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Visualizzazione post con etichetta IEA. Mostra tutti i post
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05 novembre 2016

“Un punto di svolta per le energie rinnovabili”:E’ ufficiale! le rinnovabili mondiali hanno superato le fonti fossili.

Tratto da Il Sostenibile

E’ ufficiale! le rinnovabili mondiali hanno superato le fonti fossili


L’Agenzia internazionale per l’Energia (IEA – Internazionale Energy Agency) ha pubblicato  la sua Medium-Term Renewable Market Report, rivedendo al rialzo le precedenti stime di crescita delle rinnovabili mondiali per gli anni 2015-2021: alle previsioni di crescita mancavano ben 13 punti percentuali. Il motivo è che lo scorso anno, già passato agli onori della cronaca per il numero record di investimenti verdi, è stato più aggressivo di quanto si fosse inizialmente calcolato sul fronte delle rinnovabili. Così “aggressivo” da aver battuto il carbone e petrolio, in termini di nuova potenza istallata.
Come fare peraltro a tenere il ritmo forsennato tenuto da fotovoltaico ed eolico? Nel 2015 sono state istallate più di due turbine eoliche l’ora e ben mezzo milioni di moduli solari al giorno, rivela la IEA. L’Agenzia non teme di definire questo momento come “un punto di svolta per le energie rinnovabili”. Il sorpasso assume un rilievo particolare se inquadrato nel contesto degli aiuti finanziari. Petrolio, carbone e gas naturale possono contare annualmente su una valanga di soldi pubblici che i vari G20 e COP sul clima non hanno mai scalfito. Solo per la produzione sarebbero quasi 500 miliardi di dollari l’anno in sussidi, che schizzano alle stelle se nel conto vengono inserite anche le esternalità.
“Stiamo assistendo a una trasformazione dei mercati energetici globali guidati dalle fonti rinnovabili e, come succede anche in altri campi, il centro di gravità di questa crescita si sta muovendo verso i mercati emergenti”, ha commentato il Fatih Birol, direttore esecutivo della IEA. Stati Uniti, Cina, India e Messico hanno tirato i fili di una crescita (più 153 GW ossia il 15% in più rispetto al 2014) che ha rappresentato oltre la metà della nuova potenza energetica istallata a livello mondiale. E la maggior parte di questi guadagni sono stati resi possibili dai record segnati nell’eolico (con nuovi 66 GW) e dal fotovoltaico (49 GW).
Nel corso dei prossimi anni le fonti rinnovabili dovrebbero coprire oltre il 60% dell’aumento della produzione di energia elettrica mondiale nel medio termine, superando la produzione di 7600 TWh entro il 2021 – l’equivalente alla attuale generazione elettrica totale degli Stati Uniti e l’Unione europea messi insieme.
Leggi anche
http://unitiperlasalute.blogspot.it/2016/10/international-energy-agency-energia-le.html

22 settembre 2016

1)BRINDISI, CENTRALI ELETTRICHE KILLER .Urge una decisa 'DECARBONIZZAZIONE' 2)FER, IN SALITA NONOSTANTE IL CALO DI INVESTIMENTI IN ENERGIA.

Tratto da Affari Italiani

Brindisi, Centrali elettriche killer
Urge una decisa decarbonizzazione.

Brindisi cerano1

L'impennata di tumori anche a Brindisi fa delle 3 centrali elettriche dei veri e propri 'killer'

Al Congresso Mondiale di Epidemiologia Ambientale, svoltosi a Roma nel mese di settembre, sono state presentate alcune evidenze di danno sanitario, provocato dall’inquinamento industriale, a carico delle popolazioni nelle aree di Taranto e Brindisi . Si tratta di anticipazioni di uno studio commissionato dalla Regione Puglia ad un gruppo di ricerca guidato daFrancesco Forastiere del DEP Lazio e composto da ricercatori di ARPA Puglia, Ares, ASL di Brindisi e Taranto.

