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02 luglio 2014

Böll Foundation :Il carbone non avrà un futuro in Germania.



Tratto da Ecoblog

La chiusura del nucleare tedesco non porterà ad un aumento del carbone

Scritto da:  
Secondo uno studio della Böll Foundation, saranno le energie rinnovabili a prendere il posto del nucleare da qui al 2023

Il carbone non avrà un futuro in Germania; uno studio della Böll Foundation dimostra che saranno le fonti rinnovabili a prendere il posto dell'energia attualmente prodotta dalle centrali nucleari che verranno chiuse da qui al 2023.

Come si vede dal grafico qui sotto, le rinnovabili sono passate da 46 a 152 TWh in 10 anni e dovrebbero aggiungere altri 100 TWh nel prossimo decennio, che compenseranno esattamente l' attuale produzione delle centrali nucleari ancora in esercizio.
Il carbone diminuirà del 20% da 286 a 228 TWh, sia per l'antracite di migliore qualità (hard coal) che per la lignite (brown coal). Per un vero phase out del carbone bisognerà purtroppo attendere oltre la metà degli anni venti.
La Germania ha commesso un grave errore strategico, costruendo troppe centrali a carbone negli anni scorsi, che ora non possono lavorare a pieno ritmo, a causa dei prezzi spinti al ribasso dalle rinnovabili, mentre si sta fortunatamente rinunciando ad aprire nuove miniere.

17 luglio 2013

Energia elettrica: Italia e Francia unite a doppio filo - BASTA CHE NON SIA UN DOPPIO FILO DI CARBONE..............

Tratto da Panorama               Energia elettrica: Italia e Francia unite a doppio filo.                                        

C’è un vecchio traliccio elettrico in disuso, che in questi giorni è al centro dell’attenzione nel comune piemontese di Piossasco, a poche decine di chilometri dalla Savoia. Il suo abbattimento, fissato per lunedì 15 luglio, equivale alla posa della prima pietra per la nuova interconnessione elettrica Piemonte-Savoia: 190 chilometri di cavi che nel 2019 faranno quasi raddoppiare la capacità di trasmissione fra l’Italia e la Francia, con ricadute positive per tutti gli italiani, non importa quanto lontani dal confine francese. 

Secondo la Terna, che realizza il collegamento per la parte italiana (con un investimento di 400 milioni), i risparmi per i consumatori saranno a regime superiori ai 100 milioni di euro l’anno.
L’incremento della capacità di trasmissione fra Italia e Francia, ossia l’allargamento del «tubo» attraverso il quale l’Italia si collega alla rete elettrica europea, produce due benefici diversi. Da un lato aumenta la quota di energia importabile dall’estero a prezzi inferiori di quelli a cui viene prodotta oggi in Italia (pari nel 2012 al 14 per cento del consumo nazionale), dall’altro offre la possibilità concreta di invertire, quando ce ne saranno le condizioni economiche, la direzione del flusso energetico, trasformandoci da importatori in esportatori.
«Già oggi» spiega a Panorama l’amministratore delegato di Terna Flavio Cattaneo «capita di esportare energia prodotta in Italia quando altri paesi fortemente dipendenti dal nucleare, e dunque caratterizzati da una minore elasticità della produzione, hanno picchi di domanda che non riescono a soddisfare. 

Con lo sviluppo delle interconnessioni e l’abbassamento dei costi di produzione, questo fenomeno, che oggi è occasionale, potrà diventare strutturale». L’ipotesi va a braccetto con la visione secondo cui l’Italia, grazie alla sua posizione geografica, potrebbe candidarsi a svolgere il ruolo di hub elettrico continentale, non solo collegando fra loro i paesi dell’Est e dell’Ovest d’Europa, ma anche quest’ultima ai paesi africani. A patto, naturalmente, che ci sia una rete abbastanza moderna ed efficiente.



Una considerazione per noi liguri fondamentale .
Leggiamo   offre la possibilità concreta di invertire( per noi italiani) , quando ce ne saranno le condizioni economiche, la direzione del flusso energetico, trasformandoci da importatori in esportatori.
L' importante è che non diventiamo esportatori di energia prodotta dalle nostre centrali a carbone:è noto che la centrale a carbone Tirreno Power è attualmente posseduta al 50 % da Suez Gas de France ,che ambirebbe di  aumentare la sua sua quota azionaria per avere in un  futuro ........... grandi quantità di energia da carbone,poco oltre confine ,per potere sostituire probabilmente quella proveniente dalle centrali nucleari  che verranno dismesse .
Ecco chiarita la necessità di un ulteriore potenziamento a carbone della Centrale Tirreno Power di Vado Ligure,ecco spiegata la volontà di portare avanti ancora tanto carbone in un momento in cui la crisi energetica  dovrebbe far riflettere gli investitori.
A Suez  Gas de France andranno forse.......... i probabili  utili netti del carbone e a noi liguri rimarranno comunque le inevitabili conseguenze    sulla salute e sul  territorio di molti ,troppi anni anni di carbone.....
Un futuro diverso è possibile basterebbe solo aprire gli occhi e volgersi in modo deciso verso le energie rinnovabili:
l'’incremento della capacità di trasmissione fra Italia e Francia, ossia l’allargamento del «tubo» attraverso il quale l’Italia si collega alla rete elettrica europea ,con una una rete  moderna ed efficiente,  potrebbero davvero  essere  molto utili ,mettendo in campo  politiche lungimiranti, per trasportare grandi energie prodotte in Africa con progetti tipo Desertec o con altre forme di energia che non pregiudichino in modo così rilevante la nostra salute e il nostro ambiente.

