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21 maggio 2018

Dott.Agostino di Ciaula:“Inquinamento e salute, serve prevenzione ma la politica non ascolta”

Tratto da itvonline.news

“Inquinamento e salute, serve prevenzione ma la politica non ascolta”

“Serve prevenzione primaria per contrastare gli effetti dell’inquinamento sulla salute ma fino ad ora i decisori politici non si sono rivelati attenti”. A parlare è il dottore Agostino Di Ciaula presidente del comitato tecnico scientifico di Isde Italia intervenuto a Manocalzati al convegno “Inquinamento della valle del Sabato ed effetti sulla salute”.
Il dottore Franco Mazza del comitato “Salviamo la valle del Sabato”, dal canto suo, punta l’indice sulla necessità di tagliare le emissioni in atmosfera.
Presente al dibattito anche il parlamentare del Movimento cinque stelle Generoso Maraia : “I cittadini pretendono chiarezza, gli enti mostrino i risultati delle analisi che troppo spesso restano chiusi nei cassetti”

10 luglio 2017

Con la "citizen science" la scienza è sempre più dei cittadini

Tratto da Il Cambiamento

La scienza è sempre più dei cittadini con la "citizen science"

........la realtà dei fatti procede sulle sue gambe e vede la sempre maggiore diffusione della cosiddetta "citizen science", ossia la partecipazione dei cittadini alla ricerca scientifica. La scienza è sempre più dei cittadini con la I cittadini producono sempre più dati con gli strumenti di misurazione, rendendoli subito disponibili e contribuendo così al fenomeno della cosiddetta citizen science, ideata all'inizio del Ventesimo secolo dall’ornitologo Frank M. Chapman.

L'attività di osservazione e raccolta dati è oggi davvero alla portata di tutti, grazie agli strumenti tecnologici e di condivisione delle informazioni, che permettono ai cittadini di contribuire attivamente alla ricerca di base e applicata. In questo senso la “citizen science” è stata definita come “partecipazione del pubblico nella ricerca scientifica“; si può collocare questo genere di attività nella più ampia esperienza della partecipazione dei cittadini, approccio sempre più diffuso nelle comunità e nella realtà delle più moderne democrazie. Il fine ultimo dei progetti di citizen science è infatti quello di esplorare e sperimentare nuove vie per rendere i cittadini reali protagonisti nelle decisioni e nelle scelte politiche.

La passata amministrazione Obama negli Stati Uniti aveva presentato un memorandum il cui obiettivo era quello di diffondere e istituzionalizzare la partecipazione dei cittadini a vari progetti di citizen science; il documento presentava una lista di progetti realizzati con obiettivi sociali, di ricerca e innovazione, di formazione e comunicazione delle scienze.

A livello europeo, già a fine 2013 la Commissione Europea ha promosso un Libro verde per la Citizen Science, collocandola in un processo di empowerment sociale.

La citizen science in ambito ambientale
In particolare, sta assumendo oggi un ruolo sempre più determinante la partecipazione attiva e volontaria dei cittadini nella ricerca e nello sviluppo di politiche ambientali a supporto dei decisori. I cittadini infatti esprimono crescente interesse e preoccupazione per l’impatto umano sull’ambiente che necessariamente comporta la perdita di biodiversità e il peggioramento della qualità della vita.

Attraverso la loro partecipazione attiva in campagne e progetti di citizen science, i cittadini arricchiscono dunque la conoscenza del territorio in cui abitano e stimolano le agenzie di controllo ambientale ad effettuare monitoraggi più estesi ed accurati. I dati prodotti, messi a disposizione della comunità attraverso internet, vanno poi ad arricchire la gamma dei cosiddetti open data.

Alcune esperienze in Italia : il coinvolgimento dei cittadini per acquisire informazioni utili alla ricerca scientifica

Nel campo del monitoraggio della qualità dell’aria, ci sono i progetti Zero Ipa di PeaceLink e Green Tour di EuThink: il primo, lanciato nel 2010, prevede il monitoraggio degli idrocarburi policiclici aromatici da parte dei cittadini muniti di un analizzatore che non richiede analisi chimiche ma si basa su uno spettro di luce che analizza in tempo reale gli agenti inquinanti; il secondo prevede un sistema di raccolta, elaborazione, diffusione e georeferenziazione dei dati ambientali sulla qualità dell’aria. Recentemente abbiamo già raccontato l’esperienza di misurazione della torbidità atmosferica (foschia) da parte di cittadini milanesi....Continua qui

