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18 gennaio 2018

L'inquinamento aumenta il crimine

Tratto da Hearthday                          L'inquinamento aumenta il crimine

Secondo uno studio statunitense, furti e omicidi sono direttamente proporzionali all'aumento dell'inquinamento dell'aria. La causa scatenante è l'ansia, generata dallo smog.
L’inquinamento dell’aria è un grave problema che influenza miliardi di persone nel mondo. I danni provocati all’ambiente e alla salute sono ben noti, così come tutte le conseguenze provocate al sistema economico: l’inquinamento dell’aria, stando ai numeri riportati dalla World Bank, costa 5 trilioni di dollari l’anno. Un dato ricavato tramite una serie di parametri, come la diminuzione della produttività per via delle vite perse e dell’aggravarsi delle condizioni di salute. In Italia, tra l’altro, l’autunno scorso abbiamo vissuto una vera e propria emergenza smog, con 25 città che hanno superato il limite di 35 giorni imposto con una media giornaliera oltre i 50 microgrammi per metro cubo previsto per le polveri sottili (PM10).
Recenti ricerche, però, dimostrano come il prezzo da pagare per l’inquinamento non sia esclusivamente per la salute e l’ambiente che ci circonda: sembra avere anche un costo morale. Uno studio condotto dalla Columbia Business School, infatti, ha trovato una relazione tra lo smog e i comportamenti non etici. Tra cui omicidi e furti.
I ricercatori hanno analizzato i dati di 10.000 città negli Stati Uniti nel corso degli ultimi 9 anni, riscontrando come l’aumento dei livelli d’inquinamento fosse direttamente proporzionale all’aumento di sei differenti categorie di reati. Studiati i dati, la ricerca della Columbia ha ricondotto questo fenomeno all’ansia che lo stesso inquinamento dell’aria scaturisce nelle persone. Diverse ricerche, infatti, sottolineano come l’ansia possa condurre ad assumere comportamenti violenti e aggressivi, e comportamenti non etici ma non violenti, come truffare a scopo di lucro.
Per accertarsi di questo nesso, è stato reclutato un gruppo di adulti americani e sono state mostrate loro 15 foto della Pechino contemporanea. Alcuni soggetti hanno potuto constatare foto della città inquinata, con un cielo grigio e coperto dallo smog. Altri partecipanti, invece, sono stati sottoposti alla visione delle stesse località ma in giorni di sole, con un cielo blu e chiaro. Successivamente, ad entrambi i gruppi, è stato richiesto di compilare un diario dettagliato di una potenziale giornata vissuta in quella città. Il gruppo, in un secondo momento, ha partecipato ad un gioco basato sul lancio di alcuni dadi: più il punteggio dei dadi sarebbe stato alto, più loro sarebbero stati pagati. 
I ricercatori hanno notato come i membri del gruppo che avessero visto le foto del cielo inquinato di Pechino, fossero gli stessi che al gioco dei dadi hanno barato per guadagnare di più. Così come i loro diari hanno mostrato – tramite lo studio di due esperti – più segnali d’ansia e di preoccupazione. Lo stesso studio è stato poi ripetuto anche in India.
La ricerca offre un’altra ragione convincente per ridurre i livelli d’inquinamento atmosferico. Quando gli ambienti “sono meno inquinati, sono più sicuri” affermano i ricercatori. I soldi che spendiamo per liberare i nostri cieli dallo smog e dall’inquinamento, potrebbero essere gli stessi che perdiamo per combattere la criminalità. Più l’aria che respiriamo è pura, infatti, più siamo puri noi.

14 gennaio 2018

Bank of America: "Il vero pericolo è il clima...

Tratto da La Repubblica 

Bank of America: "Il vero pericolo è il clima, serviranno 70mila miliardi di investimenti"

Secondo gli analisti, senza intervenire l'ambiente diventerà estremo entro la fine del secolo: soffrirà il 60% della popolazione e ci saranno costi pari al 5% del Pil

MILANO - Il 2016 è stato l'anno più caldo di sempre e abbiamo infilato una serie di record di surriscaldamento globale tanto che i 5 anni più caldi della storia si collocano tutti nel nuovo millennio. Nel 2016 il clima ha segnato il passo storico: le temperature medie sono risultate di 1 grado più alte rispetto al periodo antecedente l'industrializzazione. Non è solo una questione simbolica: significa che il pianeta è a metà strada verso quella soglia di due gradi di surriscaldamento entro il 2100 che sono visti come livello indicatore di una catastrofe per quanto attiene il cambiamento climatico.

