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17 settembre 2020

Cambiamenti climatici: un impatto che vale l'8% del PIL. "Analisi del Rischio. I cambiamenti climatici in Italia".

 Tratto da IL Cambiamento

Cambiamenti climatici: un impatto che vale l'8% del PIL

In Italia i rischi collegati ai cambiamenti climatici possono arrivare a incidere fino all'8% del Pil pro capite, contribuendo anche ad acuire le differenze tra Nord e Sud, tra fasce di popolazione piu' povere e piu' ricche, e arrivando ad insistere su una serie di settori strategici per l'Italia. Sono i risultati del rapporto "Analisi del Rischio. I cambiamenti climatici in Italia".

Realizzato dalla Fondazione CMCC, Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, e' la prima analisi integrata del rischio climatico in Italia. Un documento che, a partire dal clima atteso per i prossimi anni, si concentra su singoli settori per fornire informazioni su cosa aspettarci dal futuro e fornire uno strumento a supporto di concrete strategie di sviluppo resiliente e sostenibile.

L'analisi parte dagli scenari climatici che, attraverso un avanzato utilizzo di modelli climatici ad alta risoluzione applicati allo studio della realta' italiana, forniscono informazioni sul clima atteso per il futuro del Paese. Queste informazioni sono poi applicate all'analisi del rischio in una serie di settori del sistema socio-economico italiano. Ne emerge un quadro in cui il rischio cresce, nei prossimi decenni, in molti ambiti, con costi economico-finanziari consistenti per il Paese e con impatti che interessano in maniera piu' severa le fasce sociali piu' svantaggiate e tutti i settori, con particolare riferimento alle infrastrutture, all'agricoltura e al turismo.

"Il rapporto- ha detto spiega Donatella Spano, membro della Fondazione CMCC e docente dell'Universita' di Sassari, che ha coordinato i trenta autori che hanno redatto i 5 capitoli che compongono la ricerca - rappresenta il punto piu' avanzato della conoscenza degli impatti e l'analisi di rischio integrato dei cambiamenti climatici in Italia".

"L'analisi del rischio - ha aggiunto - e dei suoi effetti sul capitale ambientale, naturale, sociale ed economico, consentono di prendere in considerazione le opzioni di risposta individuate dalla ricerca scientifica e di sviluppare piani di gestione integrata e sostenibile del territorio valorizzandone le specificita', peculiarita' e competenze dei diversi contesti territoriali".

I diversi modelli climatici sono concordi nel valutare un aumento della temperatura fino a 2 C nel periodo 2021-2050 (rispetto a 1981-2010). Nello scenario peggiore l'aumento della temperatura puo' raggiungere i 5 C. Questo implica la diminuzione delle precipitazioni estive nelle regioni del centro e del Sud, aumento di eventi precipitazioni intense. In tutti gli scenari aumenta il numero di giorni caldi e dei periodi senza pioggia. Le conseguenze dei cambiamenti climatici sull'ambiente marino e costiero avranno un impatto su "beni e servizi ecosistemici" costieri che sostengono sistemi socioeconomici attraverso la fornitura di cibo e servizi di regolazione del clima.

Anche se piu' ricche e sviluppate le regioni del Nord non sono immuni agli impatti dei cambiamenti climatici, ne' sono piu' preparate per affrontarli. Per quanto riguarda gli eventi estremi, la probabilita' del rischio e' aumentata in Italia del 9% negli ultimi vent'anni. I costi degli impatti dei cambiamenti climatici in Italia aumentano rapidamente e in modo esponenziale al crescere dell'innalzamento della temperatura nei diversi scenari, con valori compresi tra lo 0,5% e l'8% del Pil a fine secolo.

I cambiamenti climatici aumentano la disuguaglianza economica tra regioni. Tutti i settori dell'economia italiana risultano impattati negativamente dai cambiamenti climatici, tuttavia le perdite maggiori vengono a determinarsi nelle reti e nella dotazione infrastrutturale del Paese, nell'agricoltura e nel settore turistico nei segmenti sia estivo che invernale. I cambiamenti climatici richiederanno numerosi investimenti e rappresentano un'opportunita' di sviluppo sostenibile che il Green Deal europeo riconosce come unico modello di sviluppo per il futuro.

E' il momento migliore in cui nuovi modi di fare impresa e nuove modalita' per una gestione sostenibile del territorio devono entrare a far parte del bagaglio di imprese ed enti pubblici, locali e nazionali. In seguito all'incremento delle temperature medie ed estreme, alla maggiore frequenza (e durata) delle ondate di calore e di eventi di precipitazione intensa, bambini, anziani, disabili e persone piu' fragili saranno coloro che subiranno maggiori ripercussioni. Sono attesi, infatti, incrementi di mortalita' per cardiopatie ischemiche, ictus, nefropatie e disturbi metabolici da stress termico e un incremento delle malattie respiratorie dovuto al legame tra i fenomeni legati all'innalzamento delle temperature in ambiente urbano (isole di calore) e concentrazioni di ozono (O3) e polveri sottili (PM10). Dall'analisi combinata di fattori antropici e degli scenari climatici si evince che e atteso l'aggravarsi di una situazione di per se molto complessa. L'innalzamento della temperatura e l'aumento di fenomeni di precipitazione localizzati nello spazio hanno un ruolo importante nell'esacerbare il rischio. Nel primo caso, lo scioglimento di neve, ghiaccio e permafrost indica che le aree maggiormente interessate da variazioni in magnitudo e stagionalita' dei fenomeni di dissesto sono le zone alpine e appenniniche. Nel secondo caso, precipitazioni intense contribuiscono a un ulteriore aumento del rischio idraulico per piccoli bacini e del rischio associato a fenomeni franosi superficiali nelle aree con suoli con maggior permeabilita'.

