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08 maggio 2016

A FIRENZE SABATO 14 MAGGIO MANIFESTAZIONE “FERMIAMO GLI INCENERITORI “

Tratto da radiondadurto.org

FIRENZE : SABATO 14 MAGGIO MANIFESTAZIONE “FERMIAMO GLI INCENERITORI “

14 maggioMamme No Inceneritore, Assemblea per la Piana contro le nocività e Zero Waste Italy , con il sostegno di decine di comitati, gruppi, associazioni e collettivi, hanno promosso per sabato 14 maggio a  una manifestazione “contro tutti gli inceneritori e per ribadire che le alternative esistono e che nessun rischio per la salute umana e ambientale è accettabile perché evitabile”.
L’appuntamento è alle 14:30 al Parco San Donato in Via di Novoli. Hanno dato l’adesione anche comitati contro gli inceneritori da tutta Italia tra cui il Tavolo Basta Veleni di Brescia.  Arrivo del corteo in centro dove ci saranno interventi e musica con il sostegno di Bandabardò, Bobo Rondelli ed altri artisti. 
Sono gia’ decine e tante altre sono in programma nei prossimi giorni le assemblee pubbliche promosse dagli organizzatori durante le quali sono stati illustrati il progetto dell’impianto ,  le emissioni previste e il rischio correlato alla salute dei residenti  basandosi sui documenti della stessa QtHermo (Quadrifoglio+Hera), la Società incaricata della progettazione, costruzione e gestione dell’impianto. Sono stati portati esempi di gestioni virtuose del ciclo rifiuti, “realtà consolidate ormai in molte città Toscane e italiane, che se applicate trasformano i rifiuti da un affare per pochi in un guadagno per tutti i cittadini e le comunità, rendendo inutile – si legge in un comunicato – la costruzione di costosi e pericolosi impianti di incenerimento dei rifiuti”............
La manifestazione del 14 maggio vuole “costruire un percorso cittadino contro l’inceneritore, contro la svendita della città, le grandi opere inutili e le nocività” ma anche essere trampolino di lancio verso la giornata di azione di domenica 29 maggio con le iniziative previste sui terreni adibiti alla cantierizzazione dell’inceneritore.
Ne parliamo con Isabella Mamma No Inceneritore di Firenze Ascolta

La via del carbone:Profondo Nero

La via del carbone

"La via del carbone” (versione web - 8') è un documentario prodotto da Re Common e realizzato da Bruno Federico e Nadja Drost, che racconta la rotta del carbone dalla Colombia all’Italia e i pesanti effetti causati sul Paese latino-americano dalla maledizione dell'estrattivismo.
Lo racconta bene il libro / documentario “Profondo Nero” proiettato Sabato  in Sala Rossa  e visionabile nella sua versione breve qui sotto . “Profondo Nero” racconta la rotta del carbone dalla Colombia all’Italia e i pesanti effetti causati sul Paese latino-americano dalla maledizione dell'estrattivismo.. 
Il percorso del carbone è infatti segnato da gravi violazioni dei diritti umani, orrendi crimini perpetrati dalle unità paramilitari, forti interessi economici delle multinazionali del settore estrattivo e misteriose attività condotte tramite società registrate nei paradisi fiscali....

07 maggio 2016

Banca mondiale, disastrose nuove centrali a carbone: "sarebbe un disastro per noi, per i nostri figli e per il pianeta".

Tratto da Ansa

Banca mondiale, disastrose nuove centrali a carbone in Asia

Kim, con nuovi impianti non si rispetta l'accordo di Parigi

ROMA, 6 MAG - I piani per costruire centinaia di nuove centrali elettriche a carbone nel Sudest asiatico non consentirebbero di rispettare l'accordo di Parigi sul clima, che prevede di limitare l'aumento della temperatura globale entro i due gradi centigradi, e questo "sarebbe un disastro per noi, per i nostri figli e per il pianeta". A lanciare l'avvertimento è il presidente della Banca mondiale, Jim Yong Kim, intervenuto al Climate Action Summit a Washington.

Se nel mondo occidentale l'uso del carbone sta crollando, in Asia meridionale e orientale vivono decine di milioni di persone che ancora non hanno accesso all'elettricità. "Ci stiamo concentrando sui progetti nel Sudest asiatico, dove le proiezioni mostrano un marcato incremento dell'uso del carbone nei prossimi due decenni", ha detto Kim. 
L'obiettivo è aiutare i Paesi coinvolti ad attrarre investimenti privati sulle energie rinnovabili.

Cina, India, Indonesia e Vietnam rappresentano i tre quarti delle nuove centrali a carbone attese nei prossimi cinque anni.

"Se il Vietnam andasse avanti con i 40 Gigawatt di carbone, se l'intera regione implementasse i piani basati sul carbone in questo momento, penso che saremmo finiti", ha sottolineato Kim.

Centrale a carbone di Saline (RC), Consiglio di Stato accoglie ricorso della Sei.Ma...

Tratto da Il Dispaccio

Centrale a carbone di Saline (RC), Consiglio di Stato accoglie ricorso della Sei.




