COOKIES POLICY DI UNITIPERLASALUTE.

QUESTO BLOG UTILIZZA COOKIES ,ANCHE DI TERZE PARTI.SCORRENDO QUESTA PAGINA ,CLICCANDO SU UN LINK O PROSEGUENDO LA NAVIGAZIONE IN ALTRA MANIERA ,ACCONSENTI ALL'USO DEI COOKIES.SE VUOI SAPERNE DI PIU' O NEGARE IL CONSENSO A TUTTI O AD ALCUNI COOKIES LEGGI LA "COOKIES POLICY DI UNITIPERLASALUTE".
Visualizzazione post con etichetta risarcimento danni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta risarcimento danni. Mostra tutti i post

31 gennaio 2019

La Stampa- Processo Tirreno Power: cinquanta vadesi chiedono il risarcimento dei danni morali

Tratto da La Stampa

Processo Tirreno Power: cinquanta vadesi chiedono il risarcimento dei danni morali

Risultati immagini per tirreno power
Si sono costituiti parti civili sostenendo di aver dovuto cambiare il loro stile di vita a causa dello stress, della paura di ammalarsi per la vicinanza della centrale alle loro case
Una cinquantina di abitanti di Vado Ligure, tutti residenti nella cosiddetta «zona di ricaduta» delle emissioni (secondo l’accusa inquinanti) della centrale Tirreno Power si sono costituiti questa mattina parti civili nell’udienza per disastro ambientale e sanitario colposo che vede a giudizio ventisei persone tra manager ed ex manager di Tirreno Power.
Con loro anche il Ministero della Salute, l’Accademia Kronos, il Codacons, Cittadinanza Attiva, Articolo 32, Adoc e le associazioni ambientaliste (Greenpeace, Medicina Democratica, Legambiente, Uniti per la salute, Wwf e Anpana) e il Ministero dell’Ambiente.
I 50 vadesi hanno chiesto il risarcimento dei danni morali legati alla paura di poter contrarre delle patologie a causa dell’esposizione alle emissioni della centrale perchè avrebbero subito, secondo la loro tesi, un aumento del rischio di potersi ammalare ed avrebbero anche cambiato il loro stile di vita a causa del timore e dello stress. La discussione sull’ammissione delle parti civili è stata fissata per la prossima udienza fissata per il 19 marzo.
A giudizio ci sono: Giovanni Gosio, direttore generale dal 2003 al 2014; Massimo Orlandi, presidente del Cda in diversi periodi nonché membro del Comitato di Gestione; Mario Molinari, Andrea Mezzogori, Jacques Hugé, Denis Lohest, Adolfo Spaziani, Jean-Francois Louis Yves Carriere, Pietro Musolesi, Domenico Carra, consiglieri d’amministrazione e, per i primi sei, membri del Comitato di Gestione, in periodi differenti; Mario Franco Leone, presidente del Da tra 2010 e 2014; Olivier Pierre Dominique Jacquier, Giovanni Chiura, Aldo Chiarini, Pascal Renaud, Agostino Scornajenchi, Giuseppe Gatti, Alberto Bigi, Charles Jean Hertoghe e Luca Camerano, tutti consiglieri d’amministrazione e membri del Comitato di Gestione negli ultimi anni; Pasquale D’Elia, capo centrale dal dicembre 2005 al 2014; Ugo Mattoni, direttore della Direzione Energy Management dal 2004 al 2014; Maurizio Prelati, direttore della Direzione Produzione dal 2008 al 2014; Guido Guelfi, direttore della Direzione Ingegneria dal 2004 al 2014; Andrea De Vito, direttore della Direzione Amministrazione Finanza dal 12007 al 2014; Claudio Ravetta, direttore Produzione dal 2004 al 2008 e vice direttore generale dal 2008.

19 marzo 2017

Fukushima: sentenza giudiziaria storica, il governo nipponico è colpevole del disastro

Tratto da Rinnovabili.it

Fukushima: sentenza storica, il governo è colpevole del disastro

  • Tokyo non ha svolto adeguati controlli sulle misure di sicurezza dell’impianto di Daichi: la sentenza del processo intentato da 137 cittadini sfollati
Fukushima, 6 anni dopo: radiazioni record e spese doppie

(Rinnovabili.it) – L’esatta magnitudo del terremoto e la potenza distruttiva dello tsunami che hanno colpito il Giappone nel 2011 erano impossibili da prevedere con esattezza, ma il governo è responsabile per il disastro alla centrale nucleare di Fukushima. La sentenza della corte di Maebashi è storica: per la prima volta in 6 anni viene riconosciuto in sede giudiziaria la colpa delle autorità nipponiche per la catastrofe ambientale.
Il caso riguarda la richiesta di risarcimento per danni avanzata da 137 cittadini che erano stati obbligati ad abbandonare le loro abitazioni dopo che 3 dei 6 reattori dell’impianto nucleare si erano fusi, causando una immane fuoriuscita di radiazioni e l’inquinamento di aria, acqua e suolo.
Nel dispositivo della sentenza, il tribunale sostiene che il governo di Tokyo avrebbe dovuto usare i suoi poteri per obbligare l’azienda che gestisce l’impianto, la Tepco, ad adottare adeguate misure di prevenzione. La richiesta di risarcimento puntava sul fatto che le autorità avrebbero dovuto prevedere la possibilità di uno tsunami con onde alte anche più di 10 metri. Un’accusa che si basava su un rapporto del 2002, nel quale esperti del governo avevano scritto che esisteva una probabilità del 20% che nel giro di 30 anni accadesse un terremoto almeno di magnitudo 8 con relativo tsunami.

