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09 aprile 2020

Altraeconomia Il costo dei combustibili fossili

Tratto da Altraeconomia

Il costo dei combustibili fossili

Ogni anno nel mondo si registrano circa 4,5 milioni di morti premature causate dall’inquinamento atmosferico prodotto dalla combustione di carbone, petrolio e gas. Oltre alla salute, gli effetti si registrano anche sull’economia globale. In l’Italia si stima che il costo causato da questo fenomeno sia di 61 miliardi di dollari annui
Tratto da Altreconomia 225 — Aprile 2020





16 febbraio 2020

Tratto da  Futuro Prossimo 

Perchè l’industria dei combustibili fossili crollerà in 10 anni

Il grande pubblico non si rende conto della velocità con cui cambiano le cose: i combustibili fossili stanno per crollare a velocità supersonica sotto i colpi di un cambiamento inarrestabile. Ecco perchè.


Nel 1954 i contemporanei pensavano che l’era nucleare avrebbe portato energia a costo praticamente zero, inaugurando un’ondata post bellica di tecno-ottimismo. Sfortunatamente, la rivoluzione dell’energia atomica non è mai avvenuta, e negli anni ’70 tutti sembravano rassegnati al fatto che i combustibili fossili sarebbero stati inevitabili: fine dell’ottimismo. Oggi i tempi stanno finalmente cambiando: gli anni ’20 di questo secolo saranno quelli della grande transizione energetica. E della fine dei combustibili fossili.
Solo negli ultimi tre anni, i prezzi delle rinnovabili sono scesi a velocità notevolmente più alta rispetto alle fluttuazioni di petrolio, carbone e perfino gas naturale. Chi ha investito nelle risorse tradizionali ha perso del denaro, parecchio denaro, mentre l’industria del solare ha continuato a guadagnare terreno e a garantire guadagni.

Cosa sta guidando queste dinamiche di mercato?

Tre importanti forze sono attualmente in gioco nel mercato dell’energia:
  • i miglioramenti in accelerazione dell’efficienza energetica rinnovabile, 
  • il passaggio verso la sostenibilità tra gli investitori istituzionali 
  • l’adozione di politiche pubbliche volte a mitigare i cambiamenti climatici e altre preoccupazioni ambientali.
Questi fattori si rafforzano a vicenda e lavoreranno per spostare la nostra società lontano dai combustibili fossili e verso l’energia pulita in questo decennio, molto più velocemente di quanto quasi tutti si aspettino. Continua qui

18 giugno 2018

Focus: Il costo in vite umane delle politiche ambientali di Trump

Tratto da Focus

Il costo in vite umane delle politiche ambientali di Trump

L'annullamento di una sessantina di precedenti riforme sull'uso di combustibili fossili e sulla tutela di aria e acqua rischia di provocare 80 mila morti in più per decennio. E le stime sono conservative.

tonellateco2
Il volume occupato dalle tonnellate di CO2 immesse ogni giorno in atmosfera negli USA: l'illustrazione è stata realizzata a partire dai dati 2014. In quell'anno, le tonnellate di CO2 immesse quotidianamente in atmosfera negli USA sono state 18,8 milioni. Una tonnellata di CO2 riempirebbe il volume di una sfera di poco più di 10 m di diametro.

Le decisioni in tema ambientale sostenute dall'attuale amministrazione americana potrebbero portare alla perdita di 80 mila vite umane in più per ogni decennio, per le conseguenze sulla salute dell'inquinamento dell'aria e dell'acqua. Lo sostengono due scienziati dell'Università di Harvard, che precisano che le stime sono conservative, e che le politiche di Trump sulle emissioni dannose potrebbero causare problemi respiratori a circa un milione di persone a decennio, soprattutto bambini.
Le analisi dei ricercatori sono state pubblicate in un saggio scientifico sul Journal of the American Medical Association.Non si tratta di un articolo pubblicato in peer review, cioè frutto di una revisione tra pari, ma di uno studio che si basa, comunque, esclusivamente su dati pubblicati dall'Agenzia per la protezione dell'ambiente americana (EPA): dati istituzionali, quindi, che andrebbero considerati attendibili - se non altro, dall'EPA stessa.
CONTI A PERDERE. Le ricadute più gravi si avrebbero per il peggioramento della qualità dell'aria. L'intenzione della Casa Bianca di revocare il Clean Power Plan, il Piano dell'era Obama che prevedeva di raggiungere, entro il 2030, un taglio del 32% (rispetto al 2005) delle emissioni degli impianti a carbone, potrebbe portare a 36 mila morti in più ogni decennio, e a 630 mila casi extra di infezioni respiratori e nello stesso arco di tempo.Continua  su Focus 