"Con sentenza pubblicata il 5 maggio 2016 il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale
(Sezione Sesta) si è pronunciato sugli appelli proposti dalla S.E.I. S.p.a., dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dai Ministeri interessati contro la sentenza del T.a.r. del Lazio che, accogliendo i ricorsi proposti dalla Regione Calabria, dal Coordinamento delle Associazioni dell' Area Grecanica No al Carbone e da alcune associazioni ambientaliste, aveva annullato il decreto del Ministero dell'Ambiente n. 115 del 5 aprile 2013 ed il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 15 giugno 2012, con i quali è stata decretata la compatibilità ambientale (V.I.A.) e l'autorizzazione integrata ambientale (A.I.A.) al successivo esercizio riguardo al progetto per la realizzazione della centrale termoelettrica alimentata a carbone, da localizzare nel Comune di Montebello Jonico, località Saline Joniche (Reggio Calabria)".

Così il Coordinamento Associazioni Area Grecanica che aggiunge "Sebbene con la sentenza di ieri sia stato ribaltato l'esito del giudizio, la lettura della motivazione dà conferma della correttezza delle ragioni e delle azioni di chi in questi anni si è battuto affinché la centrale non fosse costruita.

Il Consiglio di Stato ha infatti affermato che l'intesa 'forte' della Regione, indispensabile anche secondo la Corte Costituzionale, è richiesta nell'ambito del solo procedimento di autorizzazione unica – funzionale alla costruzione dell'infrastruttura, ma non anche nell'ambito della fase sub-procedimentale di v.i.a.-a.i.a., dove l'apporto della Regione risulta circoscritto alla sola fase istruttoria in sede di Conferenza di servizi. Per questo ha ritenuto che non fosse decisivo il dissenso chiaramente manifestato dalla Regione Calabria per il rilascio della V.I.A.-A.I.A. (al quale si era aggiunto anche il dissenso del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, superato solo grazie all'intervento della Presidenza del Consiglio dei Ministri). 
Il giudice amministrativo di ultima istanza tuttavia ha evidenziato come sia a tutt'oggi non definita e pendente dinanzi al Ministero dello Sviluppo Economico la procedura di A.I.A. autorizzazione integrata ambientale. In sintesi – aggiungono dal coordinamento – non è affatto smentito il principio secondo cui la Regione Calabria dovrà esprimere l'intesa forte in sede di rilascio dell'autorizzazione definitiva all'esercizio della centrale a carbone e dell'elettrodotto. Pertanto, il ruolo che la Regione Calabria è chiamata a ricoprire, ora più che mai, nel caso in cui SEI S.p.A. intendesse portare avanti il progetto, è decisivo e assolutamente vincolante. La lotta, che ha visto protagonista il Coordinamento No Carbone, è stata determinante per tenere lontano lo spettro della centrale, ma oggi più che mai, chiediamo che l'amministrazione regionale segua con la massima attenzione gli sviluppi di questa assurda vicenda e che intervenga concretamente affermando definitivamente la sua contrarietà al progetto.

In un momento in cui lo stesso Governo Renzi punta sulla "decarbonizzazione" del Paese, in linea con gli accordi di Parigi e con le politiche green che in tutto il Mondo hanno portato alla chiusura di tante centrali a carbone, in cui a Saline Joniche, con il Patto della Città Metropolitana, sono appena stati destinati 1,3 milioni di euro per il completamento e la riqualificazione del waterfront, appare paradossale che questo incomprensibile capitolo della storia di un intero territorio non sia ancora definitivamente chiuso.

Oggi il progetto della SEI S.p.A. risulta ancor più fuori contesto e "fuori luogo". La Regione Calabria, le amministrazioni locali, e la politica tutta, sono chiamati a convertire le parole spese sulla riqualificazione dell'area dell'ex liquichimica in fatti, partendo dall'acquisizione dei terreni, dalla loro bonifica e dalla modifica della loro destinazione d'uso. Rinnoviamo la richiesta di incontro urgente al Presidente Oliverio – conclude il coordinamento Associazioni Area Grecanica – affinché si definisca con forza il percorso che la nostra Regione vuole tracciare, lontano da un modello di sviluppo anacronistico e discutibile, certi che l'attività portata avanti dal Coordinamento, con fatica, abbia conseguito un risultato importante: quello di bloccare la costruzione di un impianto che molti davano per certo. Nove lunghi anni sono passati ed ancora questa partita è tutta da giocare"
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06 maggio 2016

Cambiamento climatico. In Europa ci aspetta un futuro di disastri ambientali:Inondazioni, ondate di caldo, siccità e incendi

Tratto da Greenreport :
Inondazioni, ondate di caldo, siccità e incendi “centenari” saranno sempre piu' frequenti.
Le aree più colpite saranno Spagna e Portogallo, ma anche Alpi e Italia del nord

