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15 febbraio 2018

Smog, l’UE deciderà se multare l’Italia dopo le elezioni .Intorno al 9 marzo

  • Tratto da rinnovabili.it

  • Smog, l’UE deciderà se multare l’Italia dopo le elezioni

  • Intorno al 9 marzo è prevista la decisione dell’Unione Europea sulle misure integrative presentate da Italia e altri paesi per ridurre lo smog nelle città

smog


Galletti lascia all’Italia una eredità pesante sullo smog

(Rinnovabili.it) – Con un colpo di reni, il Ministro dell’Ambiente Galletti è riuscito a respingere anche l’ultimo attacco dell’Unione Europea. La decisione sulle eventuali sanzioni che l’Italia dovrà pagare per non aver saputo ridurre i tassi di smog nelle proprie città è rinviata alla prima metà di marzo. Poco dopo le elezioni, quando il tema sarà meno al centro del dibattito né, forse, sarà uscito alcun governo dalle urne.
Di certo, Galletti non sarà il prossimi Ministro dell’Ambiente, visto che non è stato ricandidato. Ma gli effetti economici di un sostanziale immobilismo – che viene da lontano – sulle politiche di miglioramento della qualità dell’aria potrebbero colpire comunque i cittadini. Che oltre a mettere a rischio la salute inalando PM10 e NO2 oltre i limiti di legge per lunghi periodi dell’anno, potrebbero essere chiamati a sborsare milioni di euro di multa.

Per la verità, l’Italia non è la sola in questa tragica incapacità di risolvere strutturalmente la grave questione dello smog. L’Europa potrebbe multare anche Germania, Francia, Spagna, Regno Unito, Romania, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia, mentre cause legali sono già state avviate contro Bulgaria e Polonia. Tutti i paesi hanno consegnato entro i termini (9 febbraio) il loro piano integrativo per calmare le ire di Bruxelles. L’Italia, però, si è limitata a ribadire impegni già presi in passato e rispedire all’Europa la Strategia energetica nazionale. Non è chiaro se questo basterà a convincere l’esecutivo comunitario, che potrebbe storcere il naso davanti all’assenza di sforzi supplementari.

L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e l’Alleanza per la salute e l’ambiente (HEAL) hanno invitato ieri l’UE a “adottare misure decisive” per ripulire l’aria. In una lettera aperta ai Ministri della Salute e a tre Commissari europei, HEAL ha invitato i governi nazionali e l’Unione a fare della qualità dell’aria un punto cruciale delle politiche anche nei settori diversi dalla sanità, come clima, energia e trasporti.

La fine dell’era del carbone arriverà troppo tardi

  • Tratto da Rinnovabili.it

  • Lo studio di tre istituti tedeschi

    La fine dell’era del carbone arriverà troppo tardi

  • Il budget di carbonio che ci resta prima di superare la soglia dei 2 gradi potrebbe essere consumato dalle centrali a carbone esistenti e future

carbone


La crescita del carbone in alcuni stati compromette i target climatici

(Rinnovabili.it) – La tanto annunciata morte del carbone potrebbe arrivare troppo in là per rispettare gli obiettivi climatici che ci siamo dati. Il budget di carbonio che che ci rimane (prima di eccedere la soglia dei 2 °C di riscaldamento globale oltre i livelli preindustriali) potrebbe essere speso in pochi decenni dalle centrali esistenti sommate a quelle in fase di costruzione o di progettazione.
Un’ondata di pessimismo urta il mondo scientifico con la pubblicazione di una nuova ricerca curata da tre istituti tedeschi: il Mercator Research Institute su Global Commons e Climate Change di Berlino, e il Potsdam Institute for Climate Impact Research e la Technical University di Berlino. I ricercatori ritengono che alcune nazioni potrebbero aumentare drasticamente le loro emissioni tra oggi e il 2030, visti i piani di aumento della produzione energetica dal carbone.