24 settembre 2017

Dopo Harvey & Irma: Intervista a Naomi Klein sui cambiamenti climatici

Dopo Harvey & Irma: Intervista a Naomi Klein

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AMY GOODMAN: Siamo su  Democracy Now!, democracynow.orgThe War and Peace Report.  Sono Amy Goodman.  Questo caos climatico, che sembra non arrestarsi più, ha spinto numerose celebrità a mettere in guardia contro i pericoli del riscaldamento globale.....  Ma cosa dobbiamo dire, non solo su quanto  dice il Presidente Trump, ma anche sulla mancanza di copertura mediatica su questo argomento e sulla mancanza di informazioni sulle connessioni che esistono tra gli ultimi terribili uragani, già passati e in arrivo, sugli incendi, le tempeste,  la siccità e su tutte le altre catastrofi che succedono nel resto del mondo e che ci fanno impallidire se mettiamo a confronto il numero dei decessi avvenuti nel nostro paese con i 1.300 provocati dalle inondazioni nel Sud asiatico ?
NAOMI KLEIN:......Credo che sia davvero il momento di spiegare le connessioni tra questi eventi, perché  gli scienziati del clima ci avvertono da decenni che viviamo su un pianeta più caldo ed il caldo tra rendendo questo : un pianeta estremo. E un mondo estremo diventa una specie di palla che rimbalza tra il troppo e il non abbastanza. Troppe precipitazioni che diventano eventi estremi, non solo la pioggia, ma anche la neve –  ricordiamoci di quelle bizzarre tempeste di Boston, poi ci sono inverni con poca neve e all’improvviso si scarica giù una quantità di neve mai vista – e poi non c’è abbastanza acqua, così si creano le condizioni perfette per i fuochi che bruciano e che scappano fuori da ogni controllo. Ma il fuoco è una parte normale del ciclo delle foreste, solo che quello che vediamo ora è molto di più, ecco perché vediamo incendi e fuochi in quantità mai registrate, per esempio nell’area urabana di Los Angeles, un filo di fumo che un paio di settimane fa ha attraversato il paese dal Pacifico all’Atlantico,  un intero continente coperto da un pennacchio di fumo, e nessuno che ne abbia parlato, perché era più importante parlare di  Irma che stava per arrivare giù in Florida.
Quindi, questo è il mondo estremo — stiamo cominciando a intravederlo — quel mondo dal quale  avevano cercato di metterci  in guardia. E sentiamo frasi come “la nuova normalità”, ma queste sono parole è un po’ fuorvianti, perché non credo che – in queste cose – esista una normalità. Vedi, è esattamente la imprevedibilità che dobbiamo cercare di capire. E penso che un mondo più caldo significhi  solo che ci sono sempre meno intervalli tra un evento estremo e un altro.
AMY GOODMAN: Quindi adesso abbiamo il sindaco di Houston, Sylvester Turner, che ha annunciato di aver nominato Chief Recuperation Officer di Houston, l’ex CEO della Shell Oil Company, Marvin Odum. Turner ha dichiarato in una intervista: “Con tutte le risorse e gli ingegni che esistono a Houston, per me è stato un passo naturale cercare qualcuno capace di risolvere i problemi e creare partnership pubblico-privato, e cercarlo fuori dallo staff del mio municipio, qualcuno desideroso di aiutarci nella ricostruzione dopo inondazioni senza precedenti.  …   E con questo arriviamo al tuo libro The Shock Doctrine: The Rise of Disaster Capitalism. Quando ci si trova in mezzo ad un disastro, come si deve affrontare per trasformarlo in una opportunità?
