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18 ottobre 2023

Quiliano, il fermo NO dal Consiglio comunale al rigassificatore:

 Tratto da IVG

Quiliano, il fermo NO dal Consiglio comunale al rigassificatore: “Danno ambientale per la nostra comunità”


Il Consiglio Comunale di Quiliano ha approvato con voto unanime la deliberazione relativa alle determinazioni in merito al procedimento della Conferenza dei Servizi asincrona riguardante il progetto di ricollocazione nell’Alto Tirreno della nave Golar Tundra, il nuovo collegamento alla rete nazionale di trasporto del gas naturale e la realizzazione di un impianto PDE nella piana di Valleggia.

Sulla base delle motivazioni espresse nel testo deliberativo e nell’allegata “Analisi critica dello studio di impatto sanitario (VIS) e delle ricadute in atmosfera” (predisposta da Studio T.ER.R.A. s.r.l. di San Donà di Piave (VE)), il Consiglio comunale ha espresso quindi il proprio dissenso al progetto depositato da SNAM FRSU. Questa posizione di netta contrarietà deriva dalle carenze rilegate in sede istruttoria, nonché dall’incompatibilità del suddetto intervento con le previsioni urbanistiche comunali, con il disegno di sviluppo economico-ambientale e la sicurezza dell’ambito territoriale. Inoltre gli elaborati del progetto evidenziano forti criticità di carattere sanitario e di sicurezza, in danno alla pubblica incolumità del territorio comunale, e contrastano in modo palese con le scelte pianificatorie, di sviluppo economico, ambientale e strategico programmate dal Comune di Quiliano.

La seduta monotematica è stata quindi aperta dal sindaco Nicola Isetta, il quale ha dato lettura dell’intera proposta di deliberazione, nella quale sono evidenziati i percorsi progettuali sviluppati dall’amministrazione comunale, finalizzati al rilancio e valorizzazione territoriale di Quiliano in una visione di sostenibilità ambientale e urbanistica, al recupero delle sue tipicità correlate all’entroterra, alla produzione delle sue eccellenze alimentari (viticoltura, albicocche, formaggi, broccoli, cavoli, ecc.), alla vocazione dell’outdoor, allo sviluppo sentieristico confluito nell’adesione all’accordo di programma “Val Bormida Outdoor”, al portale turistico e ai percorsi inseriti nella REL (Rete Escursionistica della Liguria), in un’ottica progettuale di programmazione condivisa della crescita economica dell’ente.

Il progetto va quindi a contrastare in modo evidente e radicale con questa linea progettuale complessiva e la sua attuazione comporterà il radicale stravolgimento in termini ambientali, sociali ed economici di una larga parte del territorio quilianese. Ciò è comprovato dalla relazione tecnica dello studio T.E.R.R.A. s.r.l., contenente numerosi dati e informazioni dettagliate che dimostrano in maniera evidente e inequivocabile come l’intervento della ricollocazione nell’Alto Tirreno della nave Golar Tundra, del nuovo collegamento alla rete nazionale di trasporto del gas naturale e, per quanto riguarda il territorio di Quiliano, della realizzazione di un impianto PDE nella piana di Valleggia rappresentino davvero un elemento di gravissimo squilibrio e di danno ambientale per la comunità locale..

Al termine degli interventi, il primo cittadino quilianese ha posto la pratica in votazione, ottenendo il voto unanime di tutti i consiglieri comunali presenti…

“Il nostro impegno costante sul piano amministrativo” dichiara il sindaco Nicola Isetta “non verrà meno, ma anzi viene rinforzato dalla posizione unanime di totale condivisione, da parte di tutti i gruppi consiliari, di questa delibera importantissima assunta dal Consiglio Comunale, e che conferma la posizione (motivata e comprovata da dati tecnici puntuali e dettagliati) di contrarietà agli interventi di posizionamento della nave Golar Tundra nel litorale di Vado Ligure, di realizzazione del collegamento alla rete nazionale di trasporto del gas naturale e in particolare della creazione di un impianto PDE nella piana di Valleggia: interventi, questi, che sono inaccettabili, insostenibili, contrastanti con la storia, la vocazione territoriale e lo sviluppo urbanistico, economico e sociale del territorio di Quiliano”. 

“Questa nostra posizione di contrarietà nasce peraltro da un percorso progettuale e condiviso sia in ambito locale con i gruppi consiliari sia in ambito macro-territoriale attraverso la partecipazione al tavolo comune coordinato dal Comune di Savona, e che ci vede uniti e compatti in una comune azione di partecipazione ai procedimenti in corso, e di perseguimento in tutte le sedi istituzionali, nel rispetto delle disposizioni legislative, dei diritti soggettivi e dell’interesse pubblico generale del nostro Comune”.