>> Leggi anche: Metà delle centrali a carbone d’Europa perde denaro <<


In combinazione con l’infrastruttura già esistente, gli impianti pianificati o in costruzione, se utilizzati per la durata standard, potrebbero bruciare gran parte del budget di carbonio residuo. Lo studio prende in esame i piani mondiali per il settore, rilevando che cinque paesi – India, Cina, Turchia, Vietnam e Indonesia – coprono il 73% della capacità attualmente in costruzione o in fase di progetto. Una volta costruita, generalmente una centrale non viene chiusa: se i piani dovessero essere completamente realizzati le circa 700 miliardi di tonnellate di CO2 che possiamo ancora emettere prima di superare un riscaldamento globale di 2 °C superiore ai livelli preindustriali verranno consumate in poco più di 20 anni.
Le centrali a carbone esistenti e altre infrastrutture sono in grado di consumare da sole 500 miliardi di tonnellate, se non verranno chiuse prima della fine dell’ordinario ciclo di vita. Le nuove centrali in costruzione o presenti sulle carte progettuali, potrebbero consumarne altri 150 miliardi. Il calcolo è presto fatto. Peggio ancora, i ricercatori dicono che le probabilità di rispettare un obiettivo più ambizioso, quello di un aumento delle temperature sotto il grado e mezzo sono molto basse. Anche se da domani non si costruisse più nessun impianto.

13 febbraio 2018

Scegli UNITI PER LA SALUTE ONLUS: AFFIDACI IL TUO 5 X 1000


Scegli UNITI PER LA SALUTE ONLUS 
 AFFIDACI  IL TUO 5 X 1000
  DA  OLTRE  10 ANNI CI METTIAMO TUTTO IL NOSTRO IMPEGNO  PER FAR TUTELARE ANCHE   LA  TUA   SALUTE ED IL TUO  AMBIENTE...

Le azioni promosse da Uniti per la Salute ONLUS,  grazie all'aiuto degli associati e dei sostenitori, hanno avuto nel 2015  l’importante  riconoscimento dell’ Ordine dei Medici della Provincia di Savona . Leggi  il post 
                           
OGNI SINGOLA FIRMA  E'  MOLTO IMPORTANTE

E ....LA TUA  FIRMA  E' DAVVERO PER NOI DI GRANDE AIUTO


TANTI   CONCRETI  MOTIVI PER DEVOLVERLO A 
"UNITI PER LA SALUTE ONLUS"

             "Per la tutela della nostra  salute e per pretendere il controllo    dell’aria che respiriamo".

         "La salute è un bene da difendere sopra ogni cosa.
Lo dobbiamo ai nostri figli e a noi stessi."

       "Per le azioni legali  che      abbiamo già intrapreso e        soprattutto per sostenere quelle  che stiamo ultimando sono necessarie importanti risorse economiche."

"Ricordiamo che il 5 per mille al contribuente non costa nulla e non sostituisce l’ 8 per mille."

Se vorrete darci un aiuto concreto scrivete il nostro codice fiscale
"92084220091"
e firmate, nello spazio indicato ,la casella della dichiarazione dei redditi (CUD, 730, UNICO) destinata al sostegno del volontariato, delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale, delle associazioni di promozione sociale,  ....
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12 febbraio 2018

Studio scientifico :Inquinamento da traffico e salute dei nascituri .

Tratto da Universomamma

Inquinamento da traffico e salute 

dei nascituri: lo studio scientifico

L’inquinamento da traffico fa male alla salute, questo lo sappiamo già. Quello che invece ci dice una recente ricerca scientifica è quanto faccia male lo smog ai bambini quando sono ancora nella pancia della mamma. Lo studio è dell’Imperial College London ed è stato pubblicato in questi giorni sulla rivista scientifica The BMJ.

