esiti positivi per la consultazione potrebbero essere polverizzati dal TTIP, l’accordo di libero scambio USA-Ue, che Bruxelles e Washington vogliono chiudere entro l’estate. Allo stesso modo, il recente divieto di perforare al largo della costa atlantica degli Stati Uniti varato da Obama, potrebbe saltare a causa del TPP, l’accordo tra USA e 11 Paesi del Pacifico.

TTIP e TPP le armi segrete dei grandi inquinatoriL’asso nella manica delle aziende, in questi patti tra nazioni, è la clausola ISDS (Investor-State Dispute Settlement): essa consente agli investitori di un Paese, che operano entro i confini di un altro contraente, di muovere causa presso corti private ed opache al governo che approva regole o divieti in conflitto con i loro programmi di business.

Gli studi legali che bazzicano questi tribunali internazionali, più potenti di qualsiasi corte ordinaria e della stessa Corte di europea di Giustizia, stanno consigliando alle grandi multinazionali del petrolio, del gas e del carbone di utilizzare la clausola ISDS degli accordi commerciali per contrastare politiche indesiderate. 
Molto spesso, infatti, i privati hanno la meglio sugli Stati in queste cause arbitrali, ricavandone risarcimenti anche multimiliardari.
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Nessun precedente accordo commerciale, avverte Sierra Club, ha dato diritti così ampi alle società con interessi tanto forti nel voler conservare la dipendenza degli Stati dai combustibili fossili.

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