08 giugno 2021

Tirreno Power, il biologo Scarselli : “Licheni scomparsi, peggio che nelle grandi città della Pianura Padana”

 Tratto da IVG

Tirreno Power, il biologo: “Licheni scomparsi, peggio che nelle grandi città della Pianura Padana”

Presentata in aula la maxiconsulenza tecnica della Procura che rileverebbe il danno ambientale e sanitario legato alla centrale.

Savona. “L’assenza di lichene sugli alberi ci ha messo davanti a un quadro decisamente preoccupante: una situazione difficilmente riscontrabile anche nelle grandi città della Pianura Padana”. A dirlo questa mattina in aula è stato il dottor Stefano Scarselli, biologo specialista in biomonitoraggio, nell’ambito del processo a carico di Tirreno Power per il quale sono imputati 26 persone, tra vertici e dirigenti dell’azienda, rinviati a giudizio per disastro ambientale e sanitario colposo.

Questa mattina in Tribunale si è svolta infatti la prima udienza dedicata ai periti estensori della maxiconsulenza tecnica della Procura che rileverebbe il danno ambientale e sanitario legato alla centrale. Scarselli, consulente di diverse Procure, ha portato in aula i dati sulle emissioni rilevati nei diversi studi condotti dai periti.

“Non ci siamo serviti di una nostra rete di monitoraggio, ma abbiamo utilizzato quella realizzata dal gestore – ha spiegato – Era approvata da Arpal e rispondeva ai criteri scientifici imposti all’epoca da Ispra, con una quantità e diffusione dei punti di rilevazione più che adeguata. Abbiamo però integrato con altre stazioni sulla costa, che non risultava coperta da quella rete, in modo da infittirla e descrivere nel modo più accurato la situazione. Alla mappa di quelle rilevazioni abbiamo poi sovrapposto quelle delle biodiversità per avere un quadro del grado di alterazione ambientale”.

La perizia aveva utilizzato i licheni come bioindicatori e come bioaccumulatori. Dato che, come già identificato da precedenti indagini, la biodiversità della flora lichenica nella zona è andata diminuendo negli ultimi 20 anni (fino al raro fenomeno del ‘deserto lichenico’, evento peraltro rilevato soltanto in aree ad altissimo tasso di inquinamento), negli anni oggetto di rilevazione si è dovuto trapiantare artificialmente nella zona tali bioindicatori lichenici per poi analizzare quali contaminanti venivano assorbiti e in quale quantità. Queste analisi, nell’ordinanza del Gip, “hanno evidenziato seri fenomeni di contaminazione a carico di diversi elementi di rilevanza ambientale e sanitaria, quali soprattutto arsenico, antimonio e rame, oltre a cromo, cadmio, piombo, nichel e vanadio“.

La consulenza ambientale era stata poi utilizzata per individuare le aree esposte e non esposte, e da tale suddivisione, attraverso la consulenza del dottor Paolo Crosignani (già direttore dell’Unità di Epidemiologia Ambientale presso l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano) e del dottor Paolo Franceschi (pneumologo), sono stati analizzati e confrontati i dati sanitari di mortalità e di ricoveri.

La consulenza, secondo i magistrati, aveva quindi evidenziato il disastro ambientale, dato che tra il 2000 e il 2007 l’inquinamento della centrale a carbone avrebbe provocato circa 440 decessi e 1.700 ricoveri (escludendo le forme tumorali) per un costo sociale per lo Stato che oscillerebbe tra i 770 e gli 860 milioni.Continua su IVG


30 maggio 2021

Fabrizio Bianchi : Perché irrobustire e non alleggerire le valutazioni preventive di impatto ambientale e sanitario


 Riceviamo dall’ Epidemiologo  Fabrizio Bianchi  del CNR

Parlare di scelte sulle quali penso abbiano influito tantissime valutazioni è difficile e penso siano da evitare banalizzazioni.  Guardando in avanti, penso che nelle aree come quella di Vado Ligure che per decenni hanno pagato un prezzo ambientale e sanitario in nome di uno sviluppo tutt'altro che sostenibile ci sia bisogno di progettare un nuovo e diverso futuro. Per imboccare una strada di transizione ecologica nella giusta direzione le aree più fragili sono i banchi di prova per tutti, industria, amministrazioni, cittadini e scienziati. Tutti siamo chiamati ad un salto di qualità per fare il quale occorre definire il razionale di partenza su cui confrontarsi e trovare convergenza. Definire vie di sviluppo in grado di migliorare ambiente e salute, dovrebbe essere l'obiettivo comune di chi ha la responsabilità di tutela dell'ambiente e della salute, di chi ha il compito di studiare e prevenire, di chi investe in attività imprenditoriali. Cambiamenti climatici e pandemia da Covid19 raccontano e indicano errori da non commettere più e scelte alternative da prendere in tempi stretti. Molte vie di cambiamento sono tracciate e dipende dalla consapevolezza e responsabilità imboccarle o insistere su vecchi schemi.