Gran parte degli impatti dei cambiamenti climatici sulle risorse idriche prospettano una riduzione della quantita' della risorsa idrica rinnovabile, sia superficiale che sotterranea, in quasi tutte le zone semi-aride con conseguenti aumenti dei rischi che ne derivano per lo sviluppo sostenibile del territorio. I cambiamenti climatici attesi (periodi prolungati di siccita', eventi estremi e cambiamenti nel regime delle precipitazioni, riduzione della portata degli afflussi), presentano rischi per la qualita' dell'acqua e per la sua disponibilita'. I rischi piu' rilevanti per la disponibilita' idrica sono legati a elevata competizione settoriale (uso civile, agricolo, industriale, ambientale, produzione energetica) che si inasprisce nella stagione calda quando le risorse sono piu' scarse e la domanda aumenta (ad esempio per fabbisogno agricolo e turismo). I sistemi agricoli possono andare incontro ad una aumentata variabilita' delle produzioni con una tendenza alla riduzione delle rese per molte specie coltivate, accompagnata da una probabile diminuzione delle caratteristiche qualitative dei prodotti, con risposte tuttavia fortemente differenziate a seconda delle aree geografiche e delle specificita' colturali.

L'aumento delle temperature e la riduzione delle precipitazioni medie annue, la maggiore frequenza di eventi meteorologici estremi quali le ondate di calore o la prolungata siccita', interagiscono con gli effetti dell'abbandono delle aree coltivate, dei pascoli e di quelle che un tempo erano foreste gestite, del forte esodo verso le citta' e le aree costiere, e delle attivita' di monitoraggio, prevenzione e lotta attiva sempre piu' efficienti.

Si prevede che i cambiamenti climatici esacerberanno ulteriormente specifiche componenti del rischio di incendi, con conseguenti impatti su persone, beni ed ecosistemi esposti nelle aree piu' vulnerabili. Sono attesi incrementi della pericolosita' di incendio, spostamento altitudinale delle zone vulnerabili, allungamento della stagione degli incendi e aumento delle giornate con pericolosita' estrema che, a loro volta, si potranno tradurre in un aumento delle superfici percorse con conseguente incremento nelle emissioni di gas a effetto serra e particolato, con impatti quindi sulla salute umana e sul ciclo del carbonio.

06 novembre 2019

Il PIL non misura ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta

Tratto da Peacelink
Spesso spariscono i dati dei morti e dei malati dai ragionamenti sul futuro di Taranto

"Il PIL non misura ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta"

C'è solo il PIL, manca l'uomo, manca il dolore, manca la vita.
E' impressionante leggere in queste ore le parole di politici e giornalisti che misurano Taranto e l'ILVA con il solo riferimento al PIL. A costoro dedichiamo le parole di Robert Kennedy sul PIL....

6 novembre 2019
Alessandro Marescotti (Presidente di PeaceLink)
Robert Kennedy
A tutti i politici e i giornalisti che in queste ore parlano di Taranto con il solo riferimento al PIL (prodotto interno lordo nazionale)

Vorrei che leggeste o rileggeste queste parole di Robert Kennedy:

"Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago.
Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere.
Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese.
Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta".

19 maggio 2015

1)SUSSIDI AI COMBUSTIBILI FOSSILI, RISORSE MAGGIORI CHE ALLA SANITÀ 2) Fondo Monetario Internazionale: "alle fossili aiuti pubblici per 5.300 miliardi $/anno"

TRATTO DA  Rinnovabili.it

SUSSIDI AI COMBUSTIBILI FOSSILI, RISORSE MAGGIORI CHE ALLA SANITÀ


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(Rinnovabili.it) – Ogni minuto che passa i combustibili fossili ricevono 10 milioni di dollari in sussidi a livello mondiale. Provate a calcolare quanto faccia moltiplicato per un anno: oltre 5000 miliardiAvete capito bene, oltre 5000 miliardi, pari al 6,5% del PIL mondiale, che finiscono diretti a sostegno di carbone, gas e petrolio. La cifra da sola è già impressionante, ma lo diventa ancora se si considera che supera le risorse sanitarie allocate a livello mondiale, parte delle quali sono necessarie proprio per i danni provocati alla salute dalle fonti fossili. Allarmismo? No, semplici calcoli, presentati stavolta dal Fondo Monetario Internazionale che le definisce i contro associati le più grandi esternalità negative mai stimate, in grado di produrre effetti controproducenti su efficienza economica, crescita e uguaglianza.

