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30 marzo 2016

Rinnovabili .Andrà perso il trilione di dollari investito nel carbone

Tratto da Rinnovabili.it

Andrà perso il trilione di dollari investito nel carbone

Quasi 1.000 miliardi sono stati investiti in nuovi impianti a carbone. Ma potrebbe trattarsi di soldi che l’industria non riavrà mai indietro
Andrà perso il trilione di dollari investito nel carbone
(Rinnovabili.it) – Per l’Università di Oxford, il carbone è uno degli investimenti più rischiosi del mondo. Lo ha capito la Scozia, che ha chiuso l’ultimo impianto la scorsa settimana davanti a un tripudio di giornalisti. Secondo un nuovo rapporto dell’organizzazione Sierra Club, redatto insieme a Greenpeace e CoalSwarm, un trilione di dollari investiti nel settore potrebbero finire nella spazzatura a causa delle nuove preoccupazioni nei confronti del cambiamento climatico.

Circa 1.500 nuove centrali a carbone sono in fase di costruzione o pianificazione in tutto il mondo, ma la generazione elettrica da combustibili fossili è diminuita negli ultimi anni, spiega il dossier. In Cina, gli impianti esistenti sono utilizzati solo per il 50% del tempo, mentre l’uso del carbone sembra in calo e 250 nuove installazioni sono state bloccate in metà delle province del Paese.

Il settore del carbone è stato duramente colpito dalla crescente regolamentazione per frenare il riscaldamento globale e tagliare l’inquinamento atmosferico. Anche i nuovi allarmi del mondo scientifico, che sta tentando di sensibilizzare i governi in merito al pochissimo tempo rimasto prima che avvenga l’irreparabile, giocano un ruolo nell’aumento delle preoccupazioni. Infine, il crollo dei prezzi delle energie rinnovabili sta mettendo fuori mercato il combustibile più inquinante.

Andrà perso il trilione di dollari investito nel carbone 2«Questa ricerca rivela che centinaia di miliardi potrebbero essere sprecati in centrali a carbone non necessarie – ha detto Ted Nace, direttore di CoalSwarm – Ma non c’è in gioco solo il denaro. Il tempo stringe per la transizione all’energia pulita».

Il calcolo delle ONG prende in esame 981 miliardi di investimenti in centrali a carbone, ipotizzando che non tutte verranno realizzate. Per definire il trend, sono stati utilizzati i tassi di implementazione dei progetti registrati negli ultimi 5 anni in ciascuna regione del mondo dove i nuovi impianti sono stati progettati. Il rapporto determina i potenziali impatti solo sulla spesa in conto capitale.
In gran parte, secondo il report, questo denaro non potrà essere recuperato: la cifra supera di una volta e mezza l’importo che l’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) ritiene necessario per porre fine alla povertà energetica di 1,2 miliardi di persone. Con il miglioramento della legislazione sul clima da un lato, e le proteste pubbliche per gli impatti sanitari dall’altro, l’industria deve trovare al più presto la via della riconversione. 
O gli azionisti delle compagnie potrebbero andare incontro a pesanti perdite.

Tratto da  Meteoweb
Le compagnie energetiche mondiali potrebbero sprecare mille miliardi di dollari in investimenti in nuove centrali a carbone. 
A dirlo è un nuovo rapporto stilato dai gruppi ambientalisti Sierra Club, Greenpeace eCoalSwarm. “Nonostante la quantità di elettricità generata dal carbone sia diminuita per due anni di fila, l’industria ignora il trend e continua a costruire nuove centrali a carbone“, si legge nel report. Al momento vengono costruiti impianti in grado di produrre 338 gigawatt di energia. Nel complesso sono circa 1.500 le centrali che le compagnie vogliono creare nonostante i governi mondiali si siano voluti impegnare a ridurre le emissioni di CO2.
Gli investimenti sono stimanti in 981 miliardi di dollari. Le emissioni generate dalle centrali a carbone sono del 150% più alte rispetto al livello sostenibile per limitare l’aumento delle temperature globali entro i 2°C come stabilito dal summit dell’Onu sul clima. Ciò significa che “la maggior parte degli impianti esistenti e pianificati dovranno essere chiusi ben prima della fine del loro ciclo di vita“. 