22 dicembre 2016

GREENREPORT-Inquinamento atmosferico, pneumologi: contro 90mila morti in Italia «interventi grotteschi»

Tratto da greenreport

Inquinamento atmosferico, pneumologi: contro 90mila morti in Italia «interventi grotteschi»

Dal Negro (Cesfar): «Da noi il “controllo delle emissioni” di fatto, non interessa concretamente i decisori, o non conviene»
[22 dicembre 2016]
inquinamento
Si contano circa 90mila morti premature, in tutta Italia, correlate all’inquinamento atmosferico: sono questi i dati pubblicati dall’Ispra all’interno dell’ultimo rapporto sulla Qualità dell’ambiente urbano, dove si stima che l’esposizione a lungo termine al PM2,5, all’NO2 e all’O3 sia direttamente legata nel nostro Paese 91.050 a decessi in un solo anno. Una costante emergenza che è stata risollevata oggi dal Cesfar – il Centro nazionale studi di farmacoeconomia e farmacoepidemiologia respiratoria con sede a Verona – in vista del XX Congresso Asma bronchiale e Bpco: nuovi obiettivi, nuovi rimedi, nuove strategie, il congresso specialistico di pneumologia con la più lunga tradizione in Italia.
«La cosa drammatica – sottolinea Roberto W. Dal Negro, pneumologo e responsabile Cesfar – è che nel nostro Paese, per quanto attiene per esempio alle PM10, anche rispettare il limite previsto dalla legislazione vigente (non più di 35 superamenti in un anno) è tuttora un traguardo irraggiungibile su tutto il territorio nazionale. È ormai perfino troppo evidente che da noi il “controllo delle emissioni” di fatto, non interessa concretamente i decisori, o non conviene: nella migliore delle ipotesi,  infatti, le misure si limitano anche per quest’anno a provvedimenti emergenziali ed estemporanei, di rilevanza tale che spesso sfiorano il grottesco a livello locale».
Come documenta l’Ispra, ancora una volta le città della Valle Padana l’hanno fatta  da padrona in termini di giorni di superamento dei limiti consentiti per le emissioni di PM10 ed altri inquinanti, anche se questa volta – evidenziano dal Cesfar – risultano accompagnate da numerosi altri capoluoghi di provincia, fra i quali Napoli, Terni, Frosinone e molti altri.
«In pratica, nessun provvedimento strutturale e strategico – conclude Dal Negro – è stato mai programmato su ampia scala negli ultimi decenni, e tantomeno in maniera sinergica fra le varie istituzioni coinvolte. E ciò, nonostante sia arcinoto che il principale determinante è rappresentato  dal consumo di energia, in particolare quella che proviene da fonti fossili (petrolio, gas naturale, carbone). In altri termini, trasporti, usi domestici, industria: tutti argomenti che richiederebbero un interessamento fattivo e capillare delle istituzioni preposte. È sotto gli occhi di tutti la realtà del trasporto merci, di fatto quasi  esclusivamente su gomma e con direttrici stradali e autostradali iperaffollate ed ingolfate; la situazione del traffico veicolare privato, caotico ed in continua crescita, a fronte di trasporti pubblici carenti (se non carenti) e male organizzati in molte città italiane, anche metropolitane; del riscaldamento domestico, dove la verifica di conformità degli impianti e delle emissioni è tuttora episodica e “a macchia di leopardo”, pur esistendo sulla carta numerosi provvedimenti specifici, troppo spesso trasformati nella vita reale in inutili “grida manzoniane”, facilmente eludubili».

11 dicembre 2015

MARINA FORTI:PARIGI: CONFLITTO D’INTERESSE SUL CLIMA

Tratto da TERRATERRAONLINE

il blog di Marina Forti


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PARIGI: CONFLITTO D’INTERESSE SUL CLIMA