Sussidi ai combustibili fossili: di cosa si tratta?

Nell’articolo Act Local, Solve Global, l’istituto spiega in cosa consistono le sovvenzioni:  la differenza tra ciò che i consumatori pagano per l’energia e il suo “vero costo”, più l’aliquota dell’imposta sul valore aggiunto normale o di vendita di un paese. Questo “vero costo” comprende il costo di approvvigionamento e gli effetti nocivi su persone e ambiente legati a quell’energia, tra cui l’inquinamento e gli eventi meteorologici estremi causati dal climate change, gli incidenti e danni alle strade. Elementi di cui le compagnie energetiche non si fanno carico, scaricando piuttosto ogni responsabilità sui singoli Stati.
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Tratto da Qualenergia

Fondo Monetario Internazionale: "alle fossili aiuti pubblici per 5.300 miliardi $/anno"

A carbone, gas e petrolio vanno sussidi per il 6,5% del Pil mondiale. La stima è del Fondo Monetario Internazionale. Oltre agli incentivi espliciti nel conto pesano i costi scaricati sulla collettività. Tagliare il sostegno alle fonti fossili darebbe una spinta economica fortissima e renderebbe le energie rinnovabili competitive senza incentivi.
L'industria delle fossili percepisce aiuti pubblici, diretti e indiretti per 5.300 miliardi di dollari all'anno, vale a dire il 6,5% del Pil mondiale e 10 milioni di dollari ogni minuto. La stima, impressionante ma probabilmente sottodimensionata, arriva da un nuovo report del Fondo Monetario Internazionale (FMI). Nel calcolo, oltre agli incentivi alla produzione di gas, petrolio e carbone e quelli al consumo, FMI include anche le esternalità negative, cioè i danni a salute, ambiente e clima che le fossili al momento non pagano, ma scaricano sulla collettività.
Se eliminassimo questi sussidi impliciti ed espliciti, si stima, le emissioni di gas serra calerebbero del 20%, un passo avanti determinante nella lotta al global warming sulla quale si stanno facendo pochi progressi. Eliminare il vantaggio che carbone, petrolio e gas si prendono a spese di tutti dimezzerebbe anche il numero delle morti premature causate ogni anno dall'inquinamento atmosferico.
Inoltre, eliminando questi aiuti e facendo pagare alle fossili i danni che creano, in molti Paesi si darebbe una spinta determinante alle finanze pubbliche, spingendo gli investimenti in infrastrutture, sanità, lotta alla povertà e Stato sociale.
Infine, se togliendo i sussidi a gas, carbone e petrolio le diverse fonti energetiche fossero messe nelle condizioni di competere veramente alla pari, spiega il report, non ci sarebbe nemmeno più bisogno di incentivi alle rinnovabili, che comunque al momento – pesando per 120miliardi di dollari l'anno a livello mondiale - praticamente un'inezia in confronto ai 5.300 miliardi di $ delle fossili.
La stima degli aiuti alle 'fonti sporche' fatta dal FMI è più alta di quelle diffuse in passato soprattutto per la nuova quantificazione dei costi sanitari – che pesano per circa la metà dei 5.300 miliardi $ – che deriva dai nuovi calcoli sugli effetti dell'inquinamento atmosferico diffusi dall'OMS, secondo i quali all'Italia costerebbe 97 miliardi di $ all'anno.
I costi non pagati per i danni provocati dal cambiamento climatico – particolarmente difficili da quantificare – pesano per oltre un quarto del totale degli aiuti alle fossili. Per questa stima il FMI ha usato il metodo di quantificazione ufficiale del governo statunitense – 42 $ (2015) per ogni tonnellata di CO2 che però secondo voci autorevoli come l'IPCC “molto probabilmente sottostima” i costi reali.

07 aprile 2015

TTIP: la dittatura del mercato sui diritti e sull’ambiente.(da Il Fatto quotidiano)

Riproponiamo  un interessante   articolo  del 7 marzo  di  tratto da Il Fatto Quotidiano 