1)La Campagna “RIFIUTIAMOLI! BASTA INCENERITORI!” 2)Si farà un referendum anche sugli inceneritori?

Tratto da anagnia.com

Colleferro. Incontro pubblico con la dott.ssa Patrizia Gentilini; appuntamento il 2 aprile prossimo

29 marzo 2016

La Campagna “RIFIUTIAMOLI! BASTA INCENERITORI!”, in preparazione della manifestazione popolare del 9 aprile 2016 a Colleferro sulla situazione degli inceneritori locali, sui quali pesa la realistica possibilità di un loro ammodernamento (revamping), organizza l’incontro pubblico sul tema “Ambiente, inquinamento e salute: non c’è più tempo da perdere”, relatrice la Dott.ssa Patrizia Gentilini.
L’evento consentirà di mettere in risalto la correlazione tra l’inquinamento ambientale e la salute delle popolazioni residenti e ove questi problemi sono significativi di evidenziarne gli effetti devastanti, come nel caso specifico della valle del Sacco, avvelenata da pesticidi contenuti in fusti tossici interrati.Leggi tutto

Tratto da Pubblic policy

Si farà un referendum anche sugli inceneritori?

industria
ROMA (Public Policy) - Pubblicato in Gazzetta ufficiale il comunicato della Corte di Cassazione in merito al referendum  contro gli inceneritori.

Il quesito - avanzato dal movimento 'Legge rifiuti 0' - interviene sull'articolo 35 del decreto Sblocca Italia chiedendo, in sostanza, di bloccare il potenziamento degli inceneritori già in funzione e stoppare la costruzione di altri 8 (individuati con un dpcm che ha ricevuto l'ok delle Regioni).

Il termine per la raccolta delle firme necessarie dovrebbe essere fissato intorno al 9 luglio.

29 marzo 2016

Per il referendum il 17 Aprile ISDE Associazione Medici per l’Ambiente invita a votare un "SI CONSAPEVOLE" per la salute di oggi e di domani.

