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22 settembre 2019

«SIAMO INARRESTABILI». I giovani si prendono l’Onu

Tratto da bocche scucite

«SIAMO INARRESTABILI». I giovani si prendono l’Onu

Climate change. Summit degli ambientalisti al Palazzo di Vetro. Il presidente Usa e il collega negazionista brasiliano Bolsonaro convitati di pietra. Greta Thunberg e attivisti da Kenya, Fiji e Argentina: i paesi «fuoriusciti» rientrino nell’Accordo di Parigi

Il giorno seguente lo sciopero climatico che ha portato milioni di persone a manifestare per le strade di tutto il mondo, i giovani leader del movimento per l’ambiente si sono riuniti alle Nazioni unite per chiedere azioni radicali per combattere i cambiamenti climatici dovuti al riscaldamento globale.

L’attivista svedese Greta Thunberg, che solo un anno fa aveva iniziato a manifestare per il clima con la sua protesta solitaria davanti al parlamento del suo Paese, ha ripetuto al segretario generale Onu, Antonio Guterres, che «i giovani sono uniti e sono inarrestabili».

«IERI MILIONI DI PERSONE in tutto il mondo hanno marciato e chiesto azioni concrete sul clima, in particolare i giovani», ha detto Thunberg insieme a centinaia di ragazzi provenienti da nazioni di tutto il pianeta.

L’intervento di Thunberg è stato breve, ha lasciato che i giovani attivisti climatici di Kenya, Fiji e Argentina prendessero il microfono durante una sessione di ascolto mattutina. La sessione dei giovani anticipa di un paio di giorni l’arrivo degli adulti che affluiranno alle Nazioni unite domani, per il vertice dell’Assemblea generale sui cambiamenti climatici, dove Thunberg sarà presente.

Komal Karishma Kumar, la giovane attivista climatica delle Fiji, ha invitato i leader mondiali «a non dubitare della scienza» e ha chiesto ad alcuni di «tornare all’ accordo di Parigi”, che invita i Paesi a ridurre le emissioni inquinanti del 40% entro il 2030 (o almeno di provare a farlo). Inutile ricordare che nel 2017 Donald Trump ha ritirato gli Stati uniti dall’accordo. «Ricordate, vi riterremo responsabili – ha detto Kumar – E se non lo sarete, ricordate, ci mobiliteremo per votarvi fuori dal potere».

Il segretario generale Guterres, che ha detto di essere lì come semplice «ascoltatore di note chiave», alla fine della sessione ha detto agli oratori: «Vi incoraggio a rendere responsabile la mia generazione. Credo che ciò che i giovani stiano facendo oggi, ciò che i movimenti di base stanno costruendo, sia assolutamente essenziale affinché le cose accadano. Vi incoraggio ad andare avanti».

29 aprile 2019

OMS-Cambiamenti climatici e danni sanitari: presentata la Carta di Roma

Tratto da http://www.rinnovabili.it

L’Organizzazione Mondiale della Sanità parla di 250.000 decessi all’anno nei prossimi vent’anni a causa dei cambiamenti climatici


(Rinnovabili.it) – Nella giornata di ieri, durante la sessione scientifica del Villaggio per la Terra, si è discusso di cambiamenti climatici e delle loro conseguenze. In particolar modo presentando il frutto del lavoro svolto per la redazione della “Carta Internazionale di Roma su clima e salute” (documento in pdf), realizzata al termine del Simposio internazionale ‘Health and Climate Change’ (‘Salute e cambiamenti climatici’) tenutosi a Roma presso l’Istituto Superiore di Sanità dal 3 al 5 dicembre 2018. Il documento sancisce un’unità d’intenti del mondo scientifico compatto «nel sostenere che gli effetti dei cambiamenti climatici sulla salute, diretti ed indiretti» vadano «affrontati immediatamente».
 L’appello della comunità scientifica riunisce 500 ricercatori provenienti da 27 paesi e delinea le azioni necessarie da intraprendere riguardo la questione dei cambiamenti climatici in relazione con le tematiche della quotidianità (salute, salubrità dell’aria, igiene dell’acqua, malattie trasmissibili, sviluppo e mobilità sostenibile, sicurezza alimentare).
Un’importanza capitale, quella dei temi legati ai cambiamenti climatici, soprattutto se si analizzano i dati forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) che parla di 250.000 decessi all’anno che avverranno nei prossimi vent’anni.
Le azioni da intraprendere, stando alla “Carta di Roma”, riguardano anzitutto la «mitigazione dei cambiamenti climatici» e l’adozione di «sistemi di allerta» che si rendono «necessari per ridurre e monitorare l’impatto degli inquinanti e delle relative patologie umane.

