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23 aprile 2017

......Ma per le trivelle è pronto un regalo da 300 milioni di euro

Tratto da Greenreport

Il Senato chiede un fisco più verde, ma per le trivelle è pronto un regalo da 300 milioni di euro

La programmazione economica del Paese sta vivendo giorni di frenetica convulsione. Il Documento di economia e finanza (Def) è stato approvato dal governo l’11 aprile, ma attende ancora di ottenere il via libera – in calendario per il 26/4 – del Parlamento; nel mentre anche la manovra correttiva dei conti pubblici messa in piedi per rispettare i vincoli europei attende di essere formalizzata. Il numero degli articoli contenuti nel decreto si allunga (siamo a quota 68), ma la quadra sui numeri non si trova. C’è grande affanno nel raggiungere i richiesti 3,4 miliardi di euro, ma in compenso una manina ha inserito nel decreto la volontà di garantire l’esenzione Imu e Tasi delle piattaforme petrolifere e gasiere presenti nei mari italiani, il contrario di quanto stabilito a suo tempo dalla Corte di Cassazione. In ballo ci sono oltre 300 milioni di euro che farebbero molto comodo alle casse pubbliche, eppure.
Ieri è stata la stessa commissione Ambiente del Senato, analizzando il Def e relativi allegati, a chiedere che venga fatto un passo indietro, in nome dell’equità e del buon senso: «Sarebbe necessario rivedere la proposta ipotizzata per la manovra correttiva circa la detassazione con effetto retroattivo, agli effetti Imu e Tasi delle piattaforme di estrazione idrocarburi ubicate nei mari territoriali, in quanto si tratta di fabbricati iscrivibili nel catasto edilizio urbano quindi assoggettabili a tutti gli effetti ai tributi comunali sugli immobili. La detassazione di tali immobili comporterebbe infatti un enorme danno finanziario per i Comuni coinvolti con conseguenze gravi per le entrate già programmate a copertura di servizi essenziali e investimenti».
Ma da Palazzo Madama arriva la richiesta di modifiche più radicali al Def, cui pure è stato assicurato il via libera da parte della commissione Ambiente: «Andrebbe prevista nell’ambito del Pnr (Piano nazionale di riforma, ndr) una revisione della politica fiscale ambientale poiché, come evidenziato dalla Relazione della Commissione europea per Paese del 2016, l’Italia, pur presentando uno dei livelli più alti di tassazione ambientale nell’Unione europea , non ha provveduto a implementare una revisione organica della politica fiscale ambientale. Tale dato è stato altresì confermato dalla Relazione del 2017. Sarebbe auspicabile, in questo contesto normativo, prendere in considerazione le raccomandazioni contenute nel capitolo 5 del Catalogo dei sussidi ambientalmente favorevoli e dei sussidi ambientalmente dannosi 2016, con specifico riferimento alle raccomandazioni sulle esenzioni delle accise sui carburanti, che da sole rappresentano un valore di circa 3,4 miliardi di euro (ovvero l’interno importo della manovra fiscale richiesta dall’Ue, ndr). La loro revisione, unita ad una graduale riduzione, apporterebbe indubbi benefici sia alle finanze pubbliche sia all’ambiente».

