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24 settembre 2017

Dopo Harvey & Irma: Intervista a Naomi Klein sui cambiamenti climatici

Dopo Harvey & Irma: Intervista a Naomi Klein

Risultati immagini per irma harvey
AMY GOODMAN: Siamo su  Democracy Now!, democracynow.orgThe War and Peace Report.  Sono Amy Goodman.  Questo caos climatico, che sembra non arrestarsi più, ha spinto numerose celebrità a mettere in guardia contro i pericoli del riscaldamento globale.....  Ma cosa dobbiamo dire, non solo su quanto  dice il Presidente Trump, ma anche sulla mancanza di copertura mediatica su questo argomento e sulla mancanza di informazioni sulle connessioni che esistono tra gli ultimi terribili uragani, già passati e in arrivo, sugli incendi, le tempeste,  la siccità e su tutte le altre catastrofi che succedono nel resto del mondo e che ci fanno impallidire se mettiamo a confronto il numero dei decessi avvenuti nel nostro paese con i 1.300 provocati dalle inondazioni nel Sud asiatico ?
NAOMI KLEIN:......Credo che sia davvero il momento di spiegare le connessioni tra questi eventi, perché  gli scienziati del clima ci avvertono da decenni che viviamo su un pianeta più caldo ed il caldo tra rendendo questo : un pianeta estremo. E un mondo estremo diventa una specie di palla che rimbalza tra il troppo e il non abbastanza. Troppe precipitazioni che diventano eventi estremi, non solo la pioggia, ma anche la neve –  ricordiamoci di quelle bizzarre tempeste di Boston, poi ci sono inverni con poca neve e all’improvviso si scarica giù una quantità di neve mai vista – e poi non c’è abbastanza acqua, così si creano le condizioni perfette per i fuochi che bruciano e che scappano fuori da ogni controllo. Ma il fuoco è una parte normale del ciclo delle foreste, solo che quello che vediamo ora è molto di più, ecco perché vediamo incendi e fuochi in quantità mai registrate, per esempio nell’area urabana di Los Angeles, un filo di fumo che un paio di settimane fa ha attraversato il paese dal Pacifico all’Atlantico,  un intero continente coperto da un pennacchio di fumo, e nessuno che ne abbia parlato, perché era più importante parlare di  Irma che stava per arrivare giù in Florida.
Quindi, questo è il mondo estremo — stiamo cominciando a intravederlo — quel mondo dal quale  avevano cercato di metterci  in guardia. E sentiamo frasi come “la nuova normalità”, ma queste sono parole è un po’ fuorvianti, perché non credo che – in queste cose – esista una normalità. Vedi, è esattamente la imprevedibilità che dobbiamo cercare di capire. E penso che un mondo più caldo significhi  solo che ci sono sempre meno intervalli tra un evento estremo e un altro.
AMY GOODMAN: Quindi adesso abbiamo il sindaco di Houston, Sylvester Turner, che ha annunciato di aver nominato Chief Recuperation Officer di Houston, l’ex CEO della Shell Oil Company, Marvin Odum. Turner ha dichiarato in una intervista: “Con tutte le risorse e gli ingegni che esistono a Houston, per me è stato un passo naturale cercare qualcuno capace di risolvere i problemi e creare partnership pubblico-privato, e cercarlo fuori dallo staff del mio municipio, qualcuno desideroso di aiutarci nella ricostruzione dopo inondazioni senza precedenti.  …   E con questo arriviamo al tuo libro The Shock Doctrine: The Rise of Disaster Capitalism. Quando ci si trova in mezzo ad un disastro, come si deve affrontare per trasformarlo in una opportunità?
NAOMI KLEIN:  Bene, voglio dire noi dobbiamo reagire a crisi come questa. Le crisi sono messaggi. Sono messaggi che ci dicono che qualcosa non funziona nel sistema. Sai, non si tratta solo di  disastri naturali. Si tratta di disastri che sono diventati qualcosa di innaturale, che sono diventati innaturalmente delle catastrofi, certamente per effetto dell’impatto del cambiamento climatico, ma anche per effetto della deregulation, per effetto delle diseguaglianze e delle ingiustizie razziali.
E l’industria del petrolio ne è  il centro nevralgico. Se guardiamo al modo in cui una tempesta si trasforma da disastro in catastrofe, come è successo con Harvey, vediamo dove si può arrivare quando l’impatto dell’intersezione dei flussi dell’acqua, impatta con una industria del petrolio e del gas che sono state deregolate  e con una industria petrolchimica capace di creare una infernale zuppa tossica, come tu hai ampiamente detto, Amy, giusto?  E la stessa cosa accade con la violenza delle tempeste, che diventano ancora più forti per effetto dell’impatto globale provocato da queste e anche da altre industrie. Quindi, l’industria del petrolio e del gas sta rendendo più violento l’impatto delle tempeste a livello locale, cosa che abbiamo visto in città come Houston, e poi a livello mondiale, e questo per un effetto cumulativo della combustione  di tutti questi carburanti fossili.
E allora, chi andiamo a cercare per fare il responsabile della ricostruzione se non un ex CEO della Shell Oil, una delle più grandi società petrolifere che conosciamo — e di cui conosciamo le responsabilità — per l’impatto delle emissioni globali che provengono essenzialmente dalla combustione di materiali fossili. Questa roba dovrebbe essere lasciata dove sta e non dovrebbe essere usata. E questo parlando della Exxon, della Shell, della BP e delle altre società dell’industria e naturalmente del carbone, perché hanno tutte contribuito a rendere ancora più grave questo disastro. Quindi è davvero un mondo che si sta andando al rovescio, un mondo in cui quelli che sono i responsabili, quelli che dovrebbero pagare il conto dei disastri prodotti, invece vengono chiamati, come esperti, a pianificare come spendere il denaro pubblico, cosa questa che è una vera necessità ma che dovrebbe — in un mondo che avesse una mente sana  — essere speso per progettare una transizione veloce verso il 100% di energie rinnovabili, usando tutte le tecnologie disponibili. 
 Un progetto che potrebbe in effetti essere ridisegnato in tempi brevissimi e in modo equo e giusto, ma questo significherebbe che le persone che sono state maggiormente danneggiati dal modo di fare di oggi, quelle comunità che sono state avvelenate da queste industrie, quegli uomini che hanno respirato l’aria tossica, dovrebbero essere in prima fila nel possedere e nel controllare come si produce la loro propria energia rinnovabile, lavorandoci dentro, ecco, assicurandosi che i lavoratori che perdono il posto di lavoro perché le vecchie industrie chiudono, vengano prontamente riqualificati e impiegati nella produzione e nella economia di una nuova energia pulita.  Beh, pensiamo davvero che la Shell possa essere il buon pastore per guidare un processo come questo? Ovviamente no. ....
continua su Comedonchisciotte