 
Nell'ambito di tale studio, per quanto riguarda Brindisi, si è focalizzata l'attenzione sulle tre centrali elettriche, che hanno iniziato la loro attività nel 1961, nel 1969 e nel 1991 con differenti combustibili (gasolio, orimulsion e carbone) prendendo in considerazione le loro specifiche emissioni. Nel contempo si è costituita una coorte di 223.994 persone residenti dal 2000 al 2013 in sette municipi della provincia compreso quello di Brindisi. Le persone sono state seguite nel loro destino sanitario fino al 2013.
A ciascuna persona è stato attribuito un livello di esposizione con l'ausilio di complessi modelli di calcolo,utilizzando le emissioni in aria delle centrali elettriche relative all'anno 1998. I ricercatori hanno tenuto conto della posizione socio-economica dei componenti la coorte in base ai dati delle sezioni di censimento del 2001. Come è noto la posizione socio-economica ha un effetto importante sulla salute.
Nonostante l'apparentemente esiguo valore annuo (0,30 microgrammi/m3) del livello medio di esposizione della popolazione al PM10 originato dalle centrali elettriche, emerge, per coloro che sono stati più esposti di altri (differenza pari a 0,62 microgrammi/m3), un maggior rischio di morte per tutti i tumori (+8%), per tumore del pancreas (+11%), tumore della vescica (+16%), malattie respiratorie (+12%) e per eventi coronarici acuti (+11%).

 
                        Brindisi cerano Inquinamento
I ricercatori concludono che "l'inquinamento industriale proveniente dalle centrali è stato associato con la mortalità della coorte costituita dalla popolazione residente nell'area".....
Ancora una volta siamo davanti a evidenze scientifiche che indicano come la pressione su ambiente e persone da parte di attività economiche che pur rientrano nei termini di rispetto delle soglie di legge, rappresenta un rischio documentato per la salute. Non vorremmo che l'attesa per un adeguamento delle norme alle conoscenze scientifiche determinasse una totale inazione delle autorità competenti, inazione che lasci le persone respirare e ammalarsi a norma di legge.

Appare anche opportuno che questo ultimo studio fosse acquisito dalla Procura della Repubblica competente, per il possibile rilievo penale di questi dati, sia con riferimento a fattispecie di reato contro l'ambiente che contro l'incolumità pubblica. Qui l'articolo integrale

A cura di Salute Pubblica - Brindisi

           _______________________

Tratto da Canalenergia.com 

FER, IN SALITA NONOSTANTE IL CALO DI INVESTIMENTI IN ENERGIA

Nonostante un contesto globale che vede gli investimenti nel settore energia in discesa arrivando ad attestarsi a 1,8 trilioni di dollari, l'8% in meno rispetto all'anno scorso, le rinnovabili continuano a registrare numeri positivi. 
 E' il quadro tracciato dal rapportoWorld Energy Investment 2016 realizzato dall'International Energy Agency (IEA). Secondo lo studio, come si legge sul sito del Guardian, nel 2015 sono stati investiti 313 miliardi di dollari in fer e altre forme di produzione di energia a basse emissioni di carbonio.  I dati più rilevanti, in particolare, sono stati registrati nel settore della produzione di energia elettrica, trend a cui ha contribuito la rapida discesa del costo delle turbine eoliche e dei pannelli solari.  
Se le energie pulite si caratterizzano per numeri in crescita, lo stesso non accade a livello globale per la generazione elettrica dal gas, una soluzione che, nonostante sia proposta come una via di transizione tra le centrali a carbone e le rinnovabili – scrive il Guardian citando lo studio della  IEA – è scesa del 40%. 
In questo contesto globale - in cui il più grande investitore in energia rimane la Cina, con 315 miliardi di dollari spesi nel 2015 – si sta verificando un  “un ampio riorientamento” dei sistemi energetici, finalizzato a promuovere la riduzione di emissioni di carbonio e l'efficienza energetica come sottolinea la IEA nel suo rapporto .

25 febbraio 2016

IEA:Ai combustibili fossili 550 miliardi all’anno di sussidi, quattro volte più che alle rinnovabili

