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Visualizzazione post con etichetta riscaldamento globale. Mostra tutti i post
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Dalla pagina Facebook del Medico Isde Giovanni Ghirga
La malattia Covid-19 ha devastato l'economia globale e ha costretto i governi di tutto il mondo a riversare trilioni nello sforzo di ripresa.
LA PANDEMIA AVREBBE POTUTO ESSERE IL MOMENTO DECISIVO NELLA LOTTA CONTRO IL CAMBIAMENTO CLIMATICO, UN'OPPORTUNITÀ PER I LEADER DI SALVARE L'AMBIENTE E ORIENTARE IL PIANETA VERSO UN FUTURO PIÙ VERDE.
INVECE, LA CNN HA SCOPERTO CHE ALCUNI DEI PIÙ GRANDI PAESI PRODUTTORI DI COMBUSTIBILI FOSSILI STANNO INIETTANDO DENARO DEI CONTRIBUENTI PER SOSTENERE LE INDUSTRIE INQUINANTI. E NUOVI DATI ESCLUSIVI MOSTRANO CHE QUESTE DECISIONI STANNO PORTANDO IL MONDO UN PASSO AVANTI VERSO UNA CATASTROFE CLIMATICA .
"Questa è l'unica possibilità che abbiamo", ha detto il professor Niklas Höhne, partner fondatore del NewClimate Institute, un think tank sul clima e coautore di un prossimo studio del Climate Action Tracker condiviso con la CNN.
La ricerca mostra che il mondo sta andando ben oltre i suoi obiettivi già insufficienti di limitare il riscaldamento globale al di sotto di 2 gradi Celsius sopra i livelli preindustriali e persegue gli sforzi per limitarlo a 1,5 gradi.
"Siamo in una situazione in cui vengono spesi enormi somme di denaro", ha detto Höhne. "Un'opportunità simile per spendere così tanti soldi dai bilanci pubblici non arriverà nei prossimi 10 o 20 anni".
Tratto da WWF Il cambiamento climatico è una realtà e sta già provocando impatti e fenomeni di frequenza e intensità mai visti nella storia umana e con essi sofferenze, perdita di vite, sconvolgimento degli ecosistemi e della ricchezza di biodiversità che sostengono la nostra vita.
I gas serra nell'atmosfera hanno raggiunto livelli senza precedenti. Ogni altro ritardo nell’azione climatica metterà il pianeta e chi lo abita a rischio di sconvolgimenti inimmaginabili.
Per evitare che la situazione precipiti e che gli impatti del climate change siano ancora più violenti, è necessario limitare il riscaldamento globale a 1,5°C e per farlo dobbiamo azzerare le emissioni di CO2 ben prima del 2050. V
Il riscaldamento globale avrà effetti catastrofici come l’innalzamento del livello del mare, l’incremento delle ondate di calore e dei periodi di intensa siccità, delle alluvioni, l’aumento per numero e intensità delle tempeste e degli uragani. Questi fenomeni avranno un impatto su milioni di persone, con effetti ancora maggiori su chi vive nelle zone più vulnerabili e povere del mondo, danneggeranno la produzione alimentaree minacciano specie di importanza vitale, gli habitat e gli ecosistemi.
Il 2020 sarà un anno strategico per i Paesi firmatari dell'Accordo di Parigi, che potranno evitare la catastrofe climatica rivedendo gli obiettivi dei loro contributi nazionali (NDC) e presentando strategie a lungo termine (LTS) ambiziose, per avvicinare il mondo all'obiettivo di limitare il riscaldamento a 1,5°C rispetto all’epoca preindustriale.
Vogliamo assicurare un futuro al Pianeta e alle persone.
Per questo, bisogna raggiungere una nuova impostazione dell'economia, sostenibile, equa e non fondata sul carbonio entro il 2050, in grado di resistere a quel livello di cambiamento climatico che non siamo più in grado di evitare.
La nostra visione del futuro è costituita da:
• Un nuovo accordo globale a livello internazionale – tale trattato deve essere efficace, giusto e legalmente vincolante
• Promuovere strategie e percorsi con obietti e tappe precise a livello nazionale – per arrivare all’azzeramento delle emissioni per la metà del secolo, costruendo una transizione all’economia del futuro nella quale l’Italia può e deve avere un ruolo
• Promuovere l’efficienza energetica – il modo più rapido ed economico per ridurre le emissioni di CO 2
• Promuovere le fonti energetiche rinnovabili – come l’energia solare, quella eolica e quella geotermica
• Sviluppare e promuovere strategie di adattamento al cambiamento climatico – per salvaguardare le persone e gli ecosistemi a rischio.
