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24 settembre 2021

Antonio Tricarico : Le bugie di Terna e del governo sul nostro sistema elettrico

 Tratto da Recommon

Le bugie di Terna e del governo sul nostro sistema elettrico

Altro che ritornare al nucleare, come prefigurato dal ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani. O approntare nuove centrali a gas necessarie quando si spegneranno quelle a carbone perché il sistema elettrico italiano non reggerebbe il soddisfacimento della domanda, come sostiene Terna, il gestore della rete italiana. 

A fare bene i conti, la realtà sembra ben diversa. Ce lo dice ilCentre for Research on Energy and Clean Air (CREA), che pubblica oggi il rapporto “RIPE FOR CLOSURE: Accelerating the energy transition and saving money by reducing excess fossil fuel capacity” con i risultati dell’analisi condotta insieme agli esperti di Transition Zero sul fabbisogno energetico di tutti i paesi europei. 

Ben nove tra questi, tra cui l’Italia, potrebbero da subito chiudere centrali a combustibili fossili per un totale di 48,8 GW di potenza installata senza mettere a rischio le forniture di elettricità per famiglie ed imprese. Si tratta di ben il 17% di tutta la potenza installata in centrali fossili in Europa. Con il pensionamento anticipato delle centrali non necessarie, il risparmio dei costi fissi operativi e di manutenzione sarebbe di quasi 2 miliardi di euro l’anno. Il 77% della potenza in eccesso riguarda le centrali a carbone (che in Italia, a meno di sorprese, dovrebbero chiudere i battenti entro il 2025), il resto sarebbero centrali ad olio combustibile e gas in qualche caso.

Se guardiamo ai dati del Bel Paese, in termini assoluti l’Italia risulta al secondo posto per eccesso di capacità di generazione installata, dietro solo alla Spagna. Secondo CREA, anche considerando un legittimo margine di riserva del 15% per garantire la sicurezza delle forniture, oggi vi è lo stesso un eccesso di 8,7 GW di centrali fossili per soddisfare il picco della domanda. Si tratta principalmente delle centrali a carbone che dovrebbero chiudere al 2025; quindi l’uscita dal carbone può avvenire senza bisogno di installare nuova capacità di generazione a gas, smentendo così palesemente il governo italiano sul tema. Anche alcune centrali ad olio combustibile dovrebbero essere mandate in pensione. Il tutto per un risparmio nei costi fissi operativi e di manutenzione di 465 milioni di euro l’anno, a detta degli esperti di CREA.

In barba all’emergenza climatica, da noi il 57% dell’energia elettrica è ancora prodotta da fonti fossili, con il gas passato dal 40% del 2015 al 46% attuale. La tendenza è stata accelerata dalla sostituzione di 14 GW di centrali a carbone con impianti a gas, invece che con impianti ad energia rinnovabile e distribuiti sul territorio. Un approccio legato al passato, che sembra continuare visto che il gestore della rete Terna ha raccomandato l’installazione di circa 5 GW di nuove centrali a gas per riserva. Le utility elettriche italiane, in primis Enel, si stanno prontamente muovendo in tal senso, addirittura pianificando le nuove centrali negli stessi siti di quelle a carbone. Ma non si accontentano di 5 GW: hanno già proposto progetti di nuove centrali a gas per ben 14 GW con la speranza di usufruire dei lauti sussidi del “mercato di capacità”, come spiegato nel rapporto pubblicato da ReCommon lo scorso maggio. A 5,8 GW sono già stati attribuiti i nuovi sussidi e dovrebbero andare in funzione nel 2023.

Nel frattempo le nuove aste per attribuire i sussidi per il 2024 e 2025 previste in estate sono state rimandate, ma probabilmente di poco. Ancora una volta, un attento esame dei numeri smentisce le lobby fossili che trovano ampio ascolto nel governo Draghi. Oltre che calmierare i sovrapprezzi nelle bollette elettriche – per altro dovuti sull’aver puntato in maniera ottusa solo sul gas negli ultimi anni – una autentica transizione ecologica che sia anche giusta richiederebbe di fermare subito le nuove centrali a gas senza se e senza ma.