Tratto da Greenreport

Referendum del 17 Aprile: gli impatti ambientali e sanitari delle trivellazioni

Associazione Medici per l'Ambiente - ISDE Italia: per un Sì consapevole.
[29 marzo 2016]
Trivelle salute
Il 17 Aprile prossimo, con il Referendum sulle trivelle, i cittadini italiani sono chiamati ad esprimersi sul quesito abrogativo che riguarda l’articolo 6, comma 17 del codice dell’ambiente: “Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c’è ancora gas o petrolio?”.
Associazione Medici per l’Ambiente – ISDE Italia auspica la più ampia partecipazione al Referendum ed invita a votare SI per la salute di oggi e domani.
Deve essere questa l’occasione per una profonda riflessione circa l’inderogabile necessità ed urgenza di cambiare il modello di sviluppo ancor oggi basato sulla combustione dei fossili. Tale modello, oltre agli alti costi sanitari imposti all’uomo e a tutta la biosfera per via dell’inquinamenti delle varie matrici ambientali, appare sempre più fragile e insostenibile sul piano economico.
Negli ultimi 18 mesi il prezzo del greggio è calato circa del 70%: andare a cercare con accanimento e con tecniche sempre più costose e impattanti una risorsa che perde sempre più valore, può contribuire, oltre al danno alla salute e all’ambiente, a minare ulteriormente la tenuta economica del Paese.
Poche gocce di petrolio di scarsa qualità, mettono in pericolo le nostre bellissime coste, culla della nostra storia e della nostra cultura e possibile fonte economica malamente sfruttata oltre che la fauna e la pesca sostenibile.
La perforazione di un pozzo può avvenire sulla terra ferma (“onshore”) o in mare (“offshore”); gli impatti ambientali e sanitari, conseguentemente, saranno di diversa natura e graveranno in maniera differente in questi differenti contesti ma è importante dire SI oggi per avviare un processo di cambiamento che ci proietti verso fonti di energia alternative rinnovabili che ci permettano di rispettare l’ambiente e di tutelare la nostra salute.
Quando parliamo di trivelle offshore, nessuno può escludere un incidente. E in un mare chiuso come il Mediterraneo, un disastro petrolifero causerebbe danni gravissimi e irreversibili.
Comunque, anche in assenza di incidenti rilevanti, le estrazioni petrolifere comportano indiscutibilmente pesanti impatti ambientali – e quindi sulla salute umana, essendo l’ambiente un determinante fondamentale della salute – come dettagliatamente riportato nel testo di due studiosi italiani: “L’Impatto Ambientale del Petrolio, in Mare e in Terra” (Galaad Edizioni). Anche un recente rapporto di Greenpeace, relativo alle attività estrattive in Adriatico esaminate dal 2012 al 2014 ha evidenziato che tra i composti che superano con maggiore frequenza i valori definiti dagli Standard di Qualità Ambientale, rilevati nei sedimenti prossimi alle piattaforme, si trovano metalli pesanti, quali cromo, nichel, piombo (e talvolta anche mercurio, cadmio e arsenico). Inoltre, sono risultati rilevabili anche idrocarburi policiclici aromatici (IPA), come fluorantene, benzo[b]fluorantene, benzo[k]fluorantene, benzo[a]pirene e altri, variamente associati.
Tutte queste sostanze sono tossiche, spesso persistenti e bioaccumulabili ed alcune sono state già riconosciute cancerogene per l’uomo; esse possono risalire la catena alimentare attraverso la bio-magnificazione, raggiungendo così l’uomo in concentrazioni elevate e tali da causare seri danni all’organismo. In particolare per metalli pesanti quali piombo e soprattutto mercurio l’esposizione umana avviene attraverso pesce contaminato, specie se di grossa taglia, tanto che alle donne in gravidanza ne viene sconsigliato il consumo. Queste sostanze non solo si accumulano nei nostri corpi, ma passano anche dalla madre al feto durante la gravidanza ed interferiscono in particolare con lo sviluppo cerebrale del nascituro fino a comportare ritardo mentale e deficit del Quoziente intellettivo. I metalli pesanti oltre a effetti di tipo cancerogeno e neurologico comportano anche effetti a livello cardiovascolare, renale ed osseo con maggior rischio di osteoporosi. Parimenti pericolose sono poi le miscele di IPA per le quali è stato dimostrato – per fenomeni di azione sinergica – un aumento di rischio di insorgenza di cancro, soprattutto in presenza di benzo(a)pirene.
Non va infine dimenticato che come per alcuni IPA, anche per metalli quali l’arsenico, il cadmio, il nickel, classificati da decenni come cancerogeni per l’uomo, non esiste una soglia identificabile al di sotto della quale queste sostanze non comportino un rischio per la salute umana.
Associazione Medici per l’Ambiente – ISDE Italia

STOP TTIP - Il TTIP può danneggiare gravemente la salute pubblica...e non solo

 Epidemiologia & Prevenzione :

Il TTIP può danneggiare gravemente la salute pubblica...e non solo

Il TTIP, trattato USA-UE su commercio e investimenti, oggetto di negoziati a lungo tenuti segreti, getta molte ombre su temi rilevanti per la salute dei cittadini. Un articolo pubblicato su Epidemiologia&Prevenzione analizza ciò che può mettere a rischio non solo la qualità dei cibi, ma anche l’accesso alle cure sanitarie, le politiche di contrasto ai cambiamenti climatici, la sovranità dei singoli Stati europei. Una minaccia non solo per la salute degli individui, dunque, ma anche per la stessa democrazia in Europa.

di Redazione - 29 Marzo 2016


Il potenziale impatto del partenariato transatlantico sul commercio e gli investimenti (TTIP) sulla salute pubblica è il titolo dall’articolo pubblicato da Epidemiologia & Prevenzione, rivista dell’Associazione italiana di epidemiologia, a firma di Roberto De Vogli e Noemi Renzetti (University of California Davis, US) in cui vengono passati in rassegna i diversi capitoli del TTIP che potrebbero interagire con la tutela della salute dei cittadini europei.

Il TTIP, versione europea dei trattati di libero commercio (NAFTA e TPP) già in vigore dall’altra parte del mondo, è un documento complesso. Gli autori analizzano i possibili effetti sulla salute dell’introduzione del Trattato scandagliandone meticolosamente il testo, mettendo a confronto le opinioni di sostenitori e detrattori, e sostanziando la loro analisi con esempi concreti.