Per quel che concerne la qualità dell’aria, si ravvisano come necessarie «politiche ben concepite e precise» che «devono essere sviluppate per ridurre le emissioni di anidride carbonica e inquinanti di breve durata in settori come il trasporto, la progettazione urbana, l’edilizia, la sanità, l’alimentazione e l’agricoltura». 
Anche perché, stando a quanto riporta la relazione: «il circolo vizioso instauratosi tra cambiamenti climatici e qualità dell’aria deve essere contrastato nel suo impatto sulle patologie non trasmissibili e in quelle respiratorie e cardiocircolatorie in particolare».
Allo stesso modo va promossa una corretta informazione ed educazione sui cambiamenti climatici: «deve essere promossa – prosegue il documento – l‘educazione dei cittadini sugli effetti del cambiamento climatico sulla salute» agendo anche nello stile di vita quotidiano: «stili di vita e [di]sviluppo sostenibili devono essere adottati nella gestione degli ecosistemi per evitare la “sesta estinzione di massa”».

11 agosto 2018

Doctors in action for climate change: la Rete europea dei medici-sentinella per l’ambiente

Tratto da Isde 

Doctors in action for climate change; nasce la Rete europea dei medici-sentinella per l’ambiente

fabriziobianchi1
Il 27 Giugno 2018 si è tenuto a Bruxelles un evento organizzato da ISDE Italia (International Society of Doctors for Environment) e HEAL (Health and Environment Alliance), con il supporto della Regione Toscana , dal titolo ‘Doctors in action for climate change’.
L’evento ha riunito medici e professionisti del settore della salute impegnati contro i cambiamenti climatici, al fine di condividere esperienze, buone pratiche e al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica e i maggiori policy-makers sulla correlazione tra salute e cambiamenti climatici.
Presenti all’evento organizzazioni mediche e ambientaliste, esperti del settore, giornalisti e Parlamentari europei membri della Commissione Ambiente e sanità pubblica (Simona Bonafè,Marco Affronte ed Eleonora Forenza), insieme per preparare il dibattito in vista della prossima COP24 e per portare i medici in prima linea, come promotori della tutela della salute e della sensibilizzazione sulle problematiche ambientali legate a essa.
Génon K. Jensen, fondatrice e direttrice esecutiva di HEAL (Health and Environment Alliance) ha dichiarato a proposito dell’evento:
“Affrontare i cambiamenti climatici non è mai stato così urgente – e non è soltanto una sfida ambientale: è una grave minaccia per la salute, il benessere e i diritti umani, e incide in modo sproporzionato sui più vulnerabili, come i bambini e i poveri.
A sua volta, questo significa che l’azione per il clima presenta incredibili opportunità per la nostra salute: de-carbonizzare le nostre società – sia nei trasporti, edifici, energia o sistemi alimentari – è interamente possibile e renderà questo mondo più salutare, sempre più prospero e più sostenibile.
HEAL è lieta che un numero sempre maggiore di operatori sanitari in Europa, e nel mondo, si stia impegnando per assicurare un clima e un’aria più salubri e per monitorare i benefici per la salute pubblica che derivano certamente da un’ambiziosa azione sul clima.”
In tale occasione ISDE Italia ha avuto modo di condividere l’esperienza della “Rete di medici-sentinella per l’ambiente”, una rete di medici di Medicina Generale (Mmg) o pediatri di libera scelta (Pls) la cui funzione è quella di monitorare incidenza, prevalenza e progressione di una malattia o di una serie di patologie nel tempo in gruppi di popolazione o in zone geografiche prestabilite.
Una realtà già operante in Italia e che ha visto il sostegno della Federazione Nazionale italiana dell’Ordine dei Medici e del Ministero della Salute.
In occasione dell’incontro si è inoltre dato l’avvio ad un processo di costruzione ed ampliamento di tale rete a livello europeo, sul modello di quello italiano.
Al seguente link è possibile scaricare tutta la documentazione della giornata:
Al seguente link la notizia apparsa su ANSA:

14 dicembre 2017

Sull' Avvenire - Verso il disinvestimento. Ma la società civile stringe sull'uscita dalle fonti fossili

Tratto da L' Avvenire Verso il disinvestimento. Ma la società civile stringe sull'uscita dalle fonti fossili

L’abbandono di carbone, petrolio e gas sembra stia subendo una forte e improvvisa accelerazione: primi protagonisti la società civile, le forze di mercato, alcune istituzioni


Sembra non più una questione di 'se', ma di 'quando'. A giudicare da quanto avvenuto in occasione del grande vertice 'One Planet Summit' organizzato per i due anni dalla firma dello storico Accordo di Parigi, l’abbandono delle fonti fossili di energia (carbone, petrolio, gas) nella prospettiva della lotta al climate change sembra stia subendo una forte e improvvisa accelerazione. Che vede come primi protagonisti la società civile, le forze di mercato, alcune istituzioni, evidentemente capaci di andare molto più veloci degli Stati, che ancora non riescono a trovare la quadra quando si siedono ai tavoli dei negoziati sul clima. In questi giorni si è registrato al riguardo un fuoco di fila di annunci come forse mai prima. Il più importante è arrivato dalla Banca Mondiale: ha dichiarato che dopo il 2019 non finanzierà più attività legate all’estrazione di petrolio e gas. Riservandosi di farlo solo in casi eccezionali, per il gas, quando nei Paesi più poveri ciò può produrre chiari benefici in termini di accesso all’energia. E comunque sempre nel quadro di quanto è previsto nell’Accordo di Parigi. L’annuncio è stato accolto con enorme soddisfazione in particolare da parte di chi da anni premeva in tal senso. Come gli statunitensi di Oil Change International, che in vista del vertice di Parigi, nel ruolo di capofila di un gruppo di oltre 200 organizzazioni della società civile internazionale (fra cui Legambiente), avevano chiesto alle nazioni del G20 e alle banche multilaterali di sviluppo di mettere al bando sussidi e finanziamenti pubblici alle fonti fossili di energia il prima possibile, comunque non più tardi del 2020: si calcola che i Paesi del G20 da soli spendano quasi 450 miliardi di dollari l’anno per sostenere la produzione di energie fossili. Diversi colossi finanziari hanno annunciato di voler intensificare l’impegno di abbandonare le fossili e di investire nel green: la francese Axa, che nel 2015 si era impegnata a disinvestire 500 milioni di euro dal settore del carbone, ha portato l’impegno a 2,4 miliardi, contemporaneamente ponendosi l’obiettivo di 12 miliardi di euro di investimenti green entro il 2020. Similmente hanno fatto gli olandesi di Ing (stop al finanziamento di centrali a carbone entro il 2025) e i norvegesi di Storebrand (lancio di un fondo fossil-free da 1,3 miliardi di euro). Mentre in Gran Bretagna Jeremy Corbyn, leader dei Labour, è stato il centesimo parlamentare ad aderire a Divest Parliament, la campagna che chiede il fossil fuel divestment al fondo pensione dei parlamentari. Tutto ciò in un contesto già molto 'caldo', è il caso di dirlo, per le fonti fossili. Il 4 ottobre scorso il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che, citando anche la Laudato si’ di Papa Francesco, chiede senza mezzi termini a tutti gli attori finanziari di disinvestire dalle fonti fossili. Intanto il Movimento Cattolico Mondiale per il Clima sta già lavorando al prossimo annuncio congiunto di organizzazioni cattoliche che aderiranno alla campagna per il disinvestimento dalle fossili: è in programma per il 22 aprile 2018, Giornata mondiale della Terra.