Tratto da Ciaccimagazine
In tutto il mondo le fonti fossili sono sovvenzionate direttamente in modo spropositato, secondo la Iea. Eliminando i sussidi le emissioni calerebbero già del 20%. E le rinnovabili vincerebbero.
I sussidi ai combustibili fossili come fonte d’energia, si legge nel nuovo World Energy Outlook della International Energy Agency, hanno raggiunto i 550 miliardi di dollari nel 2013. Più di quattro volte quelli elargiti a favore delle energie rinnovabili. Un ostacolo agli investimenti in efficienza e in fonti pulite. E se si calcolassero anche i costi ambientali e alla salute, la cifra decuplicherebbe.
L’Arabia Saudita in due anni ha aumentato di 800.000 barili al giorno la sua capacità produttiva di petrolio grazie all’entrata in funzione delle nuove raffinerie di Yanbu e Jubail.
Dal Medio Oriente all’Italia, le storture dei sussidi a petrolio e fonti fossili. L’International Energy Agency è un’agenzia intergovernativa – non un’associazione ambientalista. È l’agenzia dei Paesi sviluppati che elabora scenari sulle questioni energetiche. Per fare qualche esempio, secondo la Iea circa 2 milioni di barili al giorno di greggio e di prodotti raffinati vengono utilizzati in Medio Oriente per generare elettricità. Ma in assenza di sussidi, le principali fonti rinnovabili sarebbero competitive rispetto alle centrali elettriche alimentate a petrolio.
In Arabia Saudita, il costo in più di un’autovettura due volte più efficiente rispetto alla media delle vetture circolanti è recuperabile in 16 anni: questo periodo di ritorno dell’investimento si ridurrebbe a 3 anni se la benzina non fosse sussidiata. I sussidi alla produzione di combustibili fossili in Italia arrivano a 2,7 miliardi di euro l’anno.
Messo così, il World Energy Outlook 2015 pubblicato il 10 novembre sembra più una denuncia sugli abusi degli aiuti pubblici a petrolio, gas e carbone. I sussidi alle fonti fossili – vi si legge – hanno raggiunto i 550 miliardi di dollari nel 2013, più di quattro volte quelli elargiti a favore delle energie rinnovabili, frenando così in modo surrettizio gli investimenti in efficienza e in fonti pulite.
Cinque anni fa era ancora peggio. I sussidi ammontavano a 523 miliardi di dollari, in aumento di circa il 30% rispetto al 2010 ed erano addirittura sei volte superiori agli incentivi erogati a favore delle fonti rinnovabili....
Calcolando i costi indiretti, si arriva a 5.300 miliardi di dollari all’anno
La stima della Iea non tiene conto degli aiuti indiretti, cioè del fatto che l’industria delle fossili non paga, bensì scarica sulla collettività le esternalità negative, cioè i danni a salute, ambiente e clima che produce.
Per non parlare delle guerre.
Se si calcolassero anche questi aspetti, come di recente ha fatto il Fondo Monetario Internazionale, risulterebbe che a petrolio, gas e carbone vanno aiuti pubblici, diretti e indiretti, per 10 volte tanto: 5.300 miliardi di dollari all’anno, vale a dire il 6,5% del Pil mondiale e 10 milioni di dollari ogni minuto.
Risultati immagini per carbone
Il carbone è il combustibile fossile che produce il 40% dell’energia globale ma è responsabile del 70% delle emissioni di gas serra legate all’energia, cioè di circa la metà delle emissioni di gas serra totali.
Il carbone è il combustibile fossile che produce il 40% dell’energia globale ma è responsabile del 70% delle emissioni serra legate all’energia, cioè di circa la metà delle emissioni serra totali.
Eliminando i sussidi alle energie fossili, emissioni in calo già dal 2020
Le emissioni mondiali potrebbero iniziare a calare già nel giro di 5 anni e senza costi aggiuntivi. Ma solo se, sottolinea la Iea nel suo Special Report on Energy and Climate Change, i governi taglieranno i sussidi alle fonti fossili, evitando di costruire nuove centrali a carbone e puntando su rinnovabili ed efficienza energetica. 
Eliminando tutti questi sussidi impliciti ed espliciti le emissioni di gas serra calerebbero del 20%, e sarebbe un passo avanti decisivo nella lotta al riscaldamento globale. Stefano Carnazzi – Lifegate

18 dicembre 2015

Domanda di carbone ferma, non succedeva dai '90

Tratto da La Repubblica

Domanda di carbone ferma, non succedeva dai '90
La domanda mondiale di carbone, la principale fonte (una volta bruciato per ottenere energia e/o calore) di emissioni di anidride carbonica nel 2014 si è arrestata. Un'evento che non accadeva dagli anni '90. A rendere nota la buona notizia è l'Agenzia internazionale per l'energia (Iea).