NAOMI KLEIN:  Bene, voglio dire noi dobbiamo reagire a crisi come questa. Le crisi sono messaggi. Sono messaggi che ci dicono che qualcosa non funziona nel sistema. Sai, non si tratta solo di  disastri naturali. Si tratta di disastri che sono diventati qualcosa di innaturale, che sono diventati innaturalmente delle catastrofi, certamente per effetto dell’impatto del cambiamento climatico, ma anche per effetto della deregulation, per effetto delle diseguaglianze e delle ingiustizie razziali.
E l’industria del petrolio ne è  il centro nevralgico. Se guardiamo al modo in cui una tempesta si trasforma da disastro in catastrofe, come è successo con Harvey, vediamo dove si può arrivare quando l’impatto dell’intersezione dei flussi dell’acqua, impatta con una industria del petrolio e del gas che sono state deregolate  e con una industria petrolchimica capace di creare una infernale zuppa tossica, come tu hai ampiamente detto, Amy, giusto?  E la stessa cosa accade con la violenza delle tempeste, che diventano ancora più forti per effetto dell’impatto globale provocato da queste e anche da altre industrie. Quindi, l’industria del petrolio e del gas sta rendendo più violento l’impatto delle tempeste a livello locale, cosa che abbiamo visto in città come Houston, e poi a livello mondiale, e questo per un effetto cumulativo della combustione  di tutti questi carburanti fossili.
E allora, chi andiamo a cercare per fare il responsabile della ricostruzione se non un ex CEO della Shell Oil, una delle più grandi società petrolifere che conosciamo — e di cui conosciamo le responsabilità — per l’impatto delle emissioni globali che provengono essenzialmente dalla combustione di materiali fossili. Questa roba dovrebbe essere lasciata dove sta e non dovrebbe essere usata. E questo parlando della Exxon, della Shell, della BP e delle altre società dell’industria e naturalmente del carbone, perché hanno tutte contribuito a rendere ancora più grave questo disastro. Quindi è davvero un mondo che si sta andando al rovescio, un mondo in cui quelli che sono i responsabili, quelli che dovrebbero pagare il conto dei disastri prodotti, invece vengono chiamati, come esperti, a pianificare come spendere il denaro pubblico, cosa questa che è una vera necessità ma che dovrebbe — in un mondo che avesse una mente sana  — essere speso per progettare una transizione veloce verso il 100% di energie rinnovabili, usando tutte le tecnologie disponibili. 
 Un progetto che potrebbe in effetti essere ridisegnato in tempi brevissimi e in modo equo e giusto, ma questo significherebbe che le persone che sono state maggiormente danneggiati dal modo di fare di oggi, quelle comunità che sono state avvelenate da queste industrie, quegli uomini che hanno respirato l’aria tossica, dovrebbero essere in prima fila nel possedere e nel controllare come si produce la loro propria energia rinnovabile, lavorandoci dentro, ecco, assicurandosi che i lavoratori che perdono il posto di lavoro perché le vecchie industrie chiudono, vengano prontamente riqualificati e impiegati nella produzione e nella economia di una nuova energia pulita.  Beh, pensiamo davvero che la Shell possa essere il buon pastore per guidare un processo come questo? Ovviamente no. ....
continua su Comedonchisciotte