TTIP: la dittatura del mercato sui diritti e sull’ambiente.
Il privato su ogni forma di controllo pubblico, il mercato sullo Stato, la deregolamentazione ambientale ed economica sulla tutela del bene comune. Se dagli anni ’90 ad oggi l’incremento del Pil mondiale è stato sempre compreso tra il 2 ed il 5%, escluso il periodo a cavallo tra 2008 e 2009, in piena crisi economica, è anche grazie alla spinta verso la sostituzione di una regolamentazione di tipo contrattuale o pattizio a quella legislativa o costituzionale. Vale soprattutto per l’assoggettamento di lavoro e ambiente ad un regime di scarsa tutela.
Su questo principio fonda il Ttip – Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (in inglese Transatlantic Trade and Investment Partnership, Ttip) su cui Unione europea e Stati Uniti negoziano dal luglio 2013.
Negoziazioni sottratte al dibattito pubblico e ad ogni forma di responsabilità politica dei governi nazionali, senza consultazione con le parti sociali. Il mandato negoziale, le direttive da seguire nelle trattative Ue-Usasono state rese pubbliche solo di recente, quasi due anni dopo l’inizio dei negoziati.
Obbiettivo del trattato è la rimozione degli “ostacoli” alla libera circolazione dei prodotti derivanti da differenze normative in materia di tutela ambientale, diritti del lavoro, tutela della salute. In sede negoziale, i differenti regimi a cui merci e servizi possono essere sottoposti a fini di tutela di diritti fondamentali, vengono definiti barriere non tariffarie, «generatrici di problemi», «irritanti commerciali»......
Se obbiettivo primario rimane l’incremento del Pil, è facile: il commissario del commercio Karel De Gucht ha diffuso stime per cui saranno creati 2 milioni di posti di lavoro in Europa, 119 miliardi di euro l’anno di Pil per l’Europa e 130 per gli Stati Uniti. In realtà, questa “enorme” crescita economica, non beneficia i cittadini. ..... Non sono barriere ma diritti quelli che il Ttip vuole abbattere per incrementare il Pil. E l’obbiettivo non è dare qualche euro in più all’anno alle famiglie europee e statunitensi, ma favorire i grandi profitti.
Si discute così della possibilità di monopoli privati per la gestione dei servizi, della necessità che le imprese statunitensi e quelle europee abbiano pari trattamento reciproco sui rispettivi mercati nella gestione del servizio sanitario, di quello idrico e dei servizi sociali. Non può esservi altro che una finalità puramente economica per un’azienda, privata o pubblica che sia, a gestire i servizi essenziali di un altro Paese in completa assenza di responsabilità politica.
Il TTIP discute anche la rigida applicazione del libero mercato al settore energetico. Questa impostazione è ciò che in Italia ha spinto la corsa alle trivellazioni, alla costruzione e al sostegno economico di centrali termoelettriche e alla realizzazione di inceneritori: “risolvere” il problema energetico moltiplicando l’offerta in un’ottica di mercato, rinunciando ad una politica strategica volta a regolare la domanda e ad adeguare ad essa la produzione. In questo modo, a fronte di un picco massimo dei consumi di 56.822 MWh richiesti alla rete italiana, dal 2002 ad oggi, nuove centrali a gas e riconversione a carbone di centrali ad olio, hanno portato al raggiungimento delle 78mila MW di energia prodotta da centrali termoelettriche, a cui si aggiungono almeno 45mila MW da fonti rinnovabili. L’offerta sopravanza la domanda e, quindi, per rendere conveniente la produzione o intervengono sovvenzionamenti pubblici o si mantengono alti i prezzi. Contraddicendo le stesse regole del libero mercato.
Emblematico quanto sta avvenendo proprio negli Stati Uniti con il perseguimento dell’autosufficienza energetica attraverso un forte investimento nelle tecniche di estrazione del cosiddetto combustibile non convenzionale, sabbie bituminoseshale gasshale oil. Si tratta di combustibili non solo ad elevato impatto ambientale ma dall’alto costo economico. Un nuovo impulso alle fonti fossili che ha potuto reggersi in condizioni di prezzi elevati, il recente crollo dei prezzi ha messo subito in crisi il settore. Nei Paesi europei si discute sulla possibilità di vietare l’estrazione tramite fratturazione idraulica (fracking) per motivi ambientali o di sicurezza pubblica. In tale direzione, in Italia, la Commissione ambiente alla Camera ha approvato un emendamento al collegato Ambiente alla legge di Stabilità 2014.
 Il Ttip tende ad aggirare questo tipo di divieti per garantire l’accesso al mercato europeo di questi combustibili e la concessione dei permessi di ricerca ed estrazione.
Centrale nei negoziati, è l’istituzione del sistema di arbitrato internazionale Isds (Investor-state dispute settlement), un meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitore e Stato svincolato dalla giurisdizione ordinaria dei tribunali nazionali. Una sorta di tribunale commerciale il cui giudizio fonda sulle regole del mercato e non sulla garanzia dei diritti fondamentali o della tutela ambientale.
Nel maggio 2013, ad esempio, il Quebec vietò proprio l’estrazione di gas e petrolio tramite fracking. Le industrie Usa fecero ricorso al tribunale arbitrale del Nafta (North American Free Trade Agreement) a tutela dei propri interessi economici. È questo tipo di meccanismi che il Ttip vuole potenziare.
Così, se l’Italia approvasse la legge d’iniziativa popolare del Forum italiano dei movimenti per l’acqua, indirizzando il paese verso nuove forme di gestione pubblica del servizio idrico, potrebbe subire la reazione delle multinazionali del settore.
Con il termine “armonizzazione” si descrive ciò che è invece un gioco al ribasso sugli standard ambientali, sociali, lavorativi, di tutela dei consumatori e della salute.......
Guardando all’Italia, le trasformazioni in atto replicano a livello nazionale le tendenze che orientano i negoziati in sede transatlantica. Così l’attacco spietato ai sindacati e il Jobs Act. Il nuovo impulso alle fonti fossili e l’accentramento dei poteri riguardanti le concessioni per la ricerca e le estrazioni nello Sblocca Italia. Le spinte alla ulteriore privatizzazione dei servizi nella Legge di Stabilità.