Clima Europa
Lo studio “Multi-hazard assessment in Europe under climate change” pubblicato su Climatic Change da un team di ricercatori europei guidato dall’italiano Giovanni Forzieri, della Climate Risk Management Unit, dell’Institute for Environment and Sustainability (IES) del Joint Research Centre (JRC), mette in guardia  sulle molteplici minacce che attendono l’Europa nei prossimi decenni a causa dei cambiamenti climatici.  Lo studio al quale hanno partecipato diversi scienziati italiani – Simone Russo, Lorenzo Alfieri e Alessandra Bianchi dell’IES/JRC e Mirco Migliavacca del Biogeochemical Integration DepartmentMax del Max Planck Institute for Biogeochemistry – punta soprattutto a capire quali saranno le zone dove sarà pericoloso vivere.
I ricercatori sottolineano che «Mentre le perdite riportate per i  rischi legati al clima sono a livelli storicamente elevati, il cambiamento climatico rischia di aumentare il rischio rappresentato da eventi meteorologici estremi». Diverse regioni europee potrebbero essere esposte a diversi rischi climatici, ma la modellazione di questi rischi in uno schema comune è ancora alle fasi iniziali, per questo il team di Forzieri ha presentato un quadro multi-rischio per mappare l’esposizione dell’Europa ai diversi eventi climatici estremi nel XXI  secolo.
Gli scienziati hanno utilizzato un insieme di proiezioni climatiche, valutando i  cambiamenti nella frequenza delle ondate di calore e di freddo, le inondazioni fluviali e costiere, le siccità, gli incendi e le tempeste, giungendo alla conclusione che «I cambiamenti previsti nella esposizione raffigurano importanti variazioni degli scenari di rischio, in particolare quelli legati all’aumento delle temperature e ai modelli spaziali in gran parte modulati dalle condizioni climatiche locali. I risultati mostrano che l’Europa dovrà probabilmente affrontare un progressivo aumento di una generale pericolosità del clima, con un gradiente spaziale di rilievo nelle regioni sud-occidentali causato principalmente dall’aumento delle ondate di caldo, siccità e incendi. ....  
A quanto pare, ad essere particolarmente colpiti dai fenomeni estremi del cambiamento climatico saranno Spagna e Portogallo, ma anche l’Italia e il resto dell’Europa subiranno un aumento progressivo delle minacce climatiche e l’Europa sud-orientale dovrà fare i conti con l’aumento delle ondate di caldo, le siccità e gli incendi di foreste. Infatti I territori più a rischio per minacce multiple saranno la Penisola Iberica, le Alpi, il Nord Italia, il Mare del Nord, le Isole Britanniche, parte della Francia, i Balcani e il Delta del Danubio....
Lo studio fa previsioni per ogni minaccia che ci aspetta: .
Ondate di caldo. Entro la fine del secolo le ondate di caldo aumenteranno in tutta Europa e circa il 60% dell’Europa meridionale subirà ogni anno picchi di caldo prolungati che fino ad ora si erano registrati solo ogni 100 anni.
Siccità. Nell’Europa meridionale e occidentale le siccità “del secolo” avverranno ogni 2 – 5 anni e saranno più forti e prolungate. Colpiranno ogni anno più del 25% dell’area. Ma le siccità si ridurranno nell’europa settentrionale e centrale grazie all’0aumento delle precipitazioni.
Inondazioni. Nell’Europa occidentale ci saranno più alluvioni a causa dell’aumento e dell’intensità delle piogge. Entro il 2080, le piogge eccezionali che ora si registrano ogni 100 anni avverranno ogni 30 anni. Nell’Europa meridionale, orientale e centrale le inondazioni provocate dai fiumi si ridurranno lievemente a causa della mancanza di neve. Ma in tutta Europa aumenteranno notevolmente le inondazioni delle zone costiere e i disastri “scolari” avverranno ogni 2 – 8 anni, soprattutto nell’Europa orientale e nel Delta del Danubio.
Incendi boschivi. Grandi incendi di foreste colpiranno quasi tutta l’Europa, in particolare quella occidentale, orientale e centrale. Gli incendi “secolari” avverranno ogni 5 – 50 anni, ma paradossalmente nell’Europa meridionale ci saranno meno incendi devastanti perché si ridurranno i boschi.
Ondate di freddo. Il freddo intenso sarà un ricordo in quasi tutto il continente europeo.
Tormente di vento. Le tendenze riguardanti le tempeste sono meno chiare, ma secondo lo studio colpiranno di più l’Europa occidentale e quella settentrionale e si ridurranno di poco al sud.

05 maggio 2016

Filippine:Lipa,10mila persone in marcia contro le centrali a carbone

Tratto da Asia news
Lipa, 10mila persone in marcia contro le centrali a carbone
Guidati dall’arcivescovo, i manifestanti chiedono al presidente che verrà eletto il prossimo 9 maggio di smantellare tutti gli impianti elettrici inquinanti nel Paese. 
                             Mons. Arguelles: 
“Siamo nel mezzo di un’emergenza planetaria. 
                  Basta usare combustibili fossili”....
 “è immorale mettere sulle spalle delle future generazioni il peso dell’inquinamento e del costo di scelte sbagliate nel campo energetico.
              È tempo di farla finita con il carbone”.

Lipa (AsiaNews) – Almeno 10mila persone hanno raccolto l’appello dell’arcivescovo di Lipa mons. Ramon Arguelles e hanno marciato in segno di protesta contro la costruzione di nuove centrali a carbone nelle Filippine, che mettono a rischio la salute dei cittadini. I manifestanti sono giunti da varie parti del Paese e al corteo si sono unite diverse organizzazioni della società civile.
A cinque giorni dalle elezioni che daranno al Paese un nuovo presidente, l’arcivescovo ha chiesto che la nuova amministrazione sospenda tutti i progetti di costruzione di nuovi impianti a carbon fossile e che essi vengano sostituiti con centrali ad energia rinnovabile.

“Stiamo affrontando un’emergenza planetaria – ha detto mons. Arguelles – e ora più che mai abbiamo bisogno di leader che siano a favore della gente e dell’ambiente, non del carbone e del cambiamento climatico”.

