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13 luglio 2021

NETTISSIMA RIDUZIONE DEGLI INQUINANTI, "MACROSCOPICO E INCONTROVERTIBILE" AUMENTO DELLA BIODIVERSITA' LICHENICA TOTALE ED ASSOLUTA INATTENDIBILITA’' DELLO STUDIO ARPAL 2018

  

                         COMUNICATO STAMPA

ALL'UDIENZA DEL PROCESSO TIRRENO POWER IL CONSULENTE DELLA PROCURA CONFRONTA LA SITUAZIONE DELL'INQUINAMENTO ATMOSFERICO ANTE E POST CHIUSURA DEI GRUPPI A CARBONE DELLA CENTRALE: 

NETTISSIMA RIDUZIONE DEGLI INQUINANTI, 

"MACROSCOPICO E INCONTROVERTIBILE" AUMENTO DELLA BIODIVERSITA' LICHENICA

TOTALE ED ASSOLUTA INATTENDIBILITA’' DELLO STUDIO ARPAL 2018

 

La consulenza tecnica presentata quest'oggi evidenzia i notevoli effetti e i benefici sulla qualità dell'aria prodotti dalla chiusura dei gruppi VL3 e VL4 della centrale, avvenuta (non per volontà dell'azienda, ma per ordine del giudice) nel marzo 2014, partendo da due diverse indagini relative allo stato ante e post chiusura gruppi a carbone:

a) studio scientificamente approfondito sui dati degli inquinanti rilevati dalle centraline ARPAL che evidenziano sostanziose riduzioni di diversi inquinanti;

b) ripetizione delle indagini sulla biodiversità lichenica che restituiscono un quadro di notevole miglioramento dei parametri di biodiversità anche con salti di ben due classi.

 

I risultati delle centraline ARPAL, correttamente analizzati, forniscono un esito "sensibilmente differente e sostanzialmente divergente" rispetto a quanto evidenziato nel documento ARPAL di Genova del 2018, allegato al verbale dell’Osservatorio regionale.

 

Infatti i dati raccolti dimostrano la sostanziale riduzione delle concentrazioni dei macroinquinanti maggiormente associati alla combustione di carbone, e cioè SO2 e PM2,5 nelle postazioni di misura collocate sottovento alla CTE (Vado L. via Aurelia e Quiliano mercato generale), ma non in quelle esterne all’area di ricaduta e/o interessate da sorgenti tipiche dell’ambiente urbano.  

 

Le concentrazioni atmosferiche di anidride solforosa (SO2) si sono ridotte in modo eclatantesoprattutto a Vado L. (-69,42 %), ma anche presso SV Varaldo (-45,24 %).

La consulenza tecnica della Procura, utilizzando gli stessi dati delle centraline ARPAL, sconfessa dunque clamorosamente il documento ARPAL 2018 recante “non si osserva una diminuzione di entità significativa dopo lo stop  dei gruppi a carbone della CTE”, documento peraltro sbandierato dalle difese degli imputati quasi ad ogni udienza di questo processo.

 

Un tale esito, al di là della sua rilevanza processuale, che verrà evidentemente valutata dal Giudice, solleva pesanti interrogativi su quest'ultimo studio ARPAL, su cui gli amministratori e i politici locali e regionali non possono evitare di confrontarsi.

 

All'udienza odierna dinanzi al Tribunale di Savona (Giudice Giannone; PM Milocco) il consulente tecnico della Procura dott. Stefano Scarselli ha illustrato gli esiti di una consulenza conferitagli nel 2019, producendo una relazione contenente la valutazione degli effetti dovuti alla chiusura dei gruppi a carbone sulla qualità dell'aria e sulla flora sensibile nel territorio circostante. 

In particolare, da un lato, il consulente ha esaminato i dati registrati nelle rete di monitoraggio provinciale della qualità dell'aria ARPAL e, dall'altro, ha esposto gli esiti delle nuove misure di biodiversità lichenica (2019) effettuate in un congruo numero di stazioni già campionate nel 2012  per conto della Procura per realizzare un confronto scientifico ante e post chiusura dei gruppi a carbone avvenuta nel 2014.  