La strada tracciata è semplice, riproporre un modello di sviluppo anacronistico imponendo un parallelo incremento dei costi sociali ed ambientali. Contro il Ttip è in rete una petizione online e tante sono le iniziative di mobilitazione civile in programma nei prossimi mesi.
Su Il Fatto Quotidiano l'articolo integrale 

21 agosto 2014

Il costo sociale del cancro deriva dai bilanci delle imprese. Una fiorente economia ha bisogno di una società sana, non di più spesa per il cancro.

Tratto da SpeziaPolis

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"Hai il cancro perché le aziende, i governi e gli azionisti hanno deciso che l'aria pulita, l'acqua e il cibo erano meno importanti del loro denaro. In effetti, l'inquinamento dell'aria uccide tante persone almeno quanto il fumo”.

Lo scrive Amy Larkin su The Guardian, nella sezione Sustainable Business. La proposta naturalmente è quella di contabilizzare nei bilanci delle aziende i costi sanitari e ambientali delle loro produzioni. Perché se la spesa sanitaria contribuisce al PIL di un paese, beh allora abbiamo bisogno di indicatori diversi per misurare il nostro benessere.

Come molti di noi – scrive Larkin - ho esperienza personale con il cancro. L’ho avuto due volte, così come entrambi i miei genitori, sei zie e numerosi amici. Proprio il mese scorso, a qualcuno molto vicino a me è stato diagnosticato un carcinoma mammario invasivo. Queste malattie sono più di semplici statistiche......

Sono andata da un gruppo di sostegno e ciascuna delle sei persone ha detto la stessa storia: "Sono sicuro che ho avuto il cancro per un motivo e non so ancora quale sia". Ho risposto, forse impropriamente: "Hai il cancro a causa di una serie di aziende, governi e azionisti che hanno deciso che aria pulita, l'acqua e il cibo erano meno importanti del loro denaro."

Sono sicura che tutti in quel gruppo siano stati felici di non avermi vista tornare, ma è stata una grande catarsi per me. In quel momento, come ambientalista che lavora con le imprese, il mio io emotivo ha incontrato il mio io professionale in termini molto chiari. Mi sono resa conto che dobbiamo cominciare a includere i costi ambientali - compresi i costi sanitari legati all'ambiente - in ogni transazione finanziaria.....

Secondo l'economista della Brigham Young University C Arden Pope III, l'inquinamento atmosferico ogni anno uccide più persone del fumo. Nel frattempo, l'Agenzia internazionale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità per la Ricerca sul Cancro elenca 113 agenti cancerogeni e 66 che probabilmente causano il cancro.... 

I costi del cancro semplicemente non appaiono nei bilanci delle imprese che contribuiscono alla sua diffusione.


Il PIL, per esempio, è uno dei più importanti indicatori economici in uso. Tutta la spesa sanitaria citata prima in realtà contribuisce al PIL, un segno positivo del solo modello economico di costi-ricavi. Quando la crescita economica aumenta grazie ai costi di malattia e della salute, allora le nostre misurazioni sono mancanti di alcuni principi fondamentali. Non è sempre così positivo quando il PIL sale. Una fiorente economia ha bisogno di una società sana, non di più spesa per il cancro. 
Abbiamo bisogno di costruire una nuova contabilità finanziaria. Per calcolare i veri costi e ricavi, dobbiamo inserire nelle equazioni le cause sociali e ambientali e i loro effetti.
In altre parole, abbiamo bisogno di un reporting integrato che includa i costi ambientali e sociali esterni - compresi gli impatti sulla salute - attualmente fuori dai registri...... 

Ma molto resta ancora da fare..... 
Anche se i costi complessivi finissero per essere gli stessi, preferiremmo spendere i nostri soldi per un’industria e infrastrutture pulite invece che per chemioterapia e inalatori contro l’asma. Non è vero?

L'articolo originale qui (traduzione SpeziaPolis)
Che il cancro sia correlato all'inquinamento industriale in particolare è ormai un dato di fatto anche se molti tentano di nasconderlo.Ascoltare il professor Burgio sarà illuminante: garantito. 
 Guarda il Video  qui :PROF. ERNESTO BURGIO :La Verità sul cancro che nessuno dice 

17 aprile 2013

AZIENDE INQUINANTI: PROFITTI PRIVATI , COSTI PUBBLICI.


Tratto da La Repubblica

Profitti privati, 
costi pubblici. 
 di Antonio Cianciullo
 
E’ la formula di successo di un certo numero di imprese. Lo sostiene uno studio dell’Unep che calcola nel 13% del Pil globale il totale dei danni che la collettività sostiene a fronte dei guadagni delle aziende inquinanti. 


Basta un’occhiata alla vastità dei settori indicati per capire che non si parla di una congiura ai danni dell’umanità condotta da pochi capitalisti con la tuba: parliamo di un sistema produttivo molto ampio che si è andato costruendo in buona parte prima che crescesse la consapevolezza della pesantezza dei danni inflitti agli ecosistemi.