SALUTE AMBIENTALE

«Il più grave effetto sulla salute del TTIP presumibilmente riguarda la sua capacità di influenzare le politiche ambientali» sostengono gli autori. Per esempio, le disposizioni in merito alle controversie tra investitori e Stati «potrebbero molto probabilmente essere sfruttate da grandi aziende di combustibili fossili per citare in giudizio quei governi che cercano di limitare l’estrazione e l’esportazione dei combustibili stessi», in contraddizione con gli impegni appena presi dalla conferenza sul clima di Parigi.

PROFITTO VS SALUTE

Gli autori concludono con una valutazione delle possibili ricadute del TTIP sulle politiche interne degli Stati, portando come esempio anche quanto già verificatosi in altri Paesi dove da anni sono in vigore simili trattati di libero scambio (come il NAFTA in Nordamerica).
«La nostra analisi» affermano «dimostra come, nonostante i promotori del TTIP sostengano che il trattato produrrà effetti vantaggiosi su fattori in grado di migliorare la salute, come la crescita economica e l’occupazione, l’evidenza storica documenti invece che le politiche di liberalizzazione commerciale tendono a incrementare le disuguaglianze economiche e, con esse, la possibilità di accedere alle cure»

E chiosano: «La politica commerciale non dovrebbe considerare le regole dirette a tutelare la salute pubblica come ostacoli tecnici al commercio, e il “diritto a trarre profitto” non dovrebbe avere la priorità sul “diritto alla salute”».

ACCESSO AI FARMACI E ALL’ASSISTENZA SANITARIA

In teoria, favorendo gli scambi tra le due sponde dell’Oceano e promuovendo una maggiore cooperazione tra le istituzioni governative che sovrintendono alle politiche dei farmaci, il TTIP potrebbe migliorare la cooperazione scientifica nella ricerca farmacologica e ridurre la duplicazione di processi. Ma il capitolo sulla proprietà intellettuale e sugli aspetti commerciali ad essa connessi, che estendono il monopolio dei brevetti, porterebbe a un aumento dei prezzi dei medicinali e, in ultima istanza, a diminuire l’accesso alle cure, soprattutto dei soggetti più svantaggiati.

Non solo. Una possibile minaccia viene dal capitolo relativo all’accordo sui servizi che, oltre a prevedere l’apertura dei servizi sanitari pubblici alla concorrenza, anche privata, comprende una clausola cosiddetta «antiarretramento», che impedisce a servizi pubblici che siano stati privatizzati di ritornare in mano pubblica, configurando «una grave violazione contro la libertà delle nazioni di scegliere il proprio sistema sanitario di preferenza».


PATOLOGIE CORRELATE ALLA DIETA E L’AGRICOLTURA

Spingere verso regimi normativi meno restrittivi nel commercio è uno degli obiettivi del TTIP che potrebbe avere riflessi negativi sia sui consumi alimentari sia sulla sicurezza degli alimenti.
L’esempio del Messico è illuminante: dalla introduzione del NAFTA, nel 1994, e il conseguente aumento della presenza nel Paese di multinazionali del fast food e dei soft drink, il Messico è al secondo posto nel mondo per consumo di bevande zuccherate e ha una delle più alte prevalenze di diabete nel Pianeta.
Ma c’è un altro rischio, questa volta collegato al capitolo “misure sanitarie e fitosanitarie” che riguarda le norme sulla presenza negli alimenti di additivi alimentari, contaminanti, tossine. Il pericolo è che le norme europee vengano annacquate per avvicinarsi a quelle, notoriamente meno restrittive, d’Oltreoceano. Potrebbero così aumentare le importazioni non solo di cibi geneticamente modificati, ma anche di carni bovine trattate con ormoni e di polli trattati con il cloro(pratiche permesse negli Stati uniti).


CONSUMO DI ALCOL E TABACCO

Episodi già verificatisi in diverse parti del mondo dimostrano come politiche attuate per limitare il consumo di alcol e tabacco siano state attaccate in quanto considerate ostacoli al libero commercio.