MA BASTA CARBONE PER I NOSTRI TERRITORI ..........
E PER IL FUTURO DEL PIANETA. 


25 maggio 2012

Diffusione delle rinnovabili: gli effetti sul prezzo dell'elettricità.Il no all'atomo fa bene alla Germania

 Tratto da Parole verdi.blogosfere.it

 

Diffusione delle rinnovabili: gli effetti sul prezzo dell'elettricità

Cosa comporta la diffusione massiccia delle rinnovabili sul sistema elettrico?

 
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La diffusione delle rinnovabili, cominciamo a rendercene conto, comporta un'alterazione degli equilibri del sistema elettrico.
Incidendo sulla formazione del prezzo del kWh, le rinnovabili intervengono, di conseguenza, sull'intero assetto del sistema elettrico.
Con una rilevanza tanto maggiore quanto più ampia è la loro diffusione.
Noi, in Italia, cominciamo ad acquisire consapevolezza di ciò.
Altrove, lì dove le rinnovabili sono più diffuse, gli effetti sono maggiori.
Guardiamo, ad esempio, a quel che sta avvenendo in Germania.
La diminuzione del prezzo del kWh, causato dalla massiccia immissione in rete di energia da fonte rinnovabile (fotovoltaico ed eolico) pone fuori mercato gli impianti di produzione di energia da fonti tradizionali.
Con conseguenze che vanno nella direzione opposta a quanto si pensava solo un anno fa: Germania rinnovabile che esporta elettricità alla Francia nucleare.
Un esempio che dovrebbe far riflettere sulla delicatezza della fase di transizione che ci apprestiamo a vivere tra un sistema energetico da fonti tradizionali ad uno da fonti rinnovabili.
Con l'auspicio che la gestione della transizione avvenga, evitando di difendere a testa bassa interessi e logiche appartenenti ormai solo al passato.



 Tratto da  Adnkronos.com
Nessun black-out

I super tecnici si erano sbagliati, il no all'atomo fa bene alla Germania


Aumenta l'uso delle rinnovabili e scendono del 2% le emissioni di Co2
Roma, 23 mag. (Adnkronos) - I super tecnici si erano sbagliati. Ad un anno di distanza dall'abbandono del nucleare da parte della Germania con lo spegnimento immediato dei primi otto impianti, il Paese non è precipitato nell'emergenza energetica e non si è verificato nessun black-out . I contraccolpi si sono limitati ad una riduzione nelle esportazioni di energia, passate da 70 terwattora a 7 terawattora. Un bel salto, non c'è che dire ma che non scalfisce la posizione di esportatore netto del Paese.
Eppure le stime allarmistiche erano state più che precise per un Paese che importa il 70% del suo fabbisogno e si erano spinte addirittura a disegnare scenari quasi catastrofici che prevedevano l'aumento dell'uso delle energie convenzionali' (carbone in testa) con conseguente aumento dell emisisioni di Co2. 
In effetti nel Paese è stata autorizzata la costruzione, entro il 2020, di 69 nuove centrali elettriche a gas e a carbone, ma di pari passo i tedeschi hanno diminuito i consumi di energia elettrica nelle case e nelle aziende, compensando la maggiore richiesta di energia durante l'inverno ed ottimizzando i cicli produttivi dell'industria.


Nel 2011 le emissioni di Co2 in Germania sono scese del 2% e ben il 60% dell'energia venuta a mancare con lo spegnimento delle centrali nucleari è stata sostituita con energia prodotta da fonti rinnovabili.  