Uso di fonti rinnovabili di energia, diminuzione dei consumi di energia e materie, efficientamento energetico, riduzione drastica degli impatti, possono essere realtà o sloogan, ed è la società nel suo complesso ad essere investita dalla sfida.
In aree complesse e fragili come quella di Vado Ligure e Quiliano sulla quale sono previsti tanti interventi di tipo diverso lo strumento valutativo d'elezione è la valutazione ambientale strategica (VAS), che - se ben fatta - può dare un giudizio sulla sostenibilità degli interventi, considerati nel loro complesso oltre che singolarmente, passando dalle VIA e AIA necessarie.
Io diffido dalle rassicurazioni a-priori su quale sia lo sviluppo buono e sulla bontà degli interventi, in assenza di valutazioni adeguate sul piano tecnico-scientifico e sono preoccupato dalla tentazione di alleggerire le procedure valutative, come contemplato anche nel piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR): https://www.scienzainrete.it/articolo/perch%C3%A8-irrobustire-e-non-alleggerire-le-valutazioni-preventive-di-impatto-ambientale-e

Chi prende posizioni improntate al vecchio modello di sviluppo si assume responsabilità gravi e non sarà premiato ne sul piano civico ne su quello imprenditoriale. Mi piacerebbe poter valutare progetti industriali e sociali nettamente migliorativi, di soddisfazione per la società tutta, non penso sia un sogno ma una possibilità concreta, del resto già in atto in tanti luoghi. Credo che questa sia una delle sfide per il Vostro territorio e i cittadini rappresentano gli attori primari.

Leggi su Scienze in Rete l’ articolo integrale di diFabrizio Bianchi, Mario Cirillo, Maria Grazia Petronio


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12 novembre 2017

Danni ambientali che provocano tossicità, malattie e morte:‘Chi inquina paga’ diventera' davvero realtà ?


Tratto da quicosenza.it
Danni ambientali che provocano tossicità, malattie e morte: da oggi “chi inquina paga” diventa realtà
 26 ottobre 2017
BRUXELLES – Approvata con 502 voti a favore, 74 contrari e 35 astenuti, la relazione per implementare e rafforzare l’efficacia della direttiva europea sulla responsabilità ambientale a firma di Laura Ferrara, eurodeputata del Movimento 5 Stelle e vicepresidente della commissione giuridica (JURI) del Parlamento Europeo, ha avuto, oggi, l’ok definito del Parlamento Europeo, riunito in seduta plenaria a Strasburgo. Dopo aver incassato la maggioranza, tre settimane fa, nella commissione competente, con il voto di oggi il testo Ferrara sulla responsabilità ambientale basato sul concetto del ‘Chi inquina paga’ diventa definitivamente realtà. “Un ottimo risultato di cui beneficeranno tutti i cittadini europei – ha commentato a caldo Ferrara – perché ora si riuscirà ad agire per fare in modo che chi violenta l’ambiente, con le conseguenze tristemente note sulla salute umana, se ne assuma le responsabilità e ne risponda. La relazione nasce da un grande lavoro di studio e di ascolto di cittadini ed esperti  sull’attuazione della direttiva europea sulla responsabilità ambientale perché il mio e nostro scopo era quello di rendere più efficace la disciplina comune per la prevenzione e la riparazione del danno ambientale, così che abbia costi ragionevoli per la società e che si basi sul principio del ‘chi inquina paga’”.
Estensione della nozione di danno ambientale (ora circoscritto alle specie, agli habitat naturali protetti, alle acque e al terreno) anche all’inquinamento atmosferico; considerazione, all’interno del concetto di danno ambientale, dei nuovi e sempre maggiori fattori inquinanti causati da attività industriali e di come questi influiscono sull’organismo umano; obbligatorietà degli strumenti di garanzia finanziaria, come le assicurazioni a carico degli operatori; creazione di un Fondo europeo per la protezione dell’ambiente dai danni causati dall’attività industriale al fine di garantire la reale copertura dei costi di risanamento; istituzione di un registro per gli operatori che svolgono attività pericolose; sistema di monitoraggio finanziario per assicurare che gli operatori siano solvibili, così da evitare che, come spesso accade, gli inquinatori, una volta causato il disastro, dichiarino fallimento ed evitino di risarcire il danno causato. Questi i punti salienti del testo, ma non finisce qui. In base alla relazione approvata, infatti, la Commissione Europea è chiamata a incrementare e a migliorare il suo programma di formazione degli amministratori locali così da arrivare ad una omogeneità dell’applicazione delle regole comunitarie in tutta l’Unione, e vengono messi in cantiere sistemi di premialità come “sgravi fiscali o altre iniziative per le aziende che si impegnano con successo nella prevenzione dei danni ambientali. Così che tutti – ha concluso Ferrara – si sentano davvero responsabili dell’ambiente e coinvolti nella sua salvaguardia”.