MarinaForti-bigPolluters
Chiamiamolo conflitto d’interesse. La Conferenza delle Nazioni unite sul clima in corso a Parigi è un affare costoso, come tutti i consessi dell’Onu: e almeno il 20 per cento di questo costo è finanziato da alcune grandi aziende, per lo più del settore dell’energia. Niente male: la conferenza che discute come frenare il cambiamento del clima ed evitare che diventi una catastrofe irreversibile per l’umanità è sponsorizzata dall’industria che più di tutte è direttamente coinvolta nel cambiamento del clima, cioè l’industria energetica; sappiamo tutti ormai che bruciare combustibili fossili è la prima fonte dei gas di serra che riscaldano l’atmosfera terrestre.
Anche le aziende sono corresponsabili della ricerca di soluzioni sul clima, si dirà. Il punto però è quali aziende, e cosa ne ottengono in cambio ...........
Tra gli sponsor di Parigi ad esempio troviamo Engie (già Gaz de France-Suez), Suez Environment, il gruppo bancario Bnp Paribas, Energie de France. Si da il caso che Engie sia proprietaria di 30 centrali a carbone sparse per il mondo (tra cui quella di Vado Ligure, oggi chiusa per ordine della magistratura); in generale produce buona parte della sua energia con nucleare e combustibili fossili (solo il 5% con fonti rinnovabili). Bnp Paribas investe in Canada nelle sabbie bituminose, una delle fonti più controverse per il suo impatto ambientale. Anche Edf possiede una quindicina di centrali a carbone – sto citando l’analisi pubblicata da un gruppo di Ong ambientaliste francesi.
Sponsorizzare la Conferenza sul clima, da parte di grandi inquinatori, è quello che gli ambientalisti chiamano greenwashing, darsi una facciata “verde”? Sì, certo, ma non solo: è anche lotta ideologica, interessi privati nelle politiche pubbliche. Vediamo perché.
“Sapevamo dell’impatto dei combustibili fossili ma l’abbiamo pubblicamente negato”: false pubblicità affisse a Parigi
L’organizzazione non governativa Corporate Accountability International (Cai), che si batte per la trasparenza delle grandi aziende multinazionali, ha analizzato i nessi tra le aziende sponsor, i decisori politici e le istituzioni internazionali e sostiene che la Conferenza di Parigi è diventata sede di un discreto lavoro di lobby: attraverso i negoziati informali che si tengono fuori dalle sedi plenarie per «facilitare» gli accordi, o attraverso le decine di «eventi collaterali» in cui le aziende presentano «innovazioni di mercato» ai problemi ambientali, e cose simili. Così il mondo delle imprese influenza i negoziati a proprio favore.
La vulgata è che le industrie devono contribuire alla soluzione del problema, impegnarsi nella transizione energetica, eccetera eccetera. Spesso gli eventi collaterali sono presentati come «forum pubblici di indirizzo politico», anche se presenziano aziende e governi mentre hanno ben poco spazio le reti della società civile organizzata presenti a Parigi: proprio quelle che rappresentano chi sta già pagando il prezzo di inquinamento e cambiamento del clima.
Insomma: industrie embedded nei negoziati – mentre organizzazioni ambientaliste e reti sociali ne sono escluse, a quanto denuncia un’organizzazione come Friends of the Earth International (a dire la verità, anche i negoziatori dei Paesi meno potenti e più vulnerabili lamentano di essere esclusi dai negoziati veri). Tenute a distanza anche fisica: non è la prima conferenza Onu in cui ciò accade, anche se questa volta ad appesantire la tensione ci sono le misure anti-terrorismo adottate a Parigi dopo la strage di novembre.
La presenza delle imprese nei corridoi dei negoziati del resto non è una novità, e riflette una tendenza ormai affermata: è almeno un decennio che conferenze Onu affidano a «partnership pubblico-privato» le politiche per il clima (ma questo vale anche per altri campi di intervento che dovrebbe essere pubblico, dagli aiuti internazionali per lo sviluppo alla sanità o l’istruzione). È un progetto ideologico e politico: gli Stati delegano le politiche pubbliche all’intervento (e ai finanziamenti) privati; il principio di coinvolgere le «parti sociali» è diventata ricerca di «soluzioni di mercato», di collaborazione tra«mercato e ambiente».
In una nota da Parigi, il magazine americano The Nation commenta: «Chi inquina paga, ma non dovrebbe anche governare».
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Marina Forti

TERRATERRAONLINE

05 novembre 2015

Presto diremo addio alle fonti fossili ?