Richiamando questi dati, gli economisti di BofA Merrill Lynch spiegano perché dalla tematica ambientale sarà impossibile scappare. In un report pubblicato a metà dicembre, la grande banca d'affari sostiene che le catastrofi ambientali e in ultima analisi il 'climate change' siano il rischio numero uno al mondo. Soltanto pochi giorni prima della sua fine, parlavano già del 2017 come il 41esimo anno conscutivo con temperature superiori alle media del 20esimo secolo. Ormai il clima "estremo", ovvero caratterizzato da condizioni che sono storicamente rare, copre il 10-12% del pianeta, contro lo 0,2% del periodo tra i 1951 al 1980.

Il futuro rischia di essere altrettanto catastrofico. In uno scenario "business as usual", ovvero senza che nulla si faccia sul punto, le temperature globali potrebbero salire di 4 gradi entro la fine del secolo, con picchi di +12 gradi. Con il 60% della popolazione ormai colpita da una situazione di clima estremo, il costo complessivo di questo scenario sarebbe di 5 punti percentuali di Pil e sconvolgerebbe soprattutto i Paesi emergenti. Se si vuole restare entro la soglia di 2 gradi di riscaldamento, dopo il picco previsto per il 2020, le emissioni devono dimezzarsi entro il 2050. Ogni ritardo ulteriore rischia di essere fatale.
La mappa: dove colpirà il climate change (fonte: BofA Merril Lynch su Syngenta, UNEP, Cline)
La mappa: dove colpirà il climate change (fonte: BofA Merril Lynch su Syngenta, UNEP, Cline)
"Tecnologie dirompenti stanno trasformando ogni settore, inclusa la mitigazione del clima e degli effetti dei cambiamenti climatici, dove ci sono strumenti tecnologici in grado di risolvere problemi in maniera più incisiva", dice il report passando ad analizzare quelli che possono essere i vincitori della battaglia per il clima che il pianeta deve giocoforza combattere. "Le rinnovabili e l'efficienza energetica possono aiutarci a percorrere oltre l'80% della via verso un riscaldamento inferiore a 2 gradi", dicono ancora gli esperti. Il mercato dell'energia pulita vale ora 300 miliardi di dollari l'anno "e può provvedere al 70-80% della capacità energetica aggiuntiva al 2040, tempo entro il quale i tre quarti della produzione potrebbe arrivare dalle fonti low-carbon". .......

Isde: “Quello che la senatrice-farmacologa non sa”

Tratto da Isde 

Comunicato stampa  di Isde:

“Quello che la senatrice-farmacologa non sa”

Non è consuetudine di ISDE Italia (Medici per l’Ambiente) esprimere valutazioni in merito alle dichiarazioni pubbliche di rappresentanti della politica e delle istituzioni.
 Quando però le dichiarazioni inquadrano i fatti in modo distorto e al tempo stesso pretendono di fornire indirizzi che attengono alla salute pubblica e alla tutela dell’ambiente, l’attenzione di ISDE Italia viene inevitabilmente sollecitata.
Scarica il nostro comunicato stampa in risposta all’articolo “Gli Equivoci sul Glifosato” della senatrice Elena Cattaneo

12 gennaio 2018

Da danni ambientali 12,6 milioni morti l'anno,ma questo non deve continuare. Intesa Onu-Oms

Tratto da Ansa
Da danni ambientali 12,6 milioni morti l'anno, intesa Onu-Oms

Tedros direttore dell' OMS:"La nostra salute è direttamente correlata alla salute dell'ambiente in cui viviamo.

Obiettivo intensificare azioni comuni
Dallo smog al surriscaldamento globale, dagli inquinanti chimici alla siccità, i danni ambientali provocano circa 12,6 milioni di morti ogni anno. Una vera emergenza che Unep (il programma dell'Onu per l'ambiente) e Organizzazione mondiale della sanità (Oms) hanno deciso di fronteggiare firmando un accordo di collaborazione mirato a contenere i rischi per la salute dell'ambiente. Sottoscritto a Nairobi da Erik Solheim, capo dell'Unep, e Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell'Oms, rappresenta l'accordo formale più significativo in oltre 15 anni di azione congiunta nell'ambito delle questioni ambientali e sanitarie.

L'obiettivo è intensificare le azioni comuni per combattere l'inquinamento atmosferico, i cambiamenti climatici e la resistenza antimicrobica, nonché migliorare il coordinamento della gestione dei rifiuti e dei prodotti chimici, la qualità dell'acqua e problemi alimentari e nutrizionali.

