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09 maggio 2021

Manifestazione nazionale genitori tarantini su ex-ILVA: I medici ISDE in piazza per difendere il diritto alla Salute

 Tratto da Isde

Manifestazione nazionale genitori tarantini su ex-ILVA: I medici ISDE in piazza per difendere il diritto alla Salute. Dei bambini e delle bambine prima di tutto.


Isde Italia si associa e sostiene fermamente la delegazione di Isde Taranto che sarà presente in piazza Montecitorio, a Roma, il prossimo 13 maggio per riaffermare il diritto di vivere in un ambiente salubre unitamente al Comitato Cittadino per la Salute e l’Ambiente a Taranto, all’associazione Genitori Tarantini ETS, a Peacelink, a Comitato Quartiere Tamburi, a Donne Futuro per Taranto libera, a Liberiamo Taranto, a Lovely taranto, a Giustizia per Taranto, a Associazioni Miticoltori, a liberi cittadini.

Il 13 maggio è la data in cui è atteso il pronunciamento del Consiglio di Stato sul ricorso presentato da Arcelor Mittal contro la sentenza del 13 febbraio 2021 del TAR di Lecce che imponeva,  entro 60 giorni dalla pubblicazione,  lo spegnimento degli impianti siderurgici in quanto altamente inquinanti e fonte di grave pericolo per la salute dei cittadini.

Ormai numerosissimi sono gli studi scientifici che, dal 1998 a oggi, attestano che nella città di Taranto la salute dei cittadini è messa a serio rischio dall’inquinamento prodotto dalla più grande acciaieria d’ Europa.

Nello specifico, per la prima volta, la Magistratura ha riconosciuto un ruolo causale degli inquinanti emessi dall’impianto nell’insorgenza di un tumore cerebrale, a soli 3 mesi dalla nascita, in Lorenzo Zaratta, un bambino in seguito deceduto per tale patologia a 5 anni. Al concepimento la madre di Lorenzo lavorava nel quartiere Tamburi, area ambientale maggiormente esposta all’inquinamento ed è ormai ampiamente noto che gli agenti cancerogeni passano dalla madre al feto già durante la vita intrauterina, compreso i metalli pesanti riscontrati nei tessuti bioptici post-mortem del piccolo Lorenzo.

Ad oggi sono stati emessi ben 12 decreti “Salva-ILVA” per salvaguardare la produzione dell’acciaio mentre nulla è stato fatto per proteggere la salute della popolazione ed in particolare dei bambini: anzi! Lo Stato ha deciso di diventare “socio” di Arcerol Mittal con lo scopo di perpetuare la vita di una fabbrica ormai obsoleta, grande più della città e responsabile di gravissimi danni per la popolazione tarantina.

Esprimiamo gratitudine alla Magistratura che in più di una occasione ha dimostrato di tutelare il valore supremo della salute ed auspichiamo che il Consiglio di Stato tenga in massima considerazione non solo l’urgenza di tutelare la salute dei tarantini, a cominciare dai bambini, ma anche  la formula dell’ Emergenza Climatica E = R x U non rispettata da questa industria a ciclo integrale.

Non possiamo rassegnarci che ancora una volta si anteponga la prosecuzione di una attività altamente inquinante e che nulla venga fatto a tutela  della salute.

 La città di Taranto è, di fatto, diventata ormai l’emblema  delle tante, troppe battaglie, in atto nel paese in difesa della salute e dell’ambiente  e ai medici ISDE  presenti a Roma il 13 si uniscono idealmente  tutti i colleghi ISDE d’ Italia.

Non è più tollerabile che i cittadini e soprattutto i bambini di Taranto-continuino ad essere i “Grandi Assenti” nell’agenda di chi ci governa.

 

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05 maggio 2021

Impatto dei combustibili fossili sulla salute

 Tratto da Wonderwhy

L’impatto dei combustibili fossili sulla salute


L’analisi degli ultimi dati raccolti sull’inquinamento atmosferico da combustibili fossili dipinge uno scenario critico, in particolare per gli Stati Uniti orientali, l’Europa e il Sudest Asiatico, ma in miglioramento rispetto al passato.

Che l’inquinamento atmosferico sia una delle maggiori fonti di preoccupazione per la nostra salute è un fatto assodato. Ma qual è l’impatto sulla salute dell’inquinamento causato dai combustibili fossili a livello globale? A far luce sulla questione arriva uno studio i cui risultati sono stati appena pubblicati sulla rivista Environmental Research. Lo studio è stato condotto dall’Università di Harvard, in collaborazione con l’Università di Birmingham, l’Università di Leicester e lo University College di Londra. Secondo i ricercatori sarebbero più di 8 milioni le persone decedute prematuramente nel 2018 a causa dell’inquinamento da combustibili fossili, tra cui rientrano carbone, benzina e diesel. Cina, India e parti del Nord America orientale, dell’Europa e del Sudest asiatico sono tra le aree più colpite e con i più alti tassi di mortalità.