04 novembre 2017

Lancet: l'inazione climatica è un costo irreversibile e inaccettabile per la salute umana

Tratto da Greenreport

Gli impatti sanitari del cambiamento climatico potrebbero rovinare l’economia mondiale (VIDEO)

Lancet: l'inazione climatica è un costo irreversibile e inaccettabile per la salute umana
[2 novembre 2017]di  Umberto Mazzantini
Nei giorni scorsi è stato pubblicato “Lancet Countdown on health and climate change: from 25 years of inaction to a global transformation for public health” che analizza i progressi sui salute umana e cambiamento climatico e le loro impiclazioni per gli impegni presi dai governi del mondo con l’Accordo di Parigi. Un’iniziativa che fa seguito ai lavori della Commissione 2015 di Lancet che aveva concluso che il cambiamento climatico antropico minaccia i progressi degli ultimi 50 anni nel campo della sanità pubblica, ma anche che una risposta globale al cambiamento climatico potrebbe essere «la più grande opportunità del XXI secolo in materia di sanità a livello mondiale».
Il Lancet Countdown è il frutto di una collaborazione tra 24 istituti universitari e ONG di tutti i continenti che hanno formato un team multidisciplinare composto da climatologi, ecologisti, economisti, ingegneri, esperti in campo energetico, agroalimentare e trasporti, geografi e matematici, sociologhi, politologi, professionisti della salute pubblica e medici.  Un Consorzio che ogni anno redige un rapporto sugli indicatori in 5 settori: esposizione e vulnerabilità al cambiamento climatico; suoi effetti; piani di adattamento per la salute e la resilienza; misure di attenuazione e co-benefici per la salute; aspetto economico e finanziario; impegno pubblico e politico.
Dai 40 indicatori del primo rapporto 2017  emerge chiaramente che «I sintomi umani del cambiamento climatico sono inequivocabilmente e potenzialmente irreversibili, colpendo già oggi la salute delle popolazioni in tutto il mondo. Benché questi effetti colpiscano maggiormente le popolazioni più vulnerabili della società, tutte le comunità saranno colpite».
Ma purtroppo il cambiamento climatico colpisce in maniera sproporzionata la salute  chi ne è meno colpevole: le popolazioni vulnerabili e in particolare quelle di Paesi a reddito basso e medio e, sottolinea Lancet «Compromettendo i determinanti sociali e ambientali della salute, esacerbano le ineguaglianze sociali, economiche e demografiche e tutte le popolazioni ne risentono in termini di effetti».....
Il Lancet Countdown avverte che «Il ritardo nella risposta al cambiamento climatico di questi ultimi 25 anni ha messo in pericolo la vita umana e i mezzi di sussistenza.  Dopo che nel 1992 l’United Nations framework convention on climate change (Unfccc) a iniziato a dispiegare degli sforzi a livello mondiale per lottare contro il cambiamento climatico, numerosi indicatori di attenuazione seguiti a dal Lancet Countdown  sono evoluti verso una cattiva direzione o, nel migliore dei casi, sono rimasti immutati».....
Anche se recentemente ci sono stati dei progressi nel rafforzamento della resilienza agli effetti del cambiamento climatico, per il team internazionale di Lancet «E’ chiaro che le misure di adattamento alle nuove condizioni climatiche non potranno che proteggere parzialmente la salute delle popolazioni». ..