Una situazione aggravata dal capitolo del TTIP riguardante le controversie tra investitori e singoli Stati, che consente agli investitori stranieri di citare in giudizio, di fronte a tribunali internazionali privati, gli stati che abbiano approvato una legge in grado di ridurre il valore del loro investimento. «Un meccanismo che le multinazionali del tabacco hanno già mostrato di essere ben predisposte a sfruttare» sottolineano De Vogli e Renzetti ricordando il caso dell’Uruguay, citato in giudizio da Philip Morris nel 2010 per aver apposto immagini shock sui pacchetti di sigarette a fini dissuasivi.

Nell’editoriale che accompagna l’articolo di De Vogli e Renzetti sullo stesso fascicolo di Epidemiologia & Prevenzione, Paolo Vineis, noto epidemiologo italiano che lavora all’Imperial College di Londra, mostra con esempi ben documentati che tutte le strategie razionali per far fronte ai cambiamenti climatici e alla diffusione delle malattie non trasmissibili (co-benefit) vanno in una direzione opposta a quella neoliberista implicita nei trattati internazionali come il TTIP.


La campagna Stoop TTIP Italia organizza per il 7 maggio una mobilitazione nazionale a Roma: QUI gli aggiornamenti

28 marzo 2016

Dorsogna :Energia, l’era del petrolio è agli sgoccioli. Se i lavoratori dei ‘fossili’ chiedono di passare alle rinnovabili

 Tratto da Dorsogna 

Energia, l’era del petrolio è agli sgoccioli. Se i lavoratori dei ‘fossili’ chiedono di passare alle rinnovabili

E mentre in Italia i pro-trivellanti si strappano le vesti sulla presunta disoccupazione che porterà il referendum, ecco cosa succede in Canada. L’Alberta, il petrol-stato per eccellenza del Nord America è in crisi: il prezzo del petrolio crolla, i pozzi chiudono, la disoccupazione aumenta, arriva la povertà dove non si era mai vista prima.
Cosa hanno da dire i lavoratori? Non dicono mica “continuiamo a trivellare”, o “trivelliamo le cascate del Niagara” o “dateci i sussidi”.  Dicono “fateci lavorare con il sole e con il vento”. Proprio cosi’, un gruppo di lavoratori delle Tar Sands ha creato una non-profit che si chiama “Iron and Earth” e chiede all’Alberta di sponsorizzare lavori pubblici ed investimenti nel solare. Chiedono come punto di partenza di solarizzare 100 edifici pubblici in tre anni e di sostenerli nella formazione professionale e riqualificazione di mille lavoratori nell’oil and gas.
Dicono che lavorare nelle rinnovabili non è cosi diverso che lavorare nell‘oil e gas e che non occorre scegliere fra lavoro ed ambiente. Chiedono solo l’opportunità di riqualificarsi e di avere progetti da portare a termine. Dicono di essere grati all’industria del petrolio per la professionalità acquisita ma che è tempo di attuare la transizione verso le rinnovabili perchè non è più tempo di scegliere fra lavoro ed ambiente. Dicono che è arrivato il tempo di politiche che guardano al futuro e che si adopereranno per sensibilizzare le loro comunità. Dicono che ci vincono da ogni punto di vista con le rinnovabili: con l’occupazione, per raggiungere gli obiettivi di diminuzione di CO2 del Canada,  con l’ambiente.
Il direttore di Iron and Earth,  Liam Hildebrand, aggiunge che hanno tutto: professionalità, opportunità, bisogno di diversificare le fonti energetiche e di diminuire le emissioni di CO2.
Ex petrolieri in favore del sole e del vento, checché ne dicano i petrol-politici d’Italia. Vuol dire proprio che l’era del petrolio è al tramonto.
Il 17 Aprile vota SI per una Italia che guarda al futuro e non alle fossili.