Il numero di morti è ridotto di circa due milioni di unità rispetto a studi precedenti, che riguardavano l’anno 2012, indicando un miglioramento della qualità dell’aria dovuta a limiti legali più severi. D’altro canto i numeri dei morti restano importanti, dato che sono l’equivalente della popolazione di grandi città come Londra o New York. Tuttavia gli stessi ricercatori ammettono limitazioni nelle stime dello studio, anche dovuto a numerosi fattori confondenti, per cui l’intervallo di confidenza è molto ampio.

Il grande imputato, il Pm2,5
I combustibili fossili alimentano le centrali energetiche, i trasporti e gran parte dei servizi di cui usufruiamo (per esempio il riscaldamento). Con la loro combustione si immettono nell’atmosfera non solo i gas serra, maggiori responsabili dei cambiamenti climatici in atto, ma anche altre sostanze chimiche che possono causare gravi patologie.

Spesso si parla di questi composti non in modo individuale ma per categorie che comprendono sostanze diverse, accomunate dalle dimensioni. Il particolato fine, quello di dimensioni inferiori a 2,5 micron (millesimi di millimetro), sembra essere il più problematico per la salute. Si tratta di particelle così piccole che, una volta inalate, riescono a superare alcune barriere fisiche del nostro corpo, raggiungendo e penetrando in profondità nei polmoni, fino a entrare nel flusso sanguigno e causare danni a più organi (oltre a compromettere la stessa funzione polmonare).

Gli effetti sulla salute del particolato fine per esposizione sia a breve sia a lungo termine sono ben documentati e sappiamo che possono includere disturbi a carico del sistema respiratorio e cardiovascolare come asma grave, infezioni respiratorie, malattie cardiache, ictus, cancro ai polmoni, deficit cognitivi, tali da comportare morte prematura (fonte Organizzazione mondiale della salute).

Come si è arrivati a questi risultati
Se le ricerche precedenti erano molto incentrate su osservazioni satellitari, che non consentivano di distinguere le varie fonti che producevano particolato, con questo studio, che ha preso in considerazione i dati di meta-analisi recenti e con una gamma molto ampia di esposizione, si è cercato di utilizzare un nuovo modello globale 3D della chimica atmosferica, in grado di meglio orientare l’interpretazione dei dati raccolti e il loro confronto con le osservazioni di superficie, aeronautiche e satellitari in tutto il mondo.

GEOS-Chem, questo il nome del modello, grazie all’elevata risoluzione – la risoluzione spaziale era fino a 50 km x 60 km – ha permesso di osservare i livelli di inquinamento in ogni “riquadro”. In questo modo è stato possibile risalire in modo più preciso alle fonti di inquinamento, valutare la composizione dell’aria respirata dalle persone nelle varie regioni e comprendere meglio come la composizione e i livelli di particolato abbiano potuto influire sulla loro salute.

Le stime precedenti

In una ricerca precedente, completata nel 2015 dai ricercatori che hanno contribuito al progetto “Global Burden of Disease”, era stato stimato in 4,2 milioni il numero delle vittime di Pm 2.5, circa la metà, quindi, rispetto alla stima dei ricercatori di Harvard. Tuttavia questa ricerca, consistita in uno studio epidemiologico osservazionale molto ampio, aveva tenuto in considerazione l’inquinamento da particolato fine proveniente da tutte le fonti possibili, mentre i dati appena riportati su Environmental Research riguardano esclusivamente il particolato immesso in atmosfera dalla combustione di combustibili fossili. Anche per questa ragione, i due studi non sono completamente paragonabili.


Rudi Bressa Giornalista ambientale e scientifico, collabora con varie testate nazionali e internazionali occupandosi di cambiamenti climatici, transizione energetica, economia circolare e conservazione della natura. È membro di Swim (Science writers in Italy) e fa parte del board del Clew Journalism Network. I suoi lavori sono stati supportati dal Journalism Fund e dalI’IJ4EU (Investigative Journalism for Europe).

ILVA, procedura di infrazione per mancato rispetto della direttiva europea 75

Tratto da Peacelink


Lettera di PeaceLink alla Direzione Generale Ambiente della Commissione Europea

ILVA, procedura di infrazione per mancato rispetto della direttiva europea 75/2010/UE

Riteniamo che sull’ILVA, nonostante il parere motivato della Commissione Europea, i governi italiani abbiano agito in contrasto con le norme europee. Oggi non è l’ILVA che si uniforma all’Autorizzazione Integrata Ambientale ma è l’Autorizzazione Integrata Ambientale che si conforma sull’ILVA.
2 maggio 2021
Alessandro Marescotti (Presidente di PeaceLink)

Logo PeaceLink

Lettera alla Direzione Generale della Commissione Europea

Oggetto: procedura di infrazione INFR(2013)2177 sull’ILVA di Taranto

Scriviamo questa lettera per chiedere informazioni sulla procedura di infrazione per lo stabilimento ILVA di Taranto. Tale stabilimento è attualmente di proprietà di ILVA in a.s. ed è stato gestito dal 2018 da ArcelorMittal Italia. Recentemente è stata costituita Acciaierie d’Italia, un società nata dall'accordo fra Invitalia e ArcelorMittal Italia. 