Qualche progresso è visibile nella lenta transizione verso l’abbandono delle forme di produzione più inquinanti di energia, con modesti miglioramenti in alcuni centri urbani. «Però – sottolinea ancora il rapporto – l’esposizione globale al particolato fine in sospensione(PM2.5) a portato la percentuale della popolazione che supera i limiti raccomandati di esposizione annua ai particolati fini ad aumentare  dall’ 11,2% del 1990 al 71,2%, nelle 2.971  città che figurano nel database sull’ inquinamento atmosferico dell’Oms», mentre  i meccanismi di tariffazione delle emissioni di carbonio coprono solo il 13,1 % delle emissioni antropiche ........Il problema è che questo ritardo nell’attuazione dei piani di attenuazione del cambiamento climatico hanno messo il mondo sulla strada di un ulteriore aumento delle emissioni di gas serra che ci sta portando a un riscaldamento globale compreso tra i 2,6° e i  4,8° C  entro la fine del secolo. 
Per questo il Lancet Countdown ribadisce che «E’ essenziale che i professionisti della sanità facciano sentire la loro voce per stimolare i progressi in materia di lotta al cambiamento climatico e trarne i benefici associati per la salute. Il presente rapporto e le Commissioni precedenti di Lancet hanno evidenziato che  i professionisti della sanità hanno non solo la capacità ma anche la responsabilità di farsi difensori della salute pubblica, d’informare l’opinione pubblica e i decisori politici delle minacce e delle opportunità esistenti  e di fare in modo che il ruolo centrale del cambiamento climatico per la salute  umana sia ben compreso».
L’attenzione della comunità scientifica per il rapporto tra  cambiamento climatico e salute  sta crescendo: dal 2007 la copertura sulla stampa di questo argomento è aumentata del 78% e il numero degli articoli scientifici è più che triplicato, ma evidentemente non basta.
Secondo il rapporto la cosa positiva è che, nonostante progressi storicamente lenti, in questi ultimi anni la risposta al cambiamento climatico sembra aver subitio un’accelerazione: «La transizione verso una produzione di elettricità low-carbon appare ormai inevitabile, il che sembra indicare l’avvio di una trasformazione più ampia. Nel 2017, si è constatato uno più grande slancio in un certo numero di settori e il percorso sembra ormai fissato, offrendo delle possibilità chiare e senza precedenti per la salute pubblica».
Dopo l’annuncio dato da Donald Trump che gli Usa intendono ritirarsi dall’Accordo di Parigi, la comunità internazionale ha reagito isolandolo e mostrando un forte sostegno al rafforzamento delle azioni contro il riscaldamento globale, testimoniando una  volontà politica chiara e un’ambizione senza precedenti a raggiungere gli obiettivi dell’Accordo e Lancet conclude: «Le misure di attenuazione e di adattamento concordate nel quadro dell’Accordo di Parigi presentano dei benefici estremamente positivi per la salute a breve e lungo termine, ma è ormai necessario dar prova di maggiore ambizione. Benché i progressi finora iano stati lenti, l’accelerazione della transizione verso un’ecomnomia low-carbon in diversi settori chiave per la salute pubblica sembra a una svolta. Benché sia necessario, per mantenere gli impegni presi, proseguire ed accelerare considerevolmente questi sforzi nel corso dei prossimi decenni, le mutazioni politiche  e gli indicatori presentati in questo documento indicano che la strada è già tracciata».
su  Greenreport  l'articolo integrale