 Resta il fatto che oggi la situazione è cambiata.
 Ci sono le possibilità, a cominciare dalla riconversione low carbon, per ristrutturare il sistema produttivo evitando buona parte dell’impatto sull’ambiente e sulla salute. 
 E a questo punto non farlo diventa una scelta. Su cui varrebbe la pena coinvolgere l’opinione pubblica: è una questione un pochino più grave del problema delle auto blu.

Leggi 

Unnatural capital: Big industries trashing the global economy


 

11 marzo 2013

......Il carbone soffoca 120 mila persone l’anno

Tratto da Valori.it

India, il carbone soffoca 120 mila persone l’anno

La denuncia da Greenpeace che accusa le centrali a carbone indiane di compiere ogni anno una strage a causa delle malattie respiratorie...
 
Non c’è solo il dato positivo della crescita del Pil che deriva dal ritmo vertiginoso a cui cresce la recente industrializzazione indiana. L’emergenza sanitaria connessa alla diffusione di sostanze tossiche nell’aria provocherebbe di 80-120 mila morti premature e 20 mila nuovi casi di asma ogni anno. La denuncia allarmante è contenuta in un rapporto della ong ambientalista Greenpeace che punta il dito sull'inquinamento atmosferico provocato dagli impianti a carbone (se ne parla approfonditamente anche nel dossier di Valori di marzo, Energia sociale).

Lo studio, che ha analizzato i dati delle emissioni prodotte da 111 centrali di grande potenza, avverte delle carenze di normative e di controlli sull’inquinamento: «Centinaia di migliaia di vite potrebbero essere salvate, e milioni di attacchi di asma, attacchi cardiaci, ricoveri, giornate di lavoro perse e costi connessi per la società potrebbero essere evitati con l'uso di combustibili più puliti, e l’introduzione di più severe norme antinquinamento e l'installazione e l'uso delle tecnologie necessarie per ottenere riduzioni sostanziali in questi inquinanti».

Le regioni di Delhi e Calcutta sono risultate le più inquinate ma non sono esenti da problemi neppure Mumbai, il Maharashtra occidentale, l’Andhra Pradesh orientale e la regione di Chandrapur-Nagpur.

L'India è il secondo Paese al mondo (primo è la Cina, manco a dirlo...) per quantità di carbone bruciato a scopo energetico: così produce la maggior parte dei 210 GW di elettricità generati ogni anno.
 Secondo lo studio l’inquinamento prodotto dalle centrali costa già tra i 3.3 e i 4,6 miliardi di dollari l'anno, ma la cifra sembra destinata a salire nella misura in cui l'industria carboniera continua ad essere incentivata (altri 160 GW di energia da carbone sono già in programma) per tenere il passo con la domanda di energia elettrica.
11 Marzo 2013
Corrado Fontana

06 marzo 2013

SE FOSSI LAUREATO IN ECONOMIA E NON IN LETTERE.......

 Tratto da Comedonchisciotte
SE FOSSI LAUREATO IN ECONOMIA E NON IN LETTERE......
di MAURIZIO PALLANTE
ilfattoquotidiano.it


Dopo avere letto il post “La decrescita totalitaria” *, di Stefano Feltri, ho immaginato di essere un “economista”, ed ho fatto un paio di considerazioni. Ad esempio, se fossi laureato in economia e non in lettere, mi domanderei: chi ha governato l’economia e la finanza nei decenni passati, chi la sta governando, chi ha la responsabilità della crisi che sta sconvolgendo i paesi industrializzati, chi è incapace di trovare le misure di politica economica adeguate per uscirne: i laureati in economia o i laureati in lettere?

Se fossi laureato in economia e non in lettere, mi domanderei se è veramente desiderabile, ammesso che sia possibile, uscire dalla crisi con la ripresa della crescita di un prodotto interno lordo in cui incidono in misura significativa gli sprechi di cibo (il 3 per cento del pil), gli sprechi di energia (il 70 per cento dei consumi), gli incidenti automobilistici, il consumo di medicine, le spese di riparazione e di ripristino dei danni ambientali causati da processi produttivi finalizzati alla crescita del prodotto interno lordo, la cura delle malattie causate dalla crescita delle emissioni e delle produzioni inquinanti, la produzione di armi e le guerre.

Se fossi laureato in economia e non in lettere, non eviterei comunque di ripassare la differenza tra la congiunzione “e” e il verbo “è”, perché un conto è dire “meno e meglio” e un altro è dire “meno è meglio”........
Se fossi laureato in economia e non in lettere terrei in una certa considerazione l’insegnamento di un economista tra i più importanti del Novecento, John Kenneth Galbraith, che nel 1968 ha suggerito a Robert Kennedy di rivelare l’inganno dell’equazione tra crescita del Pil e crescita del benessere, perché il Pil cresce anche quando cresce la produzione di merci che peggiorano la nostra vita, come le armi, il tabacco, la riparazione delle automobili incidentate, mentre non può misurare il benessere generato da attività che non generano una compravendita, come le relazioni umane, l’autoproduzione di beni, l’economia del dono e della reciprocità.
Se fossi laureato in economia e non in lettere mi domanderei: se basta il banale buon senso per decidere di produrre cose utili invece di cose inutili o dannose, di utilizzare processi non inquinanti anziché processi inquinanti, di ridurre gli sprechi invece di incentivare un consumo dissipativo delle risorse, come mai i laureati in economia che governano l’economia e la finanza non indirizzano su questa strada gli investimenti per superare la crisi? I laureati in economia sono privi del banale buon senso?