PeaceLink negli scorsi anni ha fornito molto materiale sulle criticità dell'ILVA di Taranto. 

Grazie alle ripetute sollecitazioni di PeaceLink e agli incontri che abbiamo avuto a Bruxelles con la Commissione Europea, nel 2013 è stata avviata la procedura di infrazione europea INFR(2013)2177alla direttiva 75/2010, procedura che ci risulta sia ancora aperta. 

Il 16/10/2014 la Commissione Europea ha inviato all’Italia il parere motivato (art. 258 del TFUE). A tale parere la Commissione Europea giunge quando un paese della UE è venuto meno ai propri obblighi di fronte al diritto europeo. Il parere motivato è una richiesta formale di conformarsi al diritto dell'Unione in cui è spiegato perché si ritiene che il paese violi il diritto dell'UE. 

La Commissione Europea, con tale atto del 16/10/2014, ha quindi richiamato l’Italia al rispetto della direttiva sull’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) ma, per tutta risposta, l’Italia ha fatto l’esatto contrario, interpretando quell’AIA come un elastico da allungare sempre di più, approvando di proroghe pretestuose e inaccettabili delle scadenze delle prescrizioni, attraverso leggi salva-ILVA e vari provvedimenti in deroga all’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale). Tali proroghe hanno avuto come effetto quello di spostare il termine dell’attuazione delle prescrizioni dal 2015 al 2017 e infine al 2023. E oggi si apprestano a prorogare oltre il 2023 in virtù delle clausole contenute nell’accordo fra INVITALIA e ArcelorMittal Italia. L’Italia ha così ignorato gli adempimenti richiesti dalla Commissione Europea. E si prepara a fare ancor peggio con la nuova società Acciaierie d’Italia proseguendo nella strada senza fine delle proroghe, venendo meno a ogni certezza delle scadenze prefissate e togliendo ogni credibilità all’Autorizzazione Integrata Ambientale. 

Oggi non è l’ILVA che si uniforma all’Autorizzazione Integrata Ambientale ma è l’Autorizzazione Integrata Ambientale che si conforma sull’ILVA. 

Il parere motivato della Commissione Europea è diventato ininfluente agli occhi dei governi italiani in assenza del passaggio successivo: la Corte di Giustizia dell’Unione Europea. 

I governi italiani, invece di mostrare celerità nel mettere a norma gli impianti e di mostrarsi diligenti, hanno esercitato l’ars retorica pur di prendere tempo e di posticipare in continuazione l’adozione delle migliori tecnologie, come nel caso dei filtri a manica Meros dell’impianto di sinterizzazione. 

Il disconoscimento dei diritti fondamentali dei cittadini sanciti dalla Carta di Nizza ha comportato il 24 gennaio 2019 una sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU). E per tutta risposta le scelte che si profilano sono - come si è detto - quelle di allungare ulteriormente i tempi del cronoprogramma ambientale, oltre il 2023.  

Il 13 febbraio 2021 il Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) di Lecce ha disposto il fermo degli impianti dell’area a caldo per la loro pericolosità. Tali impianti erano stati posti sotto sequestro senza facoltà d’uso dalla magistratura nel 2012. Hanno potuto funzionare solo con deroghe concesse dai provvedimenti salva-ILVA, varati con la promessa che gli impianti sarebbero stati messi a norma. Ma, a distanza di nove anni, la sentenza della CEDU e quella del TAR mostrano che la popolazione è stata ed è esposta a un rischio sanitario inaccettabile, come attestato anche dalla VIIAS (Valutazione Integrata di Impatto Ambientale e Sanitario). 

A completare questo quadro vi sono i dati dell’Istituto Superiore della Sanità che mostrano un eccesso di leucemie infantili e una perdita del quoziente di intelligenza nei bambini che vivono accanto alla fabbrica e che, nei giorni di vento, non possono aprire le finestre. La copertura dei parchi minerali ha contenuto le polveri pesanti ma non ha fermato le polveri sottili(ossia il PM10 e il PM2,5). Queste polveri sottili, molto più nocive delle polveri pesanti, sono originate infatti dai processi di combustione basati sul carbone e, purtroppo, non si è registrata alcuna loro diminuzione nel 2020 dopo il completamento della copertura dei parchi minerali. Prova ne è il fatto che la sentenza del TAR è giunta dopo la copertura dei parchi minerali. Tale sentenza si concentra in particolare sulle emissioni anomale dell’area caldo e dell’impianto di sinterizzazione in particolare.     