Videogallery

  • Lancet Countdown on Health and Climate Change – 2017 report

25 gennaio 2017

I cambiamenti climatici hanno già danneggiato l’Ue per oltre 400 miliardi di euro L’Italia nel mirino.


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Tratto da GREENREPORT

I cambiamenti climatici hanno già danneggiato l’Ue per oltre 400 miliardi di euro

L’Italia nel mirino. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente «l’Europa meridionale e sud-orientale è destinata a essere una zona sensibile»

A quanti guardano soltanto al portafogli l’Agenzia europea dell’ambiente ricorda oggi che «i costi economici legati ai cambiamenti climatici possono essere molto elevati», e che il conto sta diventando di anno in anno sempre più salato. Guardando solo ai danni provocati dagli eventi estremi legati al clima che cambia, dal 1980 ad oggi le perdite economiche in Europa sono state «superiori ai 400 miliardi di euro».
Presentando oggi il nuovo rapporto Climate change, impacts and vulnerability in Europe 2016, il direttore esecutivo dell’Agenzia Hans Bruyninckx ha sottolineato che «i cambiamenti climatici continueranno per molti decenni a venire. La portata dei futuri cambiamenti climatici e il loro relativo impatto dipenderà dall’efficacia dell’attuazione degli accordi globali per ridurre le emissioni di gas a effetto serra. Altrettanto importante sarà la predisposizione delle giuste strategie e politiche di adattamento per ridurre i rischi derivanti dagli eventi climatici estremi attuali e previsti».
Ai continui record per le temperature globali ed europee – sempre più calde – si sommano già oggi un incremento del livello del mare, un diverso carattere delle precipitazioni atmosferiche, una diminuzione in volume dei ghiacciai e del manto nevoso; a crescere in frequenza e intensità sono invece gli eventi climatici estremi, quali «ondate di calore, forti precipitazioni e siccità».
Spiace avere conferma che l’Italia più di altri paesi si trova in prima fila. Tutte le regioni europee sono vulnerabili ai cambiamenti climatici, ma alcune subiranno ripercussioni più negative rispetto ad altre. Secondo le stime – riporta l’Agenzia – l’Europa meridionale e sud-orientale è destinata a essere una zona sensibile ai cambiamenti climatici, in quanto si prevede che dovrà affrontare il maggior numero di ripercussioni negative. Questa regione sta già affrontando forti aumenti degli eventi estremi relativi a ondate di calore e diminuzioni nelle precipitazioni e della portata dei fiumi, che hanno incrementato il rischio di siccità più gravi, di calo dei rendimenti dei raccolti, di perdita della biodiversità e di incremento del rischio di incendi boschivi. Le ondate di calore più frequenti e i cambiamenti nella distribuzione delle malattie infettive sensibili ai cambiamenti climatici, dovrebbero aumentare i rischi per la salute e il benessere dell’uomo».......
Incomprensibilmente i temi che riguardano l’ambiente sono ancora troppo spesso in coda nella scaletta delle notizie come delle agende politiche, quando invece rappresentano ormai una questione di sicurezza nazionale. Oggi, e sempre più in futuro.
«Le stime disponibili relative ai costi futuri dovuti ai cambiamenti climatici in Europa considerano solo alcuni settori e mostrano una notevole incertezza», ma in ogni caso «si prevede che i costi dovuti ai danni legati al cambiamento climatico saranno più elevati nella regione del Mediterraneo».
Non si tratta di una condanna già eseguita, ma di un processo avviato sul quale è possibile – e indispensabile – agire da subito con la massima decisione. ....
Continua a leggere su GREENREPORT

08 novembre 2016

World Meteorological Organization : eventi climatici estremi, l’impronta umana è sempre più chiara

Tratto da Rinnovabili.it

WMO: eventi climatici estremi, l’impronta umana è sempre più chiara 

 WMO: eventi climatici estremi, l’impronta umana è sempre più chiara 
Ondate di calore, piogge intense, siccità, inondazioni. Gli eventi climatici estremi negli ultimi cinque anni hanno alzato il tiro e la responsabilità del genere umano difficilmente può essere nascosta. E’ fuori dubbio che molti degli eventi meteorologici anomali sarebbero accaduti naturalmente, ma l’aumento delle emissioni di gas serra in atmosfera ne ha incrementato il rischio di un fattore fino a oltre 10 volte. A riferirlo è la World Meteorological Organization (WMO) il cui ultimo rapporto analizza da vicino il clima e i suoi impatti globali dal 2011 al 2015, ossia il quinquennio più caldo mai registrato.

In questo periodo, le temperature record sono state accompagnate dall’innalzamento del livello del mare, dal progressivo declino dell’estensione dei ghiacci artici, dei ghiacciai continentali e della copertura nevosa nell’emisfero settentrionale.
Tutti questi indicatori del climate change – spiega l’organismo delle Nazioni Unite – confermano la tendenza al riscaldamento a lungo termine causata dalle emissioni di gas serra (che per la prima volta nel 2015, hanno raggiunto la soglia simbolica di 400 parti per milione).
Ma, cosa ancor più importante, approfondisce la questione dei collegamenti diretti tra cambiamenti climatici indotti dall’uomo ed eventi estremi specifici. E afferma senza mezzi termini: “l’impronta umana è sempre più chiara”.

WMO: eventi climatici estremi, l’impronta umana è sempre più chiara 

Dei 79 studi pubblicati tra il 2011 e il 2014 nel Bollettino della American Meteorological Society, più della metà mostrano che il cambiamento climatico antropogenico ha contribuito agli eventi estremi registratisi. Difficile coprirsi gli occhi e continuare negare le evidenze, come spiega il segretario generale della WMO, Petteri Taalas “Gli effetti del cambiamento climatico sono stati costantemente visibili su scala globale dal 1980: l’aumento della temperatura sia terrestre che marina, l’innalzamento del livello del mare, lo scioglimento dei ghiacci. Questo ha aumentato i rischi di eventi estremi come ondate di calore, siccità, pioggia record e inondazioni”.

