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31 luglio 2021

PETIZIONE: Ecoreati: non fermate i processi!

Tratto da Peacelink
Firma la petizione al Governo e al Parlamento

Ecoreati: non fermate i processi!

Vogliamo raccogliere le voci di cittadini e associazioni per chiedere una modifica della legge che salvi i grandi processi per disastro ambientale e per altri gravi ecoreati. Il rischio della riforma Cartabia è quello di vanificare l'impegno dei magistrati nella lotta agli ecoreati.
30 luglio 2021
Associazione PeaceLink

Ecoreati: non fermate i processi!

C'è troppa fretta di fare una legge che in tanti contestano perché manderebbe in fumo processi complessi, con molti testimoni e molti imputati. Già alcune modifiche sono state proposte per reati gravi e socialmente rilevanti.

Manca ancora però una modifica al testo elaborato dal governo sulla delicata questione degli ecoreati e in particolare del disastro ambientale. I processi per disastro ambientale, per la loro complessità, non possono essere posti sullo stesso piano del furto di un'auto. Richiedono indagini e processi che si contrappongono spesso a forti poteri economici che possono pagare avvocati ed esperti agguerriti, capaci di usare tutti gli strumenti per allungare i processi e arrivare alla cosiddetta "improcedibilità".  

Con questa petizione al Governo e al Parlamento vogliamo raccogliere le voci di cittadini e associazioni per una modifica profonda della legge che salvi i grandi processi per disastro ambientale e per altri gravi ecoreati.

Non bisogna vanificare l'impegno dei magistrati nella imprescindibile lotta agli ecoreati e a tutti quei disastri che hanno provocato enormi sofferenze fra i cittadini e i lavoratori.

Clicca qui per firmare la petizione



Tratto da Peacelink

Lettera al Presidente del Consiglio Mario Draghi

Ecoreati: la riforma della giustizia non fermi i magistrati che difendono i diritti ambientali

I processi per "disastro ambientale" sono spesso tecnicamente complessi. Applicare tempi eccessivamente stringenti nelle indagini significherebbe indebolire le prove. Così pure i tempi per l'appello e la Cassazione devono tenere conto della oggettiva difficoltà dei processi ambientali.
28 luglio 2021
Associazione PeaceLink

Logo PeaceLink

Lettera al Presidente del Consiglio Mario Draghi

Gentile Presidente,

la riforma della giustizia è attualmente oggetto di un approfondimento critico e a tal fine Le scriviamo per chiederLe di includere in tale approfondimento critico gli ecoreati, e in particolare il "disastro ambientale".
I processi per "disastro ambientale" si rivelano spesso molto complessi dal punto di vista tecnico-scientifico. Applicare tempi eccessivamente stringenti alla fase delle indagini significherebbe non avere a disposizione elementi di prova tali da andare oltre il "ragionevole dubbio". Così pure i tempi per l'appello e la Cassazione devono tenere conto necessariamente della oggettiva complessità dei processi, che non di rado coinvolgono anche pubblici amministratori compiacenti. Non deve essere consentita a questi ultimi la possibilità di "sfilarsi" dai processi più ampi perché questo incentiverebbe la corruzione e l'illegalità in generale.
Il processo Ambiente Svenduto, che ha coinvolto a Taranto oltre quaranta imputati, costituisce un esempio di processo estremamente complesso e articolato rispetto al quale una tempistica eccessivamente contratta porterebbe non ad un processo breve ma alla morte del processo stesso.
Una tempistica ristretta per appello e Cassazione porterebbe alla spasmodica ricerca, da parte delle difese, di un ostuzionismo esasperato per allungare i tempi nella speranza di giungere alla cosiddetta "improcedibilità", con avvocati e testimoni che perderanno la voce in aula o che accuseranno misteriosi malori.
L'articolo 13 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo sancisce: 
 
"Ogni persona i cui diritti e le cui libertà riconosciuti nella presente Convenzione siano stati violati, ha diritto ad un ricorso effettivo davanti ad un'istanza nazionale". 
Precludere la possibilità di concludere il processo, con gli attuali tempi imposti dalla riforma, significherebbe pertanto negare la tutela dei diritti inviolabili dell'uomo, tutelati dall'articolo 2 della Costituzione Italiana. 
Nei processi per disastro ambientale sono quasi sempre in gioco i diritti tutelati 
dalla Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo e quindi dalla Costituzione Italiana. Se la riforma della giustizia non tutelasse i diritti inviolabili dell'Uomo - compromessi dai disastri ambientali -  sarebbe gravissimo. Questo aumenterebbe i ricorsi alla Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU) per mancata tutela dei diritti inviolabili dell'uomo da parte dello Stato italiano che - interrompendo i processi - non renderebbe giustizia alle vittime dei disastri ambientali, ai morti per inquinamento e per le omissioni letali nella sicurezza sui luoghi di lavoro.
Le chiediamo pertanto di considerare, nella riforma in discussione, anche gli ecoreati, e in particolare il disastro ambientale, fra i reati per i quali prevedere una più realistica valutazione dei tempi necessari a far concludere i processi. 
Distinti saluti
Prof. Alessandro Marescotti
Presidente di PeaceLink


07 giugno 2021

Processo Tirreno Power, inizia la deposizione dei consulenti tecnici che hanno certificato il disastro ambientale

 Tratto da Ivg

IN AULA

Processo Tirreno Power, attesa la deposizione dei consulenti tecnici che hanno certificato il disastro ambientale

Savona.Nuova tappa in Tribunale a Savona nel processo a carico di Tirreno Power per il quale sono imputati 26 persone, tra vertici e dirigenti dell’azienda, rinviati a giudizio per disastro ambientale e sanitario colposo.