08 ottobre 2014

Il Sole 24 ore : Centrali elettriche, una su quattro dovrà sparire.


Tratto da Il Sole 24 ore

Centrali elettriche, una su quattro dovrà sparire.


Troppe centrali elettriche in Italia. 
Molte di quelle tradizionali, la maggior parte delle quali alimentate a gas metano, andrebbero chiuse in tempi rapidi. Moltissime, fino a un quarto della potenza complessiva. Il messaggio lo lancia, con un po' di prudenza ma con molta chiarezza, il viceministro allo Sviluppo economico Claudio De Vincenti in un convegno a Milano. Poche illusioni, la grande crisi non passa e il sistema elettrico italiano deve smettere di sperare nella risalita dei consumi come panacea per i suoi mali. Che non riguardano solo i costi aggiuntivi determinati dal poco carbone, dalla rinuncia al nucleare e dalla sudditanza pressoché totale dal gas metano. Il difetto strutturale, che non si riesce proprio a sanare, è appunto nella sovracapacità determinata la corsa alla costruzione di nuove centrali degli ultimi 15 anni sull'onda della liberalizzazione. ....

Ma anche nella migliore delle ipotesi sarà indispensabile «un processo di riduzione della capacità governato, privilegiando gli impianti più efficienti in modo che il futuro sia nelle mani degli impianti più flessibili per dare sicurezza al sistema».

Le cifre parlano chiaro. Il nostro Paese - puntualizza l'amministratore delegato di Terna, Matteo Del Fante, in un'audizione alla commissione industria del Senato - ha raggiunto un margine di riserva di generazione elettrica di ben 24,8 gigawatt rispetto a 1,3 GW di 10 anni fa passando da una capacità disponibile reale (al netto delle manutenzioni e comunque dei fattori di indisponibilità) cresciuta in un decennio da 54,4 a         78,7 GW a fronte di una domanda di punta è rimasta pressoché invariata passando da 53,1 a 53,9 GW. Cinquemila megawatt di riserva sono necessari e accettabili, forse qualcosa di più. 
Ma non certo 25 mila. Si dovrà sfoltire. 


di Federico Rendina - Il Sole 24 Ore -
 Leggi qui  l'articolo integrale 

Leggi anche su Qualenergia

Overcapacity, Terna: abbiamo 25 GW di potenza elettrica in eccesso.


Al 2013 l'Italia ha raggiunto un eccesso di capacità disponibile rispetto alla domanda di punta di ben 24,8 GW. Che il sistema elettrico italiano sia in una situazione di pesante overcapacity non è un novità, ma è interessante che il dato venga certificato da Terna, e in particolare dall'a.d. Matteo Del Fante in occasione di un'audizione alla Commissione Industria del Senato (slide in allegato in basso).

Rispetto al 2003 - ha spiegato Del Fante - la capacità necessaria a coprire la domanda di punta è rimasta pressoché invariata, passando da 53,1 a 53,9 GW, mentre la capacità disponibile è salita da 54,4 a 78,7 GW, con un margine di riserva passato da 1,3 a 24,8 GW.
L'eccesso di potenza è dovuto alla forte crescita degli impianti a ciclo combinato a gas, avvenuta dal 2002 al 2011, e alla massiccia espansione delle fonti rinnovabili intermittenti tra il 2009 e il 2013: dal 2003 al 2013 si sono aggiunti circa 21,8 GW di potenza da termoelettrico e circa 27 GW di potenza da eolico e fotovoltaico.

13 aprile 2013

Ma l'obiettivo resta decarbonizzare il sistema elettrico

 Tratto da QualEnergia

Diverse possibili scelte, ma l'obiettivo resta decarbonizzare il sistema elettrico.     Gianni Silvestrini



Martedì prossimo, 16 aprile, a Roma ci sarà un interessante confronto fra le diverse anime del sistema energetico italiano in un momento molto delicato: utilities in affanno economico, operatori delle rinnovabili in crisi alla ricerca di nuove prospettive, regolatori che dovranno intervenire sul mercato elettrico.
Dopo il pamphlet “Chi ha ucciso le rinnovabili” del presidente di Assoelettrica e le repliche del presidente di Assosolare, interviene anche il Coordinamento delle associazioni delle fonti rinnovabili e l’efficienza energetica, FREE, con l’organizzazione di questo convegno e la presentazione di un rapporto per rintuzzare le critiche e avanzare alcune proposte al prossimo Governo.