Anche sul fronte dei prezzi le cose non sono andate come gli esperti avevano previsto: a fronte di un immediato aumento dopo la chiusura delle centrali, ora i prezzi si sono stabilizzati ad un livello inferiore del 15%, ed anche questo risultato è strettamente legato al maggior impiego di rinnovabili, arrivate al 20% del fabbisogno energetico totale.
Su QualEnergia
 Leggi:Intanto la corsa del fotovoltaico tedesco non si arresta

15 dicembre 2011

1)Fukushima: crolla uno dei reattori, torna la paura in Giappone2)Nucleare, effetto Fukushima: cresce la crisi del settore in Francia

Tratto da La voce dell'Emergenza

Fukushima: crolla uno dei reattori, torna la paura in Giappone

Si rischiano evacuazioni di massa nei centri abitati situati nei pressi del reattore di Fukushima, danneggiato dal sisma dello scorso 11 marzo. Nonostante siano trascorsi 9 mesi dal tremendo disastro nucleare, la rivista NaturalNews ha confermato che ieri si è rischiato grosso, in quanto il quarto reattore di Fukushima è crollato ed era sul punto di collassare del tutto.
Già il giorno prima il sito, informato da una fonte, aveva messo in guardia riguardo al possibile crollo: “Saranno necessarie possibili evacuazioni di massa nel Nord del Giappone se viene confermato un tale collasso”. Alla base del crollo vi sarebbe un cedimento strutturale dell’edificio che ospita il reattore n° 4.
Ma la domanda che tutti si sono posti, di fronte a tale notizia, è stata: perché i media non ne hanno parlato nonostante il crollo si sia verificato anche nei giorni precedenti al definitivo cedimento verificatosi tra il 12 e il 13 dicembre?
Secondo NaturalNews, dietro al silenzio che ha circondato la vicenda vi sarebbero gli interessi di alcune multinazionali come la General Electric, che possiede testate come la NBC e la MSNBC. Inoltre, ciò che nessuno ha detto è che un ulteriore danneggiamento dell’edificio del reattore 4 potrebbe portare ad una evaquazione di massa in Giappone.
Inoltre, il recente rapporto reso noto su Environmental Science & Technology, ha messo in luce che l’impatto sul mare legato al rilascio di radionuclidi provenienti dalla centrale di Fukushima Daiichi sono ancora poco chiari. Sulla base dei dati raccolti, inoltre, è emerso che le concentrazioni di isotopi radioattivi di iodio e cesio nelle acque dell’oceano in prossimità del punto di scarico hanno raggiunto un picco agli inizi dello scorso aprile, circa un mese dopo il terremoto, scendendo poi nel mese successivo. Leggi tutto »

Leggi anche

Nucleare, effetto Fukushima: cresce la crisi del settore in Francia

 Effetto Fukushima, il nucleare in Francia vacilla. “La forte crescita non ci sarà” Dopo la tragedia giapponese del marzo scorso, il colosso industriale Areva affronta la peggiore crisi della sua storia. Il presidente Luc Oursel ha lanciato un nuovo piano strategico, ma gli investimenti previsti entro il 2016 sono ormai stati ridotti di un terzo. E si prevedono imponenti tagli dei posti di lavoro (Leggi tutto)

Perchè i Francesi  invece di guardare all' Italia ,e nello specifico invece di premere per ottenere l'  AMPLIAMENTO DELLA CENTRALE A CARBONE Di Vado Ligure ,(attualmente  il 50% di Tirreno Power appartiene a GDF SUEZ) non si volgono a forme di energia più ecocompatibili...........NON SI VOLGONO maggiormente alle Fonti Rinnovabili,al Sole al Vento all'energia dalle onde del  Mare ......

E...... SE AMANO TANTO IL CABONE PERCHE'  LA  CENTRALE NON SE LA  FANNO A CASA LORO.LA FRANCIA E' GRANDE .....ED AVREBBERO NUOVA OCCUPAZIONE PER LA CRISI DEL SETTORE NUCLEARE....

NOI IN LIGURIA NON ABBIAMO ALCUNA NECESSITA' DI ULTERIORE ENERGIA,SIAMO AMPIAMENTE AUTOSUFFICIENTI......E "IL LAVORO "LO AVREMMO QUALITATIVAMENTE MIGLIORE CON L'INNOVAZIONE E  CON LE ENERGIE RINNOVABILI .

TROPPO COMODO A LORO  L'ENERGIA E GLI UTILI NETTI  E........A NOI L'INQUINAMENTO INDOTTO E LE SPESE SANITARIE.

Come dice " IL NOSTRO  COMICO GENOVESE e AVVOCATO PENALISTA  ENRIQUE  BALBONTIN ":

"SON TUTTI B......CON QUELLO DEGLI ALTRI"!

TRADOTTO IN PAROLE POVERE:

E' FACILE PARLARE E FAR PRESSIONI  QUANDO NON SI RISCHIA DEL PROPRIO...........

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Pubblichiamo alcuni dati del 10 dicembre tratti da Ambiente in Liguria, del Benzene a Vado Ligure  a dimostrazione che relativamente a Qualità dell' Aria non ce la caviamo" sicuramente  troppo bene".