28 luglio 2017

Qualenergia;Eliminare i sussidi alle fossili salverebbe in Italia 3.200 vite ogni anno

Tratto da Qualenergia 

Eliminare i sussidi alle fossili salverebbe in Italia 3.200 vite ogni anno

I cittadini stanno pagano quindi due volte: per le sovvenzioni, elargite con denaro pubblico, e per il danno arrecato alla loro salute.

L'eliminazione delle sovvenzioni ai combustibili fossili in Italia potrebbe ridurre del 10,8% le morti attualmente causate dall'inquinamento atmosferico.
È quanto emerge dal nuovo rapporto Hidden Price Tags: come la fine dei sussidi per le fonti fossili beneficerebbe la nostra salute(allegato in basso), pubblicato dall’Health and Environment Alliance (HEAL).
La combustione dei combustibili fossili, petrolio, carbone e gas, sta determinando non solo il cambiamento climatico con conseguenze disastrose a livello planetario, ma ha anche notevoli ripercussioni sulla nostra salute.
Ogni anno l'uso di fonti fossili accorcia la vita di circa 6,5 milioni di persone in tutto il mondo a causa di infezioni respiratorie, ictus, attacchi cardiaci, cancro ai polmoni e malattie polmonari croniche.
Secondo l'Agenzia Internazionale per l'Energia (IEA), è la generazione di energia a carbone che provoca quasi la metà dell'inquinamento atmosferico ambientale; mentre la restante metà è attribuita a petrolio e gas.
Nonostante una crescente consapevolezza del danno ambientale e climatico causato dai combustibili fossili e degli impegni di alto livello necessari per guidare il mondo verso un percorso di decarbonizzazione, i governi continuano a erogare miliardi di fondi pubblici per sostenere la produzione di petrolio, gas e carbone (inclusi anche i sussidi al diesel).
Eppure già nel 2009, a Pittsburgh, i leader del G20, i venti paesi economicamente più potenti del mondo avevano accettato di porre fine alle sovvenzioni per i combustibili fossili e si erano impegnati a ridurli gradualmente, fino a eliminarli (QualEnergia.it, G20, sussidi pubblici alle fossili battono quelli per le rinnovabili 4 a 1).
In Italia nel 2013 erano 29.482 le morti premature attribuite all’inquinamento atmosferico (fonte: Narain, U. et al. - 2016. The cost of air pollution: Strengthening the case for economic action. A World Bank/Institute for Health Metrics and Evaluation report). Ridurre del 10,8% i decessi connessi all’inquinamento atmosferico significa quindi salvare quasi di 3.200 vite.
Ma il danno è anche di natura economica: la stima del costo sanitario legato alle fossili si aggira intorno ai 10 miliardi di dollari all’anno.

Ciò significa 2,8 volte rispetto ai 3,5 miliardi di $ spesi dallo Stato sotto forma di incentivi alle fossili nel 2014 (ultimo dato disponibile).
Sussidi che peraltro potevano essere utilizzati per altri scopi, dalla riconversione energetica dei nostri edifici pubblici e privati alla manutenzione del fragile paesaggio italiano, fino ad investire per migliorare le prestazioni sanitarie.
A livello internazionale però la situazione non è migliore. In Europa, dove i costi sanitari legati all’uso dei fossili sono stimati in quasi 300 miliardi di dollari, l’Italia è seconda alla Germania per morti collegate all’inquinamento atmosferico: 41.485 decessi e il 25% di questi si potrebbe evitare solo eliminando i sussidi e mettendo delle tasse correttive a carbone, gas e petrolio.
Nel Regno Unito i costi sanitari derivanti dall'inquinamento atmosferico con combustibile fossile sono quasi 5 volte superiori alle sovvenzioni pagate.
In Cina, le cifre sono ovviamente molte più alte: la stima è di 1.625.164 morti connesse all’inquinamento atmosferico; di queste, il 66% potrebbero essere evitate con un taglio totale ai sussidi alle fonte sporche. La perdita economica nel paese asiatico è stato calcolata in 1.785,4 miliardi di dollari, a fronte di 96,5 miliardi di $ sussidi: un danno di circa 19 volte la spesa iniziale per le sovvenzioni alle fonti fossili.
Solo i governi dei G20 hanno versato nel 2014 circa 444 miliardi di dollari in sovvenzioni pubbliche alle società di combustibili fossili, mentre l'utilizzo di combustibili fossili ha determinato costi sanitari stimati di almeno sei volte questo importo: 2.760 miliardi di dollari (2,6 mld di euro).
Nella tabella le stime rilevate dal rapporto di HEAL per i paesi del G20 (nell’ultima colonna le altre esternalità negative legate alle fonti fossili).

La questione è dunque pressante e attuale e i politici devono ancora passare dalle parole alle azioni. Le nazioni del G20 continuano a spendere preziosi soldi pubblici per la produzione di fonti fossili, ma persino per cercare nuovi giacimenti.
I cittadini stanno pagano quindi due volte: per le sovvenzioni, elargite con denaro pubblico, e per il danno arrecato alla loro salute.