"C'è un'urgente necessità che le nostre due agenzie lavorino più strettamente insieme per affrontare le minacce critiche alla sostenibilità ambientale e al clima, che sono le fondamenta per la vita su questo pianeta", ha dichiarato Solheim.

"La nostra salute è direttamente correlata alla salute dell'ambiente in cui viviamo. Insieme, i pericoli di aria, acqua e sostanze chimiche uccidono più di 12,6 milioni di persone all'anno, ma questo non deve continuare", ha dichiarato Tedros.

La nuova collaborazione crea un quadro più sistematico per la ricerca congiunta, lo sviluppo di strumenti, il monitoraggio degli obiettivi di sviluppo sostenibile e il sostegno ai forum regionali sulla salute e l'ambiente.

Recommon :Assicurazioni, uscite dal business del carbone! Lo dice anche il Financial Times

Tratto da Recommon

Assicurazioni, uscite dal business del carbone! Lo dice anche il Financial Times

In un editoriale pubblicato lo scorso 9 gennaio, anche il Financial Times chiede alle principali compagnie assicurative del pianeta di smettere di finanziare e investire nel comparto carbonifero, tra i principali responsabili dei cambiamenti climatici. Un messaggio forte e chiaro dal più importante quotidiano economico-finanziario del Pianeta, che non è certo noto per avere delle posizioni ambientaliste.
“Gli assicuratori europei credono chiaramente che ormai il carbone rappresenti una minaccia reputazionale più grande di quanto non sia un’opportunità commerciale. Questo è uno sviluppo logico e benvenuto”, si legge nell’editoriale, che ha seguito di un giorno un articolo in cui si faceva il punto sul tema, riprendendo il rapporto della campagna Unfriend Coal (di cui fa parte Re:Common) e ricordando che Axa e Zurich, per citare le più importanti, sono tra quelle società che stanno compiendo dei passi decisivi per abbandonare per sempre l’inquinantissima polvere nera.
“Molte assicurazioni hanno già smesso di investire nel carbone: non ha molto senso adottare una politica di disinvestimento a meno che non cambino anche le pratiche di sottoscrizione”, ha sottolineato il Financial Times, lanciando così un importante monito anche a quelle compagnie del settore assicurativo che al momento sembrano nicchiare. Come l’italiana Generali…

Australia: la mega batteria Tesla ha già superato le aspettative e salva gli australiani dal blackout

Tratto da Rinnovabili.it

Australia: la mega batteria Tesla ha già superato le aspettative

mega batteria Tesla

La batteria Tesla di Hornsdale salva gli australiani dal blackout

(Rinnovabili.it) – È passato poco più di un mese dalla sua attivazione e la mega batteria Tesla, costruita nel South Australia, ha già dimostrato di poter superare qualsiasi ottimistica previsione. Il progetto si è portato dietro fin dall’inizio una buona quota di clamore mediatico sia in patria che all’estero. Questo non solo perché qualsiasi cosa tocchi Elon Musk, il ceo di Tesla, è destinato a suscitare clamore, ma anche perché il sistema di accumulo realizzato a Hornsdale detiene attualmente il titolo di impianto al litio più grande al mondo, grazie ad una potenza da 100 MW e una capacità di 129 MWh. E come se non bastasse, la società è riuscita a realizzarlo in tempi strettissimi: meno di cento giorni.

Ora, 48 giorni dopo il taglio del nastro, la mega batteria Tesla lascia nuovamente a bocca aperta. L’aspetto che sta suscitando maggiore interesse è il rapido tempo di risposta del sistema per attenuare le principali interruzioni di corrente verificatesi nella rete elettrica australiana da quando è stato attivato ad oggi. I tempi di risposta si aggirano in media attorno a una poca manciata di secondi, ma non mancano vere e proprie prestazioni record come quando è stata chiamata a supplire il deficit di Loy Yang A, centrale a carbone nello stato di Victoria, una delle più grandi del paese.

Il 14 dicembre, una delle 4 unità dell’impianto termoelettrico Loy Yang A ha ridotto improvvisamente la propria produzione. Prima di poter essere soccorsa dalla collega di Gladstone (centrale a carbone da 1680 MW), la megabatteria Tesla è entrata in funzione rispondendo al calo di elettricità in rete in soli 0,14 secondi. Il ministro dell’energia del South Australia, Tom Koutsantonis, ha elogiato pubblicamente il risultato: “Si tratta di un record e gli operatori nazionali sono rimasti scioccati dalla velocità e dall’efficienza con cui la batteria è stata in grado di immettere questo tipo di energia nel mercato” Continua qui