21 settembre 2017

Sabato mattina a Taranto un convegno per approfondire “una nuova valutazione del danno ambientale e il suo risarcimento”

Immagine storia relativa a inquinamento salute tratta da CORRIERE DEL GIORNO (Registrazione)             Tratto da Il Corriere del Giorno
Sabato mattina  a Taranto un convegno per approfondire “una nuova valutazione del danno ambientale e il suo risarcimento”
ROMA – Aumento della mortalità infantile del 21 per cento, delle malattie tumorali sempre per i bambini del 54 per cento, della mortalità in generale per il tumore al polmone e l’infarto al miocardio del 13 per cento. Sono solo alcuni dati choc delle varie indagini epidemiologiche condotte sulla città di Taranto, con particolare riferimento ai rioni Tamburi e Paolo VI, ormai tristemente noti in Italia per essere quelli più esposti a uno dei casi di inquinamento ambientale più grave del Paese, quello legato all’Ilva.

lo stabilimento Ilva di Taranto
Evidenze che, come  spesso accade in queste circostanze, sono oggetto di accese discussioni e di interpretazioni divergenti.....
Negli ultimi mesi diversi cittadini della città pugliese si sono rivolti a Studio 3A  chiedendo di essere assistiti rispetto alla grave situazione ambientale con cui devono convivere e alle sue ricadute: di qui l’idea da parte della società di promuovere un’occasione pubblica di confronto sulle possibili strategie anche alternative da attuare
Due, in particolare, i punti sui quali batterà l’azienda: Il primo parte dalla constatazione che la maggior parte dei grandi processi penali per inquinamenti e danni alla salute dei lavoratori e/o dell’intera comunità si sono conclusi con degli amari nulla di fatto, vedi quello per le morti da Cvm al Petrolchimico di Porto Marghera o per l’amianto di Casale Monferrato. Dibattimenti trascinatisi per decenni, centinaia di costituzioni di parte civile da parte delle vittime o dei loro familiari, e poi arriva la prescrizione a negare ogni forma di giustizia. La nuova legge del 2015 che per la prima volta ha introdotto i delitti contro l’ambiente nel codice penale rappresenta un passo avanti, ma non risolve la questione, legata ai ben noti problemi di lentezza della giustizia italiana.
Anche per questo la filosofia di Studio 3A è quella di non aspettare l’esito dei processi penali ma di avviare senza indugio – non appena la magistratura metta dei punti fermi circa le responsabilità del soggetto inquinatore – azioni civili per il risarcimento dei danni, perché in questo modo è più semplice far valere i diritti dei danneggiati ma anche perché ciò costituisce il miglior deterrente contro i reati ambientali: le aziende sono sensibili più di tutto agli aspetti economici e così si toccano anche e pesantemente sul portafoglio.
L’altro aspetto fondamentale, che non viene quasi mai (colpevolmente) valorizzato in questi casi, è quello legato al cosiddetto danno da angoscia. La storica sentenza numero 2515 del 21 febbraio 2002 della Corte di Cassazione Civile, Sezioni Unite, per il “caso Seveso“, ha riconosciuto il diritto di farsi risarcire il danno esistenziale, anche soltanto sotto il profilo della paura e dell’angoscia, e anche laddove non ci si trovi in presenza di patologie fisiche. Chi, insomma, dimostra di aver subito un turbamento emotivo in presenza di un inquinamento ambientale va risarcito anche in mancanza di lesioni biologiche. Un principio, questo, applicabile in tutta evidenza anche al “caso Taranto”, indipendentemente dalla gravità dei danni alla salute, perché qui non solo i rioni più colpiti ma tutta una comunità ha comunque subito un danno, siamo di fronte a migliaia di persone che vivono nel terrore di poter sviluppare un domani malattie gravi, che ad ogni folata di vento più intenso devono sbarrare le finestre e chiudersi in casa: un vivere che non è vivere. 