Domani sarà il giorno della deposizione dei consulenti tecnici che hanno certificato la grave situazione ambientale del territorio savonese imputabile alla combustione dei gruppi a carbone.

Nel corso dell’udienza verranno mostrati e descritti gli studi condotti dai periti estensori della maxiconsulenza tecnica della Procura, consulenza che ha rilevato il danno ambientale e sanitario provocato dalla centrale, dati che nel 2014 hanno indodotto il Giudice Gip Fiorenza Giorgi al sequestro giudiziario degli impianti a carbone.


Domani verrà quindi ascoltato il dottor Stefano Scarselli, biologo specialista in biomonitoraggio, consulente di diverse Procure.)

La perizia aveva utilizzato i licheni come bioindicatori e come bioaccumulatori. Dato che, come già identificato da precedenti indagini, la biodiversità della flora lichenica nella zona è andata diminuendo negli ultimi 20 anni (fino al raro fenomeno del ‘deserto lichenico’, evento peraltro rilevato soltanto in aree ad altissimo tasso di inquinamento), negli anni oggetto di rilevazione si è dovuto trapiantare artificialmente nella zona tali bionidicatori lichenici per poi analizzare quali contaminanti venivano assorbiti e in quale quantità. Queste analisi, nell’ordinanza del Gip, “hanno evidenziato seri fenomeni di contaminazione a carico di diversi elementi di rilevanza ambientale e sanitaria, quali soprattutto arsenico, antimonio e rame, oltre a cromo, cadmio, piombo, nichel e vanadio”.

La consulenza ambientale era stata poi utilizzata per individuare le aree esposte e non esposte, e da tale suddivisione, attraverso la consulenza del dottor Paolo Crosignani (già direttore dell’Unità di Epidemiologia Ambientale presso l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano) e del dottor Paolo Franceschi (pneumologo), sono stati analizzati e confrontati i dati sanitari di mortalità e di ricoveri.

La consulenza, secondo i magistrati, aveva quindi evidenziato il disastro ambientale, dato che tra il 2000 e il 2007 l’inquinamento della centrale a carbone avrebbe provocato circa 440 decessi e 1.700 ricoveri (escludendo le forme tumorali) per un costo sociale per lo Stato che oscillerebbe tra i 770 e gli 860 milioni.   

31 maggio 2021

Sentenza storica per l’ Ilva di Taranto, Fabio Riva condannato a 22 anni, Nicola Riva a 20

  Tratto da Il Corriere.it

Sentenza Ilva di Taranto, Fabio Riva condannato a 22 anni, Nicola Riva a 20


Il primo grado del processo sull’Ilva «Ambiente svenduto» si è chiuso con condanne pesanti
: ventidue anni per Fabio Riva, 20 per Nicola Riva, gli ex proprietari del gruppo siderurgico e principali imputati. La sentenza della Corte d’Assise per il processo con 47 imputati relativo al reato di disastro ambientale dell’Ilva con la gestione Riva è stata letta stamattina in aula dalla presidente Stefania D’Errico alle 10.45: è arrivata dopo 329 udienze durate cinque anni (la prima il 17 maggio del 2016). La richiesta dell’accusa era di 28 anni per Fabio Riva e 25 per Nicola Riva, ex proprietari ed amministratori dell’azienda

La confisca degli impianti

La Corte d’Assise di Taranto ha anche disposto la confisca degli impianti dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto per il reato di disastro ambientale imputato alla gestione Riva, così come era stato chiesta dai pm. Gli impianti dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico ex Ilva erano già stati sequestrati dal gip del tribunale del capoluogo jonico Patrizia Todisco il 25 luglio 2012 (poi venne concessa la facoltà d’uso). Accolta, in questo senso, da una giuria di tutte donne, la richiesta formulata dall’accusa rappresentata in aula dal procuratore aggiunto Maurizio Carbone e dai sostituti Mariano Buccoliero, Remo Epifani, Raffaele Graziano e Giovanna Cannalire. I giudici nella sentenza hanno stabilito la confisca per equivalente del profitto illecito nei confronti delle tre società Ilva spa, Riva fire spa, oggi Partecipazioni industriali spa in liquidazione, e Riva forni elettrici per gli illeciti amministrativi per una somma di 2 miliardi e 100 milioni di euro in solido tra loro. 

La continuità dell’attività

La confisca degli impianti dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto non ha alcun effetto immediato sulla produzione e sull’attività del siderurgico di Taranto. La confisca degli impianti è stata chiesta dai pm, ma essa sarà operativa ed efficace solo a valle del giudizio definitivo della Corte di Cassazione, mentre adesso si è solo al primo grado di giudizio. Gli impianti di Taranto, quindi, restano sequestrati ma con facoltà d’uso agli attuali gestori della fabbrica. Gli impianti pugliesi sono infatti ritenuti strategici per l’economia nazionale da una legge del 2012 confermata anche dalla Corte Costituzionale. Per area a caldo si intendono parchi minerali, agglomerato, cokerie, altiforni e acciaierie. Da rilevare che nel passaggio degli impianti dall’attuale proprietà di Ilva in amministrazione straordinaria all’acquirente, cioè la società Acciaierie d’Italia tra ArcelorMittal Italia e Invitalia, è previsto il dissequestro degli impianti come condizione sospensiva. Passaggio per ora collocato entro maggio 2022.