La situazione è nota. Domanda in calo, sovraccapacità termoelettrica, rinnovabili cresciute oltre ogni previsione. Come pure è chiaro il punto di arrivo: entro 38 anni si dovrà completamente decarbonizzare la produzione elettrica. C’è anche un riferimento temporale intermedio, quel 35-38% dei consumi (e potenzialmente oltre) che secondo la SEN dovrebbe venire soddisfatto dalle rinnovabili al 2020, cioè almeno 20-30 TWh in più.
Cosa fare dunque, anche alla luce della situazione di crisi economica? 
Bloccare i nuovi progetti di centrali termoelettriche: sono state presentate ai Ministeri ben 37 richieste di autorizzazione per una potenza di 22,6 GW (tre proposte per 2 GW sono state ritirate nelle ultime settimane). Considerando che, a fronte di un parco di 81 GW termoelettrici, la potenza di punta ha raggiunto 5 anni fa un massimo di 57 GW, non ha alcun senso pensare a nuovi impianti (che disastro si sarebbe profilato se si fosse avviata l’avventura nucleare?).
Chiudere gli impianti più inquinanti e con minore rendimento.
Intervenire sul mercato elettrico e favorire una maggiore competizione nell’accesso al metano per consentire la sopravvivenza degli impianti a ciclo combinato (e in prospettiva l’esportazione di elettricità) in considerazione del ruolo strategico sinergico con la produzione non programmabile delle rinnovabili.
Favorire l’introduzione di elettrotecnologie nell’industria, pompe di calore nel settore civile, veicoli elettrici, tutte soluzioni che comportano una riduzione dei consumi di energia primaria e che sono sempre più giustificate nel contesto di una produzione fortemente, e sempre più, connotata dal gas e dalle rinnovabili.
Accelerare gli interventi sulla rete e le trasformazioni in smart grids, un comparto nel quale Enel svolge già un ruolo di punta in Europa e che potrà vederci all’avanguardia nei prossimi anni con possibilità di esportare know how.........

Per quanto riguarda il nostro paese, secondo UBS, il fotovoltaico non incentivato potrebbe generare 11 TWh al 2020. La crescita non sussidiata del solare, peraltro, si sta già manifestando nel Western Australia dove il 10% delle case ha il suo tetto fotovoltaico e l’installazione di impianti senza incentivi è aumentata rispetto ad un paio di anni fa quando il solare era ancora sostenuto.
Come si vede, la situazione è delicata.  
Dalle modalità (semplificazione + liberalizzazione) che verranno adottate dal Governo e dall’Autorità si deciderà se il mercato fotovoltaico non incentivato avrà dimensioni più o meno significative. 
 Le scelte andranno fatte considerando gli interessi generali del paese e quelli dei vari attori e gli effetti in termini di riduzione delle importazioni di gas, maggiori entrate fiscali e impatti occupazionali. 
Avendo come riferimento la decarbonizzazione del sistema elettrico. 
Leggi l'articolo integrale su QualEnergia


09 ottobre 2012

Ancora giù la domanda di energia elettrica, -2,3% nel 2012

 TRATTO DA QUALENERGIA

Ancora giù la domanda di energia elettrica, -2,3% nel 2012

Continua nel 2012 la tendenza al calo della domanda di elettricità in Italia. Record di flessione a settembre rispetto allo stesso mese del 2011: -9,6%. Domanda molto sotto la media nazionale nelle zone “Piemonte, Liguria, Valle d’Aosta” e "Triveneto". La produzione fotovoltaica +91,3% e l’eolico +37,2% rispetto allo stesso periodo 2011.