Fukushima: le radiazioni sono a livelli senza precedentiFinalmente la responsabilità di Tokyo nel disastro di Fukushima è diventata verità giudiziaria. Lo era già per un’inchiesta parlamentare indipendente che nel 2012 era arrivata alle stesse conclusioni: la catastrofe è stata causata dall’uomo, non dalla natura, a causa di scarsa attenzione per i regolamenti di sicurezza e della collusione tra il governo, la Tepco e l’Agenzia per la sicurezza nucleare.

Sentenza storica, dunque, che potrebbe essere presto confermata da altri tribunali: sono in dibattimento altre 30 cause intentate da cittadini giapponesi sfollati. Sfollati che, a 6 anni esatti dal disastro, sono ancora decine di migliaia. Molti di loro hanno perso le speranze di poter tornare nelle proprie case. E i lavori di messa in sicurezza e decommissioning dei reattori di Fukushima procede più che mai a rilento. I costi sono raddoppiati rispetto alle stime iniziali, mentre i robot inviati da Tepco per localizzare e rimuovere il combustibile nucleare esausto, che ha fuso il vessel degli impianti, lavorano per poche ore prima di essere messi ko dalle radiazioni. Che arrivano a livelli senza precedenti all’interno dei reattori: l’ultimo rilevato è di 650 Sievert l’ora. Una dose di 4 sievert è mortale nel 50% dei casi, mentre una di 6 sievert uccide qualsiasi essere vivente nel giro di poche settimane.

30 maggio 2014

Ilva, il giudice dispone risarcimento danni per un condominio del rione Tamburi .

Ilva, il giudice dispone risarcimento per condominio rione Tamburi


tamburi-57TARANTO -Nelle settimane scorse il Giudice Unico del Tribunale di Taranto ha depositato la propria sentenza con cui ha deciso il giudizio promosso da un condominio, il primo, di cittadini residenti nel quartiere Tamburi che ha avuto il coraggio di affrontare il colosso industriale Ilva, perché venisse riconosciuto il proprio diritto ad essere risarcito dei danni subiti a causa dell’inquinamento proveniente dallo stabilimento industriale. Il condominio, assistito dagli avvocati Massimo Moretti ed Eligio Curci, ha introdotto la propria azione risarcitoria sin dal 2006, formalizzando la prima richiesta stragiudiziale dopo il passaggio in giudicato della sentenza di condanna in sede penale di amministratori e dirigenti Ilva per il reato di “getto pericoloso di cose”.
Azione stragiudiziale poi sfociata, viste le resistenze di Ilva spa a riconoscere il risarcimento in via bonaria, nel giudizio civile oggi deciso con la sentenza sopra richiamata.....
Al fine di evidenziare la qualità quasi rivoluzionaria, per l’epoca, dell’azione in questione, per la quale la stampa coniò appunto il termine “i ribelli dei Tamburi”, bisogna ricordare che in quegli anni Ilva aveva una diversa forza “persuasiva” nei confronti di cittadini (specie di quelli residenti ai Tamburi, per molti dei quali era presente il timore dettato dal fatto che qualche familiare lavorasse o fosse in predicato di essere assunto in Ilva), stampa ed istituzioni, nonché poteva vantare precedenti giurisprudenziali quasi sempre favorevoli, che la inducevano e rigettare con sprezzo ogni tentativo di definizione “bonaria”, come è accaduto nella fattispecie.......
La perizia, alle quale sono stati chiesti due complessi supplementi, ha infatti richiesto diversi accessi all’interno dello stabilimento. In corso di giudizio, inoltre, due degli attori sono deceduti, e anche tali tristi circostanze hanno comportato un allungamento dei tempi. Alla fine, però, i primi “ribelli” dei Tamburi, tra i quali anche gli eredi dei due deceduti, hanno vinto la propria battaglia, con l’affermazione del nesso di causalità tra inquinamento subito e produzione industriale Ilva ed il riconoscimento del diritto al risarcimento subito a causa dell’inquinamento.
Qualche giorno fa i condomini hanno quindi ricevuto dalle mani dei propri difensori gli assegni relativi ai risarcimenti riconosciuti in sentenza e liquidati da Ilva spa. Somme comprese tra gli undicimila e i quindicimila euro a famiglia e che vanno a risarcire una voce di danno che per la prima volta viene riconosciuta in sede giudiziale, cioè il danno conseguente alla ridotta possibilità di godimento dell’immobile di proprietà a causa dell’inquinamento industriale proveniente dallo stabilimento Ilva.
Una sentenza innovativa e che costituisce un precedente particolarmente importante in materia, anche perché il diritto risarcitorio riconosciuto, e mai reclamato da nessun altro, appare difficilmente revocabile in sede di impugnativa, non dipendendo da valutazioni tecniche o da dati che possono essere suscettibili di varia interpretazione. “Per oggi non possiamo che gioire del risultato raggiunto dai ribelli – commentano gli avvocati Curci e Moretti – e sperare che questi risarcimenti riescano, almeno parzialmente, a lenire la pena di quanti hanno dovuto sopportare l’ingiusta compressione dei propri diritti a causa dell’inquinamento industriale. Qui l'articolo integrale

08 marzo 2014

Ilva: Comune Taranto chiede 3,3 miliardi di risarcimento danni per inquinamento.

Tratto da  Agi.it

Ilva: Comune Taranto chiede 3,3 miliardi di risarcimento per inquinamento.