09 febbraio 2016

"È il tempo della democrazia energetica” - Clima, giustizia e democrazia diretta: Naomi Klein spiega il Leap Manifesto

Tratto da QualEnergia


Clima, giustizia e democrazia diretta: Naomi Klein spiega il Leap Manifesto

“È il tempo della democrazia energetica”. L'autrice di "This Changes Everything", "Shock Economy" e "No Logo" parla del nuovo manifesto per per una società più giusta, sostenibile e al 100% a energia rinnovabile. Un documento made in Canada ma che piace ai movimenti di tutto il mondo.
Leap” in inglese significa “balzo” o “salto”, ma “leap year” è anche l'anno bisestile, come il 2016. E per affrontare la sfida del clima, strettamente legata a quella della giustizia sociale e della democrazia, serve "un grande balzo in avanti", nonostante la citazione semi involontaria del piano maoista, ammette Naomi  Klein, strida con quel che si vuole fare. 
Si può riassumere così la spiegazione che Naomi Klein dà sul Guardian dell'origine del nome del Leap Manifesto, la piattaforma di idee per una società più equa e al 100% a rinnovabili, nata per il Canada, ma adottata da vari movimenti in giro per il globo.
Nel suo intervento sul quotidiano britannico, Klein, che ha dedicato al cambiamento climatico il suo ultimo saggio, “This Changes Everything” (traduzione italianaUna rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile”), spiega qual è il salto che bisogna compiere: tra quello che bisogna fare per evitare il disastro e ciò che si sta facendo in realtà.
Il gap, scrive, è quello tra l'obiettivo sbandierato dopo l'accordo di Parigi – fermare il global warming a 1,5-2 °C dai livelli preindustriali e il comportamento di politici (il riferimento è a quelli canadesi, ma andrebbe bene anche per il governo italiano), “che una volta tornati a casa (dalla CoP 21, ndr) autorizzano nuove trivellazioni, nuovi oleodotti, nuove autostrade”.
“I climatologi – si legge nel manifesto (link in fondo) - ci hanno annunciato che le azioni decisive per evitare un riscaldamento globale del pianeta devono essere attuate nel corso di questi decenni. Ciò vuol dire che non possiamo più giungere alla meta a piccoli passi. Noi dobbiamo fare un passo in avanti.”
Il momento per fare il salto, “è quello buono”, spiega sul giornale britannico l'autrice di "No Logo", citando le recenti vittorie dei movimenti contro l'oleodotto Keystone XL, contro le trivellazioni di Shell nell'Artico e “la forza sorprendente della campagna di Bernie Sanders” nelle primarie democratiche per le presidenziali americane.
Il leap manifesto ha raccolto moltissime adesioni di associazioni, movimenti e singoli in Canada, dove il 29 febbraio – il “Leap Day”, il giorno in più dell'anno bisestile - ci saranno eventi, convegni e seminari dedicati a questa piattaforma. Ma come detto sta rimbalzando anche tra i movimenti del resto del pianeta ed europei.
Più di altri documenti, infatti, il Leap Manifesto mostra come giustizia sociale, democrazia partecipativa e lotta ai cambiamenti climatici non possano che andare di pari passo.
“È giunto il tempo – si legge - della democrazia energetica: crediamo non solamente che abbiamo bisogno di nuove risorse di energia, ma anche che le comunità dovrebbero, fin dove possibile, controllare collettivamente questi nuovi sistemi di produzione energetica. Per sostituire le strutture di proprietà che servono il profitto delle imprese private e la distante burocrazia di certi Stati centralizzati, noi ne possiamo creare delle nuove, innovatrici, democraticamente governate, che fornirebbero dei salari sufficienti e permetterebbero di dare alle comunità le entrate di cui hanno gran bisogno.”
Sotto accusa sono, infatti, decisioni di investimento che ci legano a modelli di sviluppo autodistruttivi, alimentati da interessi che non sono quelli della collettività: “nulla - recita il documento - può giustificare la costruzione di nuovi progetti di infrastrutture che ci obbligano a continuare ad accelerare il ritmo di estrazione di risorse nei decenni che verranno.”
Tra i passaggi del manifesto ci sono vari richiami ai benefici che la green economy può produrre per le fasce più deboli della popolazione. Si parla ad esempio di “un programma universale che miri a costruire delle case eco-energetiche e a rinnovare le dimore esistenti, assicurando che le comunità e i quartieri più svantaggiati saranno i primi a beneficiarne e potranno offrire formazione professionale ai loro abitanti e cogliere altre occasioni per lottare contro la povertà in maniera duratura.”
Anche l'abbandono delle fossili dovrà essere gestito in maniera socialmente sostenibile: “Essenziale – si continua - che i lavoratori dei settori d’impiego a forte emissione di carbonio abbiano accesso a una formazione e risorse adeguate affinché tutte e tutti abbiano la capacità di contribuire ad una economia energetica verde .”
Non manca ovviamente l'attacco agli accordi internazionali, come il TTIP, che potrebbero danneggiare ambiente e diritti, solo per tutelare delle imprese: bisogna “porre un freno agli accordi commerciali che danno alle imprese il potere di alimentarsi con gli sforzi che noi facciamo per ricostruire le economie locali, per regolamentare le società private e fermare le attività di estrazione dannosa.”
Per finanziare il cambiamento poi va riformata la fiscalità in modo da ricomprendere nel conto anche i costi per ambiente e collettività. Per questo si invita a “mettere un termine alle sovvenzioni destinate allo sfruttamento e al consumo delle energie fossili, imporre una tassa sulle transazioni finanziarie, accrescere i canoni petroliferi, aumentare l’imposta sui proventi delle imprese private e dei più ricchi, introdurre una tassa progressiva sul carbone, tagliare le spese militari. 
Tutte queste misure si ispirano al principio del 'chi inquina paga' e sono molto promettenti.”