Continua nel 2012 la tendenza al calo della domanda di energia elettrica in Italia. A settembre c’è stato addirittura il record di flessione rispetto allo stesso mese del 2011:  26,4 miliardi di kWh contro 29,2, cioè una diminuzione del 9,6% che, se depurato dagli effetti di calendario (20 giorni lavorativi contro i 22 del 2011) e di temperatura (1,5 °C in meno), si riduce al -7,3%. Questi i dati secondo l’ultimo rapporto mensile di Terna (Rapporto mensile sul sistema elettrico - settembre 2012).

Nei primi nove mesi del 2012 il valore cumulato della domanda di elettricità (245,7 TWh) registra una diminuzione del 2,3% rispetto al 2011 (251,5 TWh), ma in termini decalendarizzati la variazione è maggiore: -2,7%. La produzione è in flessione dell’1,6%, con un saldo estero di -6,6%.
Il calo in questi primi 9 mesi rispetto allo stesso periodo del 2011 si registrato in tutte le aree del Paese, tranne che in Lombardia (+ 2,3). In particolare la domanda è molto al di sotto della media nazionale nelle zone “Piemonte, Liguria, Valle d’Aosta” (-7,4%) e "Triveneto" (-5,4%). Significativo anche il calo in Sardegna (-6,1%).
A settembre l’88,1% della domanda è stata coperta dalla produzione nazionale.
Per quanto riguarda le rinnovabili ,nel mese di settembre 2012 si registra un aumento dell’energia eolica (+46,8% rispetto allo stesso mese del 2011) e fotovoltaica, ma solo del 18,7% su settembre 2011, un incremento sicuramente inferiore rispetto a quelli registrati nei mesi precedenti dell’anno in corso.......

Tutte le rinnovabili elettriche coprono circa il 24,4% della domanda di energia elettrica nazionale, sempre per lo stesso periodo.
Per quanto riguarda la produzione termoelettrica, il calo su base annuale è finora del 4,3% (157,6 contro 164,8 TWh)....

09 luglio 2012

Dopo questi due decreti, Ministri pronti anche per la strategia energetica?

 Tratto da QualEnergia

Dopo questi due decreti, pronti anche per la strategia energetica?

Le rinnovabili e l'exploit del fotovoltaico creano problemi al settore energetico tradizionale. Il Ministro dello Sviluppo Economico ne prende atto ed esegue, mettendo un freno alle energie pulite. 
Gli unici settori in crescita ora dovranno tagliare giro d'affari e addetti. E ora vogliamo anche una strategia energetica nazionale da questi signori?
In questi primi sei mesi del 2012 la produzione di elettricità da fotovoltaico in Italia è stata esattamente pari a quella dell'intero 2011: 9,2 TWh, cioè al 6,6% della produzione totale 2012 fino a fine giugno e il 5,7% della domanda, come si evince dai dati forniti da Terna. Una quota che sarà più rotonda per fine anno, quando forse un altro paio di gigawatt si aggiungeranno agli attuali 14 GW.
Questa nuova massiccia produzione da fotovoltaico è il vero obiettivo del rallentamento al settore che viene sancito con il nuovo decreto sul quinto conto energia firmato lo scorso venerdì, insieme a quello sulle altre rinnovabili elettriche. 
 Il nostro sistema elettrico, e le produzioni elettriche centralizzate tradizionali e da fonte fossile, non vogliono e non possono accettare uno sviluppo ulteriore di queste tecnologie. 
 Il FV soprattutto abbassa fortemente il prezzo in Borsa nelle ore diurne e se lasciato libero di diffondersi (vedi qui), senza quel fardello burocratico che il nuovo DM gli accolla ,anche con tariffe molto ridotte, rapidamente raggiungerebbe quella soglia della copertura del fabbisogno elettrico totale del 10% che tutti prevedevano, appena due anni fa, non prima del 2020.
 Il braccio operativo di questo pessimo decreto è il Ministero dello Sviluppo, con la complicità di quello dell’Ambiente (che si è solo debolmente opposto, spesso a parole, al diktat degli uomini di Passera) e dell’Agricoltura.
Ma i veri mandanti sono i poteri energetici di questo Paese che stanno spendendo da tempo molte energie “intellettuali” per accusare le rinnovabili di scempi ambientali e del caro bolletta (tralasciando sistematicamente i costi del gas e altri oneri legati alle fonti fossili).
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Alla faccia delle ...... parole sulla crescita proferite ormai quotidianamente dal Governo Monti, già nelle prossime settimane molte aziende del settore saranno costrette a licenziare collaboratori e dipendenti e a veder drasticamente ridotto il loro giro di affari, proprio di uno dei pochissimi comparti che in questi anni aveva dimostrato che si poteva produrre diversamente reddito e occupazione......