Inquinamento da traffico e salute dei nascituri

Lo studio ha preso in esame donne incinte e i loro bambini residenti a Londra, ma i risultati si possono applicare anche alle altre città europee, soprattutto quelle con elevati livelli di traffico stradale e dunque di inquinamento dell’aria.
I ricercatori londinesi hanno scoperto che l’esposizione all’inquinamento da traffico stradale a Londra durante a gravidanza è collegata ad un incremento del rischio di bambini sottopeso alla nascita dopo una gravidanza a pieno termine.
Lo studio ha esaminato anche gli effetti dell’inquinamento acustico sulla gravidanza e sul feto, senza trovare tuttavia correlazioni.
Già altri precedenti studi avevano dimostrato un legame tra le malattie dell’infanzia, le complicazioni in gravidanza e l’inquinamento dell’aria.
Lo studio dell’Imperial College London, invece, ha esaminato il legame tra l’esposizione in gravidanza all’inquinamento acustico e dell’aria del traffico stradale e due esiti di peso alla nascita: neonati sottopeso, meno di 2.500 grammi, e troppo piccoli per l’età gestazionale.
I ricercatori hanno usato i registri nazionali britannici per esaminare più di 540.000 nascite a pieno termine di bambini vivi tra il 2006 e il 2012 nell’area metropolitana di Londra. Hanno registrato l’indirizzo di casa della madre al momento della nascita dei loro bambini e hanno stimato i livelli medi di inquinanti del traffico come
  • ossidi di azoto (NOx),
  • diossido di azoto (NO2)
  • e particolato fine (PM2,5) dalle fonti di scarico e non di scarico del traffico inclusi i freni o l’usura dei pneumatici)
  • e il particolato più grande (PM10).
Anche I livelli di rumore durante il giorno e il traffico notturno sono stati stimati.
Dopo aver analizzato i dati con l’impegno di modelli statistici, i ricercatori hanno scoperto che gli aumenti degli inquinanti dell’aria legati al traffico stradale, soprattutto il PM2,5 erano correlati
  • al 2%-6% di aumentate probabilità di basso peso alla nascita
  • e all’1%-3% di aumentate probabilità per i neonati di essere piccoli per l’età gestazionale.
Gli stessi dati sono stati rilevati anche dopo aver preso in considerazione l’inquinamento acustico. Va precisato, come abbiamo detto sopra, non è stata provata scientificamente la correlazione tra l’esposizione in gravidanza al rumore del traffico e il peso del bambino alla nascita.
Nonostante questo, gli studiosi hanno affermato di non poter escludere la possibilità di un legame in un’area di studio con una gamma più ampia di esposizioni al rumore. Questo significa che la correlazione tra inquinamento acustico in gravidanza e basso peso alla nascita se non è dimostrato non è da escludere.
La conclusione degli autori dello studio è che l’inquinamento atmosferico causato dal traffico stradale può influenzare in modo significativo la crescita fetale.
Inoltre, hanno accertato che nel 2013 la concentrazione media annua di PM2.5 era di 15,3 grammi per metro cubo e hanno stimato che la riduzione della concentrazione di PM2,5 del 10% avrebbe evitato ogni anno al 3% (90) dei bambini di Londra di nascere sottopeso dopo una gravidanza a pieno termine.
Ecco perché sono necessarie politiche di tutela ambientale e di miglioramento della qualità dell’aria. Non solo per proteggere la salute dei bambini e assicurare loro uno sviluppo sano mentre sono ancora nella pancia della mamma, ma anche, in prospettiva, di contenere i costi della futura spesa sanitaria. Le persone che stanno male costano.
I ricercatori dell’Università di Edimburgo sono stati ancora più drastici e duri nel loro giudizio, sostenendo che questi dati se già sono preoccupanti se riferiti alle realtà del Regno Unito, in una prospettiva globale annunciano una catastrofe di salute pubblica. Ecco perché è compito dei politici proteggere la salute delle donne e dei bambini non ancora nati.
Questo studio ha il compito di promuovere la consapevolezza che l’esposizione in gravidanza alle particelle aeree inquinanti è dannoso per i bambini non ancora nati. Tuttavia, non basta la consapevolezza del problema, occorre a agire per rimuoverlo o almeno ridurlo.
Dello studio si è occupato il magazine scientifico News Medical Life Sciences.

10 febbraio 2018

DSA per i Veleni a Taranto: un macigno che pesa anche sullo sviluppo cognitivo dei bambini