Tratto da Mirkobusto.net

addio alle fonti fossili

Presto diremo addio alle fonti fossili



Manca meno di un mese alla Conferenza sul clima COP21 di Parigi, e gli esiti di questo importante (e si spera non inutile) evento sono tutt’altro che scontati. Se però restano forti dubbi sulla volontà politica di alcuni “grandi” decisori del pianeta di arginare il fenomeno del cambiamento climatico, buone notizie arrivano invece dal mondo delle energie alternative. Che, grazie al boom delle rinnovabili e ad alcune scommesse sbagliate dei colossi petroliferi, porteranno presto le fonti combustibili fossili ad essere solo un brutto e sporco ricordo.
Partiamo dalla notizia più interessante: in Germania (che si sta pure definitivamente liberando del nucleare) e nel Regno Unito, l’energia prodotta da fonte eolica è diventata la più economica in assoluto. E questo senza nemmeno il bisogno di sussidistatali. Lo rivela Bloomberg, che sottolinea come ciò non fosse mai accaduto prima in un’economia del G7, gruppo di paesi industriali generalmente schiavi di petrolio, gas e carbone. Se non appunto del nucleare.
Ma non è tutto. Il crollo dei costi delle rinnovabili porta a trattare un fenomeno che sta creando ancora più stupore del sorpasso storico di cui sopra in Germania e UK. Negli Usa, nazione schiava del petrolio per eccellenza, il Capacity Factor delle rinnovabili sta infatti sorpassando quello notoriamente più elevato dei combustibili fossili.
Di che si tratta?
Per spiegare cosa sia il Capacity Factor, si può fare un semplice esempio. Pensate ad un impianto solare. Bene, questo non può produrre sempre la stessa quantità di elettricità, perché il quantitativo di sole cui è esposto, l’insolazione, varia in base alle condizioni meteorologiche, alla stagione e ovviamente al fatto che sia giorno o notte. Se 100 è la sua capacità massima di produrre energia, si può considerare ad esempio che la reale produzione di elettricità di un impianto solare sia molto inferiore, circa 20.
Questo fattore, fino ad ora, è sempre stato uno dei punti forti dei combustibili fossili, capaci di produrre tutta l’energia necessaria indipendentemente dalla presenza o meno di sole e vento. Ma non è più così. Oggi, infatti, gli impianti di energia rinnovabile sono talmente numerosi che hanno avviato un circolo virtuoso dell’energia che sta portando le compagnie energetiche a investire sempre più sulle rinnovabili, e sempre meno sui fossili.
Perché?
Perché un impianto fotovoltaico o eolico, giusto per restare su questi due esempi, una volta costruito non comporta costi legati all’approvvigionamento di energia. Il sole e il vento, infatti, a differenza del petrolio, del gas o del carbone che vanno continuamente immessi in una centrale per produrre elettricità, sono gratis! E chi non tende a preferire qualcosa che ti si presenta da usare gratis?
Ecco, questa è l’origine del circolo virtuoso in corso negli Stati Uniti. Più aumenta la produzione da fonti rinnovabili, più, nelle ore di massima produzione (di giorno per il solare) vengono spente le più costose fonti fossili. Con meno ore di funzionamento le centrali a carbone e gas diventano meno economicamente competitive e inoltre scende il loro capacity factor. Questo ciclo virtuoso non fa altro che favorire ancora di più la crescita delle rinnovabili.
Ma non è tutto.
Oltre al declino dei fossili e all’espansione delle rinnovabili (e si spera dell’efficienza energetica), le maggiori compagnie petrolifere del pianeta, convinte fino a poco tempo fa che le grandi economie emergenti come Cina e India sarebbero rimaste schiave di petrolio e carbone ancora per molti decenni, non hanno fatto i conti con la possibilità che anche lì il buon senso, la voglia di risparmiare e forse anche un minimo di interesse per le sorti del clima terrestre potessero farsi vivi. Come in effetti sta avvenendo.
Anche solo sei anni fa, l’Agenzia internazionale dell’energia (AIE) prevedeva che l’energia da fonte solare avrebbe fatto fatica anche solo a raggiungere i 20 gigawatt. E invece è letteralmente esplosa, fa presente il Telegraph, arrivando a ben 180 gigawatt, con un crollo dei suoi costi.
Insomma, forse per questa COP21 di Parigi qualche speranza c’è. Alla faccia dei fossili dei governi rimasti attaccati al carbone, al petrolio, alle trivelle e in generale a una visione ottocentesca dell’economia e della vita.
Sono già 155 i Paesi che hanno presentato per la COP21 dei piani per ridurre le proprie emissioni di gas serra. Fra questi, appunto, ci sono anche la Cina e l’India, e tutti assieme emettono l’88% di tutta la CO2 globale. Proprio la Cina mossa dal fatto che è considerata una delle nazioni più esposte agli effetti del cambiamento climatico. 
Avreste mai detto di dover guardare al governo cinese come esempio di apertura mentale e lungimiranza?