16 luglio 2016

Bruxelles Greenpeace: è il momento di interrompere i negoziati per il Ttip


Tratto da Eunews

L’accordo di libero scambio tra Ue e Stati Uniti per l’Ong non risponde alle emergenze ambientali e agli impegni emersi nell’ultimo vertice sul clima di Parigi
Bruxelles – Mentre i negoziati del Ttip, il trattato di libero scambio tra Usa e Ue sono arrivati al 14esimo round,  con le due parti che nonostante le difficoltà si dicono intenzionate a continuare le trattative, Greenpeace fa appello all’Unione affinché faccia un passo indietro. Secondo l’organizzazione internazionale che si batte per la difesa dell’ambiente “l’Unione europea deve riconoscere che il mondo è cambiato da quando tre anni fa sono iniziati i primi negoziati sul commercio”, ha dichiarato Jorgo Riss direttore dell’ufficio di Greenpeace a Bruxelles, “è arrivato il momento di fermare questo processo e iniziare a costruire un’Europa più giusta, democratica e verde”.
Il Ttip per l’organizzazione internazionale “nasce da un modo di fare politica non democratico e che non ha nessun interesse nella vita reale delle persone”. Ai negoziati del Ttip Greenpeace propone di sostituire un dibattito pubblico sulle politiche energetiche e ambientali e che sia aperto a tutti e non a “poche corporazioni di privilegiati”.
La sensibilità ambientalista negli anni è cresciuta sempre di più e oggi, secondo un recente Eurobarometro, il 67% degli europei vuole che l’Unione europea sia più attiva sul fronte della protezione dell’ambiente. Invece, secondo Greenpeace accordi come il Ttip o il Ceta (tra Unione europea e Canada) vanno nelle direzione opposta, perché “sono destinati a minare il sistema europeo di protezione dell’ambiente, della salute e del lavoro”.
La strada intrapresa dell’Unione andrebbe anche contro le emergenze ambientali e gli impegni emersi nell’ultimo vertice sul clima di Parigi, “da cui i capitoli dell’accordo relativi a energia e cambiamento climatici, diffusi giovedì scorso”, precisa la nota dell’organizzazione, “sono completamente lontani”.
Per quanto riguarda invece la parte dell’accordo relativa all’energia, secondo Greenpeace l’obiettivo principale del Ttip è quello di “liberalizzare il commercio dei combustibili fossili, in particolare importando il gas di scisto ad alto impatto ambientale dagli Stati Uniti verso i paesi dell’Unione europea”.
Sul fronte del cambiamento climatico il Ttip infine non risponderebbe alle preoccupazioni degli ambientalisti, perché invece di rafforzare “indebolisce il ruolo dell’Unione sulla graduale eliminazione dei sussidi per i combustibili fossili”.

09 gennaio 2016

1000PROROGHE E TANTO SMOG



1000 Milleproroghe e tanto smog.

Sapete qual è stato uno dei principali provvedimenti preso dal Governo ....nel bel mezzo dell’ennesima emergenza smog?
Il decreto-legge Milleproroghe, con cui è stata prorogata di un anno, al 1 gennaio 2017, l’entrata in vigore dei limiti europei per le emissioni dei grandi impianti di combustione!
Eppure ci son già stati ben dieci anni di tempo (2006-1 gennaio 2016) per adeguarsi.
Il decreto-legge 30 dicembre 2015, n. 210 (art. 8, comma 2°) permette, quindi, alle varie centrali a carbone ...  e alle centrali che funzionano con scarti della produzione ....di continuare a inquinarci i polmoni e allietarci l’esistenza.
Da Taranto a Genova, da Brindisi a Civitavecchia, da Monfalcone a Porto Tolle, a Vado Ligure, adAugusta, Priolo, Melilli.
Ce ne parla Gianfranco Amendola, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Civitavecchia, uno dei padri del diritto ambientale in Italia.
Gruppo d’Intervento Giuridico onlus