TARANTO – Da tempo cercavamo di ottenere i dati provinciali e comunali relativi all’incidenza di casi di bambini e ragazzi con diagnosi certa di DSA (disturbi specifici di apprendimento) a Taranto.
A differenza di altre regioni (una su tutte l’Emilia Romagna) che hanno pubblicato in collaborazione col MIUR i dati regionali e provinciali dei casi di DSA, suddivisi per fasce di età e scuole frequentate, ci risulta che la Regione Puglia non abbia mai reso pubblici in modo sistematico i dati che ogni scuola possiede e che comunica agli organi competenti (Provveditorato e Ministero Istruzione).
Per DSA si intende una serie di disturbi nell’apprendimento di alcune abilità che ogni bambino e ragazzo dovrebbe sviluppare nel corso della frequenza scolastica. Questi disturbi interessano soprattutto la sfera del linguaggio, della lettura e del calcolo matematico.
Molto spesso i disturbi non sono evidenti e non causano particolari difficoltà nell’iter scolastico dei soggetti che ne sono interessati, sempre che questi ricevano il giusto aiuto con metodi appropriati di insegnamento e con l’utilizzo di opportuni ausili didattici.
I principali disturbi DSA sono: dislessia, disgrafia, discalculia, disortografia, disturbi del linguaggio. Dal 2015 è scattato per le scuole pubbliche e private di ogni ordine e grado l’obbligo di pubblicare, nella piattaforma del MIUR SCUOLA IN CHIARO, tutti i dati relativi a: CONTESTO (caratteristiche della popolazione scolastica, caratteristiche territoriali e sociali, risorse economiche, risorse professionali), ESITI (risultati scolastici rapportati a quelli nazionali ed europei), AUTOVALUTAZIONE, PRIORITÀ e TRAGUARDI RAGGIUNTI.
In pratica, secondo gli obiettivi del Ministero dell’Istruzione, ogni scuola diventa trasparente e questo può facilitare la scelta dell’istituto giusto per i nuovi iscritti e nel contempo, sfruttando lo strumento di autovalutazione, essere lo stimolo per migliorare offerta didattica e formativa.
Nel dicembre 2016, è stata presentata una prima tranche di uno studio coordinato dal Prof.Lucchini, docente di Medicina del Lavoro all’Università di Brescia, che valutava i possibili effetti dei metalli pesanti,misurati nel sangue e nelle urine dei bambini di varie scuole di alcuni quartieri di Taranto, sullo sviluppo cognitivo, sulle capacità attenzionali e sul Q.I. dei bambini.
Secondo Lucchini, al netto dell’incidenza dei livelli socio-culturali delle famiglie di provenienza, la maggiore o minore vicinanza alle fonti inquinanti determinava effetti differenti sui parametri misurati, con una oggettiva situazione di svantaggio per i primi.
Dalle schede di SCUOLA IN CHIARO emerge che per le scuole tarantine più prossime all’area industriale il problema DSA è effettivamente riportato e incide  in modo significativo sulle attività didattiche. Siamo andati a verificare quanto riportato su questo aspetto nelle schede di autovalutazione delle scuole dei quartieri più prossimi alla grande industria.
Ecco per esempio quello che riporta la scheda del complesso Vico Deledda  che presenta 17 casi di DSA certificata (leggi qui): “…recenti indagini dell’ISS su un campione significativo di alunni hanno evidenziato l’incidenza degli agenti neurotossici di provenienza industriale sulla capacità di apprendimento e sui disturbi evolutivi che si aggiungono all’impoverimento cognitivo legato allo svantaggio culturale”.
Anche le schede delle scuole Giusti (Tamburi) e Consiglio (Taranto Vecchia) indicano una incidenza abbastanza alta (10%) di bambini con bisogni educativi speciali, pur senza specificare il numero di casi certi di DSA.
Un problema assolutamente prioritario questo, forse non meno importante di quello relativo all’incidenza di patologie tumorali. A Brescia l’equipe del Prof. Lucchini sta svolgendo indagini molto approfondite sul problema intossicazione da metalli pesanti, allargando le indagini anche a una patologia quale il Parkinson.
Al di là degli studi e delle indagini dell’ISS eventualmente in corso e i cui risultati saranno probabilmente noti solo tra molti mesi, sarebbe opportuno accendere un focus sul problema con la creazione di un vero e proprio registro dei disturbi cognitivi nei bambini e negli anziani, così come avviene in altre regioni.
Andrebbe inoltre potenziata la diagnosi precoce di questi disturbi che, se non trattati immediatamente, potrebbero causare danni permanenti nello sviluppo cognitivo futuro dei soggetti interessati.
I metalli pesanti si concentrano soprattutto nel suolo e nella falda e permangono per tempi molto lunghi e facilmente entrano nella catena alimentare attraverso acqua e vegetali. È questo un problema di cui troppo poco si parla e tanto meno viene affrontato da chi, forse troppo superficialmente, dichiara che a Taranto tutto va meglio e che i parametri ambientali sono tornati nella norma. Continua  a leggere su inchiostro verde

09 febbraio 2018

Inquinamento fa commettere crimini..... lo rivela uno studio.

Tratto da Greenstyle

Inquinamento fa commettere crimini..... lo rivela uno studio.