11 giugno 2015

"Noi ci stiamo fumando il pianeta."


Tratto da http://2015.festivaleconomia.eu
EKINS: "DIAMO UN PREZZO AL CARBONIO E POI TASSIAMOLO" 
La questione energetica e l'ambiente: "Dobbiamo mantenere sottoterra l'80 per cento del carbone e metà del petrolio"
"Difficile fare qualsiasi politica che non tenga conto dei cambiamenti climatici" afferma Navarra, "ma dobbiamo essere ottimisti perché l´umanità è in grado di risolvere i problemi, restando al tempo stesso preoccupati perchè non sempre sapere che fumare fa male porta a smettere, e noi ci stiamo fumando il pianeta." 

Trento, 10 giugno 2015 ­ "Ci si chiede spesso, con una certa ansia per il futuro delle nostre riserve energetiche, quando finirà il petrolio, ma se vogliamo limitare a 2 °C l´aumento della temperatura sulla Terra dobbiamo mantenere sotto terra l´80 per cento del carbone, più di due terzi del gas naturale e metà del petrolio. La nuova politica energetica parte da qui". Per Paul Ekins, docente di Politica energetica e ambientale all´University College London, la soluzione al problema energetico, quella capace di ridurre la contraddizione tra energia e ambiente, dipende dalle scelte dei decisori politici. E tra queste scelte la priorità va all´attribuzione di un prezzo al carbonio, premessa per poi poterlo tassare. Sapendo che, in ogni caso, anche così facendo non riusciremo comunque a fermare il global warming. 
Tutto si gioca attorno al "trilemma" della questione energetica ­ ovvero la compatibilità tra l´esigenza di garantire la sicurezza delle forniture, l´efficienza economica del sistema (mantenere basso il prezzo dell´energia) e i cambiamenti climatici ­ introdotto ad inizio incontro da Matteo Di Castelnuovo che, assieme al climatologo Antonio Navarra ha animato il confronto con Ekins, moderato dal responsabile scientifico del Festival della scienza medica di Bologna, Pino Donghi. 

"Secondo l´Agenzia internazionale dell ´energia ­ spiega Di Castelnuovo ­ nel 2014 le emissioni si sono fermate, non accadeva da 40 anni, a causa di un cambiamento nelle modalità di consumo di energia in Europa e negli Usa. La nostra dipendenza dai combustibili fossili è scesa in dieci anni dall´82 al 75 per cento, un risultato straordinario, ed ancora tale dipendenza si ridurrà in futuro. Il mercato della Co2 è nel frattempo crollato, ma la novità è che le centrali a carbone stanno riguadagnando terreno, mentre quelle a gas stanno perdendo spazio. 

L´energia elettrica? È diventata spazzatura, le centrali pagano perchè sia ritirata, sono crollati i prezzi e le centrali tradizionali non sono più in grado di recuperare. Anche in Italia la domanda di elettricità è in calo: nel 2014 quasi il 40 per cento della domanda di energia è stata soddisfatta da energie rinnovabili. Anche la domanda di picco è andata scendendo, nonostante questo si è continuato a costruire centrali idroelettriche, che sono raddoppiate, a fronte di una domanda rimasta stabile o in declino. Pure la domanda di gas è scesa." Questo il sintetico quadro fatto da Di Castelnuovo di cosa sta accadendo nei mercati elettrici. Alla questione energetica, come sappiamo, è strettamente legata quella climatica. "Difficile fare qualsiasi politica che non tenga conto dei cambiamenti climatici" afferma Navarra, "ma dobbiamo essere ottimisti perché l´umanità è in grado di risolvere i problemi, restando al tempo stesso preoccupati perchè non sempre sapere che fumare fa male porta a smettere, e noi ci stiamo fumando il pianeta." "Creare un mercato energetico diverso, che sia meno in conflitto con l´ambiente ­ questa la conclusione di Ekins ­ è certamente possibile, l´unica opzione non accettabile è quella di non prendere nessuna decisione. Le decisioni sono difficili perché gli investimenti che dobbiamo fare avranno un impatto per decenni. ..........Dobbiamo scegliere, sapendo che tutte queste opzioni comportano dei problemi. 
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14 novembre 2014

World Energy Outlook 2014.Per l ' IEA: i sussidi alle fossili ostacolano la crescita delle rinnovabili.