11 gennaio 2018

Riesame dell'autorizzazione integrata ambientale rilasciata alla societa' Tirreno Power.....per Vado Ligure

Tratto da Gazzetta Ufficiale

MINISTERO DELL'AMBIENTE E DELLA TUTELA DEL
TERRITORIO E DEL MARE


COMUNICATO

Riesame dell'autorizzazione integrata ambientale rilasciata alla societa' Tirreno Power S.p.a., in Roma, per l'esercizio dell'installazione nei Comuni di Vado Liguree Quiliano. 17A08729)
(GU Serie Generale n.3 del 04-01-2018)


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Il fracking e il gas non sono una soluzione climatica, sono gran parte del problema

Tratto da Greenreport

Risolto il mistero dell’aumento delle emissioni di metano: la colpa è in gran parte di gas e petrolio 

Romm: il fracking e il gas non sono una soluzione climatica, sono gran parte del problema
Il recente studio “Reduced biomass burning emissions reconcile conflicting estimates of the post-2006 atmospheric methane budget”  di Nasa, National Center for Atmospheric Research Usa, Sron – Netherlands Institute for Space Research e università di Utrecht, pubblicato su Nature Communications, ha messo insieme i pezzi del puzzle del recente aumento del metano atmosferico, un potente gas serra, e risolto quelle che sembravano contraddizioni inconciliabili nelle varie tesi per spiegare questo l’aumento.
La Nasa spiega che «Dal 2006 le emissioni di metano sono aumentate drasticamente. Diversi team ppi di ricerca hanno prodotto stime valide per due fonti note di aumento: le emissioni dell’industria petrolifera e del gas e la produzione microbica negli ambienti tropicali umidi come paludi e risaie. Ma quando queste stime sono state aggiunte alle stime di altre fonti, la somma è stata considerevolmente maggiore rispetto all’aumento osservato. In effetti, ogni nuova stima era abbastanza grande da spiegare da sola l’intero aumento>.
John Worden del Jet Propulsion Laboratory della Nasa (California Institute for Technology) e i suoi colleghi si sono concentrati sugli incendi che stanno subendo un cambiamento a livello globale. Secondo un nuovo studio che ha utilizzato le  osservazioni satellitari del Moderate Resolution Imaging Spectrometer della Nasa. tra i primi anni 2000 e il periodo 2007 – l 2014, l’area bruciata ogni anno è diminuita di circa il 12% e, fanno notare i ricercatori statunitensi e olandesi, «L’ipotesi logica sarebbe che le emissioni di metano provenienti dagli incendi siano diminuite di circa la stessa percentuale», ma, utilizzando le misurazioni satellitari di metano e monossido di carbonio, il team di Worden ha riscontrato che «il reale calo delle emissioni di metano era quasi il doppio di quanto suggerirebbe tale ipotesi».
Sudhanshu Pandey e Thomas Röckmann della Sron  spiegano a loro volta che «Dopo che i nostri colleghi americani hanno rilevato una tendenza alla combustione delle biomasse, siamo stati in grado di determinare l’effetto che aveva sulla quantità di metano nell’atmosfera. In un modello computerizzato, abbiamo calcolato vari scenari modificando i contributi apportati dalle diverse fonti di metano. Abbiamo quindi selezionato gli scenari in cui la composizione isotopica corrisponde alle osservazioni effettive»
Quando gli scienziati hanno sottratto la grande diminuzione delle emissioni degli incendi dalla somma di tutte le emissioni, il bilancio del metano si è rivelato corretto, lasciando spazio agli aumenti provenienti sia dai combustibili fossili che dalle zone umide.  Alla Nasa sottolineano che «La maggior parte delle molecole di metano nell’atmosfera non ha caratteristiche identificative che rivelano la loro origine. Rintracciare le loro fonti è un lavoro investigativo che coinvolge più linee di evidenze: misurazioni di altri gas, analisi chimiche, firme isotopiche, osservazioni sull’uso del suolo e altro». Worden aggiunge: «Una cosa divertente di questo studio è stata la combinazione di tutte queste diverse prove per mettere insieme questo puzzle».
Un indizio sono gli isotopi di carbonio nelle molecole di metano. I ricercatori dicono che «Delle tre fonti di metano esaminate nel nuovo studio, le emissioni degli incendi contengono la maggiore percentuale di isotopi di carbonio pesante, le emissioni microbiche sono le più piccole e le emissioni di combustibili fossili sono nel mezzo. Un altro indizio è l’etano, che (come il metano) è un componente del gas naturale. Un aumento di etano atmosferico indica l’aumento delle fonti dei combustibili fossili. Gli incendi emettono monossido di carbonio e metano, e le misurazioni di tale gas sono un indizio finale».
Il team di Worden ha utilizzato i dati sul monossido di carbonio e sul metano rilevati da Troposphere, un misuratore degli inquinanti di cui è dotato il satellite Terra della Nasa e il Tropospheric Emission Spectrometer  dell’Aura, sempre della Nasa, per quantificare le emissioni del metano degli incendi e «I risultati mostrano che queste emissioni sono diminuite molto più rapidamente del previsto».
Mettendo insieme le prove isotopiche provenienti dalle misurazioni della superficie terrestre con le nuove emissioni calcolate per gli incendi boschivi, il team ha dimostrato che «Circa 17 teragrammi all’anno [dell’aumento delle emissioni di metano] sono dovuti ai combustibili fossili, altri 12 provengono da zone umide o risaie, mentre gli incendi diminuiscono di circa 4 teragrammi all’anno». il totale porta a 25 teragrammi all’anno ((27,5 milioni di tonnellate), il peso di circa 5 milioni di elefanti: esattamente l’aumento osservato.
Su ThinkProgress Joe Romm tira le conclusioni: «La Nasa  ha scoperto che la maggior parte dell’enorme aumento delle emissioni globali di metano nell’ultimo decennio effetti proviene dall’industria dei combustibili fossili e che questa crescita è “sostanzialmente più ampia” di quanto si pensasse in precedenza. E questo significa che il gas naturale non è una soluzione climatica»...... Continua a leggere qui