28 novembre 2015

Azione di Greenpeace alla vigilia della Cop21 : Mongolfiera sulla Tour Eiffel

Tratto da Adnkronos

Mongolfiera sulla Tour Eiffel, azione di Greenpeace alla vigilia della Cop21

Mongolfiera sulla Tour Eiffel, azione di Greenpeace alla vigilia della Cop21
Oggi una mongolfiera di Greenpeace si è alzata accanto alla Torre Eiffel portando sul cielo di Parigi il messaggio: “Rinnoviamo l’energia”. L’azione è stata compiuta mentre la capitale francese si appresta a ospitare i leader mondiali per il vertice sul clima delle Nazioni Unite. La Cop21 sarà un’occasione per tutte le nazioni di negoziare un accordo globale e vincolante sul clima. 
"La conferenza di Parigi è un’opportunità per rendere il mondo un posto più sicuro - dichiara Kumi Naidoo, direttore esecutivo di Greenpeace International, parlando ai piedi della Torre Eiffel - Qualsiasi decisione prenderanno i leader riuniti a Parigi, le rinnovabili hanno già cominciato a scalzare i combustibili sporchi e pericolosi del passato. Sarà una gara fra l’aumento delle temperature e l’affermarsi delle tecnologie pulite, e i negoziati di Parigi potrebbero accelerare la transizione verso le rinnovabili. Ma le persone chiedono di agire. Per questo la nostra mongolfiera porta il messaggio “Rinnoviamo l’energia”".
Naidoo, di origini sudafricane e veterano del movimento anti-apartheid, ha aggiunto: "Le radici del terrorismo sono molte e complesse, ma indubitabilmente i cambiamenti climatici aumentano l’instabilità e l’insicurezza delle regioni più esposte ai conflitti. Per decenni la nostra dipendenza dal petrolio è stata causa di guerre, e ogni azione concreta contro i cambiamenti climatici non potrà che trasformare il Pianeta in un luogo più sicuro".