  • Tratto da rinnovabili.it

  • Pubblicato il World Energy Outlook 2014

    IEA: i sussidi alle fossili ostacolano la crescita delle rinnovabili

(Rinnovabili.it) – Gli eventi dell’ultimo anno hanno aumentato le incertezze a lungo termine che il settore energetico mondiale dovrà affrontare. A spiegare le nuove sfide con cui dovrà confortarsi il comparto è World Energy Outlook 2014  dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, rapporto finalizzato a mettere in guardia i decisori politici del possibile rischio che le problematiche di oggi possano distrarre dal riconoscere ed affrontare nel giusto modo i fattori di stress per il sistema energetico. Nello scenario centrale del WEO-2014, la domanda di energia primaria mondiale crescerà del 37% entro il 2040, mettendo ancora più pressione ad un sistema ma già oggi in difficoltà. Una pressione che sarebbe ancora più forte se non fosse per le misure di efficienza oggi messe in campo a livello globale, vero e proprio freno alla crescita della domanda.

Secondo questo stesso scenario la richiesta mondiale di due dei tre combustibili fossili – carbone e petrolio – si stabilizzerà entro il 2040, anche se il livellamento di entrambi sarà il risultato di andamenti molto diversi nei vari paesi. A fare la parte del leone sarà però il gas naturale, che entro il 2030 diventerà la prima fonte di energia, con una domanda prevista in crescita di oltre il 50%. Allo stesso tempo, le tecnologie per le energie rinnovabili guadagneranno rapidamente terreno, aiutati dal calo dei costi e dai sussidi (stimati in 120 miliardi dollari nel 2013) al punto che tra 26 anni il mix energetico mondiale sarà divisa è diviso in quattro parti quasi uguali: fonti a basso tenore di carbonio (nucleare e rinnovabili), petrolio, gas naturale e carbone.

Nel dettaglio il report individua ottime prospettive per le green energy: rappresenteranno quasi la metà della crescita globale nella produzione di energia per il 2040, superando il carbone come fonte di energia. In questo contesto l’apporto maggiore deriverà dall’eolico, seguito dall’idroelettrico e quindi dal fotovoltaico. Ma seppur positivo questo scenario, avverte la IEA, non sarà sufficiente  ad evitare la crescita della temperatura terrestre oltre il limite dei 2° C indicati dal mondo scientifico. Fatih Birol capo economista della IEA sostiene che gli investimenti nelle energie a basse emissioni di carbonio dovrebbero aumentare di quattro volte rispetto ai livelli attuali per soddisfare le richieste climatiche. Ad oggi invece le rinnovabili continuano a ricevere sovvenzioni decisamente inferiori alle fonti fossili. “Incentivare il carbone, il petrolio e il consumo di gas, significa esser costretti a pagare per inquinare il mondo, pagare per utilizzare l’energia in modo inefficiente”, ha aggiunto Birol.

“La IEA incolpa correttamente i sussidi ai combustibili fossili e la mancanza di volontà politica di scoraggiare gli investimenti nei combustibili fossili: questo è un elemento chiave per dare priorità alle fonti rinnovabili e all’efficienza energetica”, sostiene Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia sottolineando però che, nonostante il rapporto critichi gli alti costi, le barriere tecnologiche, l’impatto ambientale, l’Agenzia non abbraccia del tutto il percorso verso l’energia rinnovabile combinata con la più alta efficienza energetica come la vera opzione di sviluppo futuro. “Il rapporto dice anche che a meno che le politiche non cambino radicalmente, gran parte dei Paesi in via di sviluppo, soprattutto in Africa, resteranno in estrema povertà energetica, mentre in altre regioni soffocate dall’inquinamento atmosferico provocato dai combustibili fossili, si aggraveranno i problemi di salute”.

27 gennaio 2014

ISDE .il messaggio medico al Paese e ai decisori politici: "Ora non si può non sapere"......

Riportiamo  il post del 2 ottobre 2013 ricevuto  da Isde.  Post  da non dimenticare.

Taranto: il messaggio medico al Paese e ai decisori politici:

"Ora non si può non sapere"......

C'erano moltissimi medici, sabato 28 settembre nell'aula universitaria di Taranto per seguire il Convegno "Salute, ambiente, lavoro nella città dell’acciaio"......
 