(AGI) - Taranto, 8 mar. - Per i danni di inquinamento provocati dall'Ilva alla citta' di Taranto e per i conseguenti oneri che la pubblica amministrazione ha dovuto fronteggiare, il Comune di Taranto ha chiesto un risarcimento danni di 3,3 miliardi di euro nei confronti dell'Ilva spa, di Riva Fire, la capogruppo a cui fa capo la stessa Ilva, e a Emilio Riva, presidente della stessa Riva Fire, nonche' al vertice del gruppo dell'acciaio.

  E' quanto scrive oggi "La Gazzetta Del Mezzogiorno" facendo riferimento all'atto di citazione depositato a Palazzo di Giustizia dagli avvocati del Comune di Taranto. Documenti, perizie, fotografie.
 .....In base al Testo unico ambientale e ad una condanna definitiva in Corte di Cassazione subita dai vertici societari dell'Ilva e di Riva nell'ottobre 2005, il Comune di Taranto chiede il risarcimento dei danni materiali - imbrattamento di fumi e polveri - causati dal grave inquinamento industriale con particolare riferimento alle strutture di proprieta' dell'Amministrazione comunale come uffici e scuole, ma anche ai mezzi dell'Amiu e dell'Amiu (sono le aziende che si occupano, rispettivamente, dell'igiene urbana e del trasporto pubblico in citta') che appartengono al patrimonio pubblico.
  La richiesta risarcitoria avanzata dal Comune di Taranto verso l'Ilva, Riva Fire ed Emilio Riva si collega ad un procedimento giudiziario gia' definito. In base alle norme, infatti, l'azione risarcitoria puo' essere formalizzata dopo la conclusione del giudizio. Quanto rivendicato dai legali del Comune, quindi, nulla a che vedere con le richieste di rinvio a giudizio che giovedi' scorso il pool della Procura di Taranto ha deposito all'ufficio del giudice per l'udienza preliminare.
  In quest'ultimo caso si tratta di 50 persone, indagate a vario titolo, dall'associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale all'omissione di atti d'ufficio, e di tre societa': Ilva, Riva Fire e Riva Forni Elettrici. Nelle richieste di rinvio a giudizio oltre a Emilio Riva e ai suoi figli Nicola e Fabio, anch'essi al vertice dell'Ilva e del gruppo Riva, ci sono anche alcuni amministratori pubblici tra cui il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, accusato di concussione aggravata per aver fatto pressioni sull'Agenzia regionale per la protezione ambientale (Arpa) a proposito dei controlli sull'inquinamento del siderurgico, e il sindaco di Taranto, Ezio Stefano, cui la Procura contesta l'omissione di atti d'ufficio


Il sindaco, secondo la Procura, pur essendo a conoscenza della gravita' dell'inquinamento dell'Ilva tanto da averla denunciata alla stessa Magistratura nel maggio 2010, nulla avrebbe poi fatto, nell'ambito dei suoi poteri di autorita' sanitaria, per contrastare lo stesso fenomeno denunciato. .

 Su  Agi.it l'articolo integrale

26 novembre 2013

Querelato da Enel per un video, ora assolto .Enel è stata condannata a pagare le spese dell’intero processo

 Tratto da Brindisi Report
Querelato da Enel per un video, ora assolto

 26 novembre 2013
Gli ugelli nel video di Dibble

BRINDISI – Non solo l’autore del video di denuncia sugli scarichi della centrale Federico II di Cerano è stato assolto, nel tardo pomeriggio di oggi, ma Enel Produzione è stata condannata a pagare le spese dell’intero processo (allo Stato oltre che all’imputato) e a versare un risarcimento danni pari a 4.550 euro.
La vicenda è ben nota alle cronache, il giudizio e la battaglia di un cittadino americano, ma residente a Brindisi, che realizzò il filmato e lo postò su Youtube. Si è conclusa oggi, con la sentenza del giudice monocratico Vittorio Testi che ha ritenuto Edward Dribble, 56 anni, nativo di Houston (Usa) del tutto estraneo alle accuse “per non aver commesso il fatto”.
Venivano denunciati oltre al resto i cattivi odori che provenivano dagli scarichi idrici dell’impianto. Sosteneva che la temperatura avesse alterato la fauna ittica dei fondali della zona circostante. Il video fu realizzato e pubblicato il 15 ottobre nel 2008. A sporgere querela fu Antonino Ascione, responsabile dell’Unità Business Enel Produzione di Brindisi.
La querela di Ascione era stata già vagliata dal giudice per le indagini preliminari Eva Toscani che aveva, ritenendo la sussistenza della diffamazione, emesso decreto penale di condanna di Dibble al pagamento di una multa. Ma lo statunitense non accettò il provvedimento perché ritenne e ritiene di non avere diffamato alcuno e il giudice Toscani lo mandò a giudizio ordinario, certo di poter dimostrare la propria innocenza
Per gli avvocati dell’imputato si tratta di una “sentenza storica” in quanto “Enel dovrà pagare le spese processuali anche allo Stato per il denaro complessivamente speso nel giudizio”.

09 giugno 2013

Ilva, Legambiente chiede 1 milione di euro di risarcimento ai Riva

Tratto da Quotidiano di Puglia

Ilva, Legambiente chiede 1 milione di risarcimento ai Riva

TARANTO - Un risarcimento di un milione di euro in sede civile nei confronti dell'ex presidente dell'Ilva Emilio Riva e dell'ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso è stato chiesto da Legambiente sulla base della sentenza penale della Corte di Cassazione del 2010 che dichiarò la prescrizione dei reati, ma confermò gli effetti civilistici. La vicenda giudiziaria e i dettagli sulla richiesta di risarcimento sono stati illustrati a Taranto dal presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza.