27 marzo 2016

SIERRA CLUB :" TTIP e TPP, le armi segrete dei grandi inquinatori "


Tratto da Qualenergia 

Trivelle, trattati e TTIP: 

la parola ai cittadini


Il 17 aprile 2016 si vota. Tutta la cittadinanza sarà chiamata alle urne per esprimersi sul quesito referendario contro una modifica del Codice dell'Ambiente che favorisce le trivelle. Cioè le attività di estrazione petrolifera al largo delle coste, che secondo una modifica dell'ultima legge di Stabilità possono prolungare la loro concessione all'infinito, anziché avere una durata "solo" di trent'anni.
La questione va inquadrata in un contesto più vasto. Le attività di estrazione di materie prime (miniere, petrolio, e simili) sono fra quelle più remunerative nel panorama attuale: la rivista statunitense Fortune collocava il settore al vertice, superato solo da servizi legali e altri servizi per il mondo del business.
Al tempo stesso si tratta di alcune delle pratiche più inquinanti che esistano, che generalmente causano forte attrito con le popolazioni e autorità locali. Queste se cedono, tendono a “vendere cara la pelle” con sostanziosa riscossione di compensi e con un certo grado di garanzie sulla vigilanza e tutela dei danni alla salute umana e agli ecosistemi. Fra tali esigenze e le aspettative di profitto si tende a creare una dialettica politica.
La Legge di Stabilità approvata a fine 2015, che completa logicamente la visione dello Sblocca-Italia, è una indubbia vittoria dei settori dei lobbisti legati ai potentati economico-finanziari più forti. Il referendum e i comitati attivi rappresentano la risposta di cittadini, società civile e forze ecologiste e anticorporative.
Fare capire agli attivisti e all'uomo della strada la connessione fra le regolazioni dell'ambiente e tutto il retroterra di conseguenze (mari inquinati, salute umana minacciata, animali ammalati, ambiente contaminato) e dei complessi accordi di carattere giuridico-legale è una impresa dura. Ma va tentata.
Dall'estate del 2013 l'Unione europea e gli USA sono impegnati in un complesso negoziato destinato a diventare (per loro) la NATO del commercio: il TTIP, più sempicemente “Accordo Transatlantico”.
Parallelamente, una fitta rete di comitati ed attivisti è impegnata a contrastarlo, facendo opera di divulgazione del suo reale significato. Una volta spiegate le sue implicazioni le persone tendono spostarsi, inferocite, su posizioni di contrarietà oltranzista. Immaginiamo che ci sarà un motivo per cui i media ne parlano così poco – o, meglio, quasi mai.
Il Trattato è forse la cosa più importante che stia succedendo in Europa, eppure una consegna del silenzio pare essere calata sull'informazione ufficiale.
Nelle numerose assemblee e interventi pubblici, le persone rimangono particolarmente basite quando vengono a sapere che lo Stato potrebbe essere portato in tribunale da una multinazionale che non gradisce una legge fatta a tutela dei cittadini. Lo Stato? In tribunale? Ma com'è possibile? E chi gli dà questo potere? Sarà una fantasia complottista?
No. È vero, invece.
La sigla che corrisponde a tale questione è ISDS: Investor-State Dispute Settlement (Risoluzione delle controversie investitore-Stato). Si tratta di accordi di tutela degli investitori esteri che nel caso di leggi o provvedimenti “sgraditi” possono trascinare gli Stati presso organismi di arbitrato sovranazionali.....
Nel caso in cui ciò avvenga la multinazionale di turno annuncia allo Stato qual è il foro arbitrale in cui si dovrà tenere il giudizio, e quello deve difendersi. Si costituisce quindi una sorta di tribunale privatistico, composto da esperti di diritto commerciale che nella cornice legale dell'arbitrato medesimo (che viene scelto dall'azienda stessa), in mancanza di un accordo può dare multe piuttosto salate allo Stato colpevole; la Russia è stata condannata a pagare circa 50 miliardi di dollari.
Tali tribunali, oltre che godere di uno splendido isolamento giuridico (le norme inerenti a diritti umani, diritto del lavoro, dell'ambiente e simile non hanno valenza vincolante) sono piuttosto opachi e poco trasparenti.
Chi li difende indica il fatto che lo Stato non perde tento spesso, in fondo. Ma il dato è falsato: accanto ai casi in cui effettivamente la difesa trionfa e la multinazionale torna a casa a mani vuote, ci sono quelli in cui tutto si conclude con un “accordo amichevole”.
Che significa che il governo ha ceduto ed ha pagato in parte la somma richiesta come remunerazione. A volte non ci sono nemmeno i dati per cui non è dato sapere di quali somme si stia parlando. È altamente possibile che di alcuni arbitrati in corso non si abbia nemmeno notizia, perché non ci sono regole restrittive sulla trasparenza e pubblicità di essi, la qual cosa in ogni civiltà giuridica sarebbe considerata oltraggiosamente illegittima.
Teoricamente le corti arbitrali non possono modificare le leggi ma solo obbligare al pagamento dei danni....
In realtà l'entità dei risarcimenti è tale da scoraggiare l'approvazione di leggi che possano dar luogo a controversie legali o spingere alla loro cancellazione.
Come evidenzia una ricerca del 2013 dell'Institute for Policy Studies  di Washington, il numero di arbitrati in materia di ambiente e risorse naturali è drammaticamente in crescita. 