10/12/2011 11:0010/12/2011 12:0017.1

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10/12/2011 14:0010/12/2011 15:005.3

10/12/2011 15:0010/12/2011 16:0011.0

10/12/2011 16:0010/12/2011 17:007.1

10/12/2011 17:0010/12/2011 18:005.3

10/12/2011 18:0010/12/2011 19:007.8

25 settembre 2011

Fuori TG:OLTRE IL NUCLEARE .Carbone e petrolio ormai senza consenso

Tratto da Savona News

Marco Caviglione : carbone e petrolio ormai senza consenso

il 95% delle preferenze va alle fonti rinnovabili, contro il 3% del metano e solamente il 2% di petrolio e carbone



Verso la fine ( esattamente dopo 16'30") di questa interessante puntata di
sulle scelte energetiche da attuare per il nostro paese, un sondaggio fatto tra i telespettatori rivela che, esclusa dal referendum l'opzione nucleare, ben il 95% delle preferenze va alle energie  rinnovabili, contro il 3% del metano e solamente il 2% di petrolio e carbone.
 
Penso proprio che l'opinione dei cittadini della nostra provincia si discosti ben poco da queste risposte, che bocciano totalmente il carbone quale fonte di energia del futuro.
Eppure essi sono alle prese da 40 anni con una realtà industriale tanto incredibile quanto deleteria (per salute e ambiente, ma non solo), che appare inoltre sempre più anacronistica e fuori dalla realtà e dal tempo, se si considera il fatto che potrebbe perdurare per altrettanti anni e in forma ancor più accentuata, vista l'approvazione di regione e provincia al progetto di ampliamento a carbone della centrale termoelettrica di Vado.
Come ben affermato anche nella puntata televisiva (oltre che più volte dai movimenti ambientalisti savonesi, dall'Ordine dei medici di Savona e dal sottoscritto), il metano sarebbe la migliore opzione energetica attuale, costituendo la transizione verso l'uso massivo delle fonti rinnovabili, in particolare l'eolico, dato che  sulle nosre alture, ma anche in alcune zone costiere, tra le quali proprio Vado, il vento non manca certo.
Raggio di influenza dellacentrale
Ma finora esso è servito solo a portare, a seconda della provenienza, il fumo delle ciminiere di Tirreno Power a decine di chilometri in direzione della Valbormida (prima vittima Quiliano, famosa per le albicocche e il vino), del ponente savonese (prima vittima Bergeggi, noto centro turistico) e del levante (prima vittima Savona, città già abbastanza inquinata per il traffico e per le emissioni della Costa Crociere). Qualcuno continua ad affermare che meno male che abbiamo ventilazione per diversi giorni l'anno, poichè essa facilita la dispersione delle polveri sottili... si, nei polmoni di coloro che vivono in un raggio di 50 Km. dalle ciminiere; e probabilmente, con il cosiddetto"carbone pulito", anche oltre!

 

27 giugno 2011

1) LIGURIA E AMBIENTE.2)Rinnovabili, la sfida per produrre energia dal mare 3)Scorie nucleari, un rebus ad alto rischio.

Tratto da Trucioli savonesi


LIGURIA E AMBIENTE
Nella classifica delle Regioni italiane più orientate verso la green economy, la Liguria è nelle ultime posizioni

Pochi giorni fa, è stata stilata da Fondazione Impresa la classifica delle Regioni italiane più orientate verso la green economy e quindi con più occupati nei diversi settori e con maggiore virtuosisimo dal punto di vista della qualità della vita. Spiace segnalare che mentre Trentino Alto Adige, Umbria, Friuli Venezia Giulia e Basilicata, si rivelano al top addirittura con indici di crescita dei settori economici legati a questa filiera, le ultime posizioni in classifica sono occupate invece da Liguria, Lazio e Puglia(nota di Uniti per la Salute:guarda caso tre regioni sedi di grosse centrali a carbone non green- economy ma black -economy)

L’obiettivo della ricerca è offrire una panoramica dell’Italia verde e stilare la classifica delle regioni italiane più virtuose e orientate alla Green Economy (cioè quel modello di sviluppo economico che, ai benefici ottenuti da un certo regime di produzione, somma anche dell’impatto ambientale e dei potenziali danni creati dall’intero ciclo di trasformazione).

E’ forse opportuno chiedersi come mai e per quali ragioni la Liguria occupa queste posizioni di coda in questi settori e sarebbe altrettanto decisivo se lo chiedesse la politica e l’insieme delle amministrazioni locali.