  ......Si tratta del processo originato dall'inchiesta sull'inquinamento prodotto dal reparto Cokerie del Siderurgico, culminata (l'11 settembre 2001) nel sequestro preventivo delle batterie 3-6. Riva e Capogrosso furono condannati dalla Corte d'Appello rispettivamente a 2 anni (3 anni in primo grado) e a un anno e 8 mesi (2 anni e 8 mesi in primo grado) di reclusione per getto pericoloso di cose e omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro nel reparto Cokerie. La Corte di Cassazione annullò senza rinvio le condanne per intervenuta prescrizione dei reati, ma è rimasta comunque inalterata la pretesa del risarcimento del danno da parte di Legambiente e della Uil provinciale, che si costituirono parte civile. I reati ambientali si riferivano all'inquinamento dell'aria e alla dispersione di polveri su arredi urbani ed edifici pubblici del rione Tamburi di Taranto.

06 giugno 2013

Inquinamento ambientale: parte dalla Campania l’indagine conoscitiva del Senato


Tratto da Ambiente Magazine

Inquinamento ambientale: parte dalla Campania l’indagine del Senato

Inquinamento ambientale: parte dalla Campania l'indagine del Senato

Obiettivo della ricerca, scoprire i nessi tra contaminazione dei siti e incidenza dei tumori nella popolazione. Toccherà poi alla Puglia essere esaminata

Partirà dalla Campania l’indagine conoscitiva che intende portare alla luce i possibili nessi tra inquinamento ambientale e tumori nella popolazione residente nei siti indicati come più pericolosi per livello di contaminazione
È arrivato, infatti, nei giorni scorsi il via libera del Senato, dopo l’approvazione dell’istanza da parte dell’Ufficio di Presidenza della Commissione Igiene e Sanità di Palazzo Madama. In particolare, è prevista l’istituzione di un registro che permetterà di affrontare una situazione che diventa sempre più drammatica, sull’esempio di quelli già istituiti nelle città di Caserta, Salerno e Napoli Sud per verificare eventuali soluzioni.
Basti solo pensare che secondo un recente studio condotto dal Dipartimento Ambiente e connessa Prevenzione Primaria dell’Istituto superiore di sanità (Iss) e dall’Associazione italiana registri tumori (Airtum) nei 54 Siti di Interesse nazionale sono più di 57 mila i casi di cancro negli uomini e 49 mila nelle donne. In entrambi i casi, più frequenti risultano essere i tumori maligni di esofago, colon-retto, fegato, colecisti e vie biliari, pancreas, laringe, polmone, pelle, rene e vie urinarie, vescica e linfoma non Hodgkin. ....
Dopo la Campania, con la sua famigerata Terra dei fuochi, toccherà alla Puglia essere esaminata: la Regione proprio in questi giorni sta tornando alla ribalta delle cronache nazionali per il caso Ilva. Si tratta di aree in cui la quantità e la pericolosità degli inquinanti presenti è talmente alta da rappresentare un rilevante rischio sanitario ed ecologico, ed è proprio per questo che la loro procedura di bonifica è attribuita esclusivamente al Ministero dell’Ambiente, che può avvalersi della collaborazione dell’Ispra, dell’Arpat, dell’Istituto superiore di sanità e di altri soggetti.
Secondo i promotori dell’istanza, lo studio, se realizzato nei tempi, potrebbe innescare non poche ripercussioni.
 
Prima su tutte, laddove si riconosca una connessione tra inquinamento e malattia, quella di assistere all'avvio di non poche richieste di risarcimento danni nei confronti di realtà pubbliche e private che si siano macchiate delle responsabilità di danneggiare la salute pubblica.

27 marzo 2013

Legambiente: "Si pubblichino i dati sanitari in merito alle patologie riconducibili al l'inquinamento atmosferico di cui tanta parte è la centrale Enel"...

Tratto da  Cittàdellaspezia

Ceneri Enel/Legambiente: "Si pubblichino i dati sanitari in merito alle patologie riconducibili al l'inquinamento atmosferico"

La Spezia - Legambiente, a seguito dell'episodio di fuoriuscita di ceneri dalla centrale, si dice molto preoccupata per il rischio ambientale e sanitario al quale sono stati esposti i cittadini e chiede massima trasparenza ed informazione sull'accaduto. Rilancia l'urgenza di ottenere, nell'autorizzazione integrata ambientale, misure radicalmente restrittive verso le emissioni in atmosfera e le condizioni di funzionamento della centrale, andando verso il ridimensionamento dell'esercizio della stessa tramite carbone e olio.
 "Si deve al più presto chiudere il ciclo del carbone"- spiegano i responsabili in una nota.

Legambiente richiama il Sindaco alle sue responsabilità in materia sanitaria, anche e soprattutto nella fase di approntamento dell'AIA.
 "In conformità a questo, chiediamo, come detto dallo stesso Sindaco incontrando il 6 Gennaio 2013 il Comitato Spezia Via Dal Carbone, la pubblicizzazione dei dati sanitari in merito alle patologie riconducibili al l'inquinamento atmosferico di cui tanta parte è la centrale Enel.  
Inoltre, si chiede un accertamento giuridico per l’avvio di una causa di risarcimento danni sulla base delle condanne penali degli anni 90".

19 gennaio 2013

1) L'Arpa impone blocco idrovore nella centrale Enel di Brindisi 2)Vendola chiede i danni al gruppo Enel

Tratto da "Il Corriere del Mezzogiorno"

Acqua in nastro trasportatore l'Arpa impone blocco idrovore nella centrale Enel di Brindisi

 BRINDISI – L'Arpa di Brindisi (Agenzia regionale protezione ambiente) ha imposto la scorsa notte il blocco alle idrovore che da alcuni giorni erano all’opera per liberare il nastro trasportatore di carbone della centrale Enel Federico II di Cerano (Brindisi) invaso dall’acqua a causa dei temporali dello scorso 15 gennaio.