Al fine di meglio documentare quanto sopra citato, si allega una relazione aggiornata sulle criticità dell’ILVA e sulla situazione sanitaria.

Ci rivolgiamo alla Commissione Europea perché riteniamo che sull’ILVA, dopo il parere motivato della Commissione Europea, i governi italiani abbiano pervicacemente agito nel totale disconoscimento di quanto richiesto dalla Commissione Europea. 

Il Ministero dell’Ambiente, ora Ministero della Transizione Ecologica, si troverà adesso di fronte alla difficile scelta di concedere quelle “modifiche del piano ambientale dell'azienda” che sono clausole sospensive al perfezionamento della nuova società Acciaierie d’Italia. Quelle modifiche, come già detto, contemplano un’ulteriore proroga delle prescrizioni ambientali dell’AIA, oltre il 2023. 

Riteniamo che - di fronte a questo evidente atteggiamento dilatorio - sia necessario avviare la procedura di deferimento dell’Italia alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea per la violazione della Direttiva 75/2010/EU.

L’articolo 8 di tale direttiva europea prevede che “laddove la violazione delle condizioni di autorizzazione presenti un pericolo immediato per la salute umana o minacci di provocare ripercussioni serie ed immediate sull’ambiente e sino a che la conformità non venga ripristinata” venga “sospeso l’esercizio dell’installazione (...) o della relativa parte interessata”. 

Il merito al “pericolo immediato per la salute umana” il TAR di Lecce è stato chiaro nella sua sentenza a dichiarare “la piena sussistenza, nella fattispecie in esame del presupposto grave pericolo per la salute e per la vita dei cittadini, che – nel caso della città di Taranto deve ritenersi immanente e permanente”. Il fatto che tale “pericolo immediato” si protragga da decenni non significa che la popolazione di Taranto ne abbia fatto l’abitudine e si sia rassegnata a morire: tale pericolo “immediato” è purtroppo diventato - come scrive il TAR - “permanente”. E ciò accresce le responsabilità di tutti coloro i quali ancora adottano un atteggiamento di attesa e di colpevole inerzia.

A ciò si aggiunga che - per ciò che riguarda gli aspetti ambientali relativi alle emissioni climalteranti - lo stabilimento ILVA, unitamente alle centrali termoelettriche CET2 e CET 3 alimentate dai gas di altoforno e di cokeria, è la principale fonte di CO2 in Italia. Se si vogliono contrastare i cambiamenti climatici in Italia occorre pertanto cominciare dall’ILVA, non a caso definita un “climate monster”. 

Occorre sottolineare che non esiste alcun cronoprogramma per la decarbonizzazione dell’ILVA e che i tempi stimati per tale processo sembrano ancora più lunghi di quelli della messa a norma degli impianti a carbone, tanto più che non sono state scelte neppure le tecnologie per attuale tale transizione per Taranto.

Alla popolazione di Taranto, ormai allo stremo, non si può più chiedere di attendere ancora. La popolazione da anni resiste all’assedio dell’inquinamento ed è bersaglio di malattie terribili, con crescenti perdite e centinaia di morti connessi alle emissioni siderurgiche, come acclarato dalle perizie della magistratura. Tale assedio va interrotto per ragioni umanitarie, oltre che sanitarie.

Chiediamo di essere ascoltati come in passato e riponiamo nella Commissione Europea la fiducia che agisca nei tempi più rapidi, anche alla luce delle evidenze scientifiche e giuridiche che intendiamo documentare nelle pagine a seguire. 

In attesa di un riscontro, restiamo a disposizione e inviamo cordiali saluti.

Per l’Associazione PeaceLink

Alessandro Marescotti

01 maggio 2021

UNITI PER LA SALUTE AUGURA BUON PRIMO MAGGIO 2021



BUON PRIMO MAGGIO
2021


Art. 32 della Costituzione Italiana
La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività.....

Art. 35 della Costituzione Italiana

La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni.



BUON PRIMO MAGGIO DA

UNITI PER LA SALUTE 





28 aprile 2021

ISDE, Greenpeace e ReCommon a ENPAM: non si investa più nei combustibili fossili

 Tratto da ISDE

Sabato  24 Aprile assemblea nazionale dell’Ente nazionale di previdenza e assistenza dei medici( ENPAM): non si investa più nei combustibili fossili

Sabato 24 aprile era in programma l’Assemblea nazionale dell’Ente:  investab hanno chiesto una scelta lungimirante e in linea con gli accordi di Parigi

Sabato  24 aprile, si  e’ svolta l’assemblea nazionale di ENPAM, l’Ente nazionale di previdenza e assistenza dei medici e degli odontoiatri italiani.