Le condanne dei dirigenti

Tra i condannati c’è anche Adolfo Buffo, ex direttore dello stabilimento siderurgico di Taranto, ed attuale direttore generale di Acciaierie d’Italia (società tra ArcelorMittal Italia e Invitalia). È stato condannato a 4 anni, i pm avevano chiesto la condanna a 20 anni. A Buffo era contestata anche la responsabilità di due incidenti mortali sul lavoro. Ventuno anni di reclusione sono stati invece inflitti all’ex direttore del siderurgico Luigi Capogrosso (28 la richiesta dei pm) e 21 anni anche per Girolamo Archinà, ex consulente dei Riva per le relazioni istituzionali (28 la richiesta dei pm). 

Tre anni e mezzo a Nichi Vendola

Tre anni e mezzo di reclusione sono stati inflitti dalla Corte d’Assise di Taranto all’ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola: i pm avevano chiesto la condanna a 5 anni. Vendola è accusato di concussione aggravata in concorso, in quanto, secondo la tesi degli inquirenti, avrebbe esercitato pressioni sull’allora direttore generale di Arpa Puglia, Giorgio Assennato, per far «ammorbidire» la posizione della stessa Agenzia nei confronti delle emissioni nocive prodotte dall’Ilva. Assennato è stato condannato a 2 anni: secondo l’accusa avrebbe taciuto delle pressioni subite dall’ex governatore affinché attenuasse le relazioni dell’Arpa a seguito dei controlli ispettivi ambientali nello stabilimento siderurgico. Il pm aveva chiesto la condanna a un anno. Assennato, che ha sempre negato di aver ricevuto pressioni da Vendola, aveva rinunciato alla prescrizione.



Leggi anche su Peacelink
Condanne durissime, condannati anche  i politici

Sentenza Ambiente Svenduto, confiscati gli impianti dell'area a caldo ILVA

Nessuno aveva mai parlato della diossina a Taranto prima del 2005. Fummo noi a prenderci la responsabilità e i rischi di denunciarlo pubblicamente. Oggi è una grande giornata di liberazione dopo una lunga resistenza e tante vittime. Venivano chiamati "allarmisti" ma avevano ragione noi.
31 maggio 2021
Alessandro Marescotti (presidente PeaceLink)

Era tanto attesa. Ed è arrivata.

La sentenza sull'ILVA farà parlare, farà discutere, farà arrabbiare più di qualcuno.

Quella sentenza è il frutto di una lunga lotta a cui abbiamo dato il via nel febbraio 2008, portando in un laboratorio specializzato un pezzo di pecorino contaminato dalla diossina. Il latte di quel formaggio proveniva da pecore e capre che avevano brucato nei pascoli attorno all'ILVA. Avevamo letto su un giornale che, attorno allo stabilimento, pascolava un gregge. La cosa ci incuriosì. Ci mettemmo alla ricerca del pastore. Una nostra ecosentinella, Piero Mottolese, lo incontrò. Non stava bene. Quel pastore morirà di cancro dopo non molto.

Ma facciamo un passo indietro.

Tre anni prima, nel 2005, avevamo scoperto che a Taranto c'era la diossina. Nessuno aveva mai parlato prima della diossina. La parola diossina era sconosciuta a tutti nella città dell'acciaio. Era come se un segreto venisse gelosamente custodito. I sindacati CGIL-CISL-UIL avevano partecipato a tanti tavoli tecnici e alle riunione degli atti di intesa con l'ILVA, ma la parola diossina non era mai venuta fuori fino al 2005. Fino a quel giorno di aprile in cui PeaceLink la lanciò con un comunicato stampa che venne letto come prima notizia al TG3 della Puglia. Ma quella notizia data dalla RAI con tanta evidenza probabilmente non era di interesse o di gradimento gradimento per la politica perché nessuno ne fece menzione. Eppure la diossina è un cancerogeno classificato dalla IARC il classe I, ed è un formidabile contaminante dell'ambiente e della catena alimentare. Ma come mai nessuno aveva mai pronunciato quella parola a Taranto? Non lo sappiamo, ma possiamo intuirne le ragioni. Sappiamo solo che ci imbattemmo nella diossina scandagliando i dati di un database europeo nel quale c'erano le sigle PCDD e PCDF che - a chi non sa di chimica - non dicevano nulla. Anche in quel caso l'indizio ci incuriosì. E venne fuori la terribile verità. 

Fummo noi di PeaceLink a prenderci quella grave responsabilità nel 2005. E a portare nel 2008 in laboratorio il formaggio.

Per anni e anni abbiamo incontrato persone che ci dicevano scherzando: non vi hanno ancora arrestato?

Avevamo un'etichetta addosso: "allarmisti".

In realtà due sono le parole che hanno guidato la nostra azione: curiosità e responsabilità.

Spirito di curiosità e senso della responsabilità.

Ficcanaso impiccioni che non si facevano i fatti propri, insomma.

Di fronte a chi pensava di cambiare il mondo con le grandi teorie, noi, più modestamente, ci accontentavamo dei dettagli. E dai dettagli ricostruivamo il mosaico generale, in un processo di ricerca e ricomposizione dei nessi. Possiamo definire questa metodologia "la rivoluzione dei dettagli", prendendo in prestito il titolo di un libro della mia amica Marinella Correggia.