18 giugno 2016

Greenpeace:La Croazia chiude i suoi mari a trivelle e petrolieri

Tratto da greenpeace
La Croazia chiude i suoi mari a trivelle e petrolieri
Sì, perché di mare qui si parla: la Croazia ha deciso, chiude definitivamente le sue acque ai petrolieri. Parola del ministro per l’Economia Tomislav Panenić: «La maggioranza dei cittadini è contraria all’estrazione di petrolio in Adriatico. Il turismo è molto più importante e questo progetto (riferendosi ai piani di estrazione idrocarburi dai fondali croati, ndr) è semplicemente inaccettabile». 
Poche righe che fanno calare il sipario sul miraggio fossile dei croati e, con esso, su uno dei più goffi argomenti usati nel nostro Paese per legittimare le trivellazioni: “Se lo fanno i nostri vicini, perché non possiamo farlo anche noi?”. Che la Croazia avesse già da mesi bloccato ogni piano di sfruttamento energetico dei suoi mari era cosa nota. Eppure, durante la campagna referendaria dei mesi scorsi, la grancassa governativa e lobbistica ha continuato a raccontare di un Adriatico che sarebbe comunque stato perforato in ogni dove, a pochi chilometri da casa nostra.
Non è semplice esterofilia, dicevamo, ma un confronto elementare e trasparente, tra opzioni economiche ancor prima che ambientali. I croati hanno fatto due conti, capito che i cittadini non volevano consegnare i mari alle multinazionali delle fossili e verificato che il turismo può generare molta più ricchezza.
In realtà la situazione italiana non è dissimile. Malgrado il risultato negativo del referendum – da tarare rispetto ai livelli correnti di partecipazione al voto, oramai ai minimi, nonché alla campagna di sabotaggio messa in campo da Renzi e petrolieri – tutti i sondaggi rilevano che anche nel nostro Paese la maggioranza della popolazione è contraria allo sfruttamento delle riserve offshore; e il settore del turismo si è schierato in maniera pressoché univoca contro le trivelle. Sarebbe tuttavia ora che questo settore facesse qualcosa di più: chi ricava profitti soprattutto dalla bellezza dei nostri paesaggi e dall’integrità dei nostri mari e dei nostri ecosistemi in generale, dovrebbe essere impegnato a promuovere l’alternativa energetica, investendo convintamente in rinnovabili ed efficienza. E dovrebbe avere alleato un governo che favorisca questi investimenti. Ma questo in Italia non sta avvenendo.
Nel 2015 le rinnovabili in Italia hanno ridotto la loro produzione assoluta, rispetto al 2014, del 9,6 per cento. Non sappiamo di altri Paesi – almeno tra quelli più sviluppati – in cui le fonti pulite invece di crescere calano di produzione. E dove a contrarsi sono i Terawattora verdi e a crescere sono quelli termoelettrici di gas e carbone. E pensare che, proprio nei giorni che precedevano il 17 aprile, Renzi aveva dichiarato che nel giro di due anni porterà in Italia le rinnovabili al 50 per cento…
Intanto quanto accade dimostra per l’ennesima volta alcune semplici cose. Che dietro la difesa dello 0,8 per cento del fabbisogno petrolifero nazionale e del 2-3 per cento di quello del gas – sì, queste misere quantità erano la posta in gioco nel referendum del 17 aprile – non vi era alcuna strategia di difesa dell’occupazione, ma solo l’obiettivo di non far pagare alle compagnie petrolifere lo smantellamento di impianti vecchi, inquinanti, improduttivi. Inoltre, è definitivamente assodato che ai nostri vicini di casa l’epopea di un’economia morente come quella del petrolio non interessa. Non sono tanto sciocchi da consegnarsi a decenni di occupazione “fossile” dei propri mari, che sono probabilmente l’asset strategico principale dell’economia croata. E noi italiani?
La partita sulle trivelle, spiace per Palazzo Chigi, non è affatto chiusa. Tutt’altro. 

15 aprile 2016

DOMANI 17 APRILE SI VOTA PER FERMARE LE TRIVELLE IN MARE.

  •                 Clicca qui per scaricare le slides sul referendum

  • Tratto da  Rinnovabili.it
    Abbiamo la possibilità di invertire 

  • la rotta, non sprechiamola
    di Mauro Spagnolo


  • Il referendum del 17 aprile è un’importante occasione per imprimere un’accelerazione alla lenta trasformazione del modello energetico nazionale. Votare non è mai “una bufala”, ma espressione di democrazia. Dimostriamolo
(Rinnovabili.it) – Questa è la quarta volta nella storia della Repubblica che i cittadini italiani sono chiamati ad esprimersi con un referendum che investe il tema dell’energia........
Domenica 17 aprile, la battaglia metterà nel mirino gli idrocarburi e le trivelle che li estraggono dal mare. Ma l’obiettivo generale è lo stesso: cambiare un modello energetico ancora disperatamente aggrappato ai combustibili fossili, per guardare una volta per tutte al futuro, quello basato su un modello energetico che garantisca la salute e la qualità della vita dei cittadini, un modello che inevitabilmente passa dall’uso dell’energia rinnovabile e dell’efficienza energetica.