                        ______________

Tratto da Il Fatto Quotidiano

Cop21, Naomi Klein voce narrante di This Changes Everything

Siamo una specie avida e ottusa, e se questo è vero non c’è speranza. Per fortuna però durante questo cammino ho incontrato persone che lottavano, e ho capito che il problema non sono gli umani ma una storia che siamo andati avanti a raccontarci per 400 anni. E questa storia è il capitalismo”. 
Non potrebbe essere più chiara Naomi Klein, la celebre autrice di No Logo, voce narrante di This Changes Everytingdocumentario ambientalista che prende il nome dal suo ultimo libro e che sarà nelle sale italiane il 2 dicembre. Frutto di quattro anni di lavoro in giro per il mondo, racconta dalle battaglie contro l’estrazione di bitume nelle foreste del Canada, la fratturazione idraulica in Nord America, le centrali a carbone in India, le miniere in Grecia. Il documentario assume ancora più importanza in vista della conferenza sul clima Cop21 che si apre domenica a Parigi.
Proiettato ad Amsterdam sui muri di una vecchia centrale a carbone, ad Atene alimentato dall’energia cinetica delle biciclette, a Roma in anteprima nell’Aula dei Gruppi Parlamentari di Montecitorio alla presenza della presidentessa Laura Boldrini, che ha detto: “Alla Cop21 di Parigi dovranno essere gettate la basi per una possibile convivenza in questo pianeta”. Non è stato molto d’accordo il regista Avi Lewis, marito di Naomi Klein, che ha ricordato come a Parigi “non si discuterà nemmeno dei limiti di estrazione di energia fossile, che sono oggi il problema più stringente”. Sempre Avi Lewis a proposito della tragedia del climate change non ha lesinato critiche alla mancanza di lungimiranza dei governi che parlano bene ma poi agiscono male”, e non si è nemmeno risparmiato una stoccata al governo italiano per le trivellazioni nel mare Adriatico.
Tra comunità di indigeni che lottano in nome di diritti ancestrali sul territorio e piccoli villaggi che si ribellano alla corruzione dei loro politici, il documentario ovviamente simpatizza con gli ultimi della terra, che sono poi i primi a subire le conseguenze della devastazione ambientale. “Crescita è il nome che più si avvicina oggi a una divinità globale. ....
Per ogni vittoria locale però, c’è l’ennesima decisione presa a discapito delle popolazioni e delle loro battaglie. Per questo dice ancora Avi Lewis a ilfattoquotidiano.it: “Per ottenere dei risultati vanno abbattuti i pilastri centrali del neoliberismo, oggi in particolare quelle leggi internazionali che diventano lo strumento che permette agli investitori stranieri, e quindi alle multinazionali, di citare in giudizio un governo perché le sue leggi locali potrebbero privarli di guadagno. Ovvero il cuore di trattati come il ttip, tisa e ttp. Non è possibile che comitati di presunti esperti non eletti dalle popolazioni possano poi decidere in favore delle multinazionali e dei loro guadagni invece che della tutela delle persone e dell’ambiente. E’ la logica mortale del libero scambio”....
Contiua a leggere sull'articolo integrale

14 ottobre 2015

Naomi Klein: Quando il capitalismo distrugge l'ambiente

Tratto da Espresso.Repubblica 

Naomi Klein dal libro al documentario choc Quando il capitalismo distrugge l'ambiente

Il problema è di natura etica: questi signori vengono qui, si prendono tutto ciò che possono senza curarsi delle conseguenze e si lasciano alle spalle il deserto. Qui si può capire tutta la dimensione del problema ambientale. Guardando come la natura viene trattata insieme alla città e ai suoi abitanti, si arriva al cuore del problema: il capitalismo". 
Così un'abitante di Halkidiki, nella Grecia settentrionale, parla del progetto della canadese Eldorado di sfruttare il sottosuolo per estrarre l'oro, con un piano da 1 miliardo di euro, nello scioccante documentario This Changes Everything, tratto dall'omonimo best seller di Naomi Klein (uscito in Italia col titolo Una rivoluzione ci salverà), e appena presentato in anteprima mondiale al festival di Toronto.....

Ciò che si può notare è che la classe politica ovunque sembra ancorata a vecchi modelli, come quello dei combustibili fossili, forse perché come avviene in America è finanziata dalle società che li producono o perché non riesce a immaginare una soluzione che superi una visione della politica come l'arte di ciò che è possibile. Nel frattempo la gente comune scende in piazza per chiedere un cambiamento di paradigma, come dimostra la nascita di movimenti quali Occupy, Syriza, Podemos o il Movimento 5 Stelle in Europa, che magari hanno vedute non sempre coincidenti, ma hanno in comune la voglia di mettere alle strette il sistema politico, di costringerlo ad agire.
In questo senso per me e Naomi era molto importante mostrare l'esempio della Germania (che ormai produce circa il 30 per cento del proprio fabbisogno energetico con energie rinnovabili, ndr.) perché i risultati di oggi vengono dalle lotte del passato dei movimenti di attivisti contro il programma nucleare  prima e poi contro il carbone, e in favore dell'energia pulita. Che ha portato anche moltissimi posti di lavoro".