    da Il Fatto Quotidiano8 gennaio 2016
Mentre, a fine anno, l’Italia soffocava nello smog, il governo, zitto zitto, che ti ha fatto? Ha approvato un bel decreto legge Milleproroghe con cui ha prorogato di un anno, al 1 gennaio 2017, la entrata in vigore dei limiti stabiliti dall’Europa per le emissioni dei grandi impianti di combustione, i quali avevano già avuto ben 10 anni di tempo (dal 2006 al 1 gennaio 2016) per adeguarvisi.
Quindi, per almeno un altro anno – fino al prossimo Milleproroghe – la nostra salute sarà ancora “tutelata” con dei limiti che, da tempo, sono stati ripudiati in sede europea perché ritenuti troppo blandi.
E’ vero che la proroga riguarda i “vecchi” impianti, che hanno presentato istanza di deroga ma, in realtà, come bene ha scritto Il Fatto Quotidiano, di impianti nuovi, dal 2006, ce ne sono ben pochi; e tutti hanno chiesto la deroga E, peraltro, se anche non ci sarà un altro Milleproroghe, niente paura, il Testo Unico ambientale prevede che, a certe condizioni (certificate dai gestori degli impianti), la proroga possa arrivare fino al 2023.
Di certo, riguarda, tra l’altro, tutte le centrali Enel a carbone: quelle – per intenderci – che, come avviene a Civitavecchia (situazione che conosco bene per esperienza personale), quando si vedono pennacchi di fumo e si va a chiedere conto, risultano sempre in regola con i limiti di legge e con le prescrizioni della loro speciale autorizzazione (Aia, Autorizzazione integrata ambientale, rilasciata dal Ministero dell’Ambiente, dopo un iter complesso che si fonda, in gran parte, sulle dichiarazioni relative al ciclo produttivo, provenienti dalla stessa azienda interessata).
Tanto più che il controllo sul rispetto di queste prescrizioni è affidato, sostanzialmente, alle stesse aziende. Ripetendo quanto 6 mesi fa ho già scritto su questo blog, a Civitavecchia, la verifica sul rispetto dei limiti si basa sui rilevamenti fatti solo dall’Enel stessa; gli organi di controllo pubblici previsti dalla legge (Ispra e Arpa) non hanno neppure lo strumento idoneo a campionare i fumi delle ciminiere e sono così carenti di personale e mezzi da rendere veramente utopistico pensare che possa esservi un controllo pubblico, adeguato e continuato, su aziende di grandi dimensioni e complessità. Una richiesta della Procura di istituire un presidio di controllo fisso presso l’Enel non ha mai avuto risposta.
Il che significa che queste grandi aziende non rischiano niente neppure se provocano un disastro ambientale. La nuova legge sugli ecoreati, infatti, richiede che il disastro sia provocato “abusivamente”; e come si fa a dirlo, di un disastro che non viola la legge (con le sue deroghe e le sue proroghe) senza alcuna prova di superamento dei limiti? L’assurdo più grave è che questa situazione di favore riguarda proprio le industrie più potenzialmente inquinanti e pericolose per la salute pubblica, cioè quelle con Aia.
Ed è ancora più grave che, negli ultimi anni, in nome della “crescita”, proprio queste industrie siano state favorite apertamente. Nel 2014, il governo Renzi, con il D. Lgs n. 46 del 4 marzo, ha addolcito o depenalizzato le violazioni commesse da aziende con Aia. E così oggi, se una carrozzeria non rispetta le prescrizioni dell’autorizzazione rischia sanzione penale; ma se è una centrale  (con Aia) la sanzione è, di regola, solo amministrativa e il gestore non si sporca neppure la fedina penale.
Tre mesi dopo, lo stesso governo, con il decreto legge n. 91 (del 24 giugno) aggiungeva, per gli impianti con Aia che….le Autorizzazioni Integrate Ambientali rilasciate per l’esercizio di dette installazioni possono prevedere valori limite di emissione anche più elevati e proporzionati ai livelli di produzione….” (art. 13, comma 7).
Insomma, l’importante è questa “crescita” basata sui combustibili fossili. Tutto il resto è “emergenza” che passa e si dimentica. Ma fino a quando?

12 gennaio 2013

È tempo di agire.È tempo di muoversi .Quando i paesi cominceranno ad adottare iniziative serie per ridurre le emissioni di gas serra?

Stralcio da Ips notizie

È tempo di agire per il clima
Stephen Leahy



UXBRIDGE, Canada, gen 2013 (IPS) - 
 In tutto il mondo, il 2012 è stato l’anno delle condizioni climatiche estreme, l’anno in cui abbiamo inequivocabilmente imparato che l’energia derivata da combustibili fossili che alimenta le nostre società le sta distruggendo.
Accettare questa realtà è la grande sfida del nuovo anno.

Riprogettare le nostre società e stili di vita in funzione dell’energia verde è l'ultima sfida del decennio.  

Sarà fondamentale per tutti noi impegnarsi in questo compito, perché il clima influisce su tutto, dal cibo alla disponibilità d’acqua.