È lodevole il lavoro di controinformazione dal basso che è riuscito a penetrare il muro di gomma delle istituzioni, per tentare di abbattere totem ben più “sacri” dell’atomo: il petrolio e il gas. Mai quanto oggi, infatti, l’energia fossile è sotto accusa, segno che milioni di persone hanno a cuore le sorti dell’ambiente e del futuro dell’umanità. La forza di questo movimento referendario risiede nella capacità di unire le questioni locali – come l’estrazione degli idrocarburi entro le 12 miglia dalle coste italiane – a quelle più transnazionali del cambiamento climatico innescato dal riscaldamento globale. Il nesso è fortissimo, eppure in gran parte del pianeta ancora non viene percepito. 

L’Italia, nel suo piccolo, sta contribuendo ad aprire nuove strade, a costruire un’idea di mondo in cui la globalizzazione dei diritti va anteposta alla globalizzazione del commercio.

Risultati immagini per trivelle referendum 

La resistenza dei gruppi di potere legati ai combustibili fossili sono strenue: lo dimostra, nel contesto italiano, la campagna denigratoria allestita dal governo e dall’industria. Dati apocalittici sul crollo occupazionale e strategicità della produzione nazionale di idrocarburi sono i cavalli di battaglia del blocco composto da contrari e astensionisti. Che arrivano perfino a ventilare timori (in caso di vittoria dei Sì) per un eventuale aumento delle importazioni da luoghi del mondo presidiati di gruppi terroristici. Tutte affermazioni facilmente smentibili, a cominciare dai dati sull’occupazione. Secondo Assomineraria, il referendum – che punta a restituire una data di scadenza certa alle concessioni in acque territoriali – mette in pericolo 10 milaposti di lavoro. Secondo la FIOM sarebbero meno di 100. Il dato sembra più ragionevole, dal momento che le 92 strutture entro le 12 miglia (tra piattaforme, teste di pozzo e strutture di supporto attive e non) sono gestite quasi totalmente da remoto. Stesso discorso per la strategicità delle risorse italiane: dalle acque territoriali si produce il 9,1% del totale nazionale di petrolio, che sui consumi incide per un misero 0,8%. In pratica, lo importiamo già oggi quasi tutto. Anche per il gas, le percentuali cambiano poco: entro le 12 miglia si produce il 27% del totale nazionale, che copre appena il 3% dei consumi complessivi.
La bilancia energetica, in conclusione, non verrebbe sconvolta dalla vittoria dei Sì. 
Al contrario, l’esito positivo della consultazione sarebbe un chiaro messaggio per il governo: i posti di lavoro vanno creati e preservati nelle energie pulite. Un pensiero va al mondo dell’eolico, che ha perso 4 mila occupati nel 2015 a causa delle politiche disincentivanti dell’esecutivo.
Abbiamo la possibilità di dare un segnale per invertire la rotta. Non sprechiamola. 

14 aprile 2016

Cervelli contro trivelle: l’appello di 50 professori e scienziati italiani per il Sì al referendum del 17 aprile

Tratto da grennreport

Cervelli contro trivelle: l’appello di 50 professori e scienziati italiani per il Sì al referendum

Tutte le ragioni del voto: energetiche, economiche, occupazionali, ambientali, etiche e culturali

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Il prossimo 22 aprile capi di Stato e di governo convocati dal Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki-moon, firmeranno, per renderlo definitivamente operativo, l’Accordo di Parigi, risultato dell’ultima Conferenza delle Parti (COP 21) della Convenzione Quadro ONU sui Cambiamenti Climatici tenutasi a Parigi lo scorso dicembre. L’accordo è stato raggiunto all’unanimità da 195 paesi più l’Unione Europea e rappresenta l’avvio definitivo del passaggio dai combustibili fossili (petrolio, carbone, gas responsabili principali del cambiamento climatico oggi in atto) alle energie rinnovabili, all’efficienza e al risparmio energetico e a tutte le straordinarie innovazioni presenti in questo campo nonché allo stimolo scientifico e tecnologico per produrne di nuove.