Il problema del Covid ci ha fatto dimenticare l'importante "guerra" che l'uomo ha necessità di vincere ad ogni costo. Quella contro il riscaldamento globale.
30 Giugno registrati 34 gradi nel limite settentrionale della Siberia, ben oltre il circolo polare artico, zona con una media climatica stagionale corretta di +4C°.
Ripetiamolo lentamente + Trentaquattro gradi, roba da Sicilia d'agosto a due passi dal polo Nord.
«SIAMO INARRESTABILI». I giovani si prendono l’Onu
Climate change. Summit degli ambientalisti al Palazzo di Vetro. Il presidente Usa e il collega negazionista brasiliano Bolsonaro convitati di pietra. Greta Thunberg e attivisti da Kenya, Fiji e Argentina: i paesi «fuoriusciti» rientrino nell’Accordo di Parigi
Il giorno seguente lo sciopero climatico che ha portato milioni di persone a manifestare per le strade di tutto il mondo, i giovani leader del movimento per l’ambiente si sono riuniti alle Nazioni unite per chiedere azioni radicali per combattere i cambiamenti climatici dovuti al riscaldamento globale.
L’attivista svedese Greta Thunberg, che solo un anno fa aveva iniziato a manifestare per il clima con la sua protesta solitaria davanti al parlamento del suo Paese, ha ripetuto al segretario generale Onu, Antonio Guterres, che «i giovani sono uniti e sono inarrestabili».
«IERI MILIONI DI PERSONEin tutto il mondo hanno marciato e chiesto azioni concrete sul clima, in particolare i giovani», ha detto Thunberg insieme a centinaia di ragazzi provenienti da nazioni di tutto il pianeta.
L’intervento di Thunberg è stato breve, ha lasciato che i giovani attivisti climatici di Kenya, Fiji e Argentina prendessero il microfono durante una sessione di ascolto mattutina. La sessione dei giovani anticipa di un paio di giorni l’arrivo degli adulti che affluiranno alle Nazioni unite domani, per il vertice dell’Assemblea generale sui cambiamenti climatici, dove Thunberg sarà presente.
Komal Karishma Kumar, la giovane attivista climatica delle Fiji, ha invitato i leader mondiali «a non dubitare della scienza» e ha chiesto ad alcuni di «tornare all’ accordo di Parigi”, che invita i Paesi a ridurre le emissioni inquinanti del 40% entro il 2030 (o almeno di provare a farlo). Inutile ricordare che nel 2017 Donald Trump ha ritirato gli Stati uniti dall’accordo. «Ricordate, vi riterremo responsabili – ha detto Kumar – E se non lo sarete, ricordate, ci mobiliteremo per votarvi fuori dal potere».
Il segretario generale Guterres, che ha detto di essere lì come semplice «ascoltatore di note chiave», alla fine della sessione ha detto agli oratori: «Vi incoraggio a rendere responsabile la mia generazione. Credo che ciò che i giovani stiano facendo oggi, ciò che i movimenti di base stanno costruendo, sia assolutamente essenziale affinché le cose accadano. Vi incoraggio ad andare avanti».
L’inquinamento sta contaminando anche il pesce che mangi
Dopo un lavoro di ricerca e raccolta dati durato 30 anni, il responso dell’Università di Harvard è chiaro: l’inquinamento sta contaminando anche quello che mangiamo. Alcuni pesci contengono il 60% in più di metilmercurio rispetto a quelli che si mangiavano negli anni ’70. E il riscaldamento globale peggiora la situazione.
Il metilmercurio è uno di quei metalli pesanti da cui cerchi di difenderti ogni giorno....... Ben più attenzione dovresti invece porre all'aria che respiri e, soprattutto, a quello che mangi. L'inquinamento sta infatti contaminando tutto, alimenti compresi. E un'ulteriore prova di come l'uomo sia esercitando le proprie capacità in modo sbagliato e senza tener conto dell'ambiente arriva da uno studio dell'Università di Harvard: il pesce sta diventando sempre più tossico. Potrai insomma ignorare l'emergenza in corso o fingere di non vedere tutti i segnali che sta inviando la natura, ma prima o poi tutto questo si ripercuote sulla tua salute. Il metilmercurio è un derivato del mercurio che si forma quando entra in contatto con determinati batteri. Naturalmente si trova anche in natura, ma le percentuali sempre più elevate che si registrano nell'ambiente sono frutto della produzione industriale e, dunque, dell'uomo. I pesci ne risultano particolarmente esposti soprattutto a causa della loro alimentazione che si basa su alghe e creature marine più piccole, che possono assorbire più facilmente queste sostanze tossiche.