Diversi studi scientifici hanno dimostrato che abbiamo già la tecnologia per ri-progettare la nostra società in modo da dare
impulso all’energia verde. Il più recente è stato pubblicato a inizio gennaio sulla prestigiosa rivista Nature: si afferma chiaramente che il vero ostacolo è la politica, non la tecnologia o i costi. (Agire costa molto meno che non fare niente).

Riuscire a mantenere il riscaldamento globale al di sotto di due gradi centigradi dipenderà soprattutto da “quando i paesi cominceranno ad adottare iniziative serie per ridurre le emissioni di gas serra”, secondo quanto si legge nello studio “Probabilistic cost estimates for climate change mitigation” (Stime probabilistiche dei costi per la mitigazione del cambio climatico).

Continuare a ritardare il passaggio alle fonti di energia rinnovabile è molto costoso: aspettare fino al 2020 per frenare le emissioni globali costerà il doppio paragonato alle massime emissioni entro il 2015, come dimostra l’analisi di Nature.
Iniziative più concrete per ridurre le emissioni di gas serra potrebbero portare alla chiusura del 65 per cento delle centrali elettriche a carbone nei prossimi due decenni, come dimostra un precedente studio di Nature riportato dall’IPS. ....

Di fronte al fallimento della capacità di agire della politica, si nasconde un’industria di combustibile fossile molto ricca e potente: così come l’industria del tabacco, anche questa spende centinaia di milioni di dollari per diffondere informazioni sbagliate sul cambio climatico, e i lobbisti combattono contro ogni iniziativa per ridurre l’uso dei combustibili fossili.

Il loro unico interesse è aumentare i guadagni attraverso maggiori vendite di carbone, petrolio e gas....


L’unico modo per cambiare le cose, e l’unico modo per far sì che si agisca, è che le persone si facciano carico del futuro e manifestino nelle capitali chiedendo azione, rifiutando d’andarsene finché la richiesta non viene accolta. 
Perché qualcuno agisca, tutti dobbiamo agire.
Molte altre manifestazioni sono assolutamente essenziali. 

È tempo d’agire. È tempo di muoversi.

Leggi l'articolo integrale 

08 marzo 2012

L'eolico a prezzi stracciati verso il sorpasso delle fossili

Leggi su QualEnergia

L'eolico a prezzi stracciati verso il sorpasso delle fossili

Record al ribasso per le turbine eoliche: 0,91 milioni di euro per MW contro gli 1,21 del 2009. Un brutto periodo per i produttori, ma i prezzi bassi rendono la fonte sempre più competitiva: già ora alcune installazioni battono senza incentivi le fonti convenzionali, come il carbone. Ed entro il 2016 questo varrà per tutti i nuovi parchi eolici.

Nel mondo già ora ci sono centrali eoliche i cui costi sono competitivi con il carbone, la fonte convenzionale più economica, ovviamente perché nei costi non si includono il prezzo della CO2 e le altre esternalità negative che comporta. I migliori parchi eolici del mondo infatti possono produrre oggi a un costo di 6,5 centesimi di dollaro per kWh, lo stesso di una centrale a carbone. Entro il 2016 tutte le nuove installazioni in media saranno competitive senza incentivi con i combustibili fossili. A dirlo sono i calcoli resi noti da Bloomberg Nef nell'ultimo report sul prezzo degli impianti eolici, il Bloomberg New Energy Finance Wind Turbine Price Index (WTPI).

25 ottobre 2010

“ECOBALLE da.......".di Antonia Briuglia

Tratto da Trucioli Savonesi

“ECOBALLE”DA IPS E DAL POLO UNIVERSITARIO

Di Antonia Briuglia

Pensate “Savona potrebbe diventare un centro di ricerca e sviluppo dell'energia sostenibile!”. Non è fantascienza ma è una dichiarazione di Ruggeri che, da poco, è ha alla guida dell’Ips.


........Scelta strategica che spinge l’uomo di forte creatività, appena insediato, a cogliere l’occasione del forte fermento intorno alle problematiche energetiche per cavalcarle, sfruttando l’occasione di poter gestire i cinque milioni di euro finalizzati alla fondazione di Poli di energia.