Sul posto si sta recando il direttore dell’Arpa Puglia, Giorgio Assennato, oltre alla dirigente del dipartimento di Brindisi, Anna Maria D’Agnano. Secondo quanto accertato e riferito dall’ufficio di polizia giudiziaria dell’Arpa al magistrato di turno, Iolanda Daniela Chimienti, che sta coordinando le operazioni di accertamento, le idrovore che erano in funzione per svuotare la trincea di alcuni tratti del nastro trasportatore (lungo complessivamente 13 chilometri) avrebbero provocato lo sversamento dell’acqua piovana entrate in contatto con i residui di carbone presenti sul nastro, nel vicino Fiume Grande che sfocia nel porto esterno di Brindisi e forse anche nei terreni circostanti.


Tratto da Futura TV.it

Vendola chiede i danni al gruppo Enel
Vendola chiede i danni al gruppo Enel - Brindisi - FuturaTv
"

 
Brindisi -       Dopo l'impossibilità di costituirsi parte civile nel corso del processo Enel, per via della richiesta da parte dell’avvocatura regionale presentata in ritardo, il Governatore della Puglia Nichi Vendola invia a mezzo raccomandata la richiesta di risarcimento danni  al gruppo.
 

La missiva riguarda infatti il "Risarcimento dei danni patrimoniali e non prodotti a carico dell’ambiente e del territorio del Comune di Brindisi causati da Enel per aver - nel periodo intercorrente tra il 2000 e l’agosto 2011- scaricato, trasportato - avvalendosi di un nastro trasportatore articolato su più torri di snodo - e stoccato milioni di tonnellate di carbone su una superficie a cielo aperto di 125.000 metri quadri, senza adottare i doverosi accorgimenti tecnici, necessari ad evitare la diffusione delle polveri di carbone, con inevitabili ed irreparabili danni sia per le numerose aree agricole  sia per i nuclei familiari situati nelle vicinanze dell’impianto".

03 dicembre 2012

Ilva, lottano anche i cittadini, raffica di cause civili .....




Tratto da Ecologiae

Ilva, lottano anche i cittadini, raffica di cause civili e possibile class action

Nella complicatissima vicenda Ilva anche i cittadini di Taranto, e del quartiere Tamburi più nello specifico, potrebbero giocare un ruolo importante. Contro l’azienda è giunta una raffica di cause civili di 149 tra privati cittadini ed enti. La richiesta di risarcimento, piuttosto contenuta, potrebbe aumentare enormemente, e gli specialisti vedono una class action contro l’Ilva come ipotesi sempre più concreta.

Poco dopo il via libera da parte del Consiglio dei ministri al decreto legge per la riapertura dell’Ilva e le durissime risposte del Gip e della Procura che promettono dura battaglia al governo, un terzo elemento rivendica un ruolo importante nella vicenda Ilva, un terzo elemento composto da cittadini ed enti di Taranto, uniti in una raffica di cause civili contro l’impianto siderurgico. Potrebbero davvero i cittadini giocare un ruolo fondamentale nella vicenda? Non è da escludere.
Il risarcimento chiesto all’azienda, per il momento, è fermo sui 9 milioni di euro circa, cifra alquanto modesta, non sufficiente a mettere davvero nei guai l’Ilva, ma forse la situazione non è così semplice per l’azienda tarantina. I 9 milioni di euro in questioni si sommano ai 700 milioni già chiesti dal comune, ma queste cifre potrebbero levitare enormemente.  
Un interessante studio dell’associazione Peacelink, riportato dai maggiori quotidiani nelle ultime ore, spiega che la richiesta di risarcimento può salire fino a 6 miliardi di euro nel processo sui Parchi Minerari che vede protagonista il comune. Come ha spiegato Alessandro Marescotti di Peacelink

Una cifra che si ricava dalla quantificazione dell’Agenzia Europea per l’Ambiente che ha stimato i danni sanitari e ambientali del 2010 da 283 a 463 milioni di euro all’anno. L’Ilva è in attività da 17 anni e dunque ecco come si arriva ai 6 miliardi.
Forse il comune e i cittadini di Taranto non sono un problema per l’Ilva in questo specifico momento, ma potrebbero diventarlo: gli esperti pensano che una class action contro l’azienda, dato che i danni causati alla salute e all’ambiente sono comprovabili, possa prendere forma a breve. E allora la vicenda dell’impianto siderurgico potrebbe conoscere una nuova importante svolta.

Leggi su Peacelink 

"Con la Costituzione, contro il decreto per l'Ilva" 

16 novembre 2012

Dott. Giovanni Ghirga : "Ossido di carbonio (co) e rischi per le popolazioni.

A PROPOSITO DI CO............
Tratto da Facebook del Dottor Giovanni Ghirga Medico Isde dell' Alto Lazio che ringraziamo per la collaborazione e competenza.

In merito alla richiesta di innalzamento del valore limite di 50 mg/Nm3 di CO, leggete i rischi per le popolazioni:
Uno studio effettuato sulla popolazione di 19 città europee, APHEA-2 (Air Pollution and Health: A European Approach) Project, ha analizzato l’effetto a breve termine dell’esposizione outdoor all’ossido di carbonio (CO) sulla mortalità.