........ "Questa è una giornata che vuole essere simbolo e ripartenza, una giornata che insieme è di denuncia e di richiesta di maggior salute pubblica per tutti".

A Taranto l'inquietante presenza di ciminiere e nubi tossiche è un immagine che si stampa negli occhi, che deturpa la bellezza dei due mari che accarezzano la città. E mentre da Bruxelles arriva la bacchettata ambientale (sotto forma di avvio di procedura di infrazione, in quanto il nostro Paese proprio sull'Ilva non ha rispettato le direttive sulle emissioni inquinanti), dal convegno tenuto in questa città antica e deturpata, è arrivato un messaggio medico scientifico preciso e impegnativo, che Amedeo Bianco, presidente della Federazione, ha sintetizzato in due punti chiave: i medici di tutta Italia sono vicini alla città e i dati scientifici devono orientare le iniziative di tutela della salute.




Mantenendo fede al suo impianto scientifico, il convegno ha presentato approfondimenti e riflessioni che, come detto dal primo relatore Agostino Di Ciaula (ISDE) possono diventare promemoria sanitario per decisori politici. Decisori che devono prendere atto dei dati di carcinomi e dell’incidenza della Bpco, ma anche di quelli dell’abnorme infertilità (20-25%) mostrata da Raffaella Depalo (Policlinico di Bari), come anche dell’insolito dato socio-statistico: Taranto è l’unica città italiana in cui l’aspettativa di vita si è abbassata di due anni, contraddicendo l’orientamento che vuole l’Italia (insieme al Giappone) come il paese più vecchio del mondo. 

Insomma: Taranto rappresenta una sfida.

 A chi fa azienda, a chi gestisce la produzione nel nostro Paese, a chi progetta la sanità pubblica. Una sfida anche per quella parte di mondo medico e di ricercatori (sempre più esigua) che mette in dubbio il rapporto tra inquinanti e salute.

Una sfida e una preoccupazione che Ernesto Burgio, Direttore scientifico dell'ISDE e da un ventennio acceso sostenitore di ricerche "eretiche", ha lanciato anche più in avanti sottolineando che il problema non è solo nei tumori manifesti, visto che"non è la dose che fa il veleno, bensì la quantità nel lungo periodo", nella convinzione che embrioni, feti e gameti sono i target piu sensibili agli agenti inquinanti.


 In una perfetta linea epigenetica, Burgio ha sottolineato che "quel che si genera adesso lo percepiremo tra 20 anni", citando il Lancet che ormai parla di pandemia quando riporta i dati dell'autismo in zone fortemente inquinate. 
Immagine tratta da Facobook del medico Isde G.Ghirga
 Il riferimento del ricercatore siciliano è quella parte di scienza internazionale che ormai vede il DNA non come un elemento immutabile, ma come un dato "sprogrammabile" fin dall'utero, fortemente mutevole e sottoposto a pressioni ambientali: non a caso esistono centri di ricerca che stanno concentrando il loro lavoro proprio sulle eco-interferenze sul DNA, offrendo chiavi di lettura nuove degli effetti dell'inquinamento sul corpo umano e sui suoi meccanismi.

E dunque che fare? Chiudere, riconvertire, bonificare, statalizzare? I temi del “dopo” sono giustamente rimasti sullo sfondo, ma non si può dimenticare cosa accade da altre parti del mondo.

 Altrove è la stessa classe imprenditoriale a cercare le soluzioni a miglior impatto. Altrove – si pensi al bacino della Ruhr, a Bilbao, a Pittsburgh – la riconversione ha pagato e ha fruttato economicamente al meglio, sia nelle situazioni in cui le fabbriche sono rimaste, sia in quelle in cui le ciminiere sono state sostituite da cultura e turismo. 
Taranto potrebbe essere un modello di rinascita, invece che di morte, soprattutto se accorpata in un ipotetico “piano nazionale” alle altre due grandi aree pericolose del nostro Paese, Marghera e Augusta-Priolo, anch’esse sul mare, anche loro ad altissima incidenza tumorale.

Da Taranto la classe medica rilancia un messaggio chiaro: non chiudiamo gli occhi, partecipiamo e condividiamo dati, preoccupazioni, sfide, affinché diventino coscienza professionale e messaggio politico.


 Come ha sottolineato EmanueleVinci, coordinatore della Commissione ambiente della Federazione nazionale degli Ordini:
 "Ora non si può non sapere......


Walter Gatti