Già adesso la difesa dell'ambiente da profitti e speculazioni non è delle più facili; con l'adozione del TTIP la strada già molto impervia si farebbe drammaticamente in salita.
(Articolo originariamento pubblicato sul blog Zeroviolenza.it,
Qui l'articolo integrale
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Tratto da Rinnovabili.it

Il nuovo rapporto di Sierra Club

TTIP e TPP, le armi segrete dei  grandi inquinatori

  • Gli accordi sul commercio e gli investimenti TTIP e TPP consegnano un potere mai visto alle compagnie fossili più grandi (e cattive) del mondo
TTIP e TPP le armi segrete dei grandi inquinatori 2

(Rinnovabili.it) – Si chiamano TTIP e TPP. Due sigle che indicano altrettanti accordi internazionali sul commercio e gli investimenti estremamente pericolosi per l’ambiente e il clima. Lo afferma un nuovo rapporto dell’ONG Sierra Club che sostiene quanto segue: se approvati dal Congresso statunitense, questi trattati potrebbero fornire ai 50 più grandi inquinatori del mondo gli strumenti per denunciare i governi presso tribunali privati, qualora decidessero di adottare leggi o regolamenti che scoraggiano i combustibili fossili.

Con il TTIP e il TPP, tutti i divieti recentemente introdotti dal governo per quanto riguarda il fracking sui terreni pubblici o l’estrazione di petrolio offshore potrebbero essere ritirati. Un tema che non riguarda soltanto gli Stati Uniti, ma anche l’Europa e l’Italia, che il 17 aprile si reca alle urne per il referendum sulle trivelle in mare. 
Gli eventuali esiti positivi per la consultazione potrebbero essere polverizzati dal TTIP, l’accordo di libero scambio USA-Ue, che Bruxelles e Washington vogliono chiudere entro l’estate. Allo stesso modo, il recente divieto di perforare al largo della costa atlantica degli Stati Uniti varato da Obama, potrebbe saltare a causa del TPP, l’accordo tra USA e 11 Paesi del Pacifico.

TTIP e TPP le armi segrete dei grandi inquinatoriL’asso nella manica delle aziende, in questi patti tra nazioni, è la clausola ISDS (Investor-State Dispute Settlement): essa consente agli investitori di un Paese, che operano entro i confini di un altro contraente, di muovere causa presso corti private ed opache al governo che approva regole o divieti in conflitto con i loro programmi di business.

Gli studi legali che bazzicano questi tribunali internazionali, più potenti di qualsiasi corte ordinaria e della stessa Corte di europea di Giustizia, stanno consigliando alle grandi multinazionali del petrolio, del gas e del carbone di utilizzare la clausola ISDS degli accordi commerciali per contrastare politiche indesiderate. 
Molto spesso, infatti, i privati hanno la meglio sugli Stati in queste cause arbitrali, ricavandone risarcimenti anche multimiliardari.
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Nessun precedente accordo commerciale, avverte Sierra Club, ha dato diritti così ampi alle società con interessi tanto forti nel voler conservare la dipendenza degli Stati dai combustibili fossili.