17 luglio 2017

Danno ambientale e bonifiche

Tratto da Reteambiente

News - Aggiornamento normativo

Danno ambientale e bonifiche

Risultati immagini per Danno ambientale,
Milano, 17 luglio 2017 - 

Danno ambientale, legittima norma nazionale più severa dell'Ue

(Francesco Petrucci)

Non è contraria ai principi della direttiva 2004/35/Ue sul danno ambientale una norma di uno Stato membro che preveda una responsabilità "rafforzata", più severa di quella europea

Lo ha disposto la Corte di Giustizia Ue nella sentenza 13 luglio 2017, causa C-129/16 su un inquinamento causato da incenerimento illecito di rifiuti. In risposta alla questione pregiudiziale posta da un Giudice ungherese la Corte Ue ha chiarito la rispondenza ai principi della direttiva 2004/35/Ue in materia di danno ambientale della legge ungherese in materia. Per i Giudici, l'articolo 16 della direttiva 2004/35/Ue autorizza gli Stati membri a disporre misure di tutela "rafforzata" in materia di danno ambientale, come quella della legge in questione che identifica, oltre agli utilizzatori dei fondi su cui è stato generato l'inquinamento illecito, un'altra categoria di persone solidamente responsabili del danno, ossia i proprietari di detti fondi, senza che occorra accertare l'esistenza di un nesso di causalità tra la condotta dei proprietari e il danno constatato.

La normativa ungherese prevede che i proprietari di beni immobili per evitare di essere ritenuti solidalmente responsabili, debbano sorvegliare il comportamento degli utilizzatori dei loro beni e segnalarli all'Autorità competente in caso di danno ambientale o minaccia di tale danno. Tale principio, come quello della connessa prevista sanzione per inadempimento, sono in linea con la direttiva 2004/35/Ue rafforzandone il regime di responsabilità.

16 marzo 2017

Responsabilità ambientale, cittadini stanchi di ‘sborsare’ dalle proprie tasche: chi inquina deve pagare.

Responsabilità ambientale, cittadini stanchi di ‘sborsare’ dalle proprie tasche: chi inquina paga.

E’ quanto dichiarato da Laura Ferrara in un workshop tenutosi in Parlamento sulla responsabilità ambientale in materia di prevenzione e riparazione del danno ambientale.


BRUXELLES – “I cittadini sono stanchi di dovere sempre pagare di tasca propria con le tasse o, peggio, rimettendoci la salute, per i danni all’ambiente causati dalle industrie inquinanti. Per questo ci stiamo impegnando per fare capire all’Europa che chi inquina deve pagare”, è quanto afferma l’eurodeputata M5S Laura Laura FerraraFerrara, al termine del workshop sull’implementazione della direttiva sulla responsabilità ambientale in materia di prevenzione e riparazione del danno ambientale che ha organizzato ieri al Parlamento europeo di Bruxelles. “Dopo un primo scambio di vedute con la Commissione europea e con i colleghi parlamentari, ho ritenuto utile e opportuno coinvolgere esperti del settore, di tutta Europa, per raccogliere i diversi punti di vista, le critiche, le proposte e le best practices – ha dichiarato Laura Ferrara, che è relatrice per la commissione giuridica del rapporto di implementazione della direttiva sul danno ambientale.- Abbiamo trattato diversi aspetti della direttiva e sono emerse le criticità ma anche diversi spunti per un intervento migliorativo della stessa.
In particolare è stata condivisa la necessità di non lasciare solo nelle mani della politica le questioni ambientali. Occorre infatti un più ampio coinvolgimento di esperti, giuristi, comunità scientifica e non ultimo, dei cittadini. Ho voluto anche portare all’attenzione del Parlamento europeo, la drammatica esperienza vissuta dai cittadini di territori deturpati dai disastri ambientali, come la Calabria......
Fra le proposte dei relatori, che proveremo ad inserire nel rapporto che presenterò al Parlamento europeo – ha dichiarato l’eurodeputata M5S -vi sono:
– la creazione di un Fondo per la tutela dell’ambiente dai danni causati dall’attività industriale;
– l’introduzione di un registro obbligatorio delle industrie potenzialmente pericolose per l’ambiente, ai sensi della direttiva;
– una banca dati aggiornata dei danni ambientali;
– la promozione della cultura della prevenzione del danno ambientale, attraverso una sistematica campagna di informazione;
– la previsione di sgravi fiscali o altre forme di premialità per le aziende che si impegnano con successo nella prevenzione dei danni ambientali;
– l’introduzione di un’autorità indipendente titolare dei poteri di gestione, controllo nonché dei poteri sanzionatori attribuiti dalla direttiva;
– la previsione di adeguate garanzie finanziarie (assicurazioni) per scongiurare il rischio che le aziende responsabili del danno finiscano per non pagare, vanificando il principio chi inquina paga.
“L’inquinamento della biosfera, come ci ha ricordato il Dott. Ernesto Burgio, presidente del comitato scientifico internazionale dell’ISDE (Società Internazionale dei Medici per l’Ambiente), sta ormai modificando irrimediabilmente l’epigenoma, ovvero il software che governa il nostro DNA, con conseguenze drammatiche per l’intera popolazione umana, ma soprattutto per i bambini. Tutto questo  – ha concluso Laura Ferrara – ci impone di rafforzare più che mai il nostro impegno a tutela della salute e dell’ambiente per scongiurare che a pagare per i danni ambientali siano sempre direttamente o indirettamente i cittadini”.