03 luglio 2012

Australia: CARBON TAX pesante tassa sull’inquinamento.

 
ACCADE IN AUSTRALIA :NAZIONE RICCA DI CARBONE
Tratto da Newnotizie

Australia: CARBON TAX pesante tassa sull’inquinamento

Australia - In Australia è stata approvata una nuova tassa, la “carbon tax", che impone alle aziende più inquinanti di pagare una mora: 23 dollari australiani (pari a 18 euro) per ogni tonnellata di gas serra prodotta. Ad approvare questa nuova tassa è stato il governo presieduto dalla laburista Julia Gillard.

Inquinamento -
La manovra del governo australiano è dovuta al fatto che si tratta del Paese con il più alto tasso di inquinamento ad personam. L’Australia contribuisce per 1,5 % all’inquinamento mondiale e in questo modo non rispetta gli impegni internazionali sulla riduzione dell’emissione dei gas serra. Secondo il governo laburista questo sarebbe l’unico modo per ridurre l’inquinamento e si prevede che l’imposta colpirà circa 300 tra le più grandi industrie del Paese, per lo più minerarie, aeree ed energetiche.

A favore 
- La discussione sulla “carbon tax” va avanti ormai da mesi. Se la maggioranza laburista ha sempre fortemente sostenuto questo tipo di provvedimento punitivo, c’è chi la pensa diversamente. ....... Il primo ministro Gillard è invece fermamente convinto che questa manovra sarà fonte e stimolo di innovazione nella direzione di un modo di fare industria più ecologico e meno nocivo per l’ambiente.

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  ACCADE IN ITALIA....... 

NAZIONE RICCA DI TROPPE PAROLE.

Tratto da QualEnergia

Un sistema elettrico improvvisato e la trappola del carbone..

Nel prossimo decennio il sistema elettrico italiano potrà essere caratterizzato da una notevole produzione da rinnovabili, ma anche da un nuovo parco di centrali a carbone per oltre 5 GW.
 Uno sviluppo che rischia di realizzarsi senza alcuna programmazione e che comporterà implicazioni ambientali, energetiche ed economiche.

Il sistema elettrico italiano ha subìto profonde trasformazioni ed è destinato a cambiare ancora più significativamente. Nel primo decennio del secolo si è completata infatti la rottamazione delle vecchie centrali a olio, a favore di moderni impianti a gas a ciclo combinato, centrali che si sono diffuse sul territorio anche con soluzioni “green field”.
Il secondo decennio, invece, sarà quello delle rinnovabili grazie a 700.000 nuovi impianti, accelerando così la transizione dalla produzione centralizzata caratteristica del secolo scorso.