Se fossi laureato in economia e non in lettere mi domanderei se la scelta di aumentare la produttività per far crescere il Pil e rendere le aziende più competitive sul mercato mondiale non comporti una riduzione dell’incidenza del lavoro umano per unità di prodotto e quindi una riduzione dell’occupazione e della domanda a fronte di un aumento dell’offerta; se cioè non aggravi la crisi invece di attenuarla (per non parlare della sofferenza umana di chi non ha occupazione, ma gli esseri umani per chi è laureato in economia sono semplici fattori della produzione, quello che conta è la crescita).

Se fossi laureato in economia e non in lettere, non avrei comunque nessuna ritrosia a leggere ciò che scrivono quelli che la pensano diversamente da me, perché il vero fondamento di una deriva totalitaria è proprio l’intolleranza, soprattutto quando assume l’aspetto di un tabù inviolabile da difendere con tutti i mezzi.
Maurizio Pallante
Fonte: www.ilfattoquotidiano.it

21 gennaio 2013

Verso le elezioni, Greenpeace chiede ai leader politici risposte su energia e ....ambiente

Tratto da Help Consumatori

Verso le elezioni, Greenpeace chiede ai leader risposte su energia e ambiente


IoNonViVoto.org non è una campagna astensionista. Al contrario: chiediamo a tutti i leader politici e a chi si candida a governare il Paese impegni precisi per salvaguardare ambiente, salute, economia e occupazione”.  

È quanto si legge sulla petizione online di Greenpeace www.iononvivoto.org, già firmata da circa 45 mila cittadini, 
 i quali hanno detto che non voteranno chi non si impegna per contrastare l’uso delle fonti fossili, carbone e petrolio, nella produzione di energia e non voteranno chi non sostiene la crescita delle fonti rinnovabili.
Oltre alle firme, informa Greenpeace, tutti i candidati alle elezioni hanno ricevuto anche un questionario di Greenpeace sul futuro energetico del Paese. Alcuni candidati e di diverso orientamento politico hanno risposto ....... ma non i candidati principali: Pier Luigi Bersani, Mario Monti e Silvio Berlusconi, finora rimasti in silenzio.
Il questionario, nove domande nella forma sì-no, chiede fra l’altro di cancellare ogni progetto di nuova centrale a carbone, impegnandosi a dimezzare la produzione elettrica da carbone entro il 2020 e ad azzerarla entro il 2030; 
 di cambiare i vertici Enel; di allontanare le trivelle dalle coste italiane e di aumentare la fiscalità sulle estrazioni di greggio; di rimuovere gli ostacoli alla realizzazione degli impianti da energie rinnovabili, di attuare una nuova fiscalità energetica e di puntare sull’efficienza in tutti i settori, rendendo obbligatorio in Italia l’obiettivo del 20% di efficienza in più al 2020.
Mancano ancora le risposte dei tre leader principali, afferma Greenpeace.

La distanza dei partiti e dei loro leader dai cittadini si misura anche da atteggiamenti come questo – commenta Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace I candidati non rispondono a noi come alle migliaia di cittadini che li interpellano.
 Eppure si tratta di domande su argomenti importanti: vogliono  eliminare progressivamente l’utilizzo del carbone, fermare l’estrazione petrolifera a mare, promuovere seriamente le fonti rinnovabili, 
o no?”
Per Greenpeace e i circa 45 mila cittadini che finora hanno firmato la petizione ci sono almeno tre emergenze su cui i partiti e i loro leader devono esprimersi: “il Mediterraneo svenduto alle compagnie petrolifere per sfruttare giacimenti miseri”; le emissioni delle centrali a carbone operanti in Italia, che causano  570 morti premature l’anno e danni sanitari, economici e ambientali per oltre 2,6 miliardi di euro; 
le fonti rinnovabili, l’unico settore che ha resistito alla crisi continuando a generare ricchezza e occupazione, che è sempre più frenato da burocrazia e incertezza normativa. 
Solo nel 2010, afferma Greenpeace, e senza contare gettito fiscale, benefici ambientali, contributo al PIL, le rinnovabili hanno fatto risparmiare al Paese 8-10 miliardi in mancate importazioni di fonti fossili.