Tutta la comunità scientifica internazionale è consapevole che non si può continuare sulla strada della dipendenza dalle fonti fossili e che l’inazione costituisce il rischio peggiore che non fa che aggravare la situazione attuale.Tutto il mondo deve investire in un nuovo modello energetico e tutti, istituzioni, settore privato e società civile, devono essere attori del cambiamento.

In questo quadro non ha alcun senso per un paese come l’Italia insistere con investimenti per continuare con l’estrazione di petrolio e gas, anzi riteniamo che questa azione rappresenti ormai un danno.

Innanzitutto perché l’utilizzo delle fonti fossili provoca inevitabilmente l’aggravarsi dei cambiamenti climatici con effetti nefasti sui territori, sulla salute, sulla sicurezza delle popolazioni, e una crescita costante dei costi per riparare ai danni conseguenti.

Ma ci sono anche precise ragioni energetiche, economiche, occupazionali, ambientali, etiche e culturali che ci obbligano a sottolineare che è interesse di tutti muoversi con lungimiranza e determinazione verso una società sempre più libera dall’utilizzo dei combustibili fossili.

Le ragioni energetiche
Il quantitativo di petrolio e di gas naturale fornito al nostro Paese dalle piattaforme entro le 12 miglia non supera rispettivamente lo 0,9% ed il 3% dei consumi nazionali.
Una quantità irrisoria, anche perché il consumo dei combustibili fossili è in continuo calo (- 22% di gas e -33% di petrolio negli ultimi 10 anni), grazie al boom delle fonti rinnovabili (idroelettrico, fotovoltaico, eolico, geotermico, biomasse) che hanno già contribuito a cambiare il sistema energetico italiano ed oggi coprono il 40% della domanda elettrica. Questa è la vera risorsa del paese sulla quale investire concretamente e che ci permetterà di ridurre sempre più la dipendenza energetica dall’estero e di fornire un contributo alla lotta ai cambiamenti climatici.
La sfida oggi è certamente rappresentata dalla transizione energetica. Per avviarsi su questa strada serve però conoscere i problemi nella loro complessità, conoscere le potenzialità della ricerca e delle nuove tecnologie.  Serve ad esempio sapere che già oggi si produce elettricità in Italia con impianti a biogas che garantiscono il 7% dei consumi e che il potenziale per il biometano, che può essere immesso in rete, è in Italia di oltre 8 miliardi di metri cubi: il 13% del fabbisogno nazionale e oltre quattro volte la quantità di gas estratta nelle piattaforme oggetto del referendum.
Le ragioni economiche
Il successo delle rinnovabili in Italia ha ridotto drasticamente il prezzo dell’energia elettrica, ben prima che i prezzi del petrolio crollassero, portando concorrenza nel mercato, riduzione delle bollette (dove, per sfatare un altro mito, ovvero che le rinnovabili sarebbero pagate  care in bolletta, va detto che gli incentivi alle rinnovabili pesano solo per lo 0,3% nel bilancio di una famiglia media italiana), miglioramento della bilancia energetica e aprendo una nuova importantissima filiera industriale. Oggi tutto sta cambiando: le rinnovabili costituiscono il presente ed il futuro dello sviluppo e rappresentano la prima voce di investimento nel mondo, mentre le fonti fossili rappresentano il passato e gli investimenti in questo settore sono crollati e il 35% delle compagnie petrolifere, secondo l’ultimo rapporto della società di consulenza Deloitte, è ad alto rischio di fallimento già a partire dal 2016, con un debito accumulato complessivamente di 150 miliardi di dollari.
Inoltre, al contrario di quanto si dice, le estrazioni petrolifere non rappresentano una risorsa significativa per le casse dello Stato, anche perché le società godono di royalties tra le più basse al mondo e franchigie molto vantaggiose.