Il rapporto pubblicato oggi, riferisce l'agenzia Ap, mette in relazione lo stop con la riduzione del fabbisogno cinese a fronte della crescita di fonti energetiche pulite come idroelettrico, eolico e solare. Secondo le proiezioni della Iea, su scala mondiale la percentuale di carbone nel mix energetico scenderà dall'attuale 41 al 37% entro il 2020, malgrado il consumo in India e nel Sudest Asiatico continuerà a crescere.
"Le politiche ambientali, compreso il recente accordo della Cop21 di Parigi - ha commentato il capo dell'Agenzia Fatih Birol - probabilmente continueranno a far diminuire la richiesta di carbone".

12 novembre 2015

LA COP 21 DI PARIGI PORTERA' AD UN ACCORDO GLOGALE PER IL CLIMA ?

Tratto da Qualenergia



Secondo gli scenari delineati dai vari Governi per contenere il cambiamento climatico le rinnovabili dovranno avere un ruolo sempre più importante. Quali sono i trend recenti e le previsioni di queste tecnologie nei prossimi cinque anni? Con quali politiche sostenerle?
Nelle prime due settimane di dicembre avrà luogo a Parigi la 21a Conferenza delle Parti (COP21). Ci sono molte attese attorno a questo evento potenzialmente storico, il cui obiettivo principale è il raggiungimento di un nuovo accordo globale sul clima. A fronte di forti attese, vi sono anche timori che si possa ripetere un fallimento come avvenuto alla COP15 a Copenhagen nel 2009.
L’energia sarà al centro del dibattito.

La produzione e gli usi energetici sono infatti responsabili per i due terzi delle emissioni globali di gas a effetto serra. Il settore energetico si trova quindi davanti alla necessità di tagli molto significativi alle emissioni, ma al contempo deve garantire la sicurezza degli approvvigionamenti, la disponibilità di energia a prezzi accessibili per sostenere la crescita economica, nonché assicurare l’accesso all’energia ai miliardi di persone che ancora non ne dispongono. È una sfida enorme, che richiede una transizione senza precedenti nelle modalità di produzione e usi dell’energia a livello mondiale. ...
Quale sarà il risultato della COP21? Alcuni segnali recenti ispirano ottimismo. Tra essi la storica dichiarazione congiunta sui cambiamenti climatici di Cina e Stati Uniti. Come pure l’approvazione di ambiziosi obiettivi di riduzione delle emissioni (-40%) da parte dei Governi dell’Unione Europea........
Nel 'World Energy Outlook Special Report on Energy and Climate Change' la IEA propone una strategia capace di indurre un picco delle emissioni di gas effetto serra da usi energetici entro il 2020.
La strategia dello “scenario Bridge” si basa su cinque misure principali:
  • l’aumento dell’efficienza energetica nei settori industriale, edilizio e dei trasporti
  • l’aumento degli investimenti annui in tecnologie energetiche rinnovabili per la produzione di elettricità da 270 a 400 miliardi di dollari all’anno entro il 2030
  • la riduzione delle emissioni di metano da processi upstream del petrolio e del gas
  • la riforma per graduale eliminazione dei sussidi alle fonti fossili
  • la riduzione progressiva e il divieto di costruire nuove centrali a carbone a bassa efficienza e più inquinanti......
L’Europa merita un discorso a parte. Nonostante rappresenti nel suo complesso il secondo mercato più importante a livello mondiale dopo la Cina, la crescita delle rinnovabili in Europa è destinata a rallentare notevolmente se non cambiano alcune condizioni, soprattutto nel settore elettrico..........
Tuttavia ora l’Europa, l’Italia compresa, si trova di fronte a una situazione paradossale. Dopo avere pagato - e continuando a pagare - una buona parte dei costi di apprendimento tecnologico delle rinnovabili per tutto il resto del mondo, ora rischia di non profittare dei benefici proprio nel momento in cui le rinnovabili diventano più convenienti. L’industria rinnovabile europea resta a livelli di eccellenza ma sarà difficile mantenerne la competitività in assenza di un mercato forte a livello europeo.
Questa prospettiva non è inevitabile e un cambiamento è possibile. Esso passa attraverso il riconoscimento di alcuni fatti essenziali:
  • una politica di decarbonizzazione coerente con gli obiettivi europei ambiziosi a lungo termine implica necessariamente una roadmap bilanciata per lo smantellamento delle centrali in eccesso più inquinanti, meno efficienti e non in linea con gli obiettivi medesimi;
  • la necessità di riformare il mercato elettrico in maniera più coerente con le tecnologie a disposizione, in particolare le rinnovabili;
  • l’urgenza di investire nelle infrastrutture, soprattutto reti elettriche e interconnessioni, e facilitare altre forme di flessibilità necessarie per integrare grandi quantità di eolico e solare fotovoltaico;
  • la necessità di riformare l’ETS e ottenere in tempi rapidi prezzi del carbonio in grado di influenzare realmente gli investimenti.
......In conclusione, grazie alla riduzione dei costi, alla maturazione dell’industria e a un maggiore ricononoscimento negli ambiti finanziari, le rinnovabili rappresentano sempre di più una soluzione win-win per garantire al contempo la sicurezza energetica e la mitigazione delle emissioni climalteranti a costi accessibili. Questi trend hanno implicazioni positive sui negoziati sui cambiamenti climatici e ne stanno già cambiando l’agenda, come dimostrato dagli INCDs di vari Paesi.
Tuttavia, importanti barriere e interessi contrapposti permangono in tante parti del mondo e un successo non è scontato. Dal suo canto, un accordo sul clima a Parigi rappresenterebbe un ulteriore fattore di stabilizzazione e prevedibilità delle politiche di supporto alle rinnovabili, in grado di indurre un ciclo virtuoso in termini di minori rischi di investimento, minori costi di generazione e maggiore competitività delle stesse.
La COP21 è un’occasione storica per condurre il sistema mondiale sui binari di una transizione energetica più determinata, chiara, condivisa – e quindi meno costosa. Ma il suo successo dipende dalla lungimiranza e leadership strategica dei politici. È un’occasione da non perdere assolutamente.
L'articolo di Paolo Frankl, Capo Divisione Energie Rinnovabili dell'Agenzia Internazionale dell’Energia, è stato pubblicato sul n.4/2015 della rivista bimestrale QualEnergia con il titolo "Un 'Bridge' per il clima".