In realtà, però, la colorazione di questo decennio rischia di essere verde-nero perché sono previste anche diverse centrali a carbone.
Tutto ciò sta avvenendo senza alcuna programmazione. Non parliamo tanto di un improbabile Piano, quanto di una Strategia Energetica Nazionale che tenga conto dei nuovi trend della domanda, del sovradimensionamento della potenza elettrica, dell'irruzione delle rinnovabili e della necessità di riqualificare la rete. 
In assenza di questo quadro di riferimento, i singoli operatori continuano ad agire secondo logiche sempre meno comprensibili.
Prendiamo le proposte di conversione o di costruzione ex novo di centrali a carbone per oltre 5.000 MW. I nuovi ‘kWh neri’ al 2020 potrebbero risultare oltre la metà di quelli addizionali verdi. A puntare su questa opzione è innanzitutto l’Enel che intende fare del carbone il cuore della propria produzione elettrica. Ma anche altre aziende italiane e straniere vorrebbero realizzare impianti di questo tipo.
Perché si tratta di una scelta fortemente discutibile, aldilà delle implicazioni ambientali dell’intero ciclo del carbone? Innanzitutto, questi progetti si inseriscono in un contesto di overcapacity con un parco di impianti che vede ormai oltre 120.000 MW a fronte di una richiesta di punta di 57.000 MW. Le centrali a ciclo combinato lavorano ai minimi storici (alcuni impianti sono a rischio di chiusura) e gli impianti a carbone producono per sole 4.000 ore/anno. Il tutto con una domanda che quest’anno potrebbe portarsi sui livelli del 2004 (nei primi cinque mesi -3,2% rispetto al 2011).
Inoltre, la produzione emergente delle rinnovabili comporterà in questo decennio un incremento dell’offerta tra 50 e 60 TWh, con una crescita destinata a proseguire ulteriormente (la Commissione Europea ha già avviato la discussione sugli obbiettivi del 2030). E le centrali a carbone, al contrario di quelle a gas, sono le meno indicate a interfacciarsi con una produzione non facilmente programmabile.
Infine, l’aspetto economico. È vero che il carbone costa di meno, ma vanno inclusi i costi del sequestro dell’anidride carbonica, se mai si potrà fare. O, in alternativa, le quote da acquistare che, se al momento sono caratterizzate da prezzi incredibilmente bassi, nei prossimi decenni potrebbero anche raggiungere valori molto elevati. Inoltre, il prezzo del metano potrebbe diminuire, sia per la liberalizzazione delle reti in Italia sia per l’immissione sul mercato internazionale di percentuali di “shale gas”.
Se poi si analizza la questione non dal punto di vista del singolo operatore ma del sistema-Paese, i dubbi crescono. Che senso ha aver investito decine di miliardi di euro per centrali nuovissime e molto efficienti costrette a operare al minimo e che a fatica riescono a far quadrare il quadro economico? O imbarcarsi in una scelta, quella del carbone, che sul lungo periodo renderà più difficile il taglio delle emissioni di CO2, in un’Europa che prevede una produzione elettrica totalmente decarbonizzata al 2050?Insomma, gli elementi per avviare rapidamente una seria riflessione sulla Strategia Energetica Nazionale non mancano.
 

09 maggio 2012

CALANO I CONSUMI DI ENERGIA.......Kyoto sorpresa: la crisi rimette l'Italia nei parametri

Tratto da Il Corriere della Sera

Kyoto sorpresa: la crisi rimette l'Italia nei parametri

In marzo una flessione della domanda del 10%. Ma la vera sfida è quella che attende i Paesi da oggi al 2020

La «decarbonizzazione» improvvisa è legata alla minor attività delle aziende



(Reuters)
Calano i consumi di energia e così l'Italia rientra finalmente nei parametri di Kyoto, proprio nell'ultimo anno di vita del protocollo. Nel primo trimestre 2012, infatti, la domanda di energia si è ridotta dell'1,7%, ma la flessione di marzo, del 10,2%, indica un trend discendente ancora più marcato. Il tonfo è particolarmente evidente nella contrazione del 5% della domanda di elettricità (che mette in evidenza la crisi dell'industria), mentre il petrolio ha registrato una flessione del 10% e il gas del 22%. In controtendenza solo il carbone (+14,2%) e le fonti rinnovabili (+9,2%).
 
FOSSILI - Complessivamente, i consumi di combustibili fossili nel primo trimestre del 2012 si sono ridotti di 9,3 milioni di tonnellate rispetto al 2011, tanto che l'Italia per la prima volta è rimasta fuori dalla classifica dei primi quindici Paesi al mondo per consumi di prodotti petroliferi, scivolando al sedicesimo posto, alle spalle di Spagna e Indonesia. Di questo passo, secondo i calcoli del Rie, la proiezione a fine anno delle emissioni italiane si attesterà a 473,3 milioni di tonnellate, un calo dell'8,3% rispetto ai valori del 1990, per la prima volta inferiore ai 483,2 milioni di tonnellate (-6,5% rispetto al '90) previsto come target di Kyoto. Prosegue, quindi, la decarbonizzazione dell'economia italiana che ha caratterizzato gli ultimi tre trimestri del 2011......