Il documentario attraversa varie zone della Terra in cui la sete di denaro ha finito per prosciugare le risorse naturali e le vite delle persone stabilite in quelle aree: dalle foreste dell'Alberta letteralmente stuprate per ricavare petrolio dalle sabbie bituminose alla Grecia in cui gli investimenti per estrarre l'oro vanno a braccetto con il bisogno della gente di uscire dalla crisi economica, dallo sfruttamento del carbone che rischia di distruggere le comunità di pescatori Indiani, alla Cina in cui l'inquinamento atmosferico è talmente asfissiante da avere sollevato proteste molto violente in tutte le grandi metropoli.

"Questo film è nato insieme al libro cinque anni fa", spiega il regista "ed è un progetto che trasuda tutta la passione che Naomi ed io abbiamo per il tema dell'ambientalismo. Per noi era importante mostrare la lotta delle persone e l'impegno che ciascuno di loro mette nel combattere le multinazionali estrattive, soprattutto per cercare di dare una risposta a tutti quelli che si chiedono: io cosa posso fare per cambiare le cose? La grande sfida è stata quella di coniugare una lucida analisi dei fatti con gli elementi della storia basata sui personaggi, su chi lotta tutti i giorni per un mondo migliore".
Naomi Klein dal libro al documentario choc Quando il capitalismo distrugge l'ambiente
Nonostante abbiano da poco finito il film Naomi Klein e il marito non hanno certo intenzione di concedere pause al proprio attivismo: "Oggi lanceremo in Canada un manifesto politico chiamato Leap, che vuol dire balzo e include le proposte da abbracciare sia in materia ambientale che economica per costruire un futuro che non sia più basato sui combustibili fossili. 
Naturalmente riguarda il nostro Paese ma è facilmente applicabile anche agli altri. La speranza è che ciò avvenga al più presto".

11 luglio 2015

Naomi Klein: «L’economia climatica ha a che fare con la morale e l’etica»

Tratto da greenreport

Naomi Klein: «L’economia climatica ha a che fare con la morale e l’etica»
L’intervento al Convegno “Le persone e il pianeta al primo posto: l’imperativo di cambiare rotta”
[10 luglio 2015]
Naomi Klain
Grazie. È un onore essere qui oggi e specialmente condividere questa tribuna con il card. Peter Turkson che ha fatto così tanto per condurci a questo momento storico.
Papa Francesco all’inizio della sua enciclica Laudato Si’ scrive che questa non è un insegnamento rivolto al mondo cattolico ma a «ogni persona che vive su questo pianeta». ...
«Non siamo Dio» dichiara l’enciclica. Tutti gli esseri umani lo sanno. Ma circa 400 anni fa, vertiginose scoperte scientifiche hanno fatto pensare a qualcuno che l’umanità fosse sul punto di sapere tutto ciò che c’era da sapere sulla Terra e che quindi fosse “maestra e padrona” della natura, come Cartesio ha mirabilmente detto. Questo, dicevano, è ciò che Dio ha sempre voluto.
Questa teoria si è mantenuta in vita per molto tempo. Ma scoperte scientifiche più recenti ci hanno rivelato qualcosa di molto diverso. Perché mentre bruciavamo sempre più combustibili fossili – convinti che le nostre navi container e i nostri jumbo jet avessero livellato il mondo, che noi fossimo dei – i gas a effetto serra si stavano accumulando nell’atmosfera trattenendo incessantemente calore.
E ora siamo posti di fronte alla realtà: non siamo mai stati né maestri né padroni e stiamo scatenando forze naturali di gran lunga più potenti delle nostre macchine più ingegnose. Possiamo salvarci, ma solo se abbandoniamo il mito del dominio e del possesso e impariamo a lavorare con la natura, rispettando la sua intrinseca capacità di rinnovamento e rigenerazione.
E questo ci conduce al cuore del messaggio dell’interconnessione al centro dell’enciclica. Ciò che il cambiamento climatico ribadisce – per quella minoranza dell’umanità che lo avesse dimenticato – è che non esiste un rapporto a senso unico di puro dominio nella natura. Come scrive papa Francesco, «niente di questo mondo ci risulta indifferente».
Per coloro che vedono l’interconnessione come una degradazione cosmica, questo è troppo da sopportare. E così – incoraggiati attivamente dagli attori politici sostenuti dalle compagnie di combustibili fossili – scelgono di negare la scienza.
Ma questo sta cambiando, come cambia il clima. E cambierà ancora di più con questa enciclica.......