L’inquinamento non è dannoso esclusivamente per il corpo, ma ha ripercussioni anche sulla mente e sul comportamento. Respirare aria inquinata ci renderebbe più propensi a commettere crimini o a prendere decisioni poco etiche.
A sottolinearlo sono i ricercatori della Columbia Business School di New York, che hanno analizzato le informazioni sull’inquinamento atmosferico e sulla criminalità negli ambienti urbani per 9.360 città americane. I dati sono stati raccolti in un periodo di 9 anni.
Le informazioni sull’inquinamento atmosferico comprendevano dettagli su 6 principali inquinanti e per quanto riguarda i crimini sono stati analizzati dati relativi a 7 tipi di reati, tra i quali l’omicidio e la rapina. Gli inquinanti presi in considerazione erano il particolato, il biossido di azoto, il biossido di zolfo, il monossido di carbonio, l’ozono troposferico e il piombo.
Dallo studio è emerso che le città con livelli più alti di inquinamento tendevano ad avere un numero maggiore di reati. I dati sono rimasti evidenti anche tenendo conto di altri potenziali fattori come la popolazione totale, il tasso di povertà e di disoccupazione o il numero di dipendenti delle forze dell’ordine..... Continua su Greenstyle
Leggi anche su Il Fatto Quotidiano

Lo smog inquina anche gli animi: l’esposizione all’inquinamento associata a più criminalità

Lo rivela uno studio Usa pubblicato sulla rivista Psychological Science e condotto da Jackson Lu della Columbia University. "Questa ricerca rivela che l’inquinamento ha potenzialmente dei costi etici che vanno al di là del ben noto fardello che esso pone su salute e ambiente", sostiene Lu 
Lo smog inquina anche gli animi: l’esposizione all’inquinamento associata a più criminalità
Non solo danni alla salute. Lo smog inquina anche gli animi: l’esposizione a inquinamento atmosferico, infatti, è associata a comportamenti meno etici, più disonesti e a maggiore frequenza di criminalità. 

08 febbraio 2018

Ansa: Greenpeace, Generali investe in carbone, Sos inquinamento

Tratto da Ansa 

Greenpeace, Generali investe in carbone, Sos inquinamento

 © ANSA

Rapporto Dirty Business su centrali superinquinanti in Polonia

ROMA - Generali ha un ruolo di primissimo piano nella copertura assicurativa delle principali centrali a carbone della Polonia, tra cui le più inquinanti di tutta Europa per la quantità di CO2 emessa. A puntare il dito contro il colosso italiano delle assicurazioni è Greenpeace, che oggi pubblica il report "Dirty Business", lanciato dalla rete internazionale Unfriend Coal, di cui fa parte Re:Common.

Il rapporto rivela come alcune compagnie assicurative sostengano finanziariamente il comparto carbonifero in Polonia, settore in grande espansione, con 10 gigawatt di nuove centrali e 3,2 miliardi di tonnellate di lignite da miniere a cielo aperto. Tra le centrali finanziate da Generali ci sono Kozienice, secondo impianto più grande d'Europa, Turow, che secondo gli ambientalisti inquina l'acqua potabile di circa 30mila persone, e Opole, che passerà da circa 1.500 a oltre 3 mila megawatt di capacità e che già emette 5,8 milioni di tonnellate di CO2 l'anno.

La centrale di Turow e la centrale di Belchatow per Greenpeace sono le più inquinanti di tutta Europa, responsabili di migliaia di morti premature stimate, ma la compagnia energetica polacca PGE intende costruire nuovi impianti a carbone per una capacità di 5.260 megawatt.

In particolare, si afferma nel rapporto, fra il 2016 e il 2017, Generali ha aumentato il suo portafoglio di investimenti in azioni della polacca PGE e di altre aziende del settore per un totale di 9,7 milioni di euro di investimento. Una mossa in controtendenza, afferma Greenpeace, rispetto ad altre compagnie assicurative, come Axa, Allianz e Aviva, che invece dal 2015 hanno cominciato a disinvestire dal business del carbone per circa 16 miliardi di euro.

Di qui l'appello di Alessandro Runci di Re:Common e di Luca Iacoboni di Greenpeace Italia: "È giunto il momento per il Leone di Trieste di decidere se prendere la leadership nel settore seguendo l'esempio virtuoso di Axa, o se invece rendersi responsabile della peggiore catastrofe sanitaria e climatica associata alla promozione di una fonte energetica così obsoleta come il carbone".