L’esperienza delle aree più virtuose, insegna che esistono ingredienti sempre presenti nelle ricette di governance di quelle realtà: programmazione comune e partecipata, risposte alle criticità con progetti innovativi, burocratizzazione e velocizzazione delle procedure, utilizzo efficace dei fondi Europei, idee ben chiare sul modello economico da adottare, forte difesa del territorio dall’antropizzazione selvaggia, utilizzo delle moderne tecnologie per ridurre l’impatto ambientale delle attività produttive, sostegno e finanziamento alle imprese che investono nel settore, decisa spinta delle energie rinnovabili diffuse.

E’ bene ricordare che in tutte queste regioni si sono riscontrate la maggiori crescite in termini percentuali di occupazione e presenza turistiche.

In questi tempi, nei quali nella nostra Provincia, si continuano a sostenere con un ripetitivo mantra, le solite vecchie soluzioni che forse andavano bene negli anni ’60, forse una più attenta lettura dei dati occupazionali di quelle aree e regioni che hanno investito ed investono sulla green economy, dovrebbero far riflettere le parti sociali e le forze politiche.

Ci sono modi diversi e di successo per produrre sviluppo ed occupazione, rispetto alla filiera del carbone ad esempio e forse una volta tanto copiare un po’ gli altri.

Potrebbe essere utile.

Roberto De Cia

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Tratto da "IL FATTO QUOTIDIANO

Rinnovabili, la sfida per produrre energia dal mare
.

L’Italia, con i suoi oltre ottomila chilometri di costa, è circondata da una gigantesca fonte di energia rinnovabile: il mare. Un’energia, quella talassica, di cui si sente parlare meno delle più celebri energie del sole e del vento, ma che potrebbe risultare fondamentale ora che il paese sembra aver intrapreso un cammino verso le fonti alternative. E la possibilità di produrre energia elettrica da onde e correnti marine non è ferma solo a livello teorico: gli studi intrapresi finora stanno infatti cominciando a portare oggi i loro frutti, con una serie di brevetti italiani legati a tecnologie che sono in una fase spinta della sperimentazione, quando non già effettivamente messe in opera.

A metà giugno l’Enea (Ente per le Nuove Tecnologie, l’Energia e l’Ambiente) ha organizzato a Roma un workshop dedicato proprio alle “Prospettive di sviluppo dell’energia dal mare per la produzione elettrica in Italia”, durante il quale i maggiori studiosi nazionali del settore hanno presentato le loro proposte per sfruttare questa immensa energia che avvolge l’Italia e che è equivalente «a quella di sei centrali nucleari come i modelli di centrali Epr da 1.600 Megawatt che si sarebbero dovute costruire qui e che sono state respinte dal referendum» ha spiegato l’oceanologo Marco Marcelli, fondatore del Laboratory of Experimental Oceanology and Marine Ecology e docente all’Università della Tuscia.

Uno dei mari più “generosi” sotto questo aspetto è il mar Tirreno. E’ infatti a Formia che verrà prossimamente installato il sistema Rewec 3, progettato e realizzato dal Natural Ocean Engineering Laboratory (Noel), dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria. Si tratta di un dispositivo che si innesta all’interno di una normale diga foranea e sfrutta l’energia delle onde attraverso un sistema di camere che comprimono o espandono l’aria in esse contenute per effetto del moto ondoso e quindi fanno azionare delle turbine che, a loro volta, producono energia elettrica.

«Il progetto pilota – spiega Felice Arena, dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, intervenuto al workshop – dovrebbe essere pronto in un paio di anni nella diga foranea della Marina di Cicerone. Dai nostri calcoli abbiamo stimato che un chilometro di installazioni di questo tipo, per esempio lungo la nuova diga foranea di Genova potrebbero produrre circa 8.000 Megawattora ogni anno».


Se lo Stretto di Messina è così prodigo di energia, è il mare di Sardegna ad avere il maggiore potenziale energetico (Guarda la mappa su www.marescienza.it) fra i mari italiani. In particolare, la costa occidentale sarda e Alghero, dove non a caso è installato in prova il sistema ISWEC (Inertial Sea Wave Energy Converter), progettato dal Dipartimento di Meccanica del Politecnico di Torino. Si tratta di un dispositivo di tipo galleggiante che utilizza l’inclinazione del fianco dell’onda per produrre energia elettrica. L’onda che lo investe induce un moto di beccheggio e in questo modo si crea una oscillazione da cui un generatore elettrico opportunamente controllato estrae energia. Una delle caratteristiche del sistema è che esso è “tarato” proprio per il mar Mediterraneo e, in generale, per tutti i mari chiusi. Gli oceani, infatti, hanno solitamente onde che sono molto diverse da quelle del nostro mar Mediterraneo. Sono infatti onde molto alte e molto potenti e i dispositivi che convertono la loro energia in energia elettrica sfruttano proprio queste caratteristiche. Ma sono inadatti per mari come il Mediterraneo, in cui il parametro più rilevante non è l’altezza dell’onda, ma la frequenza delle onde. Il sistema ISWEC sfrutta appunto questo aspetto, riuscendo ad estrarre energia dal moto ondoso in modo proporzionale al quadrato della frequenza delle onde incidenti. Attualmente, il sistema è in prova in tre località: oltre ad Alghero, appunto, anche a La Spezia e Pantelleria, ed è riuscito a fornire una media di 2600 Megawattora all’anno.