20 ottobre 2015

Mario Agostinelli :Energie rinnovabili: chi ne sminuisce la crescita?

Tratto  da Il Fatto Quotidiano

Energie rinnovabili: chi ne sminuisce la crescita?

L’Agenzia internazionale per l’energia (Iea) è stata creata nel 1974 da parte dei Paesi che avevano appena vissuto la crisi petrolifera per raccogliere e condividere informazioni su energia, modelli e tendenze future e contribuire a mitigare gli impatti negativi (o evitare) crisi energetiche successive. Da allora, la Iea è diventata una fonte ampiamente rispettata di dati energetici e analisi di scenari futuri. Il suo annuale World Energy Outlook (Weo) è considerato il “gold standard” nelle previsioni di energia: ha una copertura mediatica enorme ed è come una bibbia per i governi di tutto il mondo. Stupisce allora che quasi dormisse quando si diffondevano inaspettatamente sul pianeta l’eolico e il solare.
Se ne è scandalizzato un recente rapporto della Energy Watch Group(Ewg), un think tank indipendente con sede a Berlino. Con estremo dettaglio sono state riportate le installazioni effettive e il contributo alla produzione delle nuove fonti, che sono stati confrontati con le proiezioni al ribasso dell’Agenzia.
IEA: proiezioni sottostimate rinnovabili vs. realtà
IEA-  proiezioni sottostimate rinnovabili
Come si può vedere, l’Iea continua ad aggiustare le sue proiezioni di anno in anno, ma mai abbastanza da catturare la realtà. Addirittura, Weo 2010 prevedeva 180 Gw di capacità installata in solare fotovoltaico entro il 2024, senonché tale obiettivo è stato raggiunto nel mese di gennaio del 2015. La capacità eolica installata nel 2010 ha superato le proiezioni di Weo 2002 e 2004 del 260 e 104 per cento rispettivamente.Altri, analisti indipendenti (come quelli di Bloomberg New Energy Finance) si sono avvicinati a prevedere con precisione lo sviluppo delle fonti rinnovabili. Le uniche previsioni che corrispondono al pessimismo impreciso dell’Iea sono quelle delle grandi corporation:BP, Shell e Exxon Mobil.......
Si può concludere semplicemente che l’Iea venga pesantemente influenzata dagli interessi delle utility dei combustibili fossili. Ma c’è di peggio e di cui preoccuparsi ancor più. Il prestigio di cui gode il Weo induce in errore i governi nel disinvestire in eolico e solare e spinge a mantenere incentivi nei settori meno innovativi, dando l’immagine di uno status quo che cambia molto, molto lentamente (è il caso purtroppo del nostro governo). Nel settore dell’energia è assai diffuso il conservatorismo istituzionale (il sistema energetico mondiale è sempre stato enorme e lento) e, mentre vengono accettate in ogni branca delle nuove tecnologie curve di accrescimento esponenziali, il mondo economico vuole rimanere ancorato alla rendita del sistema energetico tradizionale e simula una crescita solo lineare per le energie rinnovabili. 
Strano a dirsi, ma il modello di previsione migliore per le rinnovabili è stato quello di Greenpeace, che ha fatto una stima politica di che cosa sarebbe dovuto accadere e, quindi, ha utilizzato un modello di previsione per dimostrare che sarebbe stato possibile. Questo fa pensare che le previsioni spesso sono solo una dichiarazione politica in cui noi indichiamo quello che vogliamo vedere accadere Sta quindi a noi decidere che tipo di mondo si vuole vedere e costruire uno scenario per realizzarlo. Ed impostare le azioni per fare che quello scenario diventi una realtà.
E’ chiaro allora perché i grandi interessi economici sottovalutano e nascondono volutamente la crescita impetuosa di sole e vento: fornirebbero agli elettori qualcosa a cui aspirare e ridicolizzerebbero gli incauti trivellatori dei nostri mari.
Qui l'articolo integrale