Viene assorbito dai pesci più piccoli e grazie ai predatori risale tutta la catena alimentare, fino all'uomo
Il team di ricerca ha portato a termine un lavoro di raccolta dati durato 30 anni, dal 1970 al 2000, e poi li ha confrontati per capire come fosse cambiata la situazione in questo arco di tempo. Si sono concentrati sui grandi predatori e in particolare sul merluzzo dell'Atlantico e sullo squalo spinoso. La sorpresa è arrivata nello scoprire che mentre nel primo le percentuali di metilmercurio si erano ridotte addirittura del 20%, nel secondo erano aumentate anche del 61%.
E la ragione di questa differenza sta proprio nel tipo di dieta seguita. A causa della pesca senza limiti, nella zona presa in considerazione, ovvero il Golfo del Maine, si era ridotta significativamente la popolazione di aringhe. Entrambi i predatori, così, avevano dovuto dirigere i propri gusti verso nuove prede. E se per il merluzzo questo ha significato cacciare sardine e alose, che di norma presentano livelli molto bassi del metallo pesante in questione, lo squalo invece ha preferito calamari e cefalopodi, predatori a loro volta e che quindi avevano accumulato quantità ben più elevate. Così di preda in preda, il metilmercurio risale tutta la catena alimentare con il rischio che in cima alla piramide ci sia proprio l'essere umano. Ovvero, tu. Inoltre, il riscaldamento globale, che riguarda prima di tutto le acque di mari e oceani, costringe i pesci a spendere maggiori energie per muoversi. Di conseguenza, saranno costretti a mangiare di più, con il rischio di ingerire maggiori concentrazioni di sostanze tossiche assieme alla carne e alle alghe.
"Il cambiamento climatico– ha commentato la professoressa Elsie Sunderland, che ha coordinato lo studio – sta intensificando l'esposizione dell'essere umano al metilmercurio attraverso i pesci che mangiamo. Per proteggere sia l'ecosistema che la nostra salute, dobbiamo impegnaci a regolare le emissioni di mercurio, ma anche di gas che provocano l'effetto serra".
La Siberia continua a bruciare: in fumo oltre 4 milioni di ettari di foreste. Si teme per l'Artide
L’allarme di Greenpeace: «Avrebbero dovuto essere spenti immediatamente e invece sono stati ignorati. Ora la situazione è catastrofica e le conseguenze riguarderanno l’intero pianeta». Emessa CO2 come da 36 milioni di auto
Centinaia di città e paesi della Siberia sono avvolti dal pesante fumo degli incendi. Questa immagine è stata scattata nella regione di Krasnoyarsk
05 Agosto 2019
Una squadra di Greenpeace Russia ha documentato i massicci incendi che stanno interessando la Grande foresta del Nord nella regione di Krasnoyarsk in Siberia. Nonostante le dichiarazioni delle autorità, secondo l'ong l'intensità degli incendi non sta diminuendo e anzi, la distruzione di 4,3 milioni di ettari di foresta (una superficie equivalente a quella di Lombardia e Piemonte messi insieme) e l'emissione di oltre 166 milioni di tonnellate di anidride carbonica (più o meno quanto viene emesso in un anno da 36 milioni di auto), continua a minacciare il clima del Pianeta.
Uno degli effetti collaterali di questa catastrofe è la produzione di «black carbon», ovvero particelle nere che rischiano di finire nell'Artico e depositarsi sul ghiaccio riducendone l'albedo (il potere riflettente di una superficie) e facilitando così l'assorbimento di calore, contribuendo ulteriormente al riscaldamento globale.
«Questi incendi avrebbero dovuto essere spenti immediatamente e invece sono stati ignorati. Ora la situazione è catastrofica e le conseguenze che avranno sul clima non sono una minaccia solo per la Russia, ma per l'intero Pianeta» dichiara Martina Borghi, campagna foreste di Greenpeace Italia.