10 gennaio 2018

Dal Corriere:Inquinamento, New York fa causa ai colossi del petrolio per i gas serra

Tratto da Corriere.it

Inquinamento, New York fa causa ai colossi del petrolio per i gas serra

L’azione legale delle autorità newyorchesi finiscono Exxon, Chevron, Bp, Royal Dutch Shell e ConocoPhillips

New York fa causa ai giganti del petrolio sulle emissioni di gas serra. Nel mirino delle autorità newyorkesi finiscono Exxon, Chevron, Bp, Royal Dutch Shell e ConocoPhillips, accusate di promuovere i loro prodotti minimizzando quanto questi minaccino il clima. Secondo quanto riportano i media americani, New York punta il dito contro i colossi ritenendoli responsabili del surriscaldamento climatico.

09 gennaio 2018

La tossicità dei pesticidi :Quel cocktail micidiale

Tratto da Comune-info

Quel cocktail micidiale

di Navdanya International
La tossicità dei pesticidi non è data solo ed esclusivamente dai principi attivi dichiarati dalle aziende ma anche dai coformulanti, tenuti spesso nascosti o non dichiarati in fase di autorizzazione e commercializzazione. A lanciare l’allarme il professor Gilles-Eric Séralini dell’Università francese di Caen che ha, pubblicato sulla rivista scientifica Toxicology reports, il suo ultimo studio in cui si dimostra che gli erbicidi a base di glifosato contengono metalli pesanti, come l’arsenico. Si tratta di coformulanti che non vengono dichiarati o dichiarati “inerti” e coperti da segreto industriale dalle aziende produttrici, nonostante la loro comprovata tossicità: testati su cellule umane, i coformulanti, composti da residui del petrolio, risultano avere un effetto molto dannoso in quanto si comportano da interferenti endocrini.
Lo studio del professor Seralini conferma quanto già denunciato da Navdanya e da molte organizzazioni della società civile al recente tribunale Monsanto e in successive occasioni: i processi di regolamentazione sono tutt’altro che trasparenti e democratici, le grandi aziende dell’agribusiness hanno la possibilità e la capacità di intervenire nei processi decisionali della politica e degli enti deputati al controllo. Conseguentemente, i rischi per la salute dei consumatori e dei lavoratori sono altissimi. Proprio in occasione del tribunale Monsanto, Navdanya International aveva realizzato un’intervista con il professor Seralini in cui si anticipavano i risultati dello studio ora pubblicato.
Il glifosato fu brevettato come erbicida presso le autorità competenti dalla Monsanto Company nel 1974. Gli erbicidi in commercio non contengono mai esclusivamente glifosato che viene miscelato insieme ad altre sostanze chimiche nei prodotti commerciali. Gli erbicidi a base di glifosato sono i più utilizzati nel mondo e, in particolare dal 1995, i più utilizzati nelle colture ogm. Gli ogm come il mais e la soia, sono coltivazioni transgeniche destinate anche all’alimentazione umana ed animale. La maggior parte di queste colture vengono modificate geneticamente per tollerare erbicidi a base di glifosato come il RoundUp (l’erbicida prodotto dalla Monsanto), per cui, alti livelli di residui di glifosato ed altri componenti entrano nella catena alimentare.
Gilles-Eric Séralini ha detto: “Richiediamo che le formule dei pesticidi vengano immediatamente rese pubbliche, insieme a qualsiasi test sanitario sia stato fatto su di essi. I livelli “accettabili” di residui di glifosato in alimenti e bevande dovrebbero essere immediatamente divisi per un fattore di almeno mille volte, a causa dei veleni nascosti in questi preparati chimici. Gli erbicidi a base di glifosato dovrebbero essere vietati”.
Vandana Shiva, scienziata e ambientalista, ha dichiarato: “Il dottor Gilles-Eric Seralini è stato il primo scienziato a fare uno studio approfondito della durata di due anni sul glifosato e sugli Ogm, mostrando l’impatto su organi vitali come reni e denunciando la cancerogenicità di questi agrotossici. La Monsanto ha ripetutamente attaccato Seralini come confermato dalle rivelazioni contenute nei Monsanto Papers. I procedimenti legali hanno stabilito le alte credenziali del dottor Seralini come scienziato indipendente e le frodi scientifiche perpetrate dalla Monsanto. Seralini ha presentato nuove scoperte che forniscono prove scientifiche che i coformulanti all’interno degli erbicidi contengono metalli pesanti tossici come l’arsenico”.