di Stefano Pisani
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"IL FATTO QUOTIDIANO
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Qualenergia

2011, annus horribilis per il nucleare

Dopo Fukushima, ecco una nuova situazione molto critica per una centrale nucleare nel Nebraska invasa dalle acque del fiume Missouri; poi un rapporto ufficiale analizza il pessimo stato di 11 reattori russi. Ma nonostante ciò il governo britannico individua otto nuovi siti per ospitare nuove centrali nucleari entro il 2025

Nella centrale nucleare di Fort Calhoun (478 MW), in Nebraska, qualche giorno fa una inondazione mai vista del fiume Missouri ha sommerso per oltre mezzo metro gli edifici della centrale, superando le barriere di protezione (vedi foto). Il rischio gravissimo è quello di avere un blocco del sistema di raffreddamento, visto che per motivi precauzionali c’è stato il momentaneo distacco dell'impianto dalla rete elettrica. Ora sono in azione i generatori diesel di emergenza. Anche se non pare ci sia dispersione di radioattività, la situazione è critica perché la piena non è passata e all’interno della centrale sono stoccate anche 379 tonnellate di combustibile esausto e non tutte sono sigillate. La situazione è coperta dal silenzio dei media Usa ed è stato perfino vietato il sorvolo dell’area. Un’altra centrale in Nebraska, la Cooper Nuclear Station, potrebbe essere assediata dalle acque di questa piena.Leggi tutto.
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Tratto da La Voce dell'Emergenza

Fukushima: urina radioattiva negli abitanti vicino alla centrale


L’urina è un ottimo indicatore della nostra salute. Ci offre una valutazione attendibile di come mangiamo, di cosa beviamo. E dunque, anche nel caso in cui ciò che abbiamo ingerito contiene sostanze radioattive. E’ quanto sta accadendo agli abitanti situati a 30-40 Km dal reattore n°1 di Fukushima, ai quali è stata trovata traccia di radioattività nell’urina.PIPI’ RADIOATTIVA – Più di 3 mSv (millisieverts) di radiazione è stata trovata nelle urine di 15 abitanti residenti tra il villaggio di Fukushima, Iitate, e la città di Kawamata, confermando l’esposizione interna alle radiazioni.Leggi tutto

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Riceviamo da Giuseppe Di Braccio e pubblichiamo.


Scorie nucleari, un rebus ad alto rischio
-Una letale minaccia per l’uomo e l’ambiente-

Se una centrale ad energia atomica suscita paura le scorie da essa prodotte non sono da meno, stante l’elevato livello di pericolosità ed il perdurare nel tempo delle stesse; il termine tecnico “scorie ad alta radioattività e a vita lunga” è fin troppo esplicito nel delineare i rischi che permeano questo argomento, indubbiamente uno dei più delicati in materia di nucleare e dalla soluzione tutt’altro che scontata.