 

Gli autori hanno rilevato che i livelli outdoor di CO causano un aumento della mortalità giornaliera per tutte le cause ed in particolare per malattie cardiovascolari.
 Questi gravi effetti sulla salute persistono anche a livelli molto bassi di CO ed indicano che non esiste una soglia sotto la quale respirare questo gas tossico non crea problemi all’essere umano.
La relazione tra esposizione al CO è la mortalità è di tipo lineare, vale a dire che la mortalità aumenta in proporzione all’aumentare dei livelli di questo inquinante. 

 In particolare ad ogni aumento di 1 mg/Nm3 di CO corrisponde un aumento dell’1 % della mortalità totale.
Lo studio ha utilizzato il più vasto database europeo disponibile ed i suoi risultati non sono stati una sorpresa per la comunità medica perché l’associazione CO/mortalità è stata già dimostrata a Los Angeles, California (Kinney e Ozkaynak, 1991; Shumway e coll. 1988), in Olanda (Fischer e coll. 2003), in Russia (Katsnel’son e coll. 2.000) ed in Canada (Burnett e coll. 1998°, 1998b).



Numerosi studi hanno dimostrato che l’esposizione al CO causa un aumento dei ricoveri ospedalieri per scompenso cardiaco (Morris e Naumova 1995; Morris, 1998; Burnett e coll. 1997; Schwarts e Morris 1995).
Una ricerca pubblicata su the American Journal of Epidemiology ha messo in evidenza un legame diretto tra CO e malformazioni cardiache nel neonato quando l’esposizione avviene al secondo mese di gravidanza.


Il costo sia in termini di sofferenza per la popolazione che di spese per la società è enorme e la richiesta di risarcimento per i danni provocati non potrà che essere a carico di chi, nonostante sia stato messo a conoscenza, proceda nella autorizzazione ad un aumento del valore limite di emissione di CO.
 

Una modifica del valore limite imposto di 50 mg/Nm3, dato il grave impatto sulla salute della popolazioni, rende imperativa l’informazione sui rischi che verranno fatti correre anche alle donne in stato di gravidanza; questo nel rispetto della direttiva sull'accesso del pubblico all'informazione ambientale (dir. 2003/4/CE). Secondo tale direttiva il non rendere disponibili al pubblico tali informazioni rappresenta la violazione di un diritto sancito dalla Commissione Europea e riconosciuto dallo stato italiano (decreto legislativo 19 agosto 2005, n. 195).
Anche a Civitavecchia è stata chiesta ed ottenuta una deroga alle emissioni di ossido di carbonio: AMEN !http://www.savonanews.it/2012/11/15/leggi-notizia/argomenti/cronaca-2/articolo/le-incredibili-parole-del-sindaco-di-vado-sulle-concessioni-a-tirreno-power.html#.UKVFqpBd59B


  Immagini  tratte dall' ALLEGATO C del PIC della Conferenza AIA per la Centrale Tirreno Power

Punto 10.3.1 Emissioni convogliate




24 agosto 2012

1)CIVITAVECCHIA:Lungarini: "La centrale Enel dovrebbe essere chiusa oggi stesso".2) BRINDISI: polveri disperse dalla centrale Enel: la Provincia vuole 500 milioni per risarcimento danni....

A PROPOSITO DI CENTRALI A CARBONE DUE RECENTISSIMI ARTICOLI IL PRIMO DA CIVITAVECCHIA E IL SECONDO DA BRINDISI:
PER IL CARBONE MALA TEMPORA CURRUNT...

Tratto da Civitavecchia TodayCivitavecchia: Lungarini, la centrale Enel và chiusa oggi stesso

Lungarini: "La centrale Enel dovrebbe essere chiusa oggi stesso"

di Sonia Bertino
"La centrale a carbone dovrebbe essere chiusa oggi stesso e bene farebbe il sindaco ad emanare una specifica ordinanza contenente le prescrizioni previsti dalle norme sulla sanità pubblica, imponendo a Enel di adeguarsi immediatamente al regolamento comunitario 166/06 e al Bref del 2006, in attesa di richiedere altresì una nuova procedura di Autorizzazione Integrata Ambientale al Ministero".
Parola del consigliere comunale di maggioranza e delegato al Tribunale Fabrizio Lungarini. Dichiarazioni che vanno ad aggiungersi al calderone già stracolmo di dichiarazioni pro e contro centrale Enel e che sta dividendo l'opinione pubblica anche nazionale. Con richieste di incontro all'amministrazione comunale che piovono anche da Porto Tolle.
"Enel, nella consapevolezza di violare le normative comunitarie sulle emissioni inquinanti continua a esercitare la propria attività sulla scorta di una autorizzazione integrata ambientale scaduta e da invalidare. Da delegato agli affari legali - spiega Lungarini - ho infatti esaminato i provvedimenti che nel tempo si sono succeduti e ho constatato che il decreto autorizzativo originario risale ormai al 2003 e che lo stesso è stato solo parzialmente riesaminato, limitatamente ad alcuni aspetti, nel 2009. 
 In quella occasione con evidenti forzature - aggiunge il consigliere comunale di maggioranza - si è agito sistematicamente in deroga al Bref comunitario che limita grandemente le emissioni a livello comunitario anche in base all'utilizzo delle migliori tecnologie disponibili".
Insomma "i parametri valutati nel 2003 sono sicuramente scaduti e fuori legge, mentre quelli del 2009, che comprendono anche le emissioni di ossido di carbonio, sono largamente eccedenti i limiti concessi dalla Comunità Europea.
 Prova ne è anche a seguito dell'istituzione del registro europeo degli agenti inquinanti delle centrali, l'Enel e il Ministero dell'ambiente non hanno mai comunicato i dati della centrale a carbone di Civitavecchia, mentre la nostra centrale non è stata censita e certificata dal registro comunitario delle centrali che rispettano i parametri Bref".
Considerazione facilmente a portata di tutti, cittadini compresi, che possono "verificare quanto vado dicendo collegandosi al sito http://prtr.ec.europa.eu/ dove troveranno miseramente i dati relativi all'anno 2004, laddove è onere di ciascun produttore e del Ministero di trasmettere annualmente i dati aggiornati di 91 sostanze inquinanti".