«La Russia dovrebbe fare di più per proteggere le proprie foreste, ad esempio fornendo finanziamenti sufficienti per la prevenzione e il monitoraggio degli incendi». In Russia, secondo Greenpeace, oltre il 90 per cento degli incendi avviene nelle cosiddette "zone di controllo", ovvero aree in cui la legge non prevede che debbano essere spenti. Molti degli incendi che quest'anno stanno divampando nelle "zone di controllo" avrebbero potuto essere estinti in fase precoce, il che avrebbe ridotto significativamente l'area interessata dagli incendi e le emissioni di CO2 nell'atmosfera.
Incontro tra ISDE Genova e Fridays for Future Genova
Agosto 2 @ 17:00 - 18:30
Noi combattiamo contro il riscaldamento globale e contro le emissioni. Lo facciamo perché il nostro futuro è in pericolo. Ma se vi dicessimo che anche il nostro presente è in pericolo? Se quelle stesse emissioni, responsabili dell’emergenza climatica che si sta aggravando sempre più, fossero anche responsabili di morti e malattie proprio adesso? Qual’è il legame fra ambiente e salute? Ne parleremo con l’associazione Medici per l’Ambiente.
Scendete in piazza con tutte le domande su questo tema, cercheremo di rispondere a tutti i dubbi e a creare un dibattito per trovare cause e soluzioni!
Il Programma Ambiente e Salute del PSR si rivolge alle tossine e al riscaldamento globale: sfide alla vita e al benessere che pervadono l'intero pianeta. Invitano ad unirsi al crescente collegio di professionisti della salute e cittadini preoccupati che stanno portando una voce critica in prima linea nel processo decisionale sulla salute ambientale.
Fai clic di seguito per notizie, analisi e azioni su tutti i programmi E & H.
Tutti noi abbiamo bisogno di aria pulita per respirare, eppure molti individui e famiglie vivono dove gli inquinanti atmosferici ci stanno facendo ammalare, facendoci perdere giorni dal lavoro e dalla scuola e contribuendo a morti premature non necessarie. Come operatori sanitari e residenti statunitensi preoccupati, ci opponiamo a qualsiasi indebolimento delle protezioni dell'aria pulita ai sensi della Clean Air Act.
Il PSR ha citato in giudizio l'Agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti per richiedere all'agenzia di attuare la propria regolamentazione dell'ozono a livello del suolo, un pericoloso inquinante atmosferico che può danneggiare permanentemente i polmoni e aggravare i disturbi cardiaci.....
Carbone e clima: codice nero Le centrali elettriche a carbone sono il principale responsabile del riscaldamento globale negli Stati Uniti e rappresentano oltre il 30% delle emissioni di biossido di carbonio della nostra nazione. Sono anche una delle maggiori fonti di inquinanti atmosferici della nazione che danneggiano la salute cardiovascolare e respiratoria e minacciano lo sviluppo sano del bambino......
L'amministrazione e il Congresso di Trump stanno facendo gli straordinari per ripristinare le norme e gli standard di salute pubblica.
Tutti noi soffriamo quando leggi e regolamenti di tutela della salute come il Clean Air Act sono indeboliti, ritardati o bloccati. E i bambini, gli anziani, le comunità a basso reddito, le comunità di colore e le persone con malattie croniche soffrono di più.
Il nostro governo dovrebbe garantire che le agenzie federali applichino le leggi che proteggono la nostra acqua, la qualità dell'aria e la salute pubblica, non frenare il potere di queste agenzie di svolgere le loro missioni.....
La fine dell’era del carbone arriverà troppo tardi
Il budget di carbonio che ci resta prima di superare la soglia dei 2 gradi potrebbe essere consumato dalle centrali a carbone esistenti e future
La crescita del carbone in alcuni stati compromette i target climatici
(Rinnovabili.it) – La tanto annunciata morte del carbone potrebbe arrivare troppo in là per rispettare gli obiettivi climatici che ci siamo dati. Il budget di carbonio che che ci rimane (prima di eccedere la soglia dei 2 °C di riscaldamento globale oltre i livelli preindustriali) potrebbe essere speso in pochi decenni dalle centrali esistenti sommate a quelle in fase di costruzione o di progettazione.