L’Associazione Medici per l’Ambiente, Greenpeace e ReCommon hanno scritto una lettera al presidente Alberto Oliveti e al Direttore generale Domenico Pimpinella affinché riconsiderino” interamente la struttura del “Portafoglio Strategico Italia“ chiedendo a Eurizon (gruppo Intesa Sanpaolo), gestore finanziario di fiducia di ENPAM, una riallocazione che porti al disinvestimento dai combustibili fossili, nello specifico dalle società carbonifere (secondo la Global Coal Exit List) e dell’Oil&Gas, per l’intera catena del valore, e sostenga le eccellenze italiane nelle energie rinnovabili.

Dal 2017 ENPAM, infatti, ha attivato il “Portafoglio Strategico Italia” con l’intento di sostenere, giustamente, il sistema Italia. Tale portafoglio oggi, assegna almeno 521 milioni di euro (con l’intenzione di portarlo a 1 miliardo di euro) all’industria dell’Oil&Gas. I verbali delle assemblee degli azionisti e numerosi dossier redatti da importanti organizzazioni non governative, nonché attori finanziari di primo piano hanno dimostrato come i piani industriali, anche quelli più recenti del 2021 e finanziati anche da ENPAM, non siano coerenti e in linea con gli accordi di Parigi e come anzi contribuiscano a rallentare pericolosamente la transizione energetica. Nodo cruciale e critico di tali piani industriali sta nella scelta del metano come combustibile di transizione senza che nemmeno si definiscano i tempi di tale transizione. Bruciare ancora metano, così come produrre idrogeno da metano (idrogeno “blu”), continua a liberare CO2 nell’atmosfera.

“Gli accordi della COP21 di Parigi hanno sancito come il blocco del riscaldamento globale passi attraverso una transizione energetica che, come raccomandato dall’ IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Changes), contempli l’abbandono di tutte le fonti fossili– dichiarano il Presidente di ISDE, Roberto Romizi, il Direttore generale di Greenpeace, Giuseppe Onufrio, e il Direttore dei programmi di ReCommon, Antonio Tricarico –  I medici nel mondo sono stati più volte chiamati a esercitare un ruolo di advocacy nei confronti dei responsabili e decisori. Già nel 2015 la British Medical Association invitava i medici e le istituzioni mediche a ritirare i loro soldi dalle società di combustibili fossili e a investire nelle energie rinnovabili facendo del cambiamento climatico e della salute una questione centrale nella sanità, nell’opinione pubblica e nella politica.In Europa si è assistito a importanti iniziative da parte dei medici tedeschi, per esempio, che hanno chiesto ed ottenuto nel 2018 che alcuni fondi pensione di medici disinvestissero da quegli asset facenti capo ad aziende del carbone, altri hanno divulgato le loro iniziative di advocacy su Lancet Planetary Health.”

 

Per leggere la lettera inviata, clicca QUA

27 aprile 2021

Isde : le proposte per il piano nazionale di Ripresa e Resilienza........

 Tratto da Isde

Le proposte per il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza promosse da un gruppo di esperti in ambiente e salute presentate al Sottosegretario Bruno Tabacci


Cambiamenti climatici, pandemie e Recovery: occorre un diverso modello di sviluppo compatibile con la salute e l’ambiente. L’Italia abbia il coraggio di fare scelte lungimiranti e a favore delle nuove generazioni. 

Dopo aver inviato una lettera al Presidente del Consiglio Prof. Draghi e ai Ministri competenti, il gruppo di docenti, ricercatori, scienziati e operatori impegnati nell’area tematica ambiente e salute ha deciso di approfondire alcuni degli argomenti di principale interesse del Piano nazionale grazie al quale sarà possibile ricevere le risorse economiche europee del Recovery Plan.

Le proposte sono state illustrate al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Onorevole Bruno Tabacci, durante un incontro on line e inviate a tutti i Ministri competenti e alle Commissioni parlamentari.

La delegazione che ha incontrato Tabacci ha avanzato al rappresentante del Governo alcune proposte concrete in merito alle prossime scelte politiche riguardanti la transizione ecologica, la salute, la formazione, la mobilità e l’agricoltura sostenibile.

“Il rilancio e la riorganizzazione della medicina territoriale è una priorità assoluta – hanno dichiarato i promotori del documento- ce lo sta insegnando la pandemia: nelle Regioni dove è forte e organizzata la medicina del territorio, si è reagito meglio alle difficoltà generate dal Covid-19. Il principale obiettivo del Piano deve essere quello della tutela delle matrici ambientali di supporto alla vita e della biodiversità, a cui tutto il piano deve inevitabilmente adeguarsi. Occorre dare priorità a progetti che portino a una reale, concreta e immediata de-carbonizzazione (riduzione delle emissioni di gas climalteranti almeno del 7.5% l’anno a partire dal 2021) e contestuale riduzione dell’inquinamento atmosferico, attraverso il ricorso alle fonti rinnovabili di energia, in particolare eoliche e solari, senza facilitare passaggi intermedi verso il consumo di metano o di biomasse.