SFIDA - 
La vera sfida, ora, è quella che ci attende di qui al 2020, quando bisognerà andare ben oltre il vecchio protocollo di Kyoto. 
 Sul target 20-20-20 il ministro dell'Ambiente Corrado Clini ha presentato al Cipe un piano nazionale che dovrebbe portare l'Italia a rispettare gli impegni assunti nei confronti di Bruxelles. 
 Anzi, Clini ha specificato che il piano del governo tiene conto del fatto che «a livello europeo stiamo convergendo verso una strategia di lungo termine che prevede una riduzione delle emissioni nel 2020 del 25% ed entro il 2030 del 40%». Ma non va dimenticato che i risultati ottenuti finora, più che sull'efficienza energetica, si basano sulla crisi dell'industria italiana. A causa del calo della produzione, negli ultimi mesi il mercato elettrico italiano è completamente cambiato.

CALO -
A marzo l'energia elettrica richiesta, 27,4 miliardi di kilowattora, è calata del 5,2% anno su anno. In aprile, addirittura, si è rischiato di far entrare in crisi il sistema elettrico, con un carico della rete ridotto nelle ore vuote sotto i 30 mila megawatt, quando l'equilibrio del sistema ne richiederebbe almeno il 10% in più e con una domanda alla punta sui 42 mila megawatt, quando si potrebbe considerare normale per il mese di aprile un valore sui 47-48 mila. Da qui l'andamento anomalo della Borsa elettrica, dove l'eccesso di offerta ha completamente modificato l'andamento dei prezzi, causa anche l'esplosione delle rinnovabili intermittenti. Eccesso di offerta generato, secondo Energy Advisors, da «incomprensibili decisioni d'investimento di diversi operatori, che hanno continuato a realizzare nuova potenza quando ormai il mercato era diventato lungo, che ora non riescono ad utilizzare se non in misura molto limitata». La crescita della produzione fotovoltaica ha ribaltato i meccanismi di formazione dei prezzi, che schizzano nelle ore serali, in particolare quando il sole non alimenta più gli impianti fotovoltaici e i cicli combinati devono intervenire immettendo dosi massicce di energia termoelettrica a caro prezzo.
Elena Comelli
leggi
 Leggi su Il Velino

ENERGIA, TERNA: AD APRILE CONSUMI -6,2%, AI MINIMI DAL 2009

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Leggi il nostro post del 26 Aprile 2012

LA SITUAZIONE ENERGETICA ITALIANA E’ CAMBIATA.


Aggiornamento Centrale a carbone.....Da un paio di giorni la Centrale Tirreno Power di Vado Ligure  pare non emetta più evidenti emissioni nè dai gruppi a carbone nè dal turbogas che sembrerebbero spenti.
Gruppo  a turbogas spento? 
Gruppi a carbone in manutenzione o comunque al minimo della potenza?

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 Tratto da  Sibarinet

LA SITUAZIONE ENERGETICA ITALIANA E’ CAMBIATA.


Leggi su QualEnergia









Tratto da mondoecoblog

Cosa c’è dietro gli ultimi attacchi alle rinnovabili

10 aprile 2012

L'inesorabile trasformazione (e .........decentramento)del sistema energetico

Tratto da QualEnergia

L'inesorabile trasformazione del sistema energetico

Investimenti nell'eolico e nel fotovoltaico cresciuti di 27 volte in 11 anni, decentramento della produzione e rapido calo dei prezzi, stanno portando a un profondo cambiamento del sistema elettrico mondiale, che farà diminuire il peso dei grandi gruppi energetici e porterà a nuove sfide e innovazioni. L'editoriale di Gianni Silvestrini.
 