Quella rivoluzione dei dettagli ha guidato ricerche sempre più vaste. E se oggi si va a vedere quanto materiale abbiamo accumulato con questa metodologia c'è solo da rimanere sbalorditi. E si rimane sbalorditi per l'immenso lavoro svolto dalla polizia giudiziaria e dai magistrati. A cui diciamo grazie per aver condotto con rigore un'azione scomoda ma necessaria e di somma importanza.

Oggi è una grande liberazione. I ficcanaso impiccioni, quelli che venivano chiamati "gli allarmisti", avevano ragione. 

Sì. Proprio così. Avevamo ragione. 

Oggi fioccano le condanne. E gli impianti pericolosi vengono confiscati.

21 febbraio 2021

"Ambiente svenduto": il pm chiede 35 condanne per quasi quattro secoli di carcere

 Tratto da Il Cambiamento

Ilva, processo "Ambiente svenduto": il pm chiede 35 condanne per quasi quattro secoli di carcere

Prima di ultimare la requisitoria, durata nove udienze, il pm ha sottolineato che tra la città di Taranto e l'Ilva si è consumato un "abbraccio mortale". Nel processo 'Ambiente svenduto' in corso dinanzi alla Corte d'Assise di Taranto per il presunto disastro ambientale causato dal Siderurgico negli anni di gestione della famiglia Riva, la pubblica accusa ha invocato 35 condanne per quasi quattro secoli di carcere, e il non doversi procedere per intervenuta prescrizione del reato nei confronti di altri nove imputati.


Prima di ultimare la requisitoria, durata nove udienze, il pm Mariano Buccoliero ha sottolineato che tra la città di Taranto e l'Ilva si è consumato un "abbraccio mortale". Nel processo 'Ambiente svenduto' in corso dinanzi alla Corte d'Assise di Taranto per il presunto disastro ambientale causato dal Siderurgico negli anni di gestione della famiglia Riva, la pubblica accusa ha invocato 35 condanne per quasi quattro secoli di carcere, e il non doversi procedere per intervenuta prescrizione del reato nei confronti di altri nove imputati.

Per i fratelli Fabio e Nicola Riva, ex proprietari e amministratori dell'Ilva, sono stati chiesti 28 e 25 anni; per l'ex governatore della Puglia, Nichi Vendola, cinque anni. A queste richieste si aggiungono sanzioni pecuniarie e misure interdittive per le tre aziende a giudizio per responsabilità amministrativa (Ilva, Riva Fire e Riva Forni Elettrici), la confisca degli impianti dell'area a caldo oggetto del sequestro preventivo del 25 luglio 2012, e la confisca di 2 miliardi e 100 milioni di euro, equivalente all'illecito profitto contestato alle società coinvolte. Nella requisitoria si sono alternati i sostituti procuratori Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile, Remo Epifani e Raffaele Graziano.

L'inchiesta ha fatto leva su una doppia perizia, chimica ed epidemiologica, che secondo la contestazione dell'accusa ha messo in evidenza la correlazione tra le emissioni inquinanti, malattie e morti. A vario titolo sono contestati i reati di associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, all'avvelenamento di sostanze alimentari, alla omissione dolosa di cautele suoi luoghi di lavoro, corruzione, concussione, falso, abuso d'ufficio, omicidio colposo, favoreggiamento e altre imputazioni.

La condanna a 28 anni di reclusione è stata chiesta anche per l'ex responsabile delle relazioni istituzionali dell'Ilva Girolamo Archinà, e l'ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso. Chiesti 20 anni di reclusione per il dirigente del Siderurgico Adolfo Buffo e cinque imputati che avevano il ruolo di "fiduciari aziendali"; 17 anni per l'ex presidente di Ilva Bruno Ferrante, per l'ex consulente della procura Lorenzo Liberti (accusato di aver intascato una "mazzetta" da 10mila euro per ammorbidire una perizia sull'inquinamento), e per cinque ex responsabili degli impianti che furono sequestrati dal gip Patrizia Todisco. Per quanto riguarda le presunte responsabilità della politica, il pm ha proposto 5 anni di carcere per l'ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, accusato di concussione aggravata in concorso in quanto, secondo gli inquirenti, avrebbe esercitato pressioni sull'allora direttore generale di Arpa Puglia, Giorgio Assennato (a sua volta condannato a un anno per favoreggiamento) per far "ammorbidire" la posizione della stessa Agenzia nei confronti delle emissioni nocive dell'Ilva.

Assennato ha sempre negato ingerenze da parte dell'ex governatore che oggi ha detto sentirsi "deluso" perché ritiene di aver "sempre operato nel rispetto della legge", e ha aggiunto che attenderà la sentenza "con serenità". Rischiano la condanna a 4 anni l'ex presidente della Provincia Gianni Florido e l'ex assessore provinciale all'Ambiente Michele Conserva (ipotesi di concussione per l'autorizzazione all'esercizio della discarica per rifiuti speciali "Mater Gratiae"), mentre è stata chiesta la prescrizione per l'ex sindaco di Taranto Ippazio Stefàno a cui era contestato l'abuso d'ufficio perché, secondo l'accusa, pur essendo a conoscenza delle criticità ambientali e sanitarie causate dall'Ilva, non avrebbe adottato provvedimenti per tutelare la popolazione. Tra gli altri imputati di favoreggiamento è stata chiesta la condanna a 8 mesi per l'ex assessore regionale e attuale segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni; per l'assessore regionale Donato Pentassuglia e l'allora capo di gabinetto di Vendola, Francesco Manna. Infine, il pm Buccoliero ha proposto la trasmissione degli atti alla procura per l'ipotesi di falsa testimonianza per cinque persone che hanno deposto durante il processo. Tra queste c'è l'ex arcivescovo di Taranto, Benigno Luigi Papa.