Il susseguirsi di brutti record ambientali (l’ultimo sarà probabilmente quello del 2016 come anno più caldo della storia moderna) sta portando il conto dei danni a cifre impossibili: solo nel 2012 la siccità, e conseguente carestia, che ha colpito il Corno d’Africa, ha ucciso più di 250.000 persone; il tifone Haiyan nelle Filippine ha provocato 7.800 morti nel 2013; le ondate di calore nel 2015 in India e Pakistan hanno fatto perdere la vita a oltre 4.100 persone.
La lista di vittime del climate change è ovviamente ben più lunga e potrebbe divenirlo ulteriormente. Come spiega uno studio dell’Australian National University le temperature anomale del 2015 potrebbero divenire la norma prima del 2030.

14 luglio 2016

Dalle isole del Pacifico il primo trattato al mondo contro fossili e cambiamenti climatici

Tratto da Rinnovabili.it

Al Pacific Island Development Forum

Dal Pacifico il primo trattato al mondo contro fossili e cambiamenti climatici

  • Il testo vincola i paesi firmatari a bloccare ogni nuova estrazione di combustibili fossili, azzerare i sussidi e a garantire accesso universale all’energia pulita entro il 2030
Dal Pacifico il primo trattato al mondo contro fossili e cambiamenti climatici

(Rinnovabili.it) – Le isole del Pacifico tornano in prima linea contro i cambiamenti climatici e le loro devastanti conseguenze. Dal Pacific Island Development Forum (PIDF) che si è concluso ieri nelle Isole Salomone esce il primo trattato internazionale al mondo che punta a bandire i combustibili fossili e bloccare l’espansione di nuove miniere di carbone, oltre a fissare obiettivi sulle rinnovabili nel mix energetico di ciascun contraente.

Nello specifico, la bozza del trattato vincola i paesi firmatari a non approvare alcuna nuova attività estrattiva che riguardi carbone o altri combustibili fossili, che non devono inoltre avere sussidi statali. L’impegno sul fronte opposto, quello delle energie rinnovabili, è di garantire accesso universale all’energia pulita entro il 2030. Inoltre il trattato istituisce un fondo di compensazione per le comunità che hanno sofferto gli effetti dei cambiamenti climatici e prevede una sezione relativa alle migrazioni legate al clima, in direzione di quella categoria di rifugiati climatici che ancora oggi le Nazioni Unite stentano a riconoscere e formalizzare.

Dal Pacifico il primo trattato al mondo contro fossili e cambiamenti climaticiIl PIDF è nato nel 2013 su iniziativa delle Isole Fiji, conta attualmente 14 membri ed esclude importanti stati del quadrante come Australia e Nuova Zelanda, che portano avanti politiche totalmente differenti e si mettono spesso di traverso quando si tratta di prendere decisioni sul clima in consessi internazionali. 
Di ben altro avviso sono invece i micro-stati del Pacifico che vedono minacciata la loro stessa esistenza dai cambiamenti climatici. Le Isole Salomone, nazione ospitante del forum, ha visto inghiottite dall’innalzamento del livello delle acque 5 isole del suo arcipelago non più tardi dello scorso maggio.
Il testo del trattato è stato redatto dal Pacific Island Climate Action Network (PICAN), una coalizione di Ong che ha fatto proprio lo spirito migliore della COP21 di Parigi. Il risultato è un testo che può certamente apparire utopistico: difficile pensare che venga accolto positivamente dalle nazioni più industrializzate e dai grandi inquinatori. Ciò nonostante, per il PICAN questa mossa “manderà un potente segnale a mercati, governi e società civile di tutto il mondo e cioè che la fine dei combustibili fossili è vicina, e le Isole del Pacifico agiscono non come vittime del climate change ma come agenti di cambiamento”.