04 dicembre 2012

TARANTO- ILVA: UNA MAMMA SCRIVE A NAPOLITANO: “VENGA A VISITARE I BIMBI AMMALATI”

Tratto da Vivavoceweb.com

ILVA, UNA MAMMA SCRIVE A NAPOLITANO: “VENGA A VISITARE I BIMBI AMMALATI”

 4 dicembre 2012 

Dopo la firma del presidente per l’ok al decreto legge. La donna: «I nostri figli sono devastati dal cancro»

TARANTO – «Venga qui, venga a visitare i nostri bambini devastati dal cancro (e non solo), li guardi negli occhi e sostenga il loro sguardo, se ci riesce, gli spieghi perché lo Stato ha preferito dare loro in pasto al mostro, quel mostro che ha distrutto il nostro mare, violentato la nostra terra, insozzato il nostro cielo». Lo scrive una cittadina di Taranto, Tonia Marsella, in una lettera aperta al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ieri ha firmato il decreto che consente allo stabilimento siderurgico di continuare la produzione nonostante il sequestro della magistratura.

LA LETTERA«Dica alle mammeaggiunge l’autrice della lettera rivolgendosi al presidente della Repubblica che la malattia e la morte del loro figlio è necessaria, altrimenti cala il Pil». Tonia Marsella si chiede come sia possibile, dopo quello che è accaduto per la vicenda Ilva, «credere ancora nello Stato Italiano? Come credere nella politica e in chi dovrebbe difendere e promuovere il bene comune …e invece ci ha rubato anche il diritto alla vita?» 
Infine la cittadina, che ha divulgato la lettera tramite il Comitato «Donne per Taranto», chiede al capo dello Stato di sapere «cos’hanno di diverso i bambini di Genova rispetto ai nostri. Perché in quello stabilimento l’area a caldo è stata chiusa, in quanto considerata incompatibile con la città, e la produzione spostata a Taranto? 
Credevoconclude Marsella - che Lei avrebbe scelto la vita e non la morte. E invece ha firmato la nostra condanna».


Leggi su Affari italiani.libero.it

  Ilva, alta tensione sul decreto. A Taranto un neonato con tumore alla prostata.


"Qui i bambini nascono con il cancro". 
 E' da tempo che Giuseppe Merìco, primario nel reparto di pediatria dell'ospedale Santissima Annunziata, lo ribadisce: "A Taranto ci sono bimbi che vengono alla luce già ammalati".

"Dall'inizio del 2012 sono già cinque", spiega il medico. L'ultimo caso? Un neonato di tre giorni con un tumore alla prostata. In molti collegano il fenomeno all'inquinamento e ai veleni scaturiti dagli impianti siderurgici. Intanto continua la polemica sul decreto del governo. Due incontri tra sindacato e azienda. Leggi l'articolo integrale




Tratto da Il giornale.it
 
Legambiente ha criticato aspramente la decisione di Napolitano di avallare il decreto. "Aspettavamo un decreto Salva Taranto e invece abbiamo ottenuto un decreto esclusivamente Salva Ilva, pericoloso per Taranto e per tutta l’Italia". 
Il presidente ha detto che così facendo si trasforma l'Ilva "in un pericoloso precedente che modifica la legislazione ambientale in Italia". 
"D’ora in avanti sarà possibile scavalcare le disposizioni della magistratura".


Tratto da Il Tempo.it

Ilva: Peacelink, decreto e' tra violazioni piu' gravi della Costituzione

Taranto, 4 dic. (Adnkronos) - ''In soccorso dell'azienda e' sceso anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, firmando un decreto sull'Ilva di Taranto che da' al potere esecutivo una preminenza su quello giudiziario. E' uno dei piu' gravi tentativi di violazione della Costituzione mai avvenuti in Italia e va respinto perche' i poteri dello Stato devono rimanere indipendenti e non va consentito che il governo blocchi la magistratura''.
 Lo sottolinea il presidente dell'associazione Peacelink, Alessandro Marescotti. ''La situazione - prosegue - e' resa ancora piu' grave in quanto nel decreto le ragioni economiche dell'azienda acquisiscono priorita' sul diritto alla vita e alla salute dei cittadini, mentre la Costituzione Italiana subordina le ragioni dell'economia alla difesa della salute e della vita, ritenendo tali diritti inalienabili e incomprimibili. 
Tuttavia la partita non e' persa - assicura Marescotti - e puo' riservare grosse sorprese in quanto la Procura potrebbe sollevare il conflitto di attribuzione fra i poteri dello Stato, ossia fra governo e magistratura. In tal caso la questione passerebbe all'esame della Corte Costituzionale". "E' un procedimento lungo che durerebbe mesi, nei quali tuttavia gli impianti - precisa - non verrebbero dissequestrati. Infatti il conflitto di attribuzione nel frattempo 'congelerebbe' il procedimento in corso nello stato attuale, ossia mantenendo l'ordinanza che impone il sequestro senza facolta' d'uso degli impianti ritenuti 'pericolosi' dalle perizie commissionate dalla Procura. 
Se la Procura decidera' di sollevare il conflitto di attribuzione, il Decreto del governo avra' fallito nel suo intento immediato, ossia di restituire all'azienda la piena disponibilita' degli impianti per produrre come prima". (segue) 

Leggi anche su Il Fatto Quotidiano 

Napolitano: questo decreto sull’Ilva non ci piace

Il commento di Anna Lisa Mandorino, vice segretario generale di Cittadinanzattiva sul decreto Ilva.....