Fonte: agenzia di stampa Ansa

19 febbraio 2021

Recommon : LA” PORCATA”

Tratto da Recommon 

 LA” PORCATA”


[di Antonio Tricarico]

Un’udienza piena di colpi di scena, quella datata 16 febbraio del processo per disastro ambientale e sanitario colposo legato all’attività della centrale di Vado Ligure, che vede alla sbarra a Savona 26 manager e amministratori di Tirreno Power.

Secondo Giuseppe Lo Presti, direttore generale del ministero dell’Ambiente e all’epoca dei fatti dirigente responsabile per il rilascio delle autorizzazioni integrate ambientali, nel maggio 2014 ci fu un tentativo politico di predisporre un atto normativo che avrebbe consentito alla società Tirreno Power di riavviare gli impianti a carbone dell’impianto di Vado Ligure, secondo un piano predisposto dall’azienda. Mossa predisposta per aggirare il sequestro penale dei gruppi a carbone, che era stato ordinato due mesi prima per motivi di sicurezza sanitaria.

Dopo un esame contrassegnato da tanti “non so” del testimone ministeriale, convocato dall’avvocato del comitato di cittadini Uniti per la Salute, che con il suo esposto ha dato gambe all’indagine sul caso nel lontano 2010, alla fine Lo Presti ha fatto ben capire cosa intendeva dire quando definì il suddetto piano una “porcata” nel corso di una telefonata poi intercettata dagli organi inquirenti. Il provvedimento preparato dal ministero dello Sviluppo economico, secondo Lo Presti, sarebbe dovuto essere “migliorato” dai dirigenti del ministero dell’Ambiente, da cui sono scaturite le forti preoccupazioni del direttore generale del ministero poi svelate dall’inchiesta: ‘Stiamo facendo una porcata… Stiamo scardinando i principi generali dell’ordinamento…. mi sputerei in faccia…”.

Dopo che nel 2016 la posizione dei vari amministratori locali e dirigenti ministeriali con la contestazione di abuso di ufficio era stata sorprendentemente stralciata dal procedimento penale per poi essere archiviata in fretta dalla Procura di Roma, nell’udienza del 16 febbraio sono state finalmente acquisite le intercettazioni. Proprio in base a queste e a quanto riferito da Lo Presti il provvedimento normativo ad hoc sarebbe dovuto essere successivamente consegnato direttamente all’avvocato di Tirreno Power Paola Severino (ex ministro della Giustizia del governo Monti) e all’allora ministro dello sviluppo economico Federica Guidi. Lo Presti ha anche confermato al giudice Francesco Giannone che all’epoca dei fatti c’erano stati contatti tra lui, il dirigente del ministero Mariano Grillo e l’amministratore delegato di Tirreno Power Massimiliano Salvi.

Le dichiarazioni di Lo Presti che gettano un’ombra inquietante sulle interferenze politiche nella tragica vicenda della centrale e sono giunte dopo che nella precedente udienza del 9 febbraio il professor Fabrizio Minichilli, epidemiologo dell’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR di Pisa, si era espresso in questi termini: “In tutta la mia lunga attività professionale ed epidemiologica non ho mai riscontrato dati [epidemiologici] così alti come quelli di Vado Ligure”. 

Minichilli è stato l’estensore di uno studio sulla possibile correlazione tra le emissioni dei gruppi a carbone della centrale di Vado Ligure e le patologie riscontrate in maniera rilevante tra i residenti nelle aree di ricaduta delle emissioni, commissionato dalla Regione Liguria e completato nel 2017, ma reso pubblico solamente nel 2019 dopo la peer review di prestigiose riviste scientifiche internazionali e infine depositato a processo. I risultati, che confermano se non addirittura rafforzano gli studi prodotti dagli esperti della procura nel corso dell’indagine, hanno evidenziato eccessi di mortalità per tutte le cause in entrambi i sessi. Il rapporto tra il rischio di mortalità nell’area più esposta rispetto a quella meno esposta indica, nella classe più esposta, un 49% di mortalità in più per cause naturali.

Per capirci, più del doppio di quanto riscontrato da uno studio simile nella martoriata area di Taranto. Incrementi ancora maggiori si sono registrati per quanto riguarda il sistema respiratorio (+90% di mortalità tra i maschi per patologie associate, +62% tra le femmine) e i tumori: +59% nella classe più esposta per quanto riguarda quelli a bronchi, trachea e polmoni, +119% nei maschi e +48% per quelli del tessuto linfatico. In valore assoluto si tratterebbe di più di 3mila morti nel corso di un decennio.

A fronte di tali dati inconfutabili, per fortuna il piano degli alti livelli ministeriali del governo Renzi, denunciato in aula da Lo Presti, fallì e sotto le pressioni della cittadinanza la Tirreno Power, controllata al 50 per cento dai francesi di Engie, decise nel 2016 di chiudere definitivamente i due gruppi a carbone della centrale e di rinunciare alla costruzione di uno nuovo, lasciando così in funzione solo un gruppo a turbogas.