05 ottobre 2015

Per la conservatrice IEA: "al 2020 dalle rinnovabili due terzi della nuova potenza"

Tratto da Qualenergia
Venerdì scorso, davanti ai G20, la International Energy Agency (IEA) ha presentato le sue ultime previsioni sulle rinnovabili, riviste per l'ennesima volta al rialzo. Per l'agenzia internazionale è sempre più chiaro che solare, eolico e le altre saranno sempre più diffuse, pesando per due terzi della nuova potenza netta nel mondo da qui al 2020.
E se questa è la previsione IEA, è probabile che la transizione sarà ancora più rapida: come ha messo in evidenza un recente studio, infatti, l'Agenzia in questi ultimi anni ha sistematicamente sottostimato il potenziale delle fonti pulite e sovrastimato quello dell'energia convenzionale. Ad esempio per il fotovoltaico a gennaio 2015 eravamo già ad una potenza tripla rispetto a quanto previsto dalla IEA solo 5 anni fa.
Il nuovo Medium Term Market Report 2015
Partiamo dalle ultime previsioni dell'Agenzia: il nuovo Medium Term Market Report 2015 (executive summary e slide in basso) prevede che nei prossimi 5 anni si installino ben 700 GW di nuova potenza da rinnovabili, cioè oltre due terzi delle nuove installazioni al netto dei decomissioning (vedi grafico sotto). A fare la parte del leone saranno le nuove rinnovabili non-idro, come fotovoltaico ed eolico, che contribuiranno per quasi la metà della nuova potenza netta mondiale. Il contributo delle fonti pulite alla domanda mondiale, si prevede, che passerà dal 22% del 2013al 26% nel 2020.
Il report conferma trend già in atto e da tempo previsti: la crescita delle rinnovabili avverrà soprattutto nei paesi emergenti, che contribuiranno ai due terzi delle nuove installazioni da fonti pulite (vedi grafico sotto). La Cina da sola peserà per circa il 40% dell'incremento mondiale di potenza da rinnovabili e assorbirà un terzo degli investimenti.
Prezzi in calo ed effetto petrolio trascurabile
Altro trend che le previsioni confermano è quello del calo dei prezzi, che porterà le rinnovabili ad essere sempre più competitive e gli investimenti a crescere meno rapidamente della nuova potenza installata. Il basso prezzo del petrolio, ricorda l'Agenzia, non sarà un freno alle rinnovabili, tranne che per i biocarburanti. Il rischio più grande per la crescita delle FER è nell'incertezza delle politiche di sostegno.
Le fonti pulite però - ha spiegato il direttore esecutivo della IEA Fatih Birol davanti ai G20 – sono anche alla base degli “impegni senza precedenti” presentati in vista della COP 21 di Parigi e tra lotta la global warming e sviluppo delle rinnovabili potrebbe innescarsi “un circolo virtuoso” che si tradurrebbe in una crescita delle energie pulite del 25% superiore al previsto.
Rinnovabili sistemeticamente sottostimate
Insomma, un outlook positivo. Tanto più che viene da un'istituzione notoriamente conservatrice e legata ad una visione del sistema energetico mondiale basata sulle fossili. Quanto i vari report IEA siano influenzati da questo approccio lo mostra uno studio pubblicato nei giorni scorsi da Energy Watch Group e Lappeenranta University of Technology nel quale si accusa addirittura l'Agenzia di aver tutelato lo status quo dell'energia con le sue previsioni sbagliate.