Rainews :Stati Uniti Bocciato il piano di Trump per il rilancio delle centrali a carbone.

Stralcio da Rainews
Stati Uniti Bocciato il piano di Trump per il rilancio delle centrali a carbone. 

Esultano gli ambientalisti La Federal Energy Regulatory Commission (Ferc) ha detto no al piano presentato dal Segretario all'Energia, Rick Perry. Diventa così più difficile salvare l'industia del carbone come aveva promesso Trump in campagna elettorale -Schiaffo al presidente Donald Trump della Federal Energy Regulatory Commission (Ferc) che ha bocciato il suo piano di salvataggio per l'industria del carbone. L'authority Usa per l'energia, composta da commissari bipartisan nominati dal presidente e confermati dal Senato, ha respinto all'unanimita' il piano di sussidi alle centrali elettriche, come quelle a carbone o nucleari, che mantengono scorte di carburante sul sito per 90 giorni. ....- 
Festeggiano gli attivisti per il clima. "L'annuncio odierno della Ferc e' un ritorno alla realta' dopo mesi di pressioni degli executive miliardari del carbone e del nucleare...per il salvataggio illegale dei loro impianti non economici", ha osservato in una nota Mary Anne Hitt, direttore della campagna "oltre il carbone" di Sierra Club. "E' una vittoria per i consumatori, per il libero mercato e per l'aria pulita", ha dichiarato l'ex sindaco di New York, Michael Bloomberg, inviato dell'Onu per il cambiamento climatico.  
Leggi tutto su Rainews