In particolare, la popolazione protesta contro l’apertura di una centrale da 600 megawatt nel villaggio di Pinamucan Ibaba, vicino a Batangas. 
Secondo il presule, “è immorale mettere sulle spalle delle future generazioni il peso dell’inquinamento e del costo di scelte sbagliate nel campo energetico. È tempo di farla finita con il carbone”. Ian Rivera, coordinatore nazionale del Movimento per la giustizia climatica, spiega che la marcia “è un appello al futuro presidente e ai membri del governo affinché scartino la centrale di Pinamucan e le altre 26 proposte che sono in dirittura di arrivo. Inoltre chiediamo di eliminare i 19 impianti già esistenti in tutto il Paese”.......

Quella tra i costruttori di impianti a carbone e la popolazione locale, conclude il sacerdote, “è una battaglia che dura da molti anni. I primi affermano che stanno usando le ultime tecnologie e che l’inquinamento è molto limitato. 
Dall’altra parte c’è una campagna di informazione che mette in guardia contro l’esposizione all’inquinamento da carbone. 
Le persone che abitano nei pressi delle centrali, quindi, si oppongono alla loro costruzione. Non è così semplice trovare una soluzione data la domanda di energia che c’è”.
                                           Qui l'articolo integrale

04 maggio 2016

Secondo il piano redatto dal Ministero dell’ambiente :Germania: elettricità senza carbone prima del 2050.

Tratto da rinnovabili.it

Germania: elettricità senza carbone prima del 2050?

Secondo il piano redatto dal Ministero dell’ambiente, il Paese deve smettere di produrre elettricità da carbone ben prima il 2050
Germania elettricità senza carbone prima del 2050
(Rinnovabili.it) – Ben prima del 2050 la Germania smetterà di produrre energia elettrica dal carbone. È il contenuto di una bozza di documento del Ministero dell’Ambiente vista ieri da Reuters, che traccia la road map per raggiungere i suoi obiettivi climatici. La pressione pubblica sul governo è cresciuta da quando 196 leader globali hanno siglato l’accordo sul clima durante la COP 21 di Parigi. Il protocollo non chiede in nessun modo la dismissione graduale dei combustibili fossili, e questo rischia di allontanare la transizione energetica. Ma è evidente che i governi debbano cominciare ad attrezzarsi, o i cittadini subiranno impatti troppo pesanti.
In particolare, la Germania intende pubblicare una strategia per allontanarsi dai combustibili fossili e raggiungere il suo obiettivo di ridurre le emissioni di CO2 fino al 95% entro il 2050 rispetto ai livelli del 1990. La bozza del documento, che deve essere visionata dagli altri Ministeri e non è ancora approvata dalla Ministra dell’Ambiente, Barbara Hendricks, chiede al settore energetico di dimezzare le emissioni entro il 2030 rispetto al 2014.

Germania elettricità senza carbone prima del 2050 2Il documento propone la creazione di una commissione specifica, che elabori raccomandazioni su come eliminare gradualmente il carbone, tenendo conto delle difficoltà economiche per le regioni del Paese in cui l’industria ha gettato radici.
Il settore rappresenta ancora circa il 40% della produzione elettrica in Germania, ed è considerato il pilastro su cui dovrebbe reggersi lo Stato dopo l’uscita dal nucleare, prevista nel 2022. Il documento chiede anche un più rapido sviluppo delle fonti rinnovabili, con incentivi al fotovoltaico.

Nel 2014, il Paese ha generato più di un quarto della sua energia elettrica da fonti rinnovabili, ma siamo ampiamente lontani da quanto richiede la bozza vista da Reuters. Il documento sostiene che la quantità di energia prodotta da fonti verdi dovrebbe aumentare di circa il 75% entro il 2030...... 

Marina Forti :Perché Generali continua a investire nella Duke Energy, e nel carbone?

 Da Il blog di Marina Forti

Perché Generali continua a investire nella Duke Energy, e nel carbone?