Le ragioni occupazionali
Il tema occupazionale è un tema delicato e importante, ma va affrontato senza intenti propagandistici, sapendo che la transizione energetica porterà inevitabilmente a una grande ristrutturazione industriale. Al di là del balletto delle cifre, a cui abbiamo assistito in queste settimane, le stime ufficiali (fonte Isfol) riguardanti l’intero settore di estrazione di petrolio e gas in Italia parlano di 9mila impiegati in tutta Italia e 3mila nelle piattaforme oggetto del referendum. Parliamo di un settore già in crisi da tempo, indipendentemente dal referendum, per la riduzione dei consumi nazionali di gas e petrolio e la mancanza di una seria politica energetica nazionale. Se vince il Sì, le piattaforme non chiuderanno il 18 aprile ma saranno ripristinate le scadenze delle concessioni rilasciate, esattamente come previsto prima della Legge di Stabilità 2016. Lo smantellamento obbligatorio delle piattaforme, inoltre, potrà creare nuova occupazione.  Piuttosto, per le politiche volute dagli ultimi governi ed aggravate dal governo Renzi, nel 2015 si sono persi circa 4 mila posti nel solo settore dell’eolico e 10mila in tutto il comparto. L’unico modo per garantire un futuro occupazionale duraturo è quello di investire in innovazione industriale e in una nuova politica energetica. Tutte le previsioni parlano di un settore delle rinnovabili in espansione, che in Italia potrebbe generare almeno 100mila posti di lavoro al 2030, cioè circa il triplo di quanto occupa oggi Fiat Auto in Italia.
Le ragioni ambientali
Le attività di ricerca e di estrazione di idrocarburi possono avere un impatto rilevante sull’ecosistema marino e costiero. L’attività stessa delle piattaforme può rilasciare sostanze chimiche inquinanti e pericolose, come olii, greggio (nel caso di estrazione di petrolio), metalli pesanti o altre sostanze contaminanti (anche nel caso di estrazione di gas), con gravi conseguenze sull’ambiente circostante. Va poi considerato che i mari italiani sono mari “chiusi” e un eventuale incidente sarebbe fonte di danni incalcolabili.
Inoltre la ricerca di gas e petrolio, che utilizza la tecnica dell’airgun, può incidere in particolar modo sulla fauna marina e su attività produttive come la pesca. Infine da non sottovalutare è il fenomeno della subsidenza nell’Alto Adriatico, per il quale l’estrazione di gas sotto costa resta il principale contributo antropico che causa la perdita di volume del sedimento nel sottosuolo generando un abbassamento della superfice topografica, che accresce l’impatto delle mareggiate e delle piene fluviali e l’erosione costiera, con perdita di spiaggia ed effetto negativo sulle attività turistiche rivierasche.
Le ragioni etiche e culturali
Invitare all’astensione in una consultazione democratica è sempre un atto di irresponsabilità civile e politica, che non può che aggravare la grande malattia delle democrazie contemporanee: l’astensione dilagante. Inoltre questo referendum, al di là del significato letterale del quesito, e del rapporto con i ricorrenti fenomeni di corruzione, che sono emersi di nuovo in questi giorni, chiede di assumerci una personale responsabilità per il futuro del nostro paese sul fronte dei cambiamenti climatici e del futuro di noi tutti: la produzione di idrocarburi ci fa rimanere legati a un sistema energetico ormai obsoleto che causa l’alterazione delle dinamiche del sistema climatico . Un problema su cui il nostro governo ha un atteggiamento schizofrenico, perché da un lato sottoscrive accordi internazionali e si impegna a perseguire le politiche Europee sulla transizione energetica, dall’altro, però, continua a sostenere, sul fronte interno, le lobby delle società petrolifere boicottando le rinnovabili e favorendo le trivellazioni.