 

Il CT  della Procura ha innanzitutto riferito dell'esame del documento ARPAL del 2018 allegato al

verbale della riunione dell’Osservatorio Regionale salute-ambiente del 9 luglio 2018, documento che è stato reiteratamente citato dalle difese degli imputati  nell'intento  di dimostrare come  non vi fossero state riduzioni significative degli inquinanti con la chiusura dei gruppi a carbone.

 

L'esame del documento ARPAL da parte del dott. Scarselli e delle specialiste Prof.sse Laura Tositti ed Erika Brattich  dell'Università di Bologna  (ausiliarie del dott. Scarselli) ha evidenziato innanzitutto i gravi limiti delle centraline utilizzate da ARPAL (anche in ragione della loro collocazione), oltreché l'inadeguatezza delle modalità con cui sono stati trattati i dati (aggregati mensili e non anche come giornalieri), senza considerare inoltre l' influenza dalla meteorologia. 

 

Il dott. Scarselli ha confrontato i dati emersi dai rilevamenti dell'indagine del 2019 sulla Biodiversità lichenica con i dati dei rilevamenti effettuati prima della chiusura dei gruppi a carbone e gli esiti delle misure, ripetute nelle medesime stazioni a distanza di sette anni e a cinque anni dalla chiusura dei gruppi a carbone della CTE TP, hanno restituito un quadro totalmente mutatoevidenziando un sensibile miglioramento della situazione di biodiversità lichenica.

Questo notevole miglioramento avvenuto dopo la chiusura dei gruppi a carbone  è stato particolarmente evidente nelle zone esposte  alle ricadute degli inquinanti della centrale (con salti in positivo anche di due classi) mentre non si sono registrati miglioramenti nelle zone non esposte.

 

Il venir meno dell’effetto della maggiore sorgente di inquinamento della zona si è riflettuto in una significativa e misurabile riduzione del danno alla flora lichenica.

In una situazione di sostanziale invarianza dell’impatto dovuto agli altri fattori di pressione antropica ancora attivi nell’area, tale riduzione del danno si è espressa in misura rilevante solamente nelle zone di ricaduta delle emissioni della centrale; mentre, al contrario, nelle stazioni esenti dall’effetto delle emissioni della CTE (sopravento ai camini), non si è registrata alcuna variazione significativa della Biodiversità Lichenica.


I benefici più consistenti e apprezzabili a seguito della chiusura dei gruppi a carbone sono stati registrati nelle zone di massima ricaduta e cioè nelle stazioni del Promontorio di Bergeggi e di Valle di Vado. Particolarmente degno di nota, sia per consistenza e sia per il peculiare significato ambientale ed ecologico che riveste è il miglioramento riscontrato sul Promontorio di Bergeggi (area protetta e di pregio naturalistico ricadente nella omonima Riserva Naturale Regionale, nonché Sito di Interesse Comunitario) che ha registrato un incremento dell'indice di biodiversità lichenica di circa il 96%!

Il consulente precisa che la risposta positiva della flora lichenica registrata in questo sito, identificato da tutti i modelli previsionali applicati alle emissioni della CTE quale zona di massima ricaduta in termini assoluti, è dunque "macroscopica e incontrovertibile".





Tirreno Power, il biologo Dott. Scarselli : “Dopo la chiusura della centrale è diminuito il livello di alcuni inquinanti”

 Tratto da IVG

Tirreno Power, il biologo: “Dopo la chiusura della centrale è diminuito il livello di alcuni inquinanti”


Continua la presentazione in aula da parte del consulente della Procura

Savona. “Nelle stazioni situate nel territorio limitrofo alla centrale termoelettrica di Vado Ligure sono stati rilevate differenze percentuali di alcuni inquinanti tra il 2011 e il 2018, quando l’impianto non era più in attività: anidride solforosa (SO2), PM 2,5 e biossido di azoto (NO2). Le due postazioni che sono state prese in considerazione sono Savona Varaldo e Vado via Aurelia. Rispettivamente i valori trovati sono: rispettivamente -45,24% e -69,42% per l’anidride solforosa. Per il PM 2,5, invece, -24,18% e -26,52%. E -39% e -24,96% per il biossido di azoto”

A dirlo questa mattina in aula è stato il dottor Stefano Scarselli, biologo specialista in biomonitoraggio, nell’ambito del processo a carico di Tirreno Power per il quale sono imputati 26 persone, tra vertici e dirigenti dell’azienda, rinviati a giudizio per disastro ambientale e sanitario colposo.