A concrete pipe below this Duke Energy coal ash pond failed in 2014, releasing ash into North Carolina’s Dan River
Generali è una delle maggiori compagnie d’assicurazione italiane. Duke Energy è la maggiore azienda produttrice di energia elettrica degli Stati uniti, oggi sotto accusa per aver inquinato diversi bacini d’acqua. Per capire cosa le lega, seguiamo il filo del carbone.
Il carbone resta tra le fonti d’energia fossile più estratte del Pianeta, con miniere attive in circa 70 paesi, questo ormai nessuno o nega. Principali produttori e consumatori sono Usa, Cina e India, e secondo il think tank americano Center for Climate and Energy Solutions, dal carbone dipende il 29,7% della produzione energetica e il 44% delle emissioni di anidride carbonica mondiali.
Ridurre l’uso di carbone è fondamentale, per contenere il cambiamento del clima. In occasione della recente conferenza dell’Onu sul clima a Parigi (la Cop 21), abbiamo sentito grandi dichiarazioni d’intenti – ad esempio da parte delle grandi compagnie d’assicurazione, che gestiscono enormi quantità di fondi attivi da investire.
Anche Generali: «In qualità di assicuratore, Generali desidera avere un ruolo attivo nel dare supporto alla transizione verso un’economia ed una società più sostenibili. Continueremo a monitorare e ridurre i nostri impatti diretti e a promuovere un’economia per limitare il riscaldamento globale a 2 gradi attraverso i nostri prodotti, servizi e investimenti, così come affermato nella nostra Politica di Gruppo per l’ambiente e il clima», dice un messaggio pubblicato sul suo sito web in occasione della conferenza sul clima.
Dal 2010 Generali dichiara di avere le sue linee guida su come vincolare i suoi investimenti e prestiti in giro per il mondo a una maggior tutela ambientale; prima dichiarava di seguire le “migliori pratiche” del Fondo pensione del governo norvegese, che con quasi 790 miliardi di euro di attivi in gestione è il principale veicolo a controllo statale al mondo.
Negli ultimi tempi però il Fondo norvegese ha deciso di disinvestire dal carbone, cioè non puntare più su società che affidano al carbone più del 30% della propria capacità di generazione elettrica, nel caso delle utility elettriche, o più del 30% dei ricavi da progetti a carbone. Anche Axa e Allianz, dirette concorrenti di generali, hanno scelto di non mettere più le proprie risorse nel carbone. Invece la compagnia triestina continua a investire in compegnie come la Duke Energy, la più grande utility energetica statunitense, con interessi anche in Canada e in America Latina.
Duke è finita nell’occhio del ciclone per l’altissimo livello di inquinamento dei bacini d’acqua in cui sono sversati i residui tossici della combustione nelle centrali a carbone. Tecnicamente si chiama coal ash management, attività molto dannosa per l’ambiente e per le persone. La Duke brucia carbone in cinque stati: Indiana, Florida, Kentucky, South Carolina e North Carolina, con 14 impianti e ben 33 bacini di smaltimento. «Immaginate 33 stagni grandi come il Colosseo, o più, pieni di rifiuti industriali contenenti arsenico, cromo, cadmio, mercurio e piombo che finiscono nei fiumi e nelle falde acquifere. Un vero incubo!», racconta Donna Lisenby, esponente dell’organizzazione International Waterkeeper Alliance, che dal 2010 segue questo caso. «Nei pressi di questi stagni vivono oltre 300 famiglie, che non possono utilizzare l’acqua dei pozzi vicini alle loro abitazioni». Donna spiega che è la Duke a fornire riserve idriche a tutte queste famiglie ma che le ultime analisi fatte eseguire dalle autorità statali lo scorso febbraio hanno stabilito che l’acqua è potabile, smentendo le precedenti ricerche. «L’attuale governatore del North Carolina, Pat McCrory, ha lavorato per la Duke Energy per 28 anni».
Se localmente la compagnia può contare su alleati di un certo peso, a livello federale le cose non vanno altrettanto bene. Nel 2014, a causa della sua discussa gestione delle ceneri di carbone e soprattutto di un grosso sversamento nel fiume Dan, in North Carolina, la Duke Energy è stata accusata di negligenza, imperizia e violazione della normativa nazionale sui fiumi. La compagnia ha patteggiato con le corti federali civili e penali, che hanno così imposto sanzioni pecuniarie di oltre 100 milioni di dollari e l’obbligo di svolgere servizi per le comunità danneggiate. «Ma ci sono aspetti molto controversi in queste sentenze, per esempio che la Duke è obbligata a ripulire i bacini che si trovano nei paraggi di sole 7 delle 14 centrali in North Carolina. Non basta, devono bonificare tutta l’area che hanno inquinato», ribadisce Lisenby.
Intanto anche gli azionisti della Duke hanno intrapreso ben sei azioni legali nei confronti della compagnia e non è da escludere una class action. Proprio per raccontare quali e quanti sono i problemi che avvolgono una delle società in cui Generali investe i suoi fondi, Donna Lisenby è volata fino a Trieste, dove ha partecipato all’assemblea degli azionisti della compagnia assicuratrice.
A proposito di azionariato critico: in quell’assemblea c’erano anche esponenti di Re:Common, che hanno stigmatizzato i finanziamenti di Generali all’indiana NTPC, alla polacca PGE, alla ceca CES e alla tedesca RWE, che ha impianti a lignite, ancora più inquinanti (è la compagnia europea che emette più anidride carbonica nell’atmosfera).
«Chiediamo a Generali di rendere pubblici tutti i suoi investimenti in società attive nel settore del carbone (estrazione, trasporto e produzione elettrica) sia tramite azioni che titoli obbligazionari.
Analogamente di rendere pubbliche le sue operazioni di assicurazioni di specifici progetti a carbone. E soprattutto di impegnarsi da questa assemblea a sviluppare entro la fine del 2015 una policy di disinvestimento dal carbone che vada oltre gli impegni di Axa, Allianz e del Fondo pensione norvegese», ha detto l’associazione Re:Common nel suo intervento (che ha ricevuto una risposta piuttosto elusiva dal presidente di Generali, Gabriele Galateri di Genola: la compagnia non ha «una politica di esclusione delle società legate al settore energetico, in particolare quelle che producono carbone… ma questo tema è tuttora oggetto di approfondimento da parte di Generali, che non è ancora giunta a politiche di disinvestimento ma ha intenzione di adeguarsi alle regole che stanno emergendo nell’ambito dei convegni internazionali, come la COP21». Insomma, siamo ancora solo a vaghe dichiarazioni d’intenti – la realtà è ancora carbone, emissioni tossiche e ceneri inquinanti.
(ringrazio Luca Manes)

03 maggio 2016

L'appello del WWF al G7 :"Bloccare gli investimenti nel carbone". Video Liguria a zero emissioni

Tratto da Qualenergia

"Bloccare gli investimenti nel carbone", l'appello del WWF al G7


Per limitare l'aumento della temperatura media globale a 1.5°C rispetto ai livelli preindustriali, è necessario che le economie mondiali adottino modelli energetici liberi dai combustibili fossili. Il raggiungimento di questo obiettivo implica che prima del 2050 il settore dell'elettricità, a livello globale, sia decarbonizzato. Le richieste e il report del WWF.