Ilva di Taranto , Legambiente presenta ricorso al TAR

Tratto da Inchiostro Verde +

Ilva, Legambiente presenta ricorso al TAR

copertura parchi ilva
L’inizio dei lavori per la copertura dei Parchi minerali dell’Ilva è un fatto importante, ma da solo non basta. Per Legambiente infatti rimane dirimente il nodo della valutazione sanitaria. Non è ammissibile attendere, in silenzio, una valutazione del danno sanitario che a posteriori confermi quello che già oggi sappiamo riguardo i rischi per la salute derivanti da una produzione superiore alle 6 milioni di tonnellate annue di acciaio, ottenute dal solo ciclo integrale.
 Lo dicono chiaramente i dati riportati nella Valutazione del Danno Sanitario effettuata da Arpa ed Ares Puglia e dalla ASL di Taranto, che nessuno fino ad oggi ha mai confutato. Questo uno degli elementi principali alla base della scelta dell’associazione di presentare il ricorso al TAR ad adiuvandum di Regione Puglia e Comune di Taranto.
.....«Ci auguriamo – dichiarano Giorgio Zampetti, responsabile scientifico nazionale di Legambiente e Francesco Tarantini, presidente di Legambiente Puglia – che riparta una discussione vera, che coinvolga tutti i soggetti interessati e che si giunga a risultati che diano a cittadini e lavoratori la garanzia che i drammi del passato non si ripetano in futuro. Siamo consapevoli che il ricorso al Tar non sia la “madre di tutte le battaglie”, ma al tempo stesso rappresenta un atto “normale”, un diritto previsto dal nostro ordinamento, che abbiamo ritenuto di esercitare, intervenendo ad adiuvandum dei ricorsi presentati da Comune e Regione, come extrema ratio, viste le risposte che ancora oggi non sono pervenute, e per provare ad ampliare le garanzie e le tutele per l’ambiente e per la salute dei cittadini di Taranto e dei lavoratori dell’Ilva. Fiduciosi nella possibilità di accoglimento, anche parziale, delle nostre ragioni, continuiamo a chiedere che si giunga ad un accordo che sposti più in alto l’asticella delle tutele ...Leggi tutto 

summit del Global catholic climate movement ad Assisi: disinvestire dai combustibili fossili

Tratto da greenreport

Il Movimento cattolico mondiale per il clima ad Assisi: disinvestire dai combustibili fossili

Campagna internazionale con l’adesione di 40 istituzioni e organizzazioni cattoliche di tutto il mondo
[8 febbraio 2018]
Si è conclusa nella città di San Francesco la tre giorni del Global catholic climate movement (Movimento cattolico mondiale per il clima ), ospitata dall’Istituto Serafico di Assisi, che ha indicato i temi prioritari e stilato una  road map di avvicinamento agli obiettivi della campagna internazionale per il disinvestimento dalle fonti fossili.
L’Istituto Serafico di Assisi, dove si è tenuto il summit del Global catholic climate movement,  è un centro specializzato nella ricerca medico-scientifica e riabilitazione di giovani con disabilità fisiche, psichiche e sensoriali.....
Gli organizzatori del meeting al quale hanno partecipato delegati provenienti da Polonia, Argentina, Ecuador, Brasile, Usa e Italia, ricordano che «Sono passati quattro mesi da quando 40 istituzioni e organizzazioni cattoliche in rappresentanza di ogni parte del pianeta hanno annunciato di aver abbondonato il sostegno finanziario ai combustibili fossili e gettato le basi per un’economia a impatto zero di carbonio. Proprio ad Assisi, città di San Francesco e luogo sacro profondamente significativo per 1,2 miliardi di cattolici in tutto il mondo, meta ogni anno di numerosi pellegrinaggi, tre diverse organizzazioni religiose il Sacro Convento, la Diocesi e l’Istituto Serafico di Assisi hanno scelto di aderire alla campagna sulla base anche degli insegnamenti di Papa Francesco nell’enciclica Laudato Sì, che sottolinea l’importanza di dar vita a un modello che sia più sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale e che preveda un’accelerazione  nel processo di transizione dalle fonti fossili di energia a quelle rinnovabili».
Si è trattato di una tre giorni all’insegna della condivisione, dei contatti con il mondo religioso e delle istituzioni e un primo lavoro di stesura di azioni ed obiettivi che vedrà sia la città di Assisi che il Serafico come fulcro delle attività del Movimento in Italia, con l’obiettivo costante di vedere l’enciclica  Laudato Si’  di Papa Francesco tradotta in buone prassi, azioni e iniziative a salvaguardia del creato e dell’ambiente dove viviamo.....