Basti pensare infatti che l’arco di vita dei residui radioattivi può estendersi fino ai 300.000 anni, un lasso di tempo considerevole e tale da porre una pesante ipoteca sui futuri scenari esistenziali del pianeta. Quel che è peggio, ed a dispetto di alcune dichiarazioni rassicuranti fatte da più di un politico sull’argomento, delle scorie nucleari allo stato attuale si conosce ben poco, sia per quel che concerne la loro effettiva pericolosità che in tema di depositi destinati ad accoglierle, enormi sarcofagi situati a centinaia di metri di profondità della cui sicurezza e tenuta nel tempo sono in moltissimi a dubitare. Certamente, i siti deputati a contenere un materiale di questo genere sono indispensabili e per il momento non si conoscono alternative ad essi, ma è parimenti vero che anche questo settore del nucleare è privo di certezze scientifiche, ed anzi i meccanismi che ne regolano il funzionamento risultano talmente complessi ed opinabili da suscitare le peggiori aspettative; gli esperti di sicurezza nucleare elencano al riguardo una serie di problematiche dalla spinosa soluzione, quali le reazioni chimiche determinate dalle radiazioni all’interno dei fusti di contenimento, la fisica dei flussi nelle materie radioattive immagazzinate, il “comportamento” dei metalli e del cemento utilizzati in occasione dello stoccaggio, la scelta delle rocce in cui imprigionare il carico di rifiuti. Il quadro è reso ancora più complesso dalla diversificazione delle scorie secondo il loro grado di radioattività (che indica di fatto il differente livello di pericolosità), ed ecco allora che le scorie di 3° grado o di alta attività, in particolare le ceneri prodotte dall’uranio, possono richiedere anche 100.000 anni per cessare di essere pericolose; attualmente è stato identificato un solo sito in grado di offrire sufficienti margini di sicurezza per il deposito delle scorie di terzo grado, esso si trova nel Nuovo Messico in una zona desertica e la sua realizzazione ha richiesto ben 25 anni di studio.
I depositi sono suddivisi in
quattro categorie, i depositi di superficie, i depositi di superficie con opera ingegneristica, i depositi in cavità o miniera e quelli geologici; a quest’ultima categoria, tuttora in fase di sperimentazione, appartiene il sito del Nuovo Messico, mentre la maggioranza degli impianti, circa 80, rientra nelle prime tre tipologie. Prescindendo in ogni caso dalle differenti caratteristiche delle scorie, i depositi destinati ad accogliere i residui nucleari non possono ovviamente essere realizzati in zone a rischio sismico e a comprovato dissesto idro-geologico, mentre per quel che concerne la tipologia delle rocce queste ultime debbono fornire assolute garanzie dall’eventualità di infiltrazioni di acqua, ragion per cui le migliori potrebbero essere l’argilla, il granito ed il sale. Le difficoltà nel reperire il sale hanno indotto alcuni paesi (ad es. dell’area scandinava) ad optare per il granito, particolarmente solido e compatto, mentre altri preferiscono ricorrere all’argilla, attraverso la quale la radioattività si muoverebbe più lentamente, ma è facile comprendere che ci si aggira ancora nel campo delle sperimentazione e di ipotesi che i fatti potrebbero smentire bruscamente. Per contro, i rischi legati alla salute ed all’ambiente sono di un’evidenza preoccupante; in Germania, in particolare, una recente indagine ha fatto emergere una allarmante correlazione tra l’aumento esponenziale della leucemia infantile e la presenza nelle vicinanze di un impianto nucleare. I bambini che vivono in un raggio di 5 chilometri da un reattore o da un deposito contenente scorie radioattive hanno infatti, secondo questi studi, un aumento del 76% del rischio di contrarre tale tipo di tumore rispetto ai coetanei che vivono in un raggio distante oltre i 50 chilometri. Posto dunque che quella legata all’atomo è una forma di energia tutt’altro che sicura ed affidabile, prova ne sia la recente tragedia di Fukushima, su di un punto è indispensabile che non sussistano incertezze;
che siano i cittadini ad avere l’ultima parola sull’argomento nucleare e sulla possibilità di esprimere il proprio rifiuto per una fonte energetica forse utile ma in larga parte ancora sconosciuta e, come hanno dimostrato alcune dolorose esperienze, terribilmente pericolosa.

Giuseppe Di Braccio

07 giugno 2011

Fukushima oltre ogni previsione: fusione totale dei reattori

Tratto da la Voce dell'Emergenza

Fukushima oltre ogni previsione: radiazioni raddoppiate e fusione totale dei reattori


Per mesi la Tepco e i funzionari giapponesi si sono rifiutati di ammettere che si fosse verificata una qualche fusione nei reattori di Fukushima.
Poi (il 15 maggio) hanno ammesso la fusione nel reattore n1, sostenendo però che nei reattori 2 e 3 si era trattato di fusioni solo parziali.
Infine lunedì 6 giugno hanno ammesso quel già si sapeva: ci sono state fusioni totali in tutti e tre i reattori della centrale nucleare di Fukushima Daiichi. (Il meltdown è il caso più temuto, l’incidente peggiore: vuol dire che le barre di combustibile passano dallo stato solido a quello liquido, con reazioni varie, e il rischio che la micidiale miscela radioattiva crepi il vessel e penetri nel sottosuolo inquinando falde freatiche, terreni , acque circostanti…e il mare come sta accadendo. Fino – estrema possibilità – alla corteccia terrestre in quella che viene definita ”sindrome cinese” dal film omonimo).
Come ha riportato, fra gli altri, la CNN, riferendo quanto detto dalla governativa Nuclear and Industrial Safety Agency (NISA) “si tratta di una nuova valutazione
che va ben oltre le precedenti dichiarazioni sull’estensione del danno provocato dal terremoti e dallo tsunami dell’11 marzo”. La Tepco fino al 24 maggio scorso aveva descritto uno scenario ben diverso, affermando che nei reattori 2 e 3 la temperatura nei due reattori si era sostanzialmente raffreddata e che non vi era stata fusione totale del nocciolo. Il termine meltdown veniva accuratamente omesso, dalla società, rileva il 6 giugno il Washington’s blog, che ha seguito passo passo le varie fasi dell’incidente e ricorda come un ingegnere dell’università del Michigan, il prof. Gary Was che,intervistato dalla CNN, dai dati riportati già temeva il peggio in tutti e tre i reattori. La fusione sarebbe avvenuta molto più rapidamente di quanto non si fosse capito. Vale a dire quasi subito. Tanto che la NISA ora stima che la quantità di radiazioni rilasciate nell’atmosfera nella prima settimana non sia stata di 370,000 ma di 770,000 terabecquerels. Sebbene l’agenzia sottolinei che comunque si tratti di un valore pari solo al 10% delle radiazioni rilasciate nel disastro di Chernobil – osserva il Mail online- la revisione dei dati mostra il fallimento nel contenere l’incidente si sia risolto in un livello di contaminazione delle zone circostanti molto più alto di quanto si sia inizialmente ritenuto.
Inoltre tracce di plutonio sono state trovate all’esterno del reattore n. 1 ed è stato confermato che provengono dalla centrale (a quanto riferisce Kyodo News)....
L’Agenzia internazionale avrebbe saputo già a fine marzo della fusione, avendo ricevuto la relazione di un supertecnico americano, Chris Allkison, basata su una accurata simulazione, ma avrebbe omesso passi successivi.
Il meltdown era avvenuto subito, 50 minuti dopo il guasto al sistema di raffreddamento del reattore n.1, sosteneva Allison. (MGB, LaStampa)