Tutto regolare, con i 5 milioni di euro si avvierà il polo dell’energia che dovrebbe “ mettere in rete 33 imprese operanti nel comparto energetico” al quale sarà collegato un secondo bando di 17 milioni di euro sempre nel comparto energetico da gestire in un secondo tempo

Nel polo dell’energia di Savona si ospiteranno infrastrutture di ricerca, centri prova e laboratori di calcolo per le attività d’innovazione del comparto energetico, dove, si dichiara, siano già in corso iniziative legate ai temi dell'energia rinnovabile.

Questo potrebbe giustificare il fatto che recentemente il Campus di Savona abbia ricevuto 2 milioni e 400mila euro come Centro di ricerca “Energia 2020”, promosso dalla facoltà d'ingegneria di Genova, da inquadrarsi negli obiettivi della strategia di Lisbona che prevede il conseguimento del 20%in più di energie rinnovabili e la riduzione del 20%delle immissioni diCo2.

Tra gli obiettivi del Polo saranno:” l'utilizzo di impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili ; la riduzione dell'impatto ambientale di sistemi di produzione d'energia a combustibile fossile.”

....ma sembra alquanto sconcertante che questo si affermi con tale naturalezza e con tale tempistica proprio in un territorio in grave fermento e in aperto contrasto con le richieste di maggiore produzione energetica da fonti fossili come il carbone, proprio quello che nulla a che fare con gli obbiettivi di Lisbona, con l’abbattimento di Co2 e con la sostenibilità degli impianti da fonti rinnovabili posti al centro del progetto Ips e tanto più con l’innovazione del comparto energetico.

Sembra altresì sconcertante che si parli d’iniziative già in atto a Savona legate alle energie rinnovabili ( se non ci si riferisce a progettate e contestate centrali a biomasse),

proprio dove Tirreno Power chiede di ampliare con un nuovo gruppo a carbone di 460 Mw, una centrale che inquina indisturbata da 40 anni con due gruppi obsoleti a carbone da 660 Mw e uno a ciclo combinato da 460 Mw
.

Dove neanche la stessa azienda che gestisce la centrale è richiamata dalle amministrazioni locali a rispettare la quota di investimento dei suoi profitti sulle energie rinnovabili;

dove non si fanno politiche energetiche in modo sistematico sugli immobili in continua costruzione

e dove si utilizzano dati poco attendibili per dichiarare che il territorio non è in emergenza sanitaria proprio per la produzione di energia da fonti fossili in una centrale che non risponde ormai da troppo tempo alle normative di legge.

L’occasione però è ghiotta, i denari molti e oggi parlare di rinnovabili anche per chi pensa siano ancora argomenti da fanatici ambientalisti o da “anime belle”, può tornare utile:

un nuovo business che non ci deve illudere e che non porterà ad alcun cambiamento.

Il polo Universitario, chi lo gestisce, chi vi studia, chi vi fa riferimento per i propri obbiettivi, sembra vivere ancora in un’altra dimensione, in un altro pianeta.

Noi invece viviamo su quello, dove mentre si chiedono nuovi monitoraggi, l’agenzia cui tutti gli Enti locali fanno riferimento, l’ARPAL, fornisce dati sulle poveri sottili (PM10) che ritornano magicamente normali dal 2008 in poi, e permette che l’unica centralina che misura cin metodo più scientifico le polveri, quella di Via Zunini, sia inattiva da nove mesi.

Dove si ........... i dati in modo da risultare al 7° posto tra i capoluoghi di provincia per l’aria pulita nella classifica di Legambiente( azionista di Sorgenia , comproprietaria di Tirreno Power).

Dove si riempiono discariche con i rifiuti delle provincie vicine e si comincia a parlare con insistenza d’inceneritori,magari nella stessa centrale a carbone.

Tutto mentre da quarant’anni le malattie cancerogene e cardiovascolari aumentano in modo esponenziale rispetto alla media nazionale e il ricatto occupazionale è ancora barattato in cambio della salute dei cittadini.

MA IL CIELO E’ SEMPRE PIU’ BLU!

Eppure chi si ammala o peggio muore non ha istituzioni, né sindacati, né Ordini professionali a ricordarsi di lui, a sostenere il suo dramma che diventa personale.

La salute della gente e i livelli d’inquinamento del territorio impongono un po’ di serietà e un cambio di politica amministrativa. Impongono la chiusura dei gruppi a carbone , senza ulteriori proroghe, ripensamenti, bugie sull’ambientalizzazione , perché sono palesemente incompatibili ....

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