Potrebbe interessarti: http://civitavecchia.romatoday.it/lungarini-chiusura-tvn.html
Leggi le altre notizie su: http://www.romatoday.it/ o seguici su Facebook: http://www.facebook.com/pages/RomaToday/41916963809

_____________________

Brindisi, polveri disperse dalla centrale Enel: la Provincia vuole 500 milioni .

L'ente si costituirà parte civile nel processo a carico di 15 persone che si aprirà a dicembre e chiede un risarcimento per danni di immagine, ambientali, alla salute, alla perdita di chance per il territorio

centrale carbone_interna nuova
La Provincia di Brindisi vuole 500 milioni di euro di risarcimento per la dispersione di polveri di carbone dal nastro trasportatore della centrale elettrica Federico II di Cerano, impianto a 12 chilometri da Brindisi, da 2.640 megawatt.
 L’ente ha fatto sapere che si costituirà parte civile nel processo contro 13 dirigenti Enel e due imprenditori. La giunta provinciale, guidata da Massimo Ferrarese, ha deliberato di voler prendere parte al dibattimento che comincerà il 12 dicembre prossimo e ha quantificato l’importo da richiedere “salvo maggiori somme che dovessero risultare accertate a seguito dei procedimenti giudiziari”. Inoltre da Brindisi hanno conferito il mandato al legale incaricato, Rosario Almiento, di citare nel processo in qualità di responsabile civile, per i fatti commessi dagli imputati e dai dipendenti di Enel Produzione Spa, “relativamente al risarcimento dei danni di immagine, ambientali, alla salute, alla perdita di chance per il territorio e per altri eventuali e potenziali voci di danno patrimoniali e non subiti dalla provincia e dai cittadini”
La Provincia di Brindisi è solo una delle 38 parti offese inserite dal pubblico ministero Giuseppe De Nozza nel decreto col quale il 31 luglio scorso ha citato direttamente a giudizio 15 persone. I fatti contestati nell’inchiesta, da poco conclusa, risalgono a un periodo compreso tra il 2000 e il 2011. Secondo l’accusa non sarebbero state attuate le azioni necessarie per scongiurare o ridurre la dispersione della polvere di carbone che avrebbe così provocato “danni, insudiciamento e imbrattamento delle colture”. Agli imputati, oltre al getto di cose pericolose, è contestato anche il reato di danneggiamento. 
Oltre alla Provincia sono parti offese anche  il ministero dell’Ambiente, Federutenti di Bari e il Comune di Brindisi. Quest’ultimo però, non sarebbe nelle condizioni di costituirsi parte civile perché l’ex sindaco Domenico Mennitti nel febbraio 2010 ha stipulato un accordo transattivo con Enel.

22 agosto 2012

Panorama:Non solo Taranto. Le "altre" Ilva in Italia....

Non solo Taranto. Le "altre" Ilva in Italia

 Tratto da Panorama

Almeno 60 siti italiani nella lista dei 622 più “tossici” del continente. Il primato va alla centrale Enel di Brindisi

di Marino Petrelli
Taranto, ma non solo.
Ci sono oltre 60 fabbriche italiane dove ci si ammala per l'inquinamento prodotto dagli stabilimenti industriali. Per un costo complessivo, per i cittadini europei, di quasi 169 miliardi annui. Lo stabilisce il rapporto 2011 dell’Agenzia europea per l’ambiente (Eea) sull'inquinamento prodotto dagli stabilimenti industriali in Europa, secondo il quale nella lista dei 622 siti più “tossici” del continente, almeno 60 sono del nostro paese. Il triste primato non spetta all'Ilva di Taranto, ma alla centrale Enel termoelettrica a carbone “Federico II” a Cerano, pochi chilometri a sud di  Brindisi, la seconda più grande del paese dopo quella di Civitavecchia.
Come ha testimoniato Panorama.it, una lunga storia accompagna questa centrale che dista da Taranto non più di 70 chilometri. Dal 2007 ha emesso 14,2 tonnellate di Co2, almeno 3 volte tanto quello delle altre fabbriche, aggiudicandosi il ben poco invidiabile titolo di centrale più inquinante d'Italia. Secondo il rapporto dell'Agenzia europea per l'ambiente, da sola genera costi connessi ad inquinamento tra i 536 e i 707 milioni di euro l'anno.
Nello stesso anno, l'allora sindaco Domenico Mennitti firmò un'ordinanza che vietava la coltivazione dei 400 ettari di terreno che circondano la centrale. Da allora i contadini chiedono a gran voce cosa abbia avvelenato i loro campi. E, forse, anche i loro polmoni. 
Alla fine hanno presentato un esposto, a partire dal quale la procura di Brindisi ha aperto un'inchiesta. Tra i quindici indagati, ci sono dirigenti Enel e imprenditori addetti al trasporto del carbone che alimenta la centrale, accusati di gettito pericoloso di cose, danneggiamento delle colture e insudiciamento delle abitazioni. Il processo partirà il prossimo 12 dicembre.  