Ma l’agonia per la cittadinanza della zona non sembra finita: lo scorso anno la società, nel cui azionariato è subentrato a Sorgenia il fondo F2i controllato da numerose fondazioni bancarie e nato su iniziativa di Cassa Depositi e Presititi, ha presentato la richiesta di realizzare una nuova unità a ciclo combinato a gas di più 800 MW di potenza.

Il nuovo piano ha subito trovato una forte opposizione di larga parte della cittadinanza e i dubbi del comune di Quiliano, a fronte del sostegno invece di quello di Vado Ligure. I proponenti hanno presentato una valutazione di impatto sanitario del progetto che non fa alcun riferimento alla grave situazione epidemiologica pregressa nell’area, come se nulla fosse successo.

Paradossalmente oggi la Tirreno Power si vanta di essere una delle prime realtà ad aver chiuso con il carbone – anche se al suo impianto sono stati posti i sigilli – e di scegliere il gas fossile come il combustibile “pulito” della transizione energetica.

Come dettagliato dalle osservazioni alla VIA presentate da Uniti per la Salute e sostenute da Re:Common, il metano con le sue emissioni fugitive ha un impatto climalterante paragonabile a quello del carbone e dal punto di vista sanitario è fonte di emissioni di nano particolato, soprattutto nei transitori di funzionamento, con seri impatti sulla salute pubblica da approfondire. Nelle sue osservazioni al progetto, lo stesso Istituto Superiore di Sanità ha chiesto numerosi chiarimenti. Insomma il rischio che una porcata letale continui è ancora grande e la cittadinanza della zona chiede giustizia e un futuro senza fossili.

16 febbraio 2021

IVG: Processo Tirreno Power,nel mirino licheni e olio combustibile

Tratto da IVG 
Processo Tirreno Power, proseguono le deposizioni dei tecnici: nel mirino licheni e olio  combustibile .


Savona. Proseguono le deposizioni dei tecnici in Tribunale a Savona nell’ambito del processo a carico di Tirreno Power per il quale sono imputati 26 persone, tra vertici e dirigenti dell’azienda, rinviati a giudizio per disastro ambientale e sanitario colposo.

Dopo la deposizione, martedì scorso, di Fabrizio Minichilli, epidemiologo dell’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR di Pisa e autore di un articolo, pubblicato nel 2019 sulla rivista Science of the Total Environment, incentrato proprio sulla possibile correlazione tra le emissioni di Tirreno Power e le patologie tra i residenti, oggi è toccato ad altri tre tecnici delle parti civili sviscerare dati e numeri sul possibile impatto della centrale.

Il primo ad essere ascoltato è stato il professor Gianni Tamino, docente dell’Università di Padova nel dipartimento di Biologia: il testimone ha relazionato i giudici sui risultati dell’attività di biomonitoraggio nell’area circostante la centrale di Vado realizzata mediante analisi dei licheni nel periodo 2006/07. La diffusione dei licheni è infatti ritenuta dall’accusa e dalla comunità scientifica un utile indicatore dal punto di vista ambientale per accertare una eventuale correlazione tra le emissioni della centrale e l’inquinamento dell’aria.

Quello dei licheni è un argomento già emerso nel corso del processo, quando nel 2019 Marco Mazzoni, coordinatore del gruppo istruttore che ha rilasciato l’Aia a Tirreno Power, fu chiamato a esprimersi proprio in merito agli studi sul tema. In quell’occasione Mazzoni affermò che il biomonitoraggio lichenico ‘non ha ragion d’essere dal punto di vista della certificazione della qualità dell’aria‘ sostenendo che si trattasse di ‘sensori che sono stati abbandonati da tutti‘”; una posizione contestata in seguito da Uniti per la Salute (anche in relazione alla presunta competenza di Mazzoni a esprimersi in merito, dato che non è un biologo).

Dopo Tamino è toccato all’ingegner Alfredo Pini, funzionario Ispra, chiamato a deporre in relazione all’attività di controllo svolta sulla centrale e sul monitoraggio delle emissioni della stessa. Pini si è soffermato soprattutto sulla vicenda dell’olio combustibile impiegato per l’accensione degli impianti: il 13 dicembre 2013 il Ministero dell’Ambiente vietò l’uso di olio con tenore di zolfo fino all’1% (come prescritto già dall’Aia del 2012) con effetto immediato.

Tirreno Power, inizialmente, non aveva recepito la prescrizione dell’Aia sulla riduzione del tenore di zolfo: sostenendo che avesse un impatto ambientale irrilevante, e non ricevendo risposta dal ministero, non la attuò (comportamento consentito dalla legge in caso di modifiche non sostanziali). In seguito l’intervento dell’Ispra spinse il Ministero a chiarire, dichiarando “non illegittimo” il comportamento dell’azienda fino a quel momento (13 dicembre 2013) ma imponendo da quel momento un adeguamento immediato. La centrale dovette quindi approvvigionarsi urgentemente di olio combustibile a basso tenore di zolfo (sotto lo 0,3%).

Nella sua deposizione Pini ha contestato proprio l’utilizzo dell’olio all’1% da parte di Tirreno Power prima del chiarimento del 13 dicembre 2013: secondo il testimone si sarebbe trattato (al contrario di quanto sostenuto dall’azienda) di una modifica sostanziale e quindi la centrale avrebbe dovuto fin da subito attenersi a quanto prescritto dall’Aia del 2012.