“La decrescita di alcuni inquinanti si registra nelle stazioni influenzate dalle ricadute della centrale – spiega Scarselli -, non si può dire altrettanto per le altre postazioni. Il segnale legato alla chiusura della centrale sulla base di questi dati si vede ed è forte ma per essere confermato richiederebbe un approfondimento”.

“I valori dei livelli di alcuni metalli – aggiunge -, con la sola eccezione di alluminio e cadmio, sono risultati sempre abbondantemente superiori a quelli rilevati nell’area industriale di Modena“. Il biologo ha sottolineato che le due situazioni dal punto di vista geografico non possono essere comparabili ma le rilevazioni sono state compiute nello stesso periodo dell’anno e con la stessa tipologia di licheni.

“Questi organismi, infatti, sono stati usati sia come bioindicatori che, come nel caso di questa analisi, come bioaccomulatori – aveva spiegato Scarselli durante la precedente udienza -. Non hanno uno strato protettivo e sono quindi liberamente esposti all’atmosfera e dipendono da questa per il proprio metabolismo traendo le sostanze da essa. In questo modo “raccolgono” le sostanze che si trovano nell’aria: micropolveri e metalli pesanti tossici o cancerogeni per l’uomo ma non per i licheni”.

Continua su IVG 

 Tratto da greenpeace

Crisi climatica e inquinamento da plastica: le due facce dei combustibili fossili.             

Nei giorni scorsi, navigando in Adriatico con la nostra spedizione “Difendiamo il Mare”, ci siamo imbattuti in numerosi rifiuti galleggianti o abbandonati sulle spiagge: guanti monouso, involucri, imballaggi, bottiglie. Ma anche attrezzi da pesca, come le cassette in polistirolo usate per conservare il pescato, o le famigerate reti tubolari in cui vengono allevate le cozze che finiscono sulle nostre tavole. Una vasta gamma di oggetti che rende bene l’idea di quanto la plastica trovi impiego in numerose applicazioni.

Tutti questi manufatti in plastica derivano dalla trasformazione di gas fossile e petrolio, il cui sfruttamento è tra le principali cause dell’emergenza climatica in corso. Inquinamento da plastica e crisi climatica sono quindi due facce della stessa medaglia, entrambe riconducibili a un’economia basata sullo sfruttamento delle fonti fossili.

Con l’elettrificazione dei trasporti e il crescente ricorso alle rinnovabili per altri settori industriali, sarebbe lecito aspettarsi una rapida riduzione dei consumi di petrolio e gas. Peccato che questo tanto atteso declino, fondamentale per mitigare la crisi climatica, potrebbe essere vanificato dalla produzione di plastica, destinata a triplicare entro il 2050. Se le previsioni saranno rispettate, la plastica fornirà l’ancora di salvezza per aziende come Shell, Exxon, BP, ENI, Ineos che potranno perseverare nel loro business inquinante basato sui combustibili fossili.

Alcune stime indicano che la crescita della domanda di petrolio da parte del settore petrolchimico, laddove i combustibili fossili vengono trasformati in plastica e altri materiali, sarà trainata per una quota che va dal 45 al 95 per cento proprio dalla crescente richiesta di plastica, finendo così per aggravare la crisi climatica.

È oramai evidente a tutti che i rifiuti in plastica inquinano il mare. Ma pochi sanno che la raffinazione di gas e petrolio ha conseguenze altrettanto devastanti per l’ambiente. Una situazione purtroppo ben nota alle persone che vivono a Brindisi, ultima tappa del nostro tour “Difendiamo il mare”, nonché la città che ospita uno dei principali poli petrolchimici dove si produce plastica nel nostro Paese.