Con l'Accordo di Parigi sul clima i Governi si sono pubblicamente impegnati a limitare l'aumento della temperatura media globale a 1.5 °C rispetto ai livelli preindustriali, e comunque ben al di sotto dei 2 °C. In questa strada verso la decarbonizzazione “il carbone è il primo combustibile fossile di cui fare a meno”. Lo ha ricordato ilWWF con la pubblicazione dello studio "The incompatibility of high-efficient coal technology with 2 °C scenarios" commissionato all'istituto Ecofys e rivolto particolarmente ai Paesi del G7 in previsione del vertice di maggio.
Per onorare l'impegno assunto a Parigi – spiega l'associazione - è necessario che le economie mondiali operino al più presto il passaggio verso modelli energetici liberi dai combustibili fossili e secondo gli scenari prospettati dall'International Panel on Climate Change (Ipcc), il raggiungimento di questo obiettivo implica che prima del 2050 il settore dell'elettricità, a livello globale, dovrà essere decarbonizzato.
Il carbone è il combustibile a maggiore impatto climatico e ambientale, ma è anche il primo di cui si possa fare a meno in tempi rapidi. 
Occorre quindi puntare con più decisione verso questa direzione - spiega il WWF - e smettere di investire nello sviluppo di tecnologie volte a migliorare le prestazioni del settore carbonifero. .....
Come dimostrato chiaramente nel rapporto Ecofys, infatti, il bilancio globale del carbonio e il tempo che ci rimane a disposizione per ridurre le emissioni di gas serra non consentono una semplice sostituzione dei vecchi impianti a carbone con nuove centrali a carbone dotate di questa tecnologia, anche se più efficienti di quelle vecchie.
Il vertice del G7 di Ise-Shima in Giappone, che si terrà dal 26 al 28 maggio prossimi, offrirà l'opportunità alle principali economie avanzate del mondo di dare l'esempio e allineare le proprie politiche agli obiettivi di COP21.
Per questo, ai Paesi del G7, il WWF chiede di:
  • porre immediatamente fine a ogni tipo di finanziamento pubblico volto allo sviluppo tecnologico di nuovi impianti a carbone;
  • applicare rigorosamente l'Oecd sector understanding on export credits for coal-fired electricity, vale a dire vietare o eliminare gradualmente il sostegno pubblico per le centrali elettriche a carbone a tutti i tipi di sostegno all'esportazione;
  • impegnarsi pubblicamente a eliminare le centrali a carbone nei propri Paesi,in vista dell'obiettivo globale della decarbonizzazione; una strada già intrapresa con successo nel Regno Unito che, a dispetto della sua lunga tradizione nell'industria del carbone, sta procedendo alla chiusura di ben cinque centrali a carbone (su dieci totali) entro il 2016.

02 maggio 2016

Greenreport :L’esposizione al Pm2,5 è associata a numerosi tumori. Una ricerca a Hong Kong