“Il Sottosegretario si è dimostrato interessato alle nostre proposte – concludono i promotori del documento- consapevole che il PNRR rappresenta un’occasione irripetibile per delineare il tipo di società che si vuole lasciare alle prossime generazioni e per fissare alcune fasi salienti di questo percorso di riconversione ecologica delle attività umane. Siamo certi che si farà portavoce in tutte le sedi istituzionali delle proposte su ambiente e salute”. 

Per approfondire il documento e le schede tematiche:

Abstract

Documento completo

Pfas: caso Miteni, rinviati a giudizio 15 manager.

 Tratto da greenreport

Pfas: caso Miteni, rinviati a giudizio 15 manager. I No Pfas: grande vittoria

La difesa delle falde e della salute dei cittadini è elemento imprescindibile per liberare l’Italia dai veleni

[27 Aprile 2021]

Confermando l’impianto accusatorio, all’ultima udienza preliminare del procedimento sull’inquinamento da Pfas alla Miteni di Trissino il Giudice per dell’udienza preliminare, Roberto Venditti, ha rinviato a giudizio tutti i 15 imputati, fra ex manager e dirigenti dell’ormai fallita azienda, che sono accusati di avvelenamento di acque, disastro innominato aggravato, inquinamento ambientale e bancarotta fraudolenta. Il processo coinvolgerà anche la Mitsubishi e il fondo finanziario ICIG come  responsabili.

L’udienza era stata preceduta e accompagnata dalla “Staffetta delle acque infrante”, partita il 25 aprile da Cologna Veneta (VR), dallo stabilimento della Miteni e da Creazzo, e che, con varie tappe e dopo 35 Km, è arrivata al Tribunale di Vicenza nel primo pomeriggio. Le Mamme no Pfas ed  esponenti delle associazioni, dei gruppi e dei movimenti, tra cui anche Legambiente e Greenpeace, hanno dato vita a un lungo sit-in conclusosi solamente in serata. Ieri mattina si sono dati nuovamente appuntamento all’esterno del tribunale, dove hanno atteso la decisione del giudice.

Tutto il Movimento No Pfas unito ha lanciato un messaggio forte alla magistratura vicentina: «Le nostre gterre sono state sfregiate, i nostri corpi e quelli dei nostri figli sono stati violati dall’inquinamento da pfas prodotto da Miteni: vogliamo giustizia!!!». Una richiesta per ora accolta dalla magistratura e le Mamma no Pfas esultano: «Parte il maxi processo con prima udienza l’1 luglio 2021 alle ore 9:30. Ora il processo può iniziare e noi continueremo a sostenere la procura»

In una nota congiunta, il presidente nazionale di Legambiente Stefano Ciafani, il presidente di Legambiente Veneto Luigi Lazzaro e Piergiorgio Boscagin presidente del circolo di Legambiente “Perla Blu” di Cologna Veneta, hanno commentato: «Esprimiamo la nostra soddisfazione per questa prima grande vittoria riguardante l’inizio del procedimento giudiziario sul caso PFAS, che darà il via a uno dei più grandi processi per reati ambientali del nostro Paese. Un caso di inquinamento delle acque che Legambiente ha denunciato pubblicamente sin dal 2014 e per il quale l’associazione non smetterà di chiedere il disinquinamento delle falde e l’applicazione del principio chi inquina paga, in base a quanto previsto dalla legge 68/2015 sugli ecoreati. La difesa delle falde e della salute dei cittadini è un elemento imprescindibile per liberare l’Italia dai veleni, obiettivo che non può non stare al centro del Piano nazionale di ripresa e resilienza che il Governo sta presentando in Parlamento prima dell’invio a Bruxelles».

«Esprimiamo soddisfazione – aggiungono da GreenItalia – per il lavoro della magistratura sulle terribili vicende legate all’inquinamento delle falde acquifere con Pfas che ha coinvolto vaste aree del Veneto. Chi inquina deve pagare, solo così si potrà liberare l’Italia dai veleni».

24 aprile 2021

Viva la Terra!! L’unica casa che abbiamo ......

 Tratto da  Il Cambiamento 

Viva la Terra!! L’unica casa che abbiamo al momento

Viva la Terra!! L’unica casa che abbiamo al momento

Il 22 aprile si è celebrata la giornata della Terra, una data simbolica per ricordarci, ogni anno, che di pianeta abitabile ne abbiamo solo uno al momento, anche se stiamo facendo di tutto per distruggerlo.