.......In un mondo in cui il profitto è costantemente messo al primo posto, prima delle persone e del pianeta, l’economia climatica ha a che fare con la morale e l’etica. Perché se concordiamo nel dire che mettere in pericolo la vita sulla Terra è una crisi morale, allora è nostro dovere agire.
Questo non significa scommettere sui cicli di espansione e frenata del mercato nel futuro. Significa politiche che regolino direttamente quanto carbonio può essere estratto dalla terra. Significa politiche che ci portino al 100% di energie rinnovabili in 20-30 anni, non entro la fine del secolo. E significa condivisione di risorse comuni – come l’atmosfera – sulla base della giustizia e dell’equità, non che i vincitori si prendono tutto.
Ecco perché un nuovo tipo di movimento per il clima sta rapidamente emergendo. Esso è basato sulla verità più coraggiosa espressa nell’enciclica: che il nostro attuale sistema economico sta alimentando la crisi climatica e ci impedisce di prendere i provvedimenti necessari per contrastarla. Un movimento fondato sulla consapevolezza che se non vogliamo che il cambiamento climatico ci sfugga di mano, allora dobbiamo cambiare il sistema......
Questa crescente consapevolezza è alla base delle sorprendenti e improbabili alleanze cui stiamo assistendo. Come, per esempio, me in Vaticano. Come sindacati, indigeni, gruppi di fedeli e ambientalisti che lavorano a stretto contatto insieme come mai prima.
All’interno di queste coalizioni non siamo d’accordo su tutto – neanche per idea! – ma ci rendiamo conto che la posta in gioco è così alta, il tempo così poco e l’impegno così grande che non possiamo lasciare che queste differenze ci dividano. Quando 400 mila persone hanno marciato per la giustizia climatica a New York nel settembre scorso, lo slogan era “Per cambiare tutto, abbiamo bisogno di tutti”.
Tutti significa anche i leader politici, naturalmente. Ma avendo partecipato a molti incontri con i movimenti sociali in vista della Cop21 di Parigi, posso dire questo: non possiamo sopportare un altro fallimento presentato come un successo ai media, per poi vedere, a distanza di una settimana, quegli stessi politici tornare a estrarre petrolio nella regione artica, a costruire più autostrade e a fare nuovi accordi commerciali che rendono più difficile regolare chi inquina.
Se non si riesce a ottenere una immediata riduzione delle emissioni provvedendo a reali e sostanziali aiuti per i Paesi poveri, allora lo si dovrà presentare come un fallimento. Quale sarebbe.
Ciò che dobbiamo sempre ricordare è che non è troppo tardi per invertire la rotta – quella che ci sta portando verso un aumento di 4 gradi centigradi. È ancora possibile limitare il riscaldamento entro la soglia del grado e mezzo se facciamo di questo obiettivo la nostra priorità collettiva.......


Oggi abbiamo solo due strade davanti a noi: una difficile ma giusta e l’altra facile ma riprovevole.
Ai nostri cosiddetti leader che stanno preparando i loro impegni per la Cop21 di Parigi, imbellettando un altro pidocchioso accordo, voglio dire questo: leggete l’enciclica di papa Francesco, non il suo sommario ma tutta.
Leggetela e lasciate che pervada i vostri cuori. Il dolore per ciò che abbiamo già perso e la celebrazione di ciò che possiamo ancora proteggere e aiutare a prosperare.
Ascoltate, poi, le voci delle centinaia di migliaia di persone che durante il summit percorreranno le strade di Parigi e di tante città del mondo.
Questa volta diranno qualcosa di più di “dobbiamo agire”. Diranno: stiamo già agendo. Siamo la soluzione: con le nostre richieste che le istituzioni disinvestano dalle compagnie di combustibili fossili e investano invece in attività che riducano le emissioni. Coi nostri metodi di coltivazione ecologica, che fanno meno affidamento sui combustibili fossili, fornendo cibo sano e lavoro. Con i nostri progetti di energia rinnovabile controllati a livello locale, che stanno riducendo le emissioni, abbassando i costi e definendo l’accesso all’energia come un diritto. Con la nostra richiesta di mezzi pubblici affidabili e convenienti, se non gratuiti, che farebbero sì che lasciassimo le nostre automobili che inquinano le nostre città, congestionano le nostre vite, ci isolano gli uni dagli altri. Con la nostra insistenza senza compromessi sul fatto che non ci si può definire leader climatici mentre si aprono strade per nuove trivellazioni, fracking e miniere negli oceani o sulla terra. Con la nostra convinzione che non ci si può definire democrazie se si è legati a multinazionali inquinanti.
Ovunque sul pianeta, il movimento per la giustizia climatica sta dicendo: guardate il bellissimo mondo che sta al di qua di queste politiche coraggiose, i cui semi stanno già dando frutti che chiunque abbia voglia di guardare può vedere.
Smettete di fare del difficile il nemico del possibile. E unitevi a noi per rendere il possibile reale.
Naomi Klein

09 aprile 2015

Naomi Klein .La risposta al cambiamento climatico deve essere basata sulla giustizia.

  Pubblichiamo un interessante articolo 



La risposta al cambiamento climatico 

deve essere basata sulla giustizia. 

Naomi Klein

...."Tutto può cambiare", assicura Naomi Klein nel suo nuovo libro. A condizione di non "cedere alla disperazione", perché "troppe vite sono in gioco" e "occorre lottare per un sistema economico più giusto" . L'attivista canadese anti-globalizzazione è nota per le sue opere critiche del capitalismo e ora denuncia l'impunità totale per le principali compagnie petrolifere e del gas, che rappresentano una minaccia mortale per il pianeta.