Un’ondata di pessimismo urta il mondo scientifico con la pubblicazione di una nuova ricerca curata da tre istituti tedeschi: il Mercator Research Institute su Global Commons e Climate Change di Berlino, e il Potsdam Institute for Climate Impact Research e la Technical University di Berlino. I ricercatori ritengono che alcune nazioni potrebbero aumentare drasticamente le loro emissioni tra oggi e il 2030, visti i piani di aumento della produzione energetica dal carbone.
In combinazione con l’infrastruttura già esistente, gli impianti pianificati o in costruzione, se utilizzati per la durata standard, potrebbero bruciare gran parte del budget di carbonio residuo. Lo studio prende in esame i piani mondiali per il settore, rilevando che cinque paesi – India, Cina, Turchia, Vietnam e Indonesia – coprono il 73% della capacità attualmente in costruzione o in fase di progetto. Una volta costruita, generalmente una centrale non viene chiusa: se i piani dovessero essere completamente realizzati le circa 700 miliardi di tonnellate di CO2 che possiamo ancora emettere prima di superare un riscaldamento globale di 2 °C superiore ai livelli preindustriali verranno consumate in poco più di 20 anni.
Le centrali a carbone esistenti e altre infrastrutture sono in grado di consumare da sole 500 miliardi di tonnellate, se non verranno chiuse prima della fine dell’ordinario ciclo di vita. Le nuove centrali in costruzione o presenti sulle carte progettuali, potrebbero consumarne altri 150 miliardi. Il calcolo è presto fatto. Peggio ancora, i ricercatori dicono che le probabilità di rispettare un obiettivo più ambizioso, quello di un aumento delle temperature sotto il grado e mezzo sono molto basse. Anche se da domani non si costruisse più nessun impianto.
Il viaggio del particolato: dalla miniera di carbone ai ghiacci artici
Un nuovo studio indaga il ruolo localizzato dei particolati nella riduzione dell’affetto albedo di ghiacci e ghiacciai
(Rinnovabili.it) – Un’altra accusa climatica si aggiunge alla lunga lista dei motivi per cui il pianeta dovrebbe fare a meno del carbone. L’Università di Colorado-Boulder ha rivelato che in Norvegia, e più precisamente dell’arcipelago delle Svalbard, le polveri di una miniera di carbone stanno seriamente compromettendo il ruolo naturale delle vicine zone di neve e ghiaccio.
In un articolo pubblicato nel Journal of Geophysical Research: Atmospheres, gli scienziati dimostrano come il particolato carbonioso, trasportato da vento, stia diminuendo il naturale effetto albedo del ghiaccio. Lo studio illustra il significativo ruolo che le polveri di colore scuro possono giocare nel riscaldamento del Polo Nord, dal momento che assorbono una maggiore radiazione solare rispetto al bianco della neve e del ghiaccio e di conseguenza mantengono il calore più vicino alla superficie terrestre.
“L’estremo contrasto tra neve e particolato in questo preciso sito ci ha dato una linea di base per sviluppare algoritmi che ora possiamo usare per prendere future misure in settori che non sono facilmente accessibili”, spiega Alia Khan, tra gli autori dell’indagine. Ghiacci e neve incontaminati hanno un alto albedo spettrale, misura utilizzata per indicare quanto efficacemente una data superficie rifletta l’energia solare. Nel corso del tempo, particelle di nero carbone sospese nell’aria o altre polveri minerali possono percorrere lunghe distanze nell’atmosfera e stabilirsi su neve e ghiacciai, abbassando la riflettenza complessiva.
I ricercatori hanno raccolto campioni da quattro siti a varie distanze dalla miniera e ne hanno poi misurato la capacità di assorbimento luminoso Hanno potuto concludere che la polvere abbia avuto un effetto forte ma localizzato, riducendo la riflettenza spettrale nell’area circostante fino all’84 per cento. I risultati – spiegano gli scienziati – possono fornire una base per ulteriori ricerche, utilizzando satelliti e tecniche di telerilevamento nelle zone lontane. Elemento fondamentale soprattutto se si considera che l’attuale disgelo del permafrost sta risvegliando gli appetiti mondiali per le risorse minerarie dell’Artico. “Ci auguriamo che queste misurazioni vengano utilizzate nella gestione del futuro sviluppo energetico nella regione artica, in particolare per le miniere impossibili da studiare via terra, ma abbastanza grandi da essere visibili via satellite”.