Tratto da Greenreport

L’esposizione al Pm2,5 è associata a numerosi tumori. Una ricerca a Hong Kong

Ogni 10 microgrammi per m3 di maggiore esposizione al PM2,5, il rischio aumenta del 22%
[2 maggio 2016]
PM2,5 Hong Kong
I ricercatori della School of Public Health e del Dipartimento della salute di Hong Kong e delle università britanniche di Birmingham e Oxford hanno scoperto che l’esposizione a lungo termine della popolazione anziana di Hong Kong agli inquinanti ambientali è associata ad aumento del rischio di mortalità per molti tipi di cancro.
Lo studio, “Cancer Mortality Risks from Long-term Exposure to Ambient Fine Particle” pubblicato dal team di ricercatori su Cancer Epidemiology biomarkers & Prevention. una rivista della American Association for Cancer Research, conferma la fondatezza della crescente preoccupazione per i rischi per la salute derivanti dall’esposizione prolungata al particolato fine.
All’università di Birmingham spiegano che «Particolato è il termine usato per particelle presenti nell’aria, compresi, tra le altre fonti, gli idrocarburi e i metalli pesanti prodotti dai trasporti e dalla generazione di energia. Lo studio ha analizzato il PM2,5, il particolato con un diametro inferiore a 2,5 micrometri ed è arrivato alla conclusione che «Per ogni 10 microgrammi per metro cubo (µg/m3) di maggiore esposizione al PM2,5, il rischio di morire di qualsiasi tipo di cancro aumenta del 22%».
Neil Thomas, dell’Institute of applied health research dell’università di Birmingham sottolinea che «Le implicazioni per altre città simili in tutto il mondo sono che il PM2.5 deve essere ridotto per ridurre l’onere per la salute. L’inquinamento atmosferico rimane una chiara e modificabile preoccupazione , per la salute pubblica».
Thuan Quoc Thach, dell’università di Hong Kong, aggiunge che «L’esposizione a lungo termine al particolato era stata associata principalmente alla  mortalità per cause cardiopolmonari e per il cancro ai polmoni, ma c’erano stati pochi studi che dimostravano un’associazione con la mortalità da altri tipi di tumore. Sospettiamo che queste particelle potrebbero avere un effetto equivalente sui tumori in altre parti del corpo».
Tra il 1998 e il 2001, i ricercatori hanno reclutato 66.280 persone di 65 anni o più e le hanno seguite ti fino al 2011, accertando le cause di morte dai documenti sanitari di Hong Kong. Le concentrazioni annuali di PM2,5 intorno alle loro abitazioni sono state stimate utilizzando i dati satellitari e le centraline di monitoraggio fisse. Dopo aver calibrato i dati, tenendo conto della propensione a fumare ed escludendo i decessi avvenuti entro tre anni per altre malattie, lo studio ha dimostrato l’alta correlazione tra esposizione al PM2,5 e il rischio di morire di qualsiasi tipo di cancro.
 All’università di Birmingham sottolineano che ci sono dati che superano la media del 22%: «Gli aumenti di 10 µg/m3 di PM2,5 sono associati ad  un 42% di aumento del rischio di mortalità per cancro nel tratto digestivo superiore e ad un 35% di aumento del rischio di mortalità per altri organi dell’apparato digestivo, tra cui il fegato, le vie biliari, la cistifellea e il pancreas. Per le donne, ogni 10 µg/m3 di aumento dell’esposizione al PM2,5 è associato ad un aumento delll’80% del rischio di  mortalità da cancro al seno, e negli uomini è stato sperimentato un aumento del 36% del rischio di morire di cancro al polmone per ogni 10 µg/m3 di maggiore esposizione al PM2,5».
Il team crede che tra le possibili spiegazioni per l’associazione tra PM2.5 e cancro ci potrebbero essere danni  nella funzione di riparazione del DNA, alterazioni nella risposta immunitaria, o infiammazioni che attivano l’angiogenesi, la crescita di nuovi vasi sanguigni che favorisce la diffusione dei tumori. Nel caso degli organi digestivi, l’inquinamento da metalli pesanti influenzerebbe la flora intestinale e innescherebbere lo sviluppo del cancro.
L’ampiezza dello o studio e la sua capillare documentazione sulla mortalità dovuta al cancro, ha permesso un’indagine dettagliata del contributo di particolato per questi tumori e  sui problemi normalmente associati in una popolazione alla mortalità per specifici tipi di cancro.
Thomas evidenzia che «Il passo successivo è quello di determinare se altri Paesi accusano associazioni simili tra PM2.5 e  morti per cancro. Questo studio, in combinazione con la ricerca esistente, suggerisce che altre popolazioni urbane possono subire gli stessi rischi», ma su questo occorre fare ulteriori ricerche.
Thach  conclude: «Il limite di questo studio è quello di essersi concentrato solo sul PM2.5. La ricerca emergente sta cominciando a studiare gli effetti sulla salute umana dell’esposizione a più inquinanti. Però, dobbiamo essere prudenti, dato che l’inquinamento è solo un fattore di rischio per cancro e altri, come la dieta e l’esercizio fisico, possono essere fattori di rischio più significativi e più modificabili».

Green Peace. TTIP: ecco cosa dicono i documenti segreti!