Il successo delle fonti rinnovabili su scala mondiale, con investimenti che nei soli due comparti del fotovoltaico e nell’eolico sono passati da 6 a 163 miliardi di dollari tra il 2000 e il 2011, è destinato inesorabilmente ad accrescersi. La motivazione non è di tipo ideologico o ambientale, ma strettamente economica. Il costo dei combustibili fossili sul lungo periodo è infatti destinato a salire, mentre quello delle tecnologie verdi proseguirà la sua discesa. Ormai i parchi eolici in zone di buona ventosità in Brasile producono energia a un prezzo inferiore rispetto agli impianti termoelettrici. Anche il solare sta ottenendo risultati clamorosi. È stata recentemente annunciata la costruzione di un impianto fotovoltaico da 250 MW in Estremadura, Spagna, che consentirà di ripagare l’investimento con la sola vendita di elettricità.
Questi risultati sono legati alla rapidità del calo dei prezzi che, nel caso dei moduli fotovoltaici, è stato di sei volte negli ultimi 20 anni. Ma non è solo l’aspetto economico a motivare il cambiamento strategico del panorama energetico. Lo spostamento verso le rinnovabili rappresenta infatti la scelta più credibile anche dal punto di vista della gestione dei rischi. Quanto più i singoli Stati ridurranno la dipendenza da petrolio e gas grazie a efficienza e rinnovabili,  tanto maggiore sarà la loro sicurezza energetica, elemento destinato a divenire cruciale nei prossimi 10-20 anni.
Questo spiega perché la crescita verde, che nel decennio scorso era stata prevalentemente europea, è esplosa con forza in Cina e si sta già estendendo ai mercati dell’America del Nord e del Sud, dell’Asia, della stessa Africa. Il 64% della variazione netta della potenza elettrica in Europa tra il 2000 e il 2011 è legata alle rinnovabili, mentre negli Usa si è assistito negli ultimi 5 anni a una crescita delle energie verdi e un calo del carbone (vedi grafico). Anche in Cina le rinnovabili stanno crescendo e la quota del carbone è destinata a ridursi.
Il fatto stesso che la metà della potenza elettrica installata nel mondo negli ultimi anni sia stata “green”, evidenzia come gli investimenti delle rinnovabili rappresentino ormai una quota maggioritaria delle risorse dedicate alla produzione elettrica.
Questa trasformazione è destinata a comportare notevoli modifiche nel settore. Con il cambio del mix del sistema di generazione si dovranno affrontare problemi nuovi. Gli operatori delle rinnovabili dovranno confrontarsi con la regolazione della rete. Sull’altro versante le compagnie elettriche rischiano di essere spiazzate dalla rapidità della trasformazione del mercato che può indurre una riduzione delle entrate e un offuscamento della loro posizione dominante. Per mantenere un ruolo importante dovranno diversificare le attività.......
Una cosa però è certa. Il peso dei grandi gruppi, a iniziare dall’Enel, è destinato a diminuire. Almeno 350.000 impianti che utilizzano sole, vento, biomasse e acqua sono in Italia di proprietà di singoli cittadini, imprese, enti locali. E la quota è destinata a crescere. In Germania sono ben oltre 1 milione gli impianti non controllati dalle utilities.
Il fotovoltaico in particolare sfugge più facilmente al controllo perché in molti casi le potenze sono di piccola taglia. Il fatto che si avvicini rapidamente la grid parity e che quindi nel giro di 2-4 anni questa tecnologia potrà diffondersi senza incentivi apre scenari molto interessanti.  In una fase di transizione il solare dovrà sopportare i costi di trasformazione della rete elettrica. Ma a un certo punto, grazie anche alla presenza di accumuli decentrati, gli investimenti privati consentiranno di fornire energia al Paese senza alcun peso per la collettività, evitando l’importazione di gas o carbone.
Insomma, una democratizzazione del sistema di produzione che si sposa con l’aumento della sicurezza e con la competitività del Paese. Siamo all’inizio di una profonda trasformazione del sistema energetico che, se gestita bene, porterà risultati positivi non solo all’occupazione e all’ambiente, ma anche all’economia e al controllo dal basso di un bene prezioso come l’energia.