08 gennaio 2018

Addio al carbone: il crollo in UK continua, verso lo stop al 2025

Tratto da Qualenergia

Addio carbone: il crollo in UK continua, verso lo stop al 2025

Mentre Londra conferma il piano per chiudere tutte le centrali a carbone entro il 2025, i dati sul mix elettrico britannico mostrano il crollo che la fonte ha subito i soli cinque anni. Nel 2017 il carbone è stato battuto per 263 giorni dal solo eolico e per 180 dal solo FV.
Nella patria della rivoluzione industriale, che fu mossa proprio da questo combustibile, la produzione da carbone è calata dell'80% nel giro di cinque anni e il governo conservatore questa settimana ha confermato il piano per chiudere con questa fonte entro il 2025 (allegato in basso).
Gli ultimi dati sul mix elettrico britannico nel 2017 mostrano bene come l'anno scorso la ritirata del carbone abbia oltrepassato limiti storici (grafici sotto, elaborazione MyGridGB su dati Sheffield University ed Elexon).
Ad aprile, per la prima volta da 135 anni, la Gran Bretagna è rimasta un intero giorno senza consumare un solo kWh da carbone. A giugno, per la prima volta le rinnovabili hanno oltrepassato il 50% della domanda.
Nell'anno da poco concluso, il carbone britannico ha dato oltre 8 TWh in menorispetto al 2016.
Le fonti rinnovabili in generale hanno fornito più energia di questa fonte per 315 giorni. L'eolico ha sorpassato il carbone in quanto a produzione in 263 in giorni, il fotovoltaico in180.
Le ore senza carbone nel mix in un anno sono quasi triplicate: da 210 nel 2016 a 624 nel 2017.
In cinque anni, il mix del Regno Unito è cambiato così:
Come si vede, la produzione da carbone è diminuita dell'80%, passando dal 43 al 7%(la media 2018, limitandosi ai primi sette giorni dell'anno, ovviamente è poco rappresentativa).
Nel 2016 sono state tre le centrali a carbone britanniche andate in pensione. Nel 2017 non ne è stata chiusa nessuna, ma il prezzo della CO2 e i prezzi relativamente bassi del gas stanno rendendo la vita difficile a questi impianti: nel Regno Unito le centrali pagano per emettere CO2 circa 23 sterline a tonnellata, cioè circa 5 volte i valori del resto d'Europa.
La previsione del nuovo piano governativo (link in basso) è che, delle 8 attualmente in attività, un'altra centrale venga fermata nel corso del 2018, per passare dai 13,8 GW attuali a 1,5 GW nel 2025 anno in cui l'ultima di queste ciminiere smetterà di fumare.
Non c'è un programma fissato per le dismissioni: saranno gli economics a mettere fuori mercato il carbone, spiega il piano governativo. Da questo punto di vista, dal fronte ambientalista si critica il fatto che viene permesso a questi impianti di partecipare al capacity market, che potrebbe essere una stampella che posticipa il distacco della spina.
Il colpo di grazia poi verrà da un nuovo standard sulle emissioni, su cui Londra deve ancora legiferare, che entro la deadline citata metterà fuori legge le centrali con emissioni oltre i 450 grammi di CO2/kWh, obbligando gli impianti a carbone a fermarsi o a dotarsi di costosi dispositivi per la CCS, la cattura dell'anidride carbonica..

07 gennaio 2018

In Australia parte il primo treno alimentato al 100% dal sole

Tratto da Dorsogna.blogspot

Australia: parte il primo treno alimentato al 100% dal sole



La traiettoria e' semplice.
Jeremy Jones, direttore della Byron Bay Railroad Company d'Australia ha deciso di prendere un treno dilapidato, rimetterlo a nuovo e ... usare il sole per alimentarlo. 
E' questo il primo treno del mondo ad essere completamente alimentato da panelli solari e motori elettrici, ed ha iniziato il suo servizio in Australia alla meta' di Dicembre.
Il tratto e' di 3 chilometri, e il servizio e' fra Byron Bay, citta' di mare nel New South Wales d'Australia, e un resort turistico che si chiama Elements of Byron Bay.
Il treno e' un vintage: un treno passeggeri di 70 anni fa con due motori diesel. Di questi, uno e' stato sostituito da un motore elettrico e batterie, l'altro e' stato mantenuto come backup in casi di emergenza.  Usa solo energia dal sole, anche in caso di nuvolosita' grazie alla batteria, ma il motore diesel secondario e' stato tenuto, appunto se dovessero esserci delle emergenze.
 
Ci sono pannelli sui tetti per un totale di 6.5 kilowatt e una stazione di ricarica da 30 kilowatt alla stazione centrale. La batteria e' sufficente per completare 12-15 viaggi in autonomia.  Il treno puo'  portare al massimo 100 persone, con valigie, bici, e tavole da surf.
In realta' ci sono stati gia' esempi di treni che vanno ad energia elettrica, ma in genere e' energia che arriva dalla rete o i pannelli dal tetto sono usati per fornire aria condizionata o illuminazione. Qui invece l'energia per muovere il treno tutto arriva dal treno stesso.
Il progetto e' costato 4 milioni di dollari, ed e' stato finanziato dal proprietario del resort, Brian Flannery. La tratta esisteva da anni, ma era stata chiusa nel 2004 a causa della mancanza di passeggeri. Flannery decide di rimetterlo in azione, ma la comunita' non ne ha voluto sentire.
Troppo inquinante.
E cosi, lui stesso propone il treno elettrico.  E stato un gran successo. 
Certo questo treno va solo per tre chilometri, e quindi in un certo senso e' facile assicurarsi che l'energia sia sufficente, e che tutti fili liscio. Il treno e' dunque una sorta di novita', un esperimento in piccolo. Sopratutto siamo in una zona turistica, e il treno e' per turisti e curiosi, ma lo stesso avra' la sua funzione: fara' diminuire il traffico e, speriamo, fara' incuriosire i turisti stessi.
Ma quale che sia il suo ruolo, come per tutte le cose innovative e' un passo in avanti, e' voglia di futuro, e' coraggio, e' vivere proiettati con coraggio verso il domani.
Perche' no? 
Perche' non farlo anche in Italia? 
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Norvegia: nel 2017 vendute piu' auto elettriche ed ibride che a benzina