Per tutte queste ragioni il voto del 17 aprile ha un significato importantissimo: siamo chiamati a dire se vogliamo continuare una politica energetica basata sugli idrocarburi e legata al passato o se vogliamo che l’Italia si incammini senza incertezze lungo la strada della transizione energetica alle rinnovabili.

Votiamo sì perché vogliamo che il governo intraprenda con decisione la strada della transizione energetica per favorire la ricerca e la diffusione di tecnologie e fonti energetiche che ci liberino dalla dipendenza dai combustibili fossili.

Leggi i firmtari su Greenreport

09 aprile 2016

REFERENDUM TRIVELLE VOTA SI :Il petrolio prima ancora che l’ambiente inquina la democrazia

SI per una ITALIA che con coraggio guarda al futuro e programma un paradigma energetico diverso, fatto non solo di energia pulita, ma di coscienze pulite.....

Tratto da Il Fatto Quotidiano

Referendum Trivelle, dieci motivi per andare a votare e votare sì        


Il petrolio prima ancora che l’ambiente inquina la democrazia
            
Non avrei mai immaginato che questo referendum aprisse una così violenta discussione sul tema petrolio in Italia o che venissero fuori tutti questi scandali, uno più deprimente dell’altro per chiunque ami l’Italia. 
Essenzialmente predico tutte queste cose da anni, ma questa così grande macchina organizzativa per taroccare i controlli, per mentire alla gente, per farci soldi sopra, con la più totale incuranza per l’ambiente, il pianeta, la gente è veramente strabiliante.
I petrolieri hanno giocato con i polmoni, con il mare, con la fiducia degli italiani e questo da solo è un motivo forte per votare  il giorno 17 aprile 2016.

Gli altri li elencherò fra qualche paragrafo. Ma è quanto di più meschino e antidemocratico invitare la gente all’astensionismo come cercano di fare in molti ............... Quale che sia stato l’iter di questo referendum siamo adesso chiamati alle urne, e occorre andare a votare per non sprecare i 3-400 milioni di euro che questo referendum costerà. Vincere sperando che non si raggiunga il quorum è uno schiaffo al vivere civile e a tutti quelli che hanno dato la vita, generazioni fa, per darci il suffragio universale.
Il quesito è sulla durata temporale delle trivelle. Le concessioni adesso durano 30 anni con possibilità di proroga fino all’esaurimento del giacimento. Il referendum vuole che, per il futuro e per le sole concessioni entro le 12 miglia, una volta scaduti questi 30 anni, non possano esserci proroghe. Il quesito riguarda una ventina di concessioni della Edison e dell’Eni che “scadranno” fra il 2017 e il 2027. Sono in Adriatico (Emilia Romagna, Marche e Abruzzo), in Sicilia e nel mar Ionio (Calabria). Di queste concessioni una è unicamente a petrolio, Rospo Mare in Abruzzo, le altre sono tutte a gas o miste. Le piattaforme fuori dalle 12 miglia non sono interessate.
Il voto è un voto simbolico. 
I quesiti iniziali erano sei, ma di questi cinque sono stati cancellati, grazie a sgambetti più o meno aperti da parte del governo. Hanno una gran paura del voto. Oltre a cancellare cinque quesiti su sei, hanno pure deciso di non voler incorporare il voto con le amministrative di giugno, sperando nell’astensionismo. Essendo un voto simbolico, anche l’espressione del voto deve essere simbolico. Non votiamo per trenta o trentuno anni di trivelle. Votiamo per dire al governo che tipo di Italia vogliamo. Una Italia fossile, che si ancora stretta stretta al passato, con tutte questa petrol-molassa di morte, di ministri, di amanti, di bugie, o una Italia che con coraggio guarda al futuro e programma un paradigma energetico diverso, fatto non solo di energia pulita, ma di coscienze pulite.
Non è vero che non si può. I perdenti, i vecchi dentro, quelli che hanno le mani in pasta, dicono che non si può. L’uomo è più intelligente dei buchi. Se abbiamo messo un uomo sulla luna possiamo anche portare sulla terra sole e vento per fare tutto quello che facciamo con il petrolio, senza avvelenare nessuno.  Lo so. E’ la storia che ce lo dice.