Dal 1994 al 2014, si riporta, la IEA ha sistematicamente sottostimato il potenzialedi solare ed eolico e sopravvalutato la tenuta delle fonti convenzionali. A esempio, come anticipato, stando alle previsioni IEA del 2010 oggi dovremmo avere un terzo della potenza da FV che si è in realtà installata: i circa 180 GW raggiunti nel 2015, secondo il World Energy Outlook 2010 della IEA, non si sarebbero toccati che nel 2024 (vedi grafico sotto).
Per quel che riguarda l'eolico, la previsione per il 2010 fatta nel 2002 si è rivelata sbagliata, ovviamente per difetto, del 260% e quella del 2004 del 104%. La potenza eolica che la IEA nel 2002 stimava per il 2030 in realtà si è raggiunta con 20 anni di anticipo, nel 2010.
“Altri analisti indipendenti sono stati più accurati nel prevedere lo sviluppo delle rinnovabili - spiegano gli autori dello studio – Solo le previsioni dell'industria dell'energia convenzionale, come quelle di BP, Shell ed Exxon Mobil, erano così basse come quelle della IEA”.
Errori “scientificamente incomprensibili”
Nello stesso tempo, si rileva, la IEA ha sovrastimato il contributo del carbone e (soprattutto dal 2000 al 2006) delle centrali ad olio combustibile. Anche la previsione IEA sul nucleare – 10 nuovi GW nel prossimo decennio – appare “altamente sovrastimata”, tenendo conto dei pochi progetti partiti e dei problemi di sforamento dei costi e dei tempi che stanno incontrando.
Per gli autori si tratta di errori “scientificamente incomprensibili” che hanno gravi conseguenze: “La IEA ha frenato per anni la transizione energetica. Le previsioni errate hanno portato alti investimenti nelle fossili e nel nucleare, ostacolato lo sviluppo delle rinnovabili e minato la lotta al global warming”, denuncia il presidente di Energy Watch Group, Hans-Josef Fell.
“I report della serie World Economic Oulook sono soggetti all'approvazione dei governi, che spesso hanno grandi partecipazioni nell'industria dell'energia convenzionale – avverte lo studio – per questo Energy Watch Group invita la comunità scientifica e la società civile ad esaminare con maggiore attenzione le dipendenze politiche e gli interessi all'interno della IEA”. 

23 giugno 2015

L' Espresso:Cresce il fronte anti-carbone anche tra i grandi investitori

Tratto da l'Espresso ENERGIA

Cresce il fronte anti-carbone anche tra i grandi investitori

Nata nelle università, la campagna contro la fonte energetica più inquinante conquista il mondo del business. 


Cresce il fronte anti-carbone anche tra i grandi investitori
E pensare che quando tutto iniziò, nel 2008, sembrava uno dei tanti movimenti ambientalisti destinati a scomparire nel giro di un corso di laurea. «Una trovata simbolica», era il modo in cui veniva liquidato dagli esperti. I ragazzi di 350.org , un gruppo di universitari americani del Middlebury College, nello Stato del Vermont, in una manciata di anni hanno invece trasformato la propria passione in un lavoro.