Un recente articolo pubblicato su BioScience - Istituto Americano di Scienze Biologiche  ci illustra molto bene la situazione e ci ricorda che il cambiamento climatico in atto contribuisce ad aumentare la frequenza e i costi di molteplici disastri naturali. Inoltre, i dati a nostra disposizione mostrano un aumento di tali costi pari a oltre l’80% ogni dieci anni.  Qui si riporta una sintesi con i principali risultati dell’articolo pubblicato, che evidenzia la posizione di oltre 11.000 firmatari (scienziati) i quali in modo inequivocabile confermano che il nostro pianeta sta affrontando una vera e propria emergenza climatica.

Nel 1979, gli scienziati di 50 nazioni diverse si incontrarono a Ginevra alla prima Conferenza mondiale sul Clima e concordarono che era urgente agire. Stesso scenario al summit di Rio de Janeiro nel 1992, con il Protocollo di Kyoto nel 1997 e con l’Accordo di Parigi nel 2005. Oggi, dopo oltre 40 anni, siamo ancora a lottare per convincere chi governa della necessità di agire concretamente al più presto. Ma ovviamente le condizioni di vita sul pianeta sono cambiate, in peggio, e le azioni da intraprendere dovranno essere sempre più drastiche. I dati e le analisi dell’IPCC (il panel intergovernativo sui cambiamenti climatici) sono inequivocabili: è necessario agire presto e concretamente!

Sono diversi gli esperti che ammoniscono sul fatto che le discussioni sul cambiamento climatico fanno riferimento solo alla temperatura della superficie terrestre a livello globale, una misura inadeguata per comprendere appieno l’impatto delle attività umane e i reali pericoli di un pianeta che si surriscalda.

Una cosa sola è incontrovertibile: la crisi climatica è strettamente connessa ai consumi eccessivi del nostro stile di vita. I paesi industrializzati sono responsabili per le emissioni storiche di gas serra e generalmente registrano le emissioni pro-capite più alte. ....

Le emissioni dei tre principali gas serra (CO2, CH4 e N2O) continuano ad aumentare, così come la temperatura della superficie terrestre. A livello globale, i ghiacci si stanno rapidamente assottigliando, sia al Polo Nord che al Polo Sud, oltre che in Groenlandia. La temperatura e l’acidità degli oceani, il livello dei mari, le aree bruciate e i costi associati ai relativi danni sono tutti indicatori in crescita.

L’IPCC non perde occasione per ricordare che il cambiamento climatico minaccia fortemente la vita, in tutte le sue forme. Anzi, in alcuni casi siamo già fuori tempo massimo, il che rende ancora più pressante la necessità di intervenire. Nonostante 40 anni di negoziazioni sul clima, a parte alcune rare eccezioni, abbiamo continuato come se niente fosse: quel business as usual che in pratica significa continuare a fare tutto quello che ci piace senza preoccuparci delle conseguenze. E adesso abbiamo iniziato a pagarne il conto. La crisi climatica è arrivata e sta accelerando più velocemente di quanto la maggior parte degli scienziati aveva previsto. Inoltre, risulta essere più severa di quanto ci si aspettasse, minacciando gli ecosistemi naturali e il destino dell’umanità. Di fatto, si accelererà quel processo che sta portando molte aree del pianeta a diventare inabitabili.

Per mettere in sicurezza il nostro futuro dobbiamo cambiare lo stile di vita. La crescita dell’economia e della popolazione sono tra i principali responsabili dell’aumento delle emissioni di CO2 ed è necessaria una drastica trasformazione delle politiche economiche e demografiche.  Si suggeriscono sei passi da intraprendere, che i governi, le imprese come tutta l’umanità, possono mettere in atto per diminuire gli effetti peggiori del cambiamento climatico.

Energia

E’ necessario massimizzare l’efficienza energetica e sostituire le fonti fossili con quelle rinnovabili a basso contenuto di carbonio. Dobbiamo lasciare le fonti fossili là dove sono, sottoterra, e darci da fare per sostenere i sistemi naturali: basterebbe non interferire, la natura sa cosa deve fare. I paesi più ricchi devono sostenere quelli più poveri a percorrere la strada verso un mondo senza combustibili fossili. Punto cruciale è l’eliminazione dei sussidi alle fonti fossili ed un uso efficace di politiche che portino ad una sempre maggiore diminuzione del loro uso.

Inquinanti

La riduzione delle emissioni di alcuni inquinanti come la fuliggine (black carbon) e gli idroflorocarburi (HFCs), insieme al metano, risulta prioritaria. Agendo subito si può ridurre il trend del riscaldamento   di oltre il 50% nelle prossime decadi, salvando milioni di vite e aumentando la resa agricola .....