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Tratto da Corriere di Milano

Traffico illecito di rifiuti e tangenti a Pavia: arrestato Dario Scotti

Secondo l'accusa, nella centrale venivano bruciati rifiuti, anche

pericolosi, al posto di biomasse

MILANO - È stato arrestato, su richiesta della Dda di Milano, Angelo Dario Scotti, figlio del «patron» Ferdinando, vicepresidente del Cda di Riso Scotti Energia e ad di Riso Scotti Spa, nell'ambito dell'inchiesta su un traffico illecito di rifiuti. Secondo l'accusa, nella centrale venivano bruciati rifiuti, anche pericolosi, al posto di biomasse.
Con Scotti sono stati posti ai domiciliari un funzionario del Gestore dei Servizi Energetici di Roma, Andrea Raffaelli, un consulente esterno di Assoelettrica, Elio Nicola Ostellino, e Nicola Farina, commercialista di fiducia del Gruppo Scotti. In carcere invece è finito Franco Centili, funzionario del Gestore dei Servizi Energetici di Roma. Sono accusati tutti, a vario titolo, di traffico illecito di rifiuti, truffa ai danni di ente pubblico, frode in pubbliche forniture, corruzione per atti contrari ai doveri dell'ufficio,per fatti commessi tra il 2005 e il 2010. Nell'ambito delle indagini, sono stati sequestrati 17 milioni di euro riconducibili agli indagati.
IL SEQUESTRO - La centrale a biomasse Riso Scotti Energia di Pavia era stata messa sotto sequestro nel novembre scorso, durante l’operazione «dirty energy», coordinata dalla procura della Repubblica di Pavia – diretta dal procuratore capo Gustavo Adolfo Cioppa – e condotte dai sostituti Roberto Valli, Luisa Rossi e Paolo Mazza. Sette persone erano finite agli arresti domiciliari, tra cui il presidente della società, Giorgio Radice e il direttore dell’impianto, Massimo Magnani. Gli indagati nel complesso sono 12. Inoltre, sono stati sequestrati 40 mezzi ed eseguite 60 perquisizioni in tutta Italia.

LE ACCUSE - Secondo le indagini condotte dal Corpo forestale, nell’impianto, insieme alla lolla, si bruciavano anche rifiuti di varia natura (tra cui legno, plastiche, imballaggi e fanghi di depurazione di acque reflue) con concentrazioni di inquinanti (soprattutto metalli pesanti) superiori ai limiti consentiti dalla legge. Un traffico di 40.000 tonnellate di rifiuti urbani e industriali non regolarmente trattati, provenienti da impianti di smaltimento in Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli, Emilia Romagna, Toscana e Puglia. Tutto ciò era possibile grazie ai falsi certificati rilasciati da laboratori di analisi chimiche compiacenti, per un giro d’affari di almeno 28 milioni di euro, grazie anche agli incentivi statali che questo genere di impianti riceve.

TANGENTI - Stando agli sviluppi dell'inchiesta, per evitare di restituire allo Stato 7 milioni di euro percepiti indebitamente attraverso la fasulla produzione di energia pulita, la società Riso Scotti Energia avrebbe pagato mazzette a funzionari compiacenti del Gestore dei Servizi Energetici di Roma.....Leggi l'articolo integrale

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