15 ottobre 2015

Denuncia sanitaria Ambiente ostile: migliaia di siti contaminati in Europa

Tratto da Informasalus

Denuncia sanitaria

Ambiente ostile: migliaia di siti contaminati in Europa

siti contaminati

Chi inquina paga”. Semplice, lineare, ineccepibile. 
Questo è il principio stabilito dall’ Unione europea e messo nero su bianco dalla direttiva 2004/35/CE. Una norma in vigore da nove anni, ma poco applicata, tanto che finora – e purtroppo per diversi decenni a venire – a caricarsi di tutte le conseguenze del danno ambientale sono stati i territori e la salute dei cittadini che abitano o lavorano nei circa 500 mila siti contaminati d’Europa.
Aree da bonificare, i cui costi da contaminazione sono stati stimati dalla stessa Ue nel 2006 tra i 2,4 e i 17,3 miliardi di euro l’anno. Una cifra enorme, certo, che toccherebbe in gran parte a imprenditori locali e multinazionali responsabili del problema. Eppure il costo della bonifica dell’intero continente europeo risulta sostenibile se paragonato a quelli assai più spaventosi (sanitari, sociali, da mancata occupazione, per danni alla qualità e produttività agricola, per la perdita d’interesse turistico) che la presenza degli inquinanti genera quotidianamente e a lungo (o lunghissimo) termine.
L’Unione europea ora è preoccupata di ciò, e legifera in merito, pubblica rapporti e studi, cerca di mettere in connessione e uniformare diverse banche dati sanitarie e ambientali per ampliare il monitoraggio.
Ma il problema è vissuto anzitutto dai cittadini sulla propria pelle. In particolare da quelli italiani: circa 4,5 milioni abitano nei 187 comuni situati presso i 39 Sin (Siti d’interesse nazionale destinatari di bonifica) e quasi altrettanti vicino a quei 18 Sin “declassati” a competenza regionale nel marzo scorso.

Un mese prima che genitori e bambini bresciani occupassero la scuola comunale “Grazia Deledda”, in protesta contro la mancata bonifica del suo terreno, intriso di policlorobifenili (Pcb) e diossine dall’ormai dismesso stabilimento chimico Caffaro; e cinque mesi prima che genitori e bambini di Taranto non potessero entrare nella loro scuola “Grazia Deledda”, sfollati perché l’edificio, troppo vicino al parco minerario e alla cokeria dell’Ilva, è in attesa della bonifica, già rimandata e ora prevista a inizio 2014. 

Non è un teleromanzo

Una battaglia per il diritto alla salute nei siti contaminati d’Italia, che spesso non trova difesa. A dimostrarlo chiaramente è “Sentieri”, ovvero lo “Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento”. Un lavoro imponente, coordinato dall’Istituto superiore di sanità (Iss), che ha esaminato la mortalità per 63 gruppi di cause nel periodo 1995-2002 in 44 Sin (circa 6 milioni di persone in 298 comuni).

Non solo l’indagine certifica un eccesso di mortalità significativo in quei territori, ma, seppure tra qualche cautela si spinge a mettere in relazione le emissioni di impianti specifici (raffinerie, poli petrolchimici e industrie metallurgiche) con le drammatiche risultanze sanitarie, laddove si possa escludere ragionevolmente un ruolo centrale delle esposizioni per motivi professionali. .....