"ll problema",
spiega la Klein alla rivista franccese Basta!"non è che non facciamo niente, ma ci impegnamo attivamente nella scelta sbagliata. Il nostro sistema economico è basato sulla crescita infinita. 

Ogni espansione è considerata positivo. Le nostre emissioni di CO2 stanno aumentando molto più velocemente che nel 1990. Negli ultimi dieci anni, il prezzo elevato del petrolio ha spinto il settore energetico a rivolgersi a nuove forme di estrazione, più costose e più inquinanti, come il fracking. Abbiamo incoraggiato le multinazionali a produrre a costi inferiori, con una manodopera a buon mercato e risorse energetiche a prezzi bassi. 
Non possiamo dire che non facciamo niente: facciamo peggiorare il problema!"

"Paghiamo le conseguenze di due decenni di politiche climatiche non basate sulla giustizia. Risultato: il disegno di legge per la transizione ecologica pesa sul nostro consumo quotidiano, sui lavoratori. La gente ora associa le azioni contro il cambiamento climatico ad un aumento del costo della vita, a pagare un extra per i prodotti "verdi" o le energie rinnovabili. Hanno cominciato ad accettare questa logica.

Poi è arrivata la crisi economica, le persone hanno pagato per salvare le banche e si chiedono perché devono pagare per le grandi aziende inquinanti"
Alcune compagnie petrolifere come ExxonMobil, BP e Shell, dicono di aver dichiarato guerra al pianeta, provoca Basta!. "
Il modello di business di queste aziende le porta a cercare costantemente nuove riserve di combustibili fossili - carbone, petrolio e gas. È per questo che lottano duramente contro la diffusione di una informazione scientifica equa e onesta sul clima, perché finanziano i leader politici e le organizzazioni che negano il riscaldamento globale, che si oppongono a tutte le misure contro il cambiamento climatico.
Perché queste aziende godono di una tale impunità, nonostante la minaccia che rappresentano per il pianeta?
"Queste aziende sono le più potenti aziende del mondo. I nostri governi hanno combattuto guerre per proteggere i loro interessi. I combustibili fossili, per natura, sono geograficamente concentrati.  Il che porta ad una concentrazione di ricchezza e potere nelle mani di un piccolo numero di imprese, pubbliche o private. Una concentrazione di potere che favorisce la corruzione, funzionari che fanno la spola tra le imprese e l'ambiente politico, enormi quantità di denaro utilizzato per pagare le campagne politiche. 
Ecco perché queste multinazionali godono di totale impunità.  Per riprendere il controllo, dobbiamo smantellare il potere delle imprese transnazionali. In primo luogo abbiamo bisogno di non far aumentare il loro potere. Si tratta di bloccare i nuovi accordi di libero scambio, come il Tafta e il TTIP. Questi accordi attribuiscono alle società multinazionali nuovi poteri per sfidare i governi in materia di politica climatica.  .....
E i dipendenti di queste aziende inquinanti, che rischiano di perdere il posto di lavoro? 
Quali alleanze sono possibili?
"La risposta al cambiamento climatico deve essere basata sulla giustizia. .....In pratica questo significa che ai lavoratori del settore dei combustibili fossili che perdono il posto di lavoro saranno offerti altri lavori, in particolare nel settore delle energie rinnovabili. Le energie rinnovabili, l'efficienza energetica, i trasporti pubblici creano 6-8 volte più posti di lavoro rispetto agli investimenti nel settore estrattivo.....

Un'alleanza tra il movimento operaio e il movimento per la giustizia climatica è necessario. Questo è il momento giusto per costruire questo tipo di alleanza: il compromesso tra i lavoratori, i sindacati e le multinazionali si è rotto perché questi ultimi non creano più posti di lavoro. Hanno anche licenziato a causa dei bassi prezzi del petrolio.Negli ultimi mesi, a causa della drammatica caduta dei prezzi del petrolio, più di 100 000 posti di lavoro sono stati persi nel settore del petrolio e del gas negli Stati Uniti. La prova che è estremamente rischioso scommettere tutto su un bene come il petrolio e il gas, il cui prezzo oscilla costantemente.

Il momento giusto per costruire un'economia più stabile. Il vantaggio di vento e sole è che sono liberi, allo stesso prezzo per tutto il tempo, non soggetti a cicli di alti e bassi".
Nel suo libro la Klein analizza a fondo il rapporto tra il capitalismo e il cambiamento climatico.
 Combattere per il clima, sostiene l'attivista, implica necessariamente la lotta contro il capitalismo e il cambiamento del sistema economico. .....
Se il movimento per la giustizia climatica dimostra che agire per il clima è la migliore possibilità che abbiamo di costruire un sistema economico più giusto, con più posti di lavoro e di migliore qualità, più uguaglianza, più mezzi di trasporto pubblico, tutte quelle cose che rendono la vita migliore, allora la gente si batterà per queste politiche. Questo è fondamentale."
Su L'Antidiplomatico l'articolo integrale
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Credere nella giustizia climatica significa essere disposti a impegnarsi in una vera e propria lotta che inevitabilmente richiederà sacrifici reali.