  Riceviamo  da Greenpeace
 ......Fino a ieri Europa e Stati Uniti hanno discusso il TTIP (Trattato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti) a porte chiuse e in gran segretezza.
Questo nonostante le proteste di milioni di persone, proccupate che l'accordo potesse aggirare le norme europee basate sul "Principio di Precauzione" in base al quale prima di immettere un prodotto sul mercato, deve esserne provata la sicurezza per la salute umana, ambientale e animale.
Di questo principio, che oggi protegge 500 milioni di cittadini europei dagli OGM e dalla carne trattata con ormoni, non c'è traccia negli accordi!
I nostri timori hanno avuto conferma! Greenpeace Olanda ha avuto accesso a buona parte dei testi negoziali del TTIP: 248 pagine di documenti che dimostrano che avevamo ragione: le pressioni USA per aggirare le norme europee sono enormi!
Tutti i cittadini ora possono conoscere il contenuto del TTIP fino ad oggi rimasto segreto, ed attivarsi per bloccarlo subito!.
#TTIPLEAKS
ECCO PERCHE' TENEVANO TUTTO SEGRETO!
Leggi e condividi con i tuoi amici! Possiamo fermare il TTIP!
LEGGI E DIFFONDI
Siamo in tantisimi in Europa ad opporci al TTIP! In Italia il 7 Maggio a Roma, ci sarà una grande Manifestazione Nazionale #STOPTTIP. Il ritrovo è alle 14.00 a Piazza della Repubblica.
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Dal punto di vista della protezione dell’ambiente e dei consumatori, quattro gli aspetti seriamente preoccupanti:
  • Tutele ambientali acquisite da tempo sembra siano sparite
Nessuno dei capitoli che abbiamo visto fa alcun riferimento alla regola delle Eccezioni Generali (General Exceptions). Questa regola, stabilita quasi 70 anni fa, compresa negli accordi GATT (General Agreement on Tariffs and Trade) della World Trade Organisation (WTO – in italiano anche Organizzazione Mondiale per il Commercio, OMC) permette agli stati di regolare il commercio “per proteggere la vita o la salute umana, animale o delle piante” o per “la conservazione delle risorse naturali esauribili”. L’omissione di questa regola suggerisce che entrambe le parti stiano creando un regime che antepone il profitto alla vita e alla salute umana, degli animali e delle piante.
  • La protezione del clima sarà più difficile con il TTIP
Gli Accordi sul Clima di Parigi chiariscono un punto: dobbiamo mantenere l’aumento delle temperature sotto 1,5 gradi centigradi per evitare una crisi climatica che colpirà milioni di persone in tutto il mondo. Il commercio non dovrebbe essere escluso dalle azioni sul clima. Ma non c’è alcun riferimento alla protezione del clima nei testi ottenuti.
  • La fine del principio di precauzione
Il principio di precauzione, inglobato nel Trattato UE, non è menzionato nei capitoli sulla “Cooperazione Regolatoria”, né in nessuno degli altri 12 capitoli ottenuti. D’altra parte, la richiesta USA per un approccio “basato sui rischi” che si propone di gestire le sostanze pericolose piuttosto che evitarle, è evidente in vari capitoli. Questo approccio mina le capacità del legislatore di definire misure preventive, per esempio rispetto a sostanze controverse come le sostanze chimiche note quali interferenti endocrine (c.d. hormone disruptors).
  • Porte aperte all’ingerenza dell’industria e delle multinazionali
Mentre le proposte contenute nei documenti pubblicati minacciano la protezione dell’ambiente e dei consumatori, il grande business ha quello che vuole. Le grandi aziende ottengono garanzie sulla possibilità di partecipare ai processi decisionali, fin dalle prime fasi.
I documenti mostrano chiaramente che mentre la società civile ha avuto ben poco accesso ai negoziati, l’industria ha avuto invece una voce privilegiata su decisioni importanti.
Il rapporto pubblico reso noto di recente dall’UE ha solo un piccolo riferimento al contributo delle imprese, mentre i documenti citano ripetutamente il bisogno di ulteriori consultazioni con le aziende e menzionano in modo esplicito come siano stati raccolti i pareri delle medesime.
I documenti pubblicati da Greenpeace Olanda constano di 248 pagine in un linguaggio legale tecnicamente complesso: 13 capitoli di “testo consolidato” del TTIP più una nota interna dell’UE sullo stato del negoziato (Tactical State of Play of TTIP Negotiations – March 2016). Greenpeace Olanda ha lavorato assieme al rinomato network di ricerca tedesco di NDR, WDR and Süddeutscher Zeitung. Fino ad ora i rappresentanti eletti avevano potuto vedere parte di questi documenti in stanze di sicurezza, con guardie, senza consulenti esperti e senza poterne discutere con nessuno. Con questa pubblicazione, milioni di cittadini hanno la possibilità di verificare l’operato dei propri governi e discuterne con i loro rappresentanti.
Chi ha cura delle questioni ambientali, del benessere degli animali, dei diritti dei lavoratori o della privacy su internet dovrebbe essere preoccupato per quel che c’è in questi documenti. Il TTIP, si svela per ciò che davvero è: un grande trasferimento di poteri democratici dai cittadini al grande business. 
Per fermare il TTIP, tutelare i diritti e i beni comuni e costruire un altro modello sociale ed economico, equo e democratico, ti aspettiamo sabato 7 maggio 2016 a Roma per un grande appuntamento nazionale!
           ENTRA IN AZIONE CON NOI: FIRMA E CHIEDI DI BLOCCARE IL TTIP!

01 maggio 2016

Tirreno Power: l’inchiesta giudiziaria e gli impatti del carbone:vincitore al Video Festival di Imperia

Tratto da Ninin 

Tirreno Power: la coscienza civile vince i Festival

Siamo doppiamente contenti per l'esito del Video Festival di Imperia. Il documentario "Tirreno Power: l’inchiesta giudiziaria e gli impatti del carbone", di Daniele Ceccarini e Paola Settimini, ha vinto il premio per il miglior documentario nella categoria professionisti


Contenti per l'indiscusso valore del prodotto, e contenti per il messaggio politico che questa vittoria porta con sé.
La salute non può e non deve subire il ricatto di aziende che....acchiappano i dividendi e li spartiscono tra i grandi nomi anziché utilizzarli per la sicurezza e la tutela ambientale.
Paola Settimini ha ricordato, ritirando il premio, come questo sia anche il frutto della resistenza di una popolazione che non ha voluto soccombere, e della tenacia di una Procura della Repubblica che ha agito per il bene comune senza cedere a pressioni tanto inevitabili quanto meschine.
Noi siamo con loro. Con Paola e Daniele, che vivono in una città ancora vessata dai fumi di una centrale a carbone e ne vedono tutti i giorni gli effetti devastanti, con la popolazione vadese che ha patito danni pressoché in ogni famiglia, con la Procura che è andata avanti con coraggio nella sua inchiesta.
E speriamo che l'inchiesta savonese prosegua ora con la stessa determinazione, per accertare responsabilità e mancanze, se ce ne sono state, e per ricordare ai grandi gruppi industriali che gli interessi privati non possono prevalere sulla salute pubblica.
 Ninin