Conto salatissimo


Responsabilità a parte, stiamo parlando di un tasso di “sovramortalità” osservata nei Sin che si traduce in 9.969 vittime (circa 1.200 persone l’anno) in 7 anni. Quasi 10 mila individui con un peso di infinite sofferenze, per sé e per i familiari. Per non dire dei costi che ciò comporta per gli Stati. Un’indagine condotta da Favo (Federazione italiana delle associazioni volontariato in oncologia) e Censis nel 2009 dice che l’Italia ha speso 8 miliardi e quasi 400 milioni di euro in costi socio-economici per le patologie tumorali, cioè lo 0,58% del suo Pil (Germania 14,7 miliardi per uno 0,66%; Francia 9,9 miliardi per uno 0,59%; Regno Unito 6,3 miliardi per uno 0,38%). ......

  Leggi su  Informasalus l' articolo integrale

24 gennaio 2015

PRESIDENTE BURLANDO : "Non decidere avrebbe significato UN DANNO AMBIENTALE COLOSSALE....."

Non decidere avrebbe significato UN DANNO AMBIENTALE COLOSSALE:TENERE DUE GRUPPI A CARBONE VECCHI DI 40 ANNI E MOLTO INQUINANTI."


Riportiamo  integralmente il post del 


Tratto da Panorama del 6 Novembre

                      


AIA, QUELLA LICENZA NON CONVINCE PROPRIO!!!!!!

L' inchiesta sulla centrale  a carbone di Vado Ligure punta sull' Autorizzazione integrata ambientale."Il ministero dell' Ambiente ha impiegato 5 anni per dare il placet ai vetusti gruppi a carbone : CHE ANCORA FUNZIONANO.

Un criptico  acronimo potrebbe riservare sorprese nell' inchiesta sulla centrale a carbone Tirreno Power di Vado Ligure,di cui è azionista anche la Sorgenia della famiglia di Carlo De Benedetti.
Questo versante investigativo , che coinvolge politici e burocrati ,ruota attorno a tre lettere : AIA.Sigla che sta per autorizzazione integrata ambientale:il processo che certifica se e emissioni  e il funzionamento di un impianto  siano adeguati agli standard europei.
Una domanda che la Tirreno Power aveva presentato al ministero dell' ambiente ,guidato dal verde Pecoraro Scanio,nel febbraio del 2007.La società chiedeva quindi una sorta di "licenza di esercizio 

"per i vetusti gruppi a carbone del 1970. 
Gli stessi che ipotizzano,i consulenti tecnici della Procura di Savona,avrebbero causato un significativo eccesso di morti  e malattie sotto le ciminiere di Vado Ligure.

La legge è chiara :bisognerebbe rilasciare l' Aia entro 5 mesi dall' istanza.invece,nel caso della centrale di Vado Ligure,si è tirato avanti per 5 anni ,fino al dicembre 2012 ,quando il Ministero dell' Ambiente ha autorizzato emissioni superiori ai limiti voluti dall' UE.
Sei mesi prima, a marzo 2012 , il ministero dello Sviluppo economico aveva intanto dato il via libera alla costruzione di un nuovo gruppo a carbone.
I lavori dovrebbero durare tra i 6 e gli 8 anni . Nel mentre i vecchi  impianti  continueranno a funzionare,GRAZIE ALLA DEROGA CONCESSA.
Un rinvio che ha permesso alla Tirreno Power di ritardare i cospicui investimenti,oggi quantificati in 1,2 miliardi di Euro ,necessari per l'ammodernamento.
Anomalie denunciate dalle associazioni ambientaliste con un articolato esposto,firmato dall' Avvocato Mateo Ceruti che mette sotto accusa,oltre alla procedura dell' Aia, anche il potenziamento della centrale:richiesta su cui la giunta della Regione Liguria, guidata dal pd Claudio Burlando,sia nel 2007 che nel 2009 aveva dato parere contrario. Fino all 'inversione a U  del Luglio 2011.
"la scelta più difficile del mio mandato" la definì Burlando .

Non decidere avrebbe significato UN DANNO AMBIENTALE COLOSSALE:TENERE DUE GRUPPI A CARBONE VECCHI DI 40 ANNI E MOLTO INQUINANTI."
GLI STESSI CHE CONTINUERANNO A FUNZIONARE ALMENO SINO AL 2020,TRA OSCURI RITARDI E INCOMPRENSIBILI ANOMALIE.(A R)

14 maggio 2014

Ambiente: un tema trattato poco (e male) dalla politica

Tratto da blog.avis-legnano.org

Ambiente: un tema trattato poco (e male) dalla politica.