In definitiva, mitigare e adattarsi ai cambiamenti climatici comporterà grandi trasformazioni, alcune già in atto, altre che necessariamente il genere umano dovrà più volontariamente perseguire. Ma siamo certi che lo farà, l’alternativa è troppo pericolosa. Leggi tutto sull’ articolo integrale

23 aprile 2021

No all’inchiesta pubblica sulla centrale a turbogas di Tirreno Power, il sindaco Isetta: “Decisione politica”

Tratto da IVG

No all’inchiesta pubblica sulla centrale a turbogas di Tirreno Power, il sindaco Isetta: “Decisione politica”



Dopo la decisione del Ministero sulla richiesta avanzata dal comune di Quiliano, dal WWF Italia e da Uniti per la Salute

Vado L./Quiliano. E’ stata respinta la richiesta di un’inchiesta pubblica in merito al progetto di realizzazione di una nuova unità a ciclo combinato nella centrale termoelettrica a Vado Ligure proposta da Tirreno Power. La decisione arriva dal Ministero della Transizione Ecologica che si è pronunciato sulle istanze presentate dal comune di Quiliano, dal WWF Italia e da Uniti per la Salute.

Ecco le motivazioni:
“Le modalità di svolgimento della consultazione dei soggetti pubblici e privati interessati sono adeguate ed esaustive per il caso specifico. Si rileva peraltro che tali modalità ampiamente sperimentate e familiari per i soggetti a vario titolo interessati abbiano efficacemente sortito il loro scopo tanto che sono già pervenute osservazioni poste all’attenzione della Commissione Tecnica di verifica dell’impatto ambientale per le attività istruttorie di competenza nonché disponibili per eventuali controdeduzioni da parte del proponente. Quanto sopra anche alla luce del fatto anche i soggetti richiedenti l’inchiesta pubblica hanno già espresso le loro osservazioni”.

“La contingente situazione di emergenza sanitaria consentirebbe lo svolgimento dell’inchiesta pubblica unicamente in modalità telematica equiparandola di fatto alla consultazione già svolta con le modalità previste, che, ha efficacemente assolto l’esigenza consultiva per il progetto in esame”.

“In conclusione, nel richiamare altresì i principi cardine dell’azione amministrativa di efficacia ed economicità procedimentale, dopo attenta ponderazione e valutazione di tutti gli elementi, considerato che lo svolgimento di un’inchiesta pubblica, allo stato
degli atti, nulla può aggiungere a vantaggio del procedimento e della partecipazione della collettività si ritiene di non dare corso alla richiesta formulata” conclude la nota ministeriale.

Il documento del Ministero della Transizione Ecologica ha scatenato le prime reazioni: “Come sindaco del Comune di Quiliano prendo atto con rammarico della decisione assunta del Ministero della Transizione Ecologica che ha ritenuto di non dare corso alla richiesta di svolgimento di un’inchiesta pubblica ai sensi dell’art 24-bis del D.Lgs 152/2006, in riferimento al ‘progetto di realizzazione di una nuova unità a ciclo combinato nella Centrale Termoelettrica Vado Ligure'” dichiara con durezza il sindaco Nicola Isetta. “Mi hanno molto sorpreso le motivazioni indicate. La proposta non è stata respinta per motivazioni formali, ma evidentemente su discutibili ragioni di merito – prosegue -. L’inchiesta pubblica avrebbe consentito di chiarire, attraverso una lettura delle diverse espressioni, la sostanza reale dei contenuti della proposta progettuale. Avrebbe consentito, soprattutto, di farlo in modo partecipato”.

“Ricordo che tra le motivazioni portate vi erano questioni rilevanti come: le analisi fatte dall’ISPRA sul danno ambientale subìto dal territorio, conseguente all’attività della centrale a carbone, i potenziali impatti ambientali del progetto, in relazione al contesto dei contributi emissivi di tutte le realtà produttive, i limiti del Piano Energetico Ambientale Regionale PEAR 2014-2020, non allineato né agli obiettivi delineati dalla prima Strategia Energetica Nazionale (SEN 2017) né al Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima 2021-2030 (PNIEC)” continua il sindaco.

“Infine ricordo che il nuovo progetto si inserisce in una situazione complessa, dove gli interessi in campo hanno tutti rilevanza costituzionale e sostanziale, potenzialmente in conflitto tra loro: da un lato la tutela della salute e dell’ambiente e dall’altro dell’economia e del lavoro. L’inchiesta pubblica, avrebbe consentito di chiarire e superare le contraddizioni e di compiere una valutazione complessiva degli impatti ambientali, dal momento che, sinora, i diversi procedimenti si sono svolti in maniera indipendente fra loro. Avrebbe permesso di affrontare in modo, veloce, dialettico e diverso la situazione, una scelta che ricade e interessa in modo prospettico, per decenni, il territorio coinvolto e la sua popolazione”.


“Il Comune di Quiliano continuerà a svolgere in modo serio, determinato e collaborativo il proprio ruolo, insieme ai soggetti istituzioni coinvolti” conclude il primo cittadino quilianese, con riferimento alla battaglia in atto sul progetto e sullo stretto controllo ambientale .