07 febbraio 2018

Per portare l'ambiente al centro della campagna elettorale

Tratto da greenreport
Dagli scienziati italiani un appello (e una proposta di dibattito pubblico) ai politici

La scienza al voto, per portare l’ambiente al centro della campagna elettorale

Nell’ultimo secolo le temperature medie globali sono salite di quasi 1 °C, quelle italiane il doppio. Impattando su lavoro, sicurezza e salute
Che c’entrano l’ambiente e i cambiamenti climatici con temi come lavoro, sicurezza, immigrazione, salute, tasse e sviluppo economico che – quando va bene – si fanno largo nella campagna elettorale? Se la risposta che affiora alle labbra è “niente”, sappiate che è quella sbagliata: l’ambiente non è cosa separata e diversa dal lavoro e dall’economia, ma è anzi al cuore della questione. Per questo 19 tra i maggiori scienziati italiani che si occupano di cambiamenti climatici e ambiente – raccolti nel Comitato scientifico La scienza al voto – hanno deciso di mobilitarsi mettendo all’erta politici e opinione pubblica su quelle criticità ambientali che hanno (e avranno sempre di più) ripercussioni sulle nostre attività produttive, sul nostro territorio e sulla nostra stessa salute.
«Non si tratta – spiega Antonello Pasini, climatologo Cnr e coordinatore del Comitato – di aggiungere un tema alla campagna elettorale, bensì di capire che solo tenendo conto del contesto ambientale si possono individuare le migliori soluzioni per risolvere i problemi che affliggono il paese. Noi infatti abbiamo elaborato proposte di intervento scientificamente fondate e le abbiamo declinate nelle priorità dei cittadini: come ottenere più lavoro, come gestire l’immigrazione, come garantire la sicurezza, come controllare la pressione fiscale......
I mutamenti climatico-ambientali – avvertono infatti gli scienziati – sono un fenomeno globale che già oggi è particolarmente evidente in Italia. Se a causa dell’attività umana il pianeta si sta riscaldando in maniera inequivocabile (le temperature medie globali sono aumentate di almeno 0,5 °C nell’ultimo trentennio e di quasi 1 °C nell’ultimo secolo), nel nostro Paese i cambiamenti climatici corrono già oggi molto più della media globale: le temperature medie sono aumentate di almeno 1 °C nell’ultimo trentennio e di quasi 2 °C nell’ultimo secolo, un incremento praticamente doppio. Ovviamente quello del riscaldamento globale resta appunto un problema globale, e in questo l’Italia è chiamata a fare la sua parte nel negoziato internazionale, ma con quale credibilità se a livello nazionale le emissioni di gas serra equivalgono (Ispra, 2015) a ben 433 milioni di tonnellate l’anno di CO2 e sono tornate a crescere? Circa l’85% delle emissioni – ricordano gli scienziati – sono dovute al settore energetico, industriale e dei trasporti (sostanzialmente le combustioni fossili): l’azione in questi settori è dunque di fondamentale importanza, e sarebbe in grado di dare una spinta robusta (anche) al mercato del lavoro. Con circa 97.000 occupati, oggi l’Italia si piazza ad esempio al quarto posto fra i Paesi Ue con la maggiore quota di posti di lavoro legati al settore delle rinnovabili dopo Germania (322.300), Francia (162.100) e Gran Bretagna (109.200), un dato che può e deve crescere ancora molto.
A quest’asse portante se ne affiancano poi altri, come la necessità stringente di rendere più circolare – ovvero, in grado di mantenere più a lungo il valore delle materie prime nei cicli di produzione e consumo – la nostra economia. Come spiegano dal Comitato scientifico, l’Italia necessita dunque di ricerca e sviluppo di prodotti progettati secondo i principi dell’economia circolare, del risparmio energetico e del ridotto consumo di materie prime, la riconversione del settore manifatturiero (con graduale rilocalizzazione delle industrie – consumare meno, produrre meglio, produrre qui), la creazione di una compiuta filiera del riciclo, l’introduzione di incentivi legati all’impatto ambientale della produzione e della distribuzione (carbon tax?). Le ricadute occupazionali saranno in questo caso dirette e indirette, grazie al nuovo sviluppo delle esportazioni di beni e servizi con alto valore aggiunto, e quanto più velocemente verrà promossa la transizione, tanto più velocemente saremo in grado anche di esportare tecnologie e conoscenze.........Leggi tutto