15 febbraio 2021

Domani nella Nuova udienza nel processo Tirreno Power sarà sentito come testimone il PRof . Gianni Tamino


Domani  16 febbraio 2021, nel contesto del processo nel quale sono a giudizio 26 manager ed ex manager di Tirreno Power rinviati a giudizio per disastro ambientale e sanitario colposo ,  presso il Tribunale di Savona sarà  sentito come testimone  il  Prof Gianni Tamino  

Gianni Tamino

Gianni Tamino è docente di Biologia generale all’Università degli Studi di Padova, dove attualmente svolge attività di ricerca nel campo dei rischi legati alle applicazioni biomolecolari. È stato membro della Camera dei Deputati e del Parlamento europeo, dove ha seguito in particolare la normativa comunitaria in tema di biotecnologie. È attualmente membro del Comitato Nazionale per la Biosicurezza e le Biotecnologie, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, e della Commissione Interministeriale per le Biotecnologie. Sulle biotecnologie ha pubblicato numerosi lavori scientifici e divulgativi. ...

Pubblichiamo le  Considerazioni di Gianni Tamino, docente di Biologia all’Università di Padova, in merito al biomonitaraggio circostante la Centrale elettrica di Vado Ligure

sotto  lo riportiamo integralmente :
Considerazioni di Gianni Tamino, docente di Biologia all’Università di Padova, in merito al biomonitaraggio circostante la Centrale elettrica di Vado Ligure, realizzato mediante analisi dei licheni nel periodo 2006-2007, in ottemperanza alle prescrizioni del Ministero dell’Ambiente (provvedimento 10541/VIA/A.O.13.B DEL 08.10.2001)..


Da una prima analisi dei dati riportati nella relazione tecnico-scientifica, risulta una situazione particolarmente allarmante per quanto riguarda lo stato dell’ambiente circostante la centrale. Infatti nella stessa relazione si afferma a pag. 141 “È stato così stabilito che le concentrazioni nel materiale vegetale di mercurio, zinco, cadmio e rame, risentono di una considerevole influenza antropica.” E a pag. 66 si afferma: “Sembra esistere quindi una discreta componente antropica responsabile delle concentrazioni degli stessi sul territorio”. Quello che però non è evidenziato nella relazione è che, nell’area di maggior influenza da parte della centrale (la cosiddetta area C di pag. 66), vi sono concentrazioni di metalli, in particolare di mercurio molto preoccupanti: valori compresi tra 1,61 e 2,61 parti per milioni (ppm) per il mercurio (con punte di 13,06 poco più a sud dell’area in questione); valori tra 159 e 1210 ppm per lo zinco, valori tra 0,75 e 12,46 ppm per il cadmio e, infine valori compresi tra 3,47 e 2611 per il rame.  È doveroso far notare che nella tabella di Nimis e Bargagli del 1999 (lavoro preso in considerazione dagli autori della relazione tecnico-scientifica) i massimi valori riscontrati, considerando tre diverse aree del paese per un totale di 100 misurazioni, sono 1,84 ppm per il mercurio, 358 ppm per lo zinco, 9,04 ppm per il cadmio e 161 ppm per il rame: come si può notare, tutti valori decisamente inferiori a quelli massimi riscontrati attorno alla centrale di Vado Ligure. Per confronto è utile ricordare che, in un recente rapporto sulla laguna di Marano e Grado e aree limitrofe (Biomonitoraggio del mercurio aerodisperso tramite licheni come bioaccumulatori nella laguna di Marano e Grado e Basso Bacino scolante, del 30 aprile 2012), il valore massimo riscontrato per il mercurio vicino all’area industriale di Torviscosa è pari a 0,40 ppm, molto inferiore sia a 13,06, ma anche a 2,61 e 1,61 ppm. Analogamente nell’area molto inquinata di Fusina e Porto Marghera (VE), nell’attività di biomonitoraggio del 2000 (realizzato dallo studio agroforestale “Terra Viva” di Vigevano), si riporta, come valore massimo riscontrato nei licheni, per il mercurio 0,09 ppm, per il cadmio 2,6 ppm e per il rame 44 ppm (lo zinco non è stato analizzato). Anche in questo caso i valori sono ben al di sotto addirittura dei valori minimi per il mercurio e dei valori massimi per cadmio e rame, riscontrati nell’area C attorno alla centrale di Vado Ligure. Tutto ciò, fermo restando la necessità di ulteriori approfondimenti e di ulteriori indagini, indica un forte inquinamento antropico della zona, causato, se non esclusivamente, sicuramente in parte rilevante dalla centrale di Vado Ligure



09 febbraio 2021

TGR 3 delle 19,30 : PROCESSO TIRRENO POWER IN AULA LO STUDIO DEL CNR DI PISA.




Questa sera nel TG 3 delle ore 19,30  hanno parlato del processo Tirreno Power 

Ecco il testo del servizio andato in onda circa dal minuto 12 : 

Processo Tirreno Power in aula lo studio del CNR  di Pisa incentrato sulle possibili correlazioni tra le esposizioni ad inquinanti atmosferici e la salute della popolazione.
Secondo lo Studio la mortalità per cause naturali nell’area della centrale era superiore del 49%  rispetto alle altre zone del territorio.
Il campione fu tutta la popolazione residente in 12 comuni intorno a Vado Ligure dal 2001 al 2013.

Nel procedimento sono imputate 26 persone, vertici e dirigenti di Tirreno Power per loro l’ ipotesi è disastro ambientale e sanitario colposo. 