08 aprile 2016

SPEZIAVIADALCARBONE. Stop ai veleni, al carbone e alle trivelle: SÌ CAMBIA ENERGIA



A poco più di una settimana dal referendum del 17 Aprile  - per dire NO alle trivelle e SÌ a un nuovo modello di produzione e gestione dell'energia  - si intensifica l'azione dei comitati e delle associazioni che, ciascuno nel proprio ambito territoriale, lavorano per il comune obiettivo di salvaguardia dell'ambiente, della salute e della dignità umana. .....


Il Comitato SpeziaViaDalCarbone promuove alla Spezia due eventi per le giornate di Sabato 9 Aprile -  con la manifestazione e il corteo cittadino a partire dalle ore 10 per dire stop a tutti i veleni - e Giovedì 14 Aprile  - con la proiezione del film Mare Carbone cui partecipa il regista Gianluca Rossi. 

Il REFERENDUM DEL 17 APRILE , E GLI APPELLI PER IL SÌ
Dalla pubblicazione dell'intervista con cui Tiziana Medici del Coordinamento Nazionale No Triv spiegava le ragioni del SÌ al referendum, sono intervenuti fatti che di per sè raccomandano la necessità urgente di lasciare i combustibili fossili sottoterra. 
Mi riferisco alle pratiche connesse con la gestione del "Centro Oli" di Viggiano in Basilicata gestito da Eni.

Oggi Avvenire scrive di
 «Una conclamata forma mentis industriale», quella dei vertici del 'Centro Oli' di Viggiano, come la definiscono gli inquirenti nelle ordinanze dell’inchiesta, che tuttavia per ora – si fa sapere – non riguarda l’ipotesi di disastro ambientale. La strategia, però, sarebbe stata «improntata a occultare agli organi di controllo le evidenti anomalie dell’impianto »....
Strategie che abbiamo già incontrato a Porto Tolle , Vado Ligure , per non dire dell'Ilva di Taranto ...che ha visto la sua massima espressione con il caso dell' Eternit e prima ancora con il Vajont.

Votare, e votare SÌ il 17 Aprile significa innanzitutto esercitare i propri diritti attraverso il referendum - strumento sempre più osteggiato dai governi che via via susseguono - e in secondo luogo significa impedire che le piattaforme di estrazione petrolifera vengano abbandonate senza che siano state effettuate le necessarie operazioni di bonifica e dopo che sono stati determinati impatti importanti all'ecosistema marino...... 


LA MANIFESTAZIONE ALLA SPEZIA CONTRO TUTTI I VELENI

Sabato 9 Aprile alle ore 10, con un corteo con partenza da Pza Brin, comitati, associazioni e singoli cittadini manifesteranno per le vie del centro contro i veleni nel golfo e nel territorio spezzino, per il diritto ad una vita in salute, in difesa della democrazia in una città martoriata dall'inquinamento ambientale e industriale. 

"Da anni nella nostra terra, nel nostro mare e nella nostra aria sono dispersi inquinanti che mettono in pericolo la nostra salute - si legge nel comunicato diffuso dagli organizzatori della manifestazione.Centrale Enel a carbone, porto, discariche, rifiuti, dragaggio, amianto, ex area Ip, ....... sono alcuni dei temi che vogliamo portare all'attenzione della città, dell'amministrazione e degli organi competenti al controllo."

06 aprile 2016

Referendum 17 aprile, si amplia il fronte del Sì.

Tratto da greenreport 

Referendum 17 aprile, si amplia il fronte del Sì. 