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Greenpeace: RINNOVABILI NEL MIRINO.Un dossier sugli attacchi del Governo Renzi all'energia pulita

Tratto da qualenergia


Un dossier sugli attacchi del Governo Renzi all'energia pulita

Nel nuovo report “Rinnovabili nel mirino”, Greenpeace denuncia i provvedimenti per affossare le rinnovabili presi da questo governo “fossile”: dai tagli retroattivi dello Spalma-Incentivi per il fotovoltaico, alla riforma della bollette domestiche che penalizza l'autoproduzione, fino alle minacce all'autoconsumo. Dossier, sintesi e commento.
"Il 2015 è stato un anno record a livello globale per gli investimenti in energie rinnovabili, con addirittura metà della nuova potenza elettrica installata proveniente da fotovoltaico ed eolico. In Italia però la situazione è ben diversa. I record che si registrano sulle rinnovabili nel nostro Paese sono tutti negativi, frutto di precise politiche, comuni a tutti i governi che si sono susseguiti negli ultimi anni, che hanno consapevolmente affossato il settore delle energie rinnovabili. E a dare il colpo di grazia alle energie pulite è stato il governo Renzi, che ha deciso di puntare tutto sulle trivellazioni a terra e a mare in cerca di petrolio e gas."
Così Greenpeace Italia introduce il nuovo rapporto “Rinnovabili nel mirino” appena pubblicato, dedicato ai provvedimenti attuati dal governo Renzi “a sfavore” del fotovoltaico e dell’eolico, “che hanno già portato a una fuga di investimenti, alla perdita di migliaia di posti di lavoro e a nessun beneficio sulle bollette degli italiani”. Questo, denuncia l'associazione è “un governo ostile alle fonti rinnovabili.”
Per dare un’idea dell’attuale situazione il dossier cita il dato GSE relativo ai nuovi impianti fotovoltaici e quelli di Bloomberg sugli investimenti. Nel 2014 gli investimenti in rinnovabili in Italia sono infatti crollati del 60% rispetto all’anno precedente (vedi QualEnergia.it), fermandosi a un ammontare complessivo di appena 2 miliardi di dollari....
leggi 
Amaro il commento di Luca Iacoboni, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace nel presentare il report: "Mentre prometteva un 'green act' di cui non si hanno più notizie, Renzi è riuscito a mettere in ginocchio un settore che nel resto del mondo crea occupazione e benefici sia all’ambiente sia ai cittadini".
E mentre si tagliano gli incentivi alle rinnovabili, denuncia Greenpeace,aumentano quelli alle fonti fossili. Il rapporto cita il Fondo Monetario Internazionale, secondo cui nel 2014 l’Italia si è piazzata al nono posto in Europa per finanziamenti a combustibili fossili, con 13,2 miliardi di dollari, dato in crescita rispetto ai 12,8 miliardi del 2013.
"Il premier Renzi e i suoi ministri – conclude Iacoboni - hanno fatto tanti bei discorsi al vertice sul clima di Parigi, ma la realtà è che oggi il suo governo ha deciso di mettere il freno a mano sulle rinnovabili. Una posizione di retroguardia che rischia di bloccare il futuro per difendere il passato. 
Per questo il referendum sulle trivellazioni del prossimo 17 aprile assume un significato politico che va ben oltre il quesito referendario e spaventa il governo al punto da cercare in ogni modo di boicottare il quorum.
Se i cittadini si esprimeranno contro le trivellazioni, sarà una sonora bocciatura per tutta la politica energetica del governo Renzi, che come i suoi predecessori di questi ultimi anni, mette gli interessi dell’industria fossile sopra a quelli dei cittadini".
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Rinnovabili, l'Unep boccia l'Italia: 1 miliardo

 di dollari in investimenti, diminuiti di

 30 volte ...

“”Nell’ultimo anno gli investimenti in energie rinnovabili nel mondo hanno tagliato un traguardo mai raggiunto prima, raggiungendo il record di 285,9 miliardi di dollari: finora, la vetta massima era stata raggiunta nel 2011, con 278.5 miliardi di dollari. Nella decima edizione del rapporto Unep (il Programma dell’Onu per l’ambiente) Global trends in renewable energy investment prodotto in collaborazione con la Frankfurt School e Bloomberg new energy finance ci sono molti dati che fanno ben sperare per un presente e futuro rinnovabile, ma si prende atto che il progresso non è stato certo omogeneo. C’è anzi chi ha indietreggiato parecchio, e tra i paesi che secondo l’Unep camminano a passo di gambero spicca l’Italia.