La provincia di Brindisi ha annunciato che si costituirà parte civile e chiederà, secondo quanto apprende Panorama.it, un risarcimento di 500 milioni di euro relativamente ai danni di immagine, ambientali, alla salute, alla perdita di chance per il territorio e per altri eventuali e potenziali voci di danno patrimoniali e non subiti dalla provincia e dai cittadini. Una notizia che, da indiscrezioni raccolte in città, avrebbe lasciato stupiti i vertici di Enel che reputano la richiesta "infondata e inammissibile".

ILVA E SARAS TRA LE PIU' INQUINANTI IN ITALIA
In Italia ci sono 57 aree tossiche, pari a 298 comuni, i cosiddetti Sin (Siti di interesse nazionale) compresi nel “Programma nazionale di bonifica” e coincidenti con i maggiori agglomerati industriali nazionali. Siti “a rischio” come Taranto, sono da anni sotto la lente d'ingrandimento del ministero della Salute, per i problemi causati alla popolazione che vive nella zona. Ad esempio, in Sicilia, le aree intorno al petrolchimico di Gela, quello di Augusta e le raffinerie a Milazzo. Queste aree sono state dichiarate “a elevato rischio ambientale” da uno studio dell’Istituto superiore di sanità, che ha osservato un’alta incidenza di patologie tumorali sia negli uomini che nelle donne. I siciliani che lavorano o abitano attorno a questi stabilimenti industriali, secondo l'Iss, si ammalano soprattutto di “tumore maligno del colon retto, della laringe, della trachea, bronchi e polmoni”.  
È quello che denuncia anche il sindaco di Civitavecchia Pietro Tidei, che ha minacciato di far chiudere la centrale Enel a carbone di Torrevaldaliga Nord per l’inquinamento prodotto dai fumi.
Bisogna scendere al 52 esimo posto per trovare gli stabilimenti dell’Ilva di Taranto, con l’emissione di 5.160.000 tonnellate di anidride carbonica all’anno e che ci costa dai 283 ai 463 milioni, circondati dalle raffinerie e dalle centrali termoelettriche di Eni, all’80esimo posto della lista Eea. Un po' più giù, al 69esimo posto a livello europeo, ma tra le prime in Italia, le “Raffinerie Sarde Saras” di Sarroch, in provincia di Cagliari, di proprietà della famiglia Moratti. La raffineria più grande d’Italia, con oltre 2200 lavoratori e una capacità di produzione di 15 milioni di tonnellate annue di petrolio, pari al 15% dell'intera capacità italiana di raffinazione. Anche qui la procura della Repubblica ha aperto un fascicolo sulla attività della Saras e sulle presunte conseguenze per la salute degli operai e degli abitanti di Sarroch. Nella raffineria nel maggio 2009 tre operai sono morti intossicati dall’azoto nel corso di una operazione di lavaggio di una cisterna, e quattro dirigenti sono stati rinviati a giudizio per non aver garantito agli operai le condizioni di sicurezza necessarie sul posto di lavoro.
Nella nefasta classifica, seguono la centrale termoelettrica E.on di Fiume Santo, a Sassari, all'87esimo posto; l'impianto termoelettrico Enel di Fusina al 108esimo posto; la centrale di Vado Ligure di Tirreno Power al 118esimo posto. E ancora: la centrale di San Filippo del Mela al 128esimo posto, la raffineria Esso di Augusta, in Sicilia, al 145esimo posto, quella Eni di Sannazzaro de' Burgondi, Pavia, al 148esimo.
LE EMISSIONI COSTANO 330 EURO A PERSONA
Come detto, il costo complessivo a livello europeo si aggira sui 169 miliardi di euro. Per la precisione, a seconda delle metodologie adoperate per calcolare gli oneri che vengono esternalizzati dalle imprese sull'ambiente circostante, le emissioni di agenti inquinanti nel 2009, ultimo dato disponibile nella ricerca, pesavano tra i 102 e i 169 miliardi l'anno, ovvero dai 200 ai 330 euro a persona. Colpisce di più che ben il 50 per cento dei costi aggiuntivi, tra 51 e 85 miliardi, sono generati da soltanto 191 impianti. Si tratta del 2% del totale di quelli censiti, quelli più “sporchi” in assoluto. Il 75% del totale delle emissioni è prodotto invece da soli 622 siti industriali.
A guidare la classifica sono le centrali termoelettriche, in particolare a carbone o a olio combustibile. Il discutibile primato di industria più inquinante in assoluto d'Europa se lo aggiudica la famigerata centrale elettrica di Belchatow, nei pressi di Lodz, in Polonia, un “mostro” alimentato a lignite da 5.000 Megawatt. Tra le prime venti troviamo anche la centrale di Brindisi.
Il rapporto dell'Aea utilizza gli ufficialissimi dati del registro europeo delle emissioni (E-PRTR) che registra 10 mila impianti industriali e si basa su strumenti e metodi certificati. Le emissioni delle grandi centrali elettriche sono quelle più costose, tra 66 e 112 miliardi. ........
Leggi tutto su Panorama

Tratto da LinKiesta
Ecco la mappa delle area industriali inquinanti in Italia segnalate dalla Agenzia europea per l'ambiente. 

Visualizza Le Ilva d'Italia in una mappa di dimensioni maggiori

Leggi anche l'articolo  su LinKiesta


Leggi anche   Su Il Fatto Quotidiano


Ilva, il sindaco di Taranto vieta l’accesso alle aree verdi del rione Tamburi

Ippazio Stefàno ha emesso un'ordinanza urgente con cui vieta l'accesso nei giardini del quartiere martoriato dalle polveri provenienti dalla fabbrica del Gruppo Riva: il contatto con le polveri inquinanti è pericoloso. Già nel 2010 il primo cittadino aveva emesso un provvedimento simile rivolto ai bambini...

Leggi tutto