Da qualche anno a questa parte, la questione ambientale in Italia stenta a guadagnarsi un posto di riguardo nel dibattito politico e nelle cronache giornalistiche. 
Complice di questo è forse la crisi, assieme alla mancanza in Parlamento di un partito di area green, ma anche il fatto che questo tipo di politiche sono ormai di competenza europea, e quindi gli Stati si trovano spesso a dovere introdurre nel proprio ordinamento quanto prescritto dalle direttive europee. 
La politica sembra così sempre più lontana dai luoghi in cui soffrono le vittime reali di tale abbandono dello spirito ecologista. In questo senso, non aggiunge nulla di buono il disegno di legge 1345 sui reati ambientali, approvato dalla Camera e in prossima discussione al Senato. «Se questa legge venisse approvata – scrive Antonia Battaglia su MicroMega –, sancirebbe il danno ambientale come “alterazione dell’ecosistema”, rendendo assolutamente impossibile per il giudice competente giudicare reati anche gravi, come quelli ipotizzati a Taranto. L’astrazione della definizione ed il lavoro di ricognizione scientifica che il testo chiama in causa implicano che il reato sarebbe ipotizzabile solo dopo anni di ricerca per accertare l’irreversibilità del danno stesso. Passerebbero secoli in attesa di tentativi di bonifiche capaci di riportare i siti già inquinati ad originarie ed inaccertabili condizioni pre-inquinamento. Immaginate un tentativo di bonificare Taranto intera e il suo mare?! La legge mira a depotenziare la portata penale del crimine ambientale, il che potrebbe voler dire dover riscrivere numerose richieste di rinvio a giudizio, riaprendo totalmente la partita legale del processo Ilva e non solo».

Non si capisce bene in effetti la ratio della legge, e in questo senso si sta attivando anche PeaceLink per fare chiarezza sui rischi di tale proposta e scongiurare che la legge arrivi alla votazione finale così com’è. In effetti, se i dati che cita Battaglia sono attendibili, c’è davvero da preoccuparsi: «Pochi giorni fa è scoppiato il caso “arsenico” – scrive –, sostanza classificata come cancerogena dalla Organizzazione mondiale della sanità. La pubblicazione dei dati del progetto Sepias (Sorveglianza epidemiologica in aree interessante da inquinamento ambientale da arsenico), realizzato dal Cnr, ha illustrato i risultati del monitoraggio dell’inquinamento da arsenico in zone a rischio come appunto Taranto, Gela e l’Amiata. Lo studio ha concluso che esiste un pericolo molto concreto per la popolazione, soprattutto nelle aree industriali di Taranto e di Gela. Qualche giorno prima era stato pubblicato il terzo rapporto Sentieri (Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento), coordinato dall’Istituto superiore di sanità, nato per monitorare l’incidenza di malattie nei 44 siti di interesse nazionale per le bonifiche. Lo studio, condotto con l’aggiunta dei dati sulle malattie oncologiche, ha mostrato un aumento delle percentuali di tumore e dei ricoveri ospedalieri. Nel caso di Taranto, sono stati registrati alti tassi di mortalità incrementati rispetto ai valori regionali, dati che diventano altissimi quando si va nel concreto di percentuali .......

Ovviamente si tratta di dati per i quali non è possibile stabilire una connessione diretta con la presenza di grandi siti di produzione dall’impatto ambientale pesantissimo, la magistratura sta indagando.

Non si capisce quindi perché complicare questioni così delicate, alla vigilia di processi importanti, introducendo la nozione di danno ambientale come «alterazione irreversibile dell’ecosistema». Quando si può stabilire che il danno è irreversibile? Sarebbe auspicabile eliminare il più possibile le ambiguità dalla lettera della legge. Ricollegandoci alle ripercussioni sulla salute, pare che la nuova legge richieda di produrre dati certi sui «numeri di decessi, malattie o offese causate dagli eventi inquinanti in oggetto». 
Come si diceva prima, è molto difficile produrre dati inattaccabili, il che potrebbe di nuovo indebolire la posizione di chi cerca di porre fine agli abusi sul proprio territorio. Si sente spesso ripetere che all’Italia resta l’ultima chance di «uscire dal pantano», ma ancora non vediamo tracce di un progetto di bonifica credibile.Firmate la Petizione di PeaceLink riguardante il Disegno di Legge 1345 sui reati ambientali