05 gennaio 2018

ECCO COME LE LOBBY DEL GAS INFLUENZANO LE POLITICHE ENERGETICHE DELL' EUROPA

Tratto da green.it
ECCO COME LE LOBBY DEL GAS INFLUENZANO LE POLITICHE ENERGETICHE EUROPEE

Ci domandiamo spesso perché il nostro Paese, pur dichiarando di impegnarsi nella lotta contro il cambiamento climatico, non decide una volta per tutte di abbandonare i combustibili fossili mettendo in campo una solida strategia in grado di convertire l’intero comparto energetico nazionale. Ma il problema non è limitato all’Italia: anche a livello internazionale si continuano a fare promesse, ma i risultati, come sappiamo, sono in ogni caso insufficienti. Di chi è la colpa di questo immobilismo? Tante volte si dice che le istituzioni sono influenzate dagruppi di pressione, ma si parla così, senza dati alla mano, accusando una generica ‘lobby’ che però non si sa bene definire. Oggi, invece, grazie ad uno studio di Corporate Europe Observatory (CEO), una Ong con sede a Bruxelles, abbiamo la conferma che sì, buona parte del nostro ritardo è dovuto proprio all’attività di lobbying di una certa fetta dell’industria energetica. In questo caso specifico, la Ong ha indagato i movimenti delle lobby del gas nel confronto della Commissione Europea.

Altri cinquant’anni di combustibili fossili

Partiamo subito definendo la portata del problema: l’attività delle lobby del gas potrebbero incatenare l’intera Europa ai combustibili fossili per i prossimi 40 e 50 anni. Sebbene tutto il mondo scientifico (pardon, il 97% degli scienziati) sia fermamente convinto che il cambiamento climatico sia un fenomeno imminente con il quale non è il caso di scherzare, nonostante gli impegni presi alla Cop21 di Parigi, e a prescindere dagli sforzi che effettivamente molte istituzioni, associazioni e aziende stanno facendo per una trasformazione sostenibile della nostra società,tutto potrebbe rivelarsi inutile. E la colpa, per l’appunto, sarebbe in buona parte da riconoscere a gruppi di pressione come le lobby del gas, che possono contare su risorse pressoché illimitate per far valere il proprio pensiero.

Gli investimenti delle lobby del gas

Nel solo 2016, le lobby del gas hanno investito più di 100 milioni per proteggere i propri interessi e aumentare il consenso intorno a questa risorsa combustibile. E questa si configura ovviamente come una battaglia impari fin dall’inizio, in quanto i gruppi che si muovono contro le lobby del gas possono contare appena su un 3% di quella enorme cifra. Grazie a queste enormi risorse e grazie ai continui contatti con le istituzioni europee, alla fin fine questi gruppi industriali sono riusciti a far passare il gas come un combustibile ‘pulito’, che può essere sviluppato in parallelo alle altre energie rinnovabili. Per arrivare a questo risultato è stata fatta una poderosa campagna di marketing e di comunicazione, utilizzando una moltitudine di canali e di strategie diverse, e sì, in buona parte ha funzionato. In molti, adesso, pensano che il gas naturale sia realmente una fonte pulita, senza nemmeno immaginare che in realtà si tratta di metano, ovvero di un gas serra che può essere centinaia di volte peggiore della già dannosa anidride carbonica....

Un consigliere interessato

É cosi le orecchie di chi in Europa si occupa di energia e di ambiente non sono sempre puntate verso chi vuole difendere l’ambiente e salvaguardare il nostro pianeta dal cambiamento climatico. No, sono spesso invece occupate da chi per il proprio puro ed egoistico interesse vuole promuovere i combustibili fossili. È ovvio pensare che, in materia di finanziamenti energetici, la Commissione europea dovrebbe farsi consigliare da esperti super partes. Le cose non stanno però così e, per esempio, una parte delle scelte internazionali nel nostro continente sono manovrate dal gruppo Entso-g, costituito dalla legislazione comunitaria e formato dalle società che gestiscono gasdotti in Europa. Ed è ovviamente questo il gruppo che propone di volta in volta dei progetti di nuove infrastrutture per il gas, i quali vengono prima recepiti e poi deliberati dalla Commissione come ‘Progetti di interesse comune‘, papali di miliardi di euro di finanziamenti pubblici. Ma come si può parlare, a questo punto, di ‘interesse comune’ dei cittadini europei per il gas naturale?