Il motto “divest from coal” ha fatto breccia prima nel cuore degli atenei americani, convincendo oltre un centinaio di rettori a cancellare gli investimenti dei ricchi college nel carbone, considerata la più inquinante delle fonti fossili. Poi il messaggio ha superato i prati dei campus yankee, è arrivato nei consigli d’amministrazione delle più grandi banche mondiali. E le multinazionali del settore si sono dovute ricredere: altro che «trovata simbolica», quella del gruppetto di universitari capitanati dal giornalista e scrittore Bill McKibben,..... 
L’ultimo successo della campagna “disinvestire dal carbone” è arrivato a inizio giugno, quando il Parlamento norvegese ha deciso a maggioranza di imporre un obbligo al proprio fondo sovrano, il più grande al mondo grazie a una potenza di fuoco di 900 miliardi di dollari. Dal prossimo anno il fondo venderà tutte le sue partecipazioni in società che ricavano dal carbone il 30 per cento del fatturato o il 30 per cento dell’energia prodotta. Una rivoluzione che rischia di avere contraccolpi pesanti sul mercato. Secondo il governo di Oslo, infatti, verranno vendute quote per un valore complessivo di 4,5 miliardi di dollari, e tra le partecipazioni norvegesi ci sono anche parecchie aziende italiane: Acea, Iren, Hera, A2A, Terni Energia. C’è pure l’Enel, la più esposta sul settore, di cui il fondo possiede l’1,7 per cento. ......La società controllata dal ministero dell’Economia non fornisce la quota del fatturato legata al più antico dei combustibili fossili, ma fa sapere che nel suo mix energetico il carbone vale oggi il 29 per cento ed entro il 2019 scenderà al 23.

                 Produzione di energia elettrica da varie fonti.

DAL QATAR ALLA CHIESA ANGLICANA, TUTTI CONTRO
Il fondo sovrano scandinavo è solo l’ultimo dei giganti della finanza ad aver recepito il motto green degli ex universitari americani. A parte gli atenei, primo fra tutti quello di Harvard con i suoi 36,4 miliardi di dollari di patrimonio finanziario, alla lista degli anti-carbone nelle ultime settimane si sono uniti in tanti. La Chiesa Anglicana ha annunciato di non voler più scommettere i suoi 9 miliardi di sterline sul carbone. La stessa promessa è stata fatta dal Rockefeller Brothers Fund, il salvadanaio degli eredi di John D. Rockefeller, il più famoso e importante dei pionieri americani del petrolio. Motivazione ufficiale? Il carbone è il combustibile fossile più inquinante: a parità di energia prodotta - ripetono gli esperti - emette il doppio dell’anidride carbonica rispetto al gas. Le ragioni dell’annunciata fuga, però, non sono solo ambientali. Per Bank of America, che un mese fa ha assicurato di voler ridurre i finanziamenti ad aziende del settore carbonifero, il motivo è rappresentato da rischi economici «più urgenti» perché le regole del settore potrebbero diventare più stringenti, rendendo meno profittevoli i vecchi impianti, e il gas è destinato a rubare una grossa fetta di mercato grazie al suo minor impatto ambientale. Un ragionamento applicato anche da altri big della finanza come i francesi di Crédit Agricole e Axa, gli olandesi di Ing e i britannici della Barclays (ora controllata dal Qatar).
Insomma, tutti convinti che sia meglio ridurre gli investimenti nel carbone. D’altra parte lo dicono gli analisti, compresi quelli dell’Agenzia internazionale per l’energia (Iea). Nell’ultimo report sui cambiamenti climatici, pubblicato il 15 giugno, è stata chiara: se vogliamo evitare la catastrofe (equivalente a un aumento medio della temperatura globale superiore a 2 gradi rispetto al periodo pre-industriale) ci sono cinque cose da fare, tra cui il divieto di costruire nuove centrali a carbone a bassa efficienza e l’impegno a ridurre l’uso di quelle attuali. Consigli che arrivano in un momento cruciale. I Paesi del G7 si sono appena impegnati a ridurre entro il 2050 le emissioni di gas serra dal 40 al 70 per cento rispetto a quelle del 2010. Giovedì 18 giugno è stato Papa Francesco a tornare sul tema con l’enciclica “Laudato si’”, in cui ha definito «urgente» il bisogno di ridurre l’inquinamento . Tappe di avvicinamento alla Conferenza sul clima di Parigi, a dicembre, che dovrebbe portare ad un accordo vincolante sul taglio delle emissioni.....