 

16 luglio 2019

Processo Tirreno Power, in aula oggi ascoltati gli ex sindaci Ferrando e Caviglia

Processo Tirreno Power, in aula oggi ascoltati gli ex sindaci Ferrando e Caviglia


Continuerà  questa mattina in tribunale a Savona il processo per disastro ambientale e sanitario colposo relativo alla centrale di Vado Ligure nel quale sono a giudizio ventisei persone tra manager ed ex manager di Tirreno Power. 
Oggi   ci sara’ l’audizione di  Alberto Ferrando ,  ex sindaco di Quiliano ed  Attilio Caviglia ex primo cittadino di Vado.

20 maggio 2019

20 Maggio:È iniziata l’audizione dei testimoni dell’accusa al processo Tirreno Power

Stralcio. Da IVG 
È iniziata l’audizione dei testimoni dell’accusa al processo Tirreno Power



In aula è stato sentito il commissario di polizia Monica Bellini che aveva indagato sulla centrale vadese sotto il coordinamento del Procuratore Granero

Savona. Nuova udienza questa mattina nell’aula magna del tribunale di Savona per il processo per disastro ambientale e sanitario colposo nel quale sono a giudizio ventisei persone tra manager ed ex manager di Tirreno Power. Dopo che nella precedente udienza il giudice Francesco Giannone aveva ammesso tutte le parti civili che avevano formalizzato la richiesta (compresi i circa cinquanta cittadini riuniti in una sorta di “class action”), oggi il dibattimento è stato ufficialmente aperto.

Prima è stato conferito l’incarico al perito Alberto Tarricone che si occuperà della trascrizione delle intercettazioni ambientali e telefoniche fatte dagli inquirenti in sede di indagine (tranne quelle relative ad un consulente tecnico di Tirreno Power che sono state escluse in accoglimento di un’eccezione avanzata dai legali della difesa), poi è stato ascoltato il primo testimone dell’accusa (da oggi rappresentata non più dal sostituto procuratore Daniela Pischetola, ma dalle colleghe Elisa Milocco e Chiara Venturi), ovvero il commissario di polizia Monica Bellini, che all’epoca dell’indagine sulla centrale era in forza alla Procura, ed ha affiancato nell’attività investigativa il Procuratore Francantonio Granero e il pm Maria Chiara Paolucci.

L’ex componente della pg savonese ha ricordato come è stata avviata l’indagine su Tirreno Power (ovvero dopo lo studio epidemiologico del dottor Paolo Franceschi e gli esposti di alcuni comitati di cittadini e di associazioni ambientaliste) ripercorrendo poi tutte le tappe che hanno portato gli inquirenti ad iscrivere i primi nomi sul registro degli indagati. Il commissario Bellini ha ricordato che, inizialmente, in Procura era stata vagliata tutti la documentazione relativa alle prescrizioni ed ai permessi rilasciati dal Ministero e dagli altri organi preposti per indicare al gestore della centrale i parametri entro i quali doveva operare.

Proprio dagli accertamenti sui documenti, secondo la Procura, erano emerse delle irregolarità che avevano convinto gli inquirenti a proseguire nell’indagine che poi ha portato al rinvio a giudizio di 26 persone.....Continua qui

08 marzo 2019

Valentina Petrini :Buon 8 marzo alle donne di Taranto, vittime di violenza da inquinamento

Buon 8 marzo alle donne di Taranto, vittime di violenza da inquinamento

Buon 8 marzo alle donne di Taranto, vittime di violenza da inquinamento

Lottano come leonesse per difendere i loro figli. Lottano contro i giganti, i potenti, l’economia, il mercato, la politica. Lottano da sole, nell’indifferenza dello Stato.
Da giorni sono sul piede di guerra. Hanno paura per la salute e la vita dei loro figli. Questa mattina erano in presidio davanti al Palazzo di Città insieme ai bambini del quartiere Tamburi che non possono andare a scuola perché il sindaco le ha chiuse con un’ordinanza urgente il 2 marzo scorso.
Perché? Vietato lo svolgimento di attività che comportino il contatto con il terreno, o l’inalazione di polveri provenienti dallo stesso, nell’area della Salina grande, totalmente ricadente in zona Sin di Taranto (sito di interesse nazionale), dopo il rilevamento di concentrazioni extra soglia di arsenico, berillio, CH>12 (idrocarburi), stagno, tallio, vanadio e cobalto. sospese negli istituti Deledda e De Carolis, disposto il trasferimento urgente di 708 studenti, docenti e personale.
Sono in strada da giorni, in prima fila, pronte a prendersi denunce al posto dei loro figli più grandi. ......
Nel 2012 la Procura ha pronunciato la frase “disastro ambientale”, ha cominciato a contare i morti causati dall’inquinamento. Da allora sono cambiate poche cose, in peggio: lo Stato ha emesso 10 decreti per tenere aperta la fabbrica nonostante l’ordinanza di sequestro senza facoltà d’uso emanata dai magistrati; ha disposto l’immunità penale per i commissari che hanno gestito l’acciaieria e per l’imprenditore che oggi l’ha comprata; nessuna “vera bonifica” è mai partita.
Sono le mamme di Taranto, Puglia, Italia.
Donne che subiscono, nel corpo e nella psiche, la violenza dell’inquinamento che leva a molte di loro il diritto di avere dei figli, anche solo per la paura di metterli al mondo e farli crescere in un clima malato. .......
Continua su Il Fatto Quotidiano 
Auguri donne! Buon 8 marzo.