Rferendum Emiliano Landini
«Al referendum del 17 aprile invitiamo i cittadini a votare sì. Vogliamo che il nostro Paese prenda con decisione la strada che ci porterà fuori delle vecchie fonti fossili, innovi il nostro sistema produttivo, combatta con coerenza l’inquinamento e la febbre del Pianeta, rispettando gli impegni che il Governo ha preso alla COP21 di Parigi a fine 2015». 
E’ l’appello lanciato oggi dal Comitato della Regione Puglia, dalla Fiom e dal Comitato Vota sì per fermare le trivelle che hanno «per ribadire l’importanza di questo referendum, più volte bistrattato, per rilanciare l’appello contenente le 10 ragioni per le quali è importante votare sì il 17 aprile». La conferenza stampa del fronte del Sì, alla quale hanno partecipato Maurizio Landini, segretario generale della Fiom, il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano a nome del Comitato promotore della Regione Puglia, Rossella Muroni e Dante Caserta, in rappresentanza del Comitato Vota Sì per fermare le trivelle, è stata anche l’occasione per annunciare il fine settimana di mobilitazione nazionale dell’8-9-10 aprile, con appuntamento finale il 10 aprile a Bari con una grande manifestazione/concerto a Bari alla quale stanno aderendo istituzioni, associazioni no triv, rappresentanti del mondo della cultura e dello spettacolo che si alterneranno sul palco per sostenere le ragioni del si al referendum del 17 aprile per bloccare le trivelle a tutela del nostro mare e dell’interesse pubblico
Il fronte del Sì ha ribadito che «Il referendum del 17 aprile è l’occasione per fermare le trivellazioni in mare, cancellando la norma che consente alle società petrolifere di avere concessioni di ricerca e di estrazione (entro le dodici miglia marine dalla costa) senza limiti di tempo. Le trivelle sono il simbolo tecnologico del petrolio: vecchia energia fossile causa di inquinamento, dipendenza economica, conflitti, protagonismo delle grandi lobby, estesa corruzione. Le riserve su cui punta il Governo non sono in alcun modo direttamente collegate al soddisfacimento del fabbisogno energetico nazionale. Qualora lo fossero le riserve certe presenti sotto il mare italiano sarebbero in grado di soddisfare il fabbisogno energetico del nostro Paese per 7 settimane per il petrolio e 6 mesi per il gas. In tutto ciò a guadagnarci sono solo i petrolieri. Alle casse dello Stato vengono versati dalle multinazionali del petrolio 340 milioni di euro circa all’anno, un’inezia. Il “petrolio” degli italiani è ben altro ed è dato da turismo, pesca, produzioni alimentari di qualità, biodiversità, innovazione industriale ed energia alternativa. Trivellare il mare italiano vuol dire mettere a rischio tutti questi mondo, non soltanto dal punto di vista di patrimonio naturale ma anche economico e sociale».
Nell’appello sottoscritto oggi, i tre organizzatori hanno ribadito l’urgenza che «L’Italia acceleri la transizione energetica, si doti di un piano industriale strategico per lo sviluppo sostenibile per costruire un futuro basato sull’efficienza energetica e le fonti rinnovabili distribuite, una economia sostenibile e equa con una industria innovativa ed ecocompatibile, la piena occupazione e la democrazia partecipativa».
Secondo Emiliano «Noi il referendum lo abbiamo già vinto cinque a zero contro il Governo. Se non lo avessimo proposto avremmo le trivellazioni entro le dodici miglia, vicino alle spiagge più belle di Italia. Adesso si tratta di arrivare alla fine, andando a votare il 17 aprile per impedire queste autorizzazioni “highlander”, eterne, concesse ai petrolieri. Le autorizzazioni devono avere una scadenza, altrimenti diventano un’espropriazione del bene pubblico. Questo è un referendum che tutela il nostro mare, ma anche l’articolo 97 della Costituzione, butta fuori le lobby dalla procedura legislativa, che è stato il cruccio più grande di questi giorni. 
E in questo modo si recupera quella che noi chiamiamo l’imparzialità della pubblica amministrazione, senza la quale non ci sono diritti, non ci sono garanzie, e soprattutto c’è l’impressione che le istituzioni, anziché essere formate per garantire le persone, siano sviate per garantire singoli gruppi, socialmente irrilevanti, ma economicamente influenti. Continuiamo la nostra campagna per il SI al fianco di questa parte meravigliosa del Paese che difende il suo mare».
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