10 febbraio 2015

Tratto da Core

Una rivoluzione ci salverà

Quando sono i movimenti a fare il cambiamento, anche quello climatico

Prima ancora che come un remoto problema di equità intergenerazionale quella ambientale è una questione di urgenza immediata,  di cui dovremmo essere già tutti profondamente preoccupati, oltre che perfettamente consapevoli.
Invece pare che gli ultimi decenni di violenze e soprusi al pianeta Terra non abbiano ancora davvero intercettato il dibattito pubblico.
Naomi Klein, presentando il suo ultimo libro ” Una rivoluzione ci salverà”  in un’unica data italiana presso Spin Time lo scorso 4 Febbraio, ha offerto un’accurata analisi di quali dinamiche abbiano occultato per tanto tempo il tema del cambiamento climatico e del degrado ambientale.
Tradizionalmente l’ambiente è stato sempre considerato un bene di lusso, cioè un bene di cui si sente l’esigenza  solo oltre una certa soglia di reddito, dunque di secondaria importanza rispetto alle esigenze primarie da soddisfare per sopravvivere.
Questo ha naturalmente portato le fasce piu’ indigenti della popolazione ad accettare, forse anche a malincuore, il ricatto ambientale da parte del sistema produttivo.
Non mancano di questo gli esempi in Italia, dall’Ilva di Taranto .......alla modalità di gestione dei rifiuti da parte delle mafie.
Tuttavia questa tendenza sta vivendo un ribaltamento, proprio perchè sono state le masse popolari a soffrire maggiormente, in primo luogo in termini di salute, di una gestione iniqua delle risorse naturali.
Forse questa parte di popolazione non percepisce ancora il problema ambientale nei suoi effetti di lungo periodo, ma certamente è da qui, dal basso, che sta iniziando il cambiamento di rotta.
Tutto questo è saltato all’occhio lo scorso settembre a New York dove è stata organizzata la People’s climate march  in risposta al contemporaneo svolgimento del summit internazionale sul clima dell’ONU.
Da un lato i veri traditori del clima si riunivano per avanzare proposte su un qualche impegno volontario da far prendere al proprio Paese, dall’altro il movimento popolare di massa si dimostrava l’unica soluzione all’inadempienza politica.


Il problema politico è infatti preponderante tanto nelle questioni di giustizia sociale quanto in quelle di giustizia ambientale.
Qualsiasi leader ha dovuto cedere ad una rinfrescata green della propria immagine, come il premier Renzi che durante l’incontro di New York  definiva quella dei cambiamenti climatici la ” sfida del nostro tempo”, richiedendo per altro che gli accordi che verranno presi a Parigi nel 2015 durante la COP21siano vincolanti.

Bene, non appena tornato in Italia lo stesso abile oratore ha convertito in legge il decreto “sblocca Italia”, in cui si legittima l’inizio di grandi opere ad elevato impatto ambientale, autorizzando cosi’ la nascita di nuovi eco-mostri, e si tolgono agli enti locali alcune importanti competenze in materia di tutela ambientale.
A livello internazionale invece il dibattito sulla giustizia ambientale si muove, ma principalmente a livello teorico. Sono tutti proiettati sul miraggio di Parigi 2015 dove, ancora una volta, nessun sostanziale cambiamento verrà accordato.....
Ci troviamo cosi’ ad affrontare una situazione ambientale disastrosa in uno schema economico vincolato dall’austerità, in cui il bene pubblico è stato oggetto di privatizzazioni e il potere politico è inibito e resta a guardare.
La soluzione, in fin dei conti,  è lontana e ancora tutta da scrivere.
La fonte di energia del cambiamento si è tuttavia già palesata, e sono gli aggregati di persone che hanno creato una lotta comune declinata secondo la loro specifica battaglia, ma comunque con una vera finalità collettiva.
Durante la presentazione del libro sono intervenuti vari gruppi presentando la propria vertenza sull’Italia, dimostrandosi numerosi e sensibili al mutamento della realtà che ci sta intorno.
La responsabilità, secondo la lettura dell’autrice, sta quindi in capo ai movimenti di difesa della tutela ambientale, a quei ” guerrieri” della climate justice che, se opportunamente coordinati, potranno sostituirsi a schemi politici internazionali e locali passivi per passare, insieme, dal difendere al ricostruire.Qui l'articolo integrale
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In altre parole, scrive la Klein, siamo di fronte ad una scelta di campo: salvare il pianeta dai cambiamenti climatici salvando anche noi attraverso un immediato cambio di rotta, oppure salvare il capitalismo così come lo conosciamo, e assieme ad esso gli interessi delle èlite, delle multinazionali del petrolio e dei colossi economici e finanziari.