Da anni cittadine e cittadini di Brindisi assistono impotenti alle frequenti sfiammate delle torce a cui sono associate le emissioni di pericolosi gas inquinanti. Il benzene, ad esempio, una sostanza cancerogena per l’essere umano, ha più volte raggiunto livelli preoccupanti nell’aria. Proprio per tutelare la cittadinanza da questo inquinante, nella primavera del 2020 il sindaco della città aveva imposto uno stop alle attività del petrolchimico. Livelli elevati di inquinamento sono stati registrati da ARPA Puglia anche nei mesi successivi. Una situazione che è sfociata in un contrasto tra l’amministrazione cittadina e il Ministero della Transizione Ecologica durante il processo di rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) conclusosi nei mesi scorsi. Il sindaco chiedeva l’istallazione di una rete di centraline per misurare la presenza di inquinanti nell’area limitrofa al petrolchimico. Ma il Ministero della Transizione Ecologica non l’ha accolta, inducendo il primo cittadino della città pugliese a presentare un ricorso al TAR per far valere le sue istanze e proteggere la collettività.

Questo non è l’unico caso in cui la tutela della salute e dell’ambiente si scontrano con gli interessi industriali. Uno scenario che non vorremmo più vedere né in Italia né in altre parti del mondo, in cui comunità già gravate da decenni di inquinamento sono sottoposte al ricatto tra salute, ambiente e lavoro. Se vogliamo una vera transizione ecologica bisogna avere il coraggio di abbandonare le produzioni inquinanti e decarbonizzare la nostra economia,lasciandoci alle spalle sia l’uso di petrolio e gas fossile, sia i prodotti derivati, a partire dalla plastica monouso.

12 luglio 2021

La cirrosi risulta associata all'esposizione a lungo termine a PM10, PM2,5, PM grossolano e NO2

Tratto da Peacelink 

 La cirrosi risulta associata all'esposizione a lungo termine a PM10, PM2,5, PM grossolano e NO2 

Inquinamento e cirrosi epatica 


Uno studio di coorte sull'esposizione a lungo termine all'inquinamento atmosferico e sull'incidenza della cirrosi epatica, realizzato da Riccardo Orioli, Angelo Solimini, Paola Michelozzi, Francesco Forastiere, Marina Davoli e Giulia Cesaroni. Redazione Ecodidattica Tradotto da per PeaceLink 
Fonte: Environmental Epidemiology: August 2020 - Volume 4 - Issue 4 - p e109 
 La cirrosi è una malattia epatica avanzata che colpisce milioni di persone in tutto il mondo, con costi sanitari elevati. Nonostante le prove sperimentali suggeriscano un possibile ruolo degli inquinanti atmosferici nelle malattie del fegato, mancano studi epidemiologici. Abbiamo mirato a studiare l'associazione tra l'esposizione agli inquinanti atmosferici e l'incidenza della cirrosi in un'ampia coorte di popolazione a Roma. Metodi Abbiamo utilizzato una coorte amministrativa stabilita dal censimento del 2001. Sono stati inclusi tutti gli adulti di età pari o superiore a 30 anni non affetti da cirrosi, risultando in una popolazione di studio di oltre 1,2 milioni di soggetti. Il follow-up dei soggetti si è concluso il 31 dicembre 2015. Abbiamo accertato i casi incidenti di cirrosi dai registri regionali di mortalità e dimissione ospedaliera utilizzando un algoritmo validato. Abbiamo valutato l'esposizione dei soggetti a componenti metallici PM10, PM grossolano, PM2,5, PM2,5, NO2, NOx e PM presso il loro indirizzo di residenza utilizzando modelli di regressione dell'uso del suolo. Abbiamo usato modelli di regressione di Cox, aggiustati per covariate rilevanti, per stimare l'associazione tra esposizione all'inquinamento atmosferico e incidenza di cirrosi. Risultati Abbiamo osservato 10.111 casi incidenti di cirrosi, con un tasso di incidenza grezzo di 67 × 100.000 anni-persona. L'esposizione a lungo termine a tutti gli inquinanti testati era significativamente associata alla cirrosi, ad es. PM10 (rapporto di rischio [HR], 1,05; intervallo di confidenza al 95% [CI], 1,01–1,09, per incrementi di 10 µg/m3), PM grossolano (HR , 1,11; IC 95%, 1,05-1,17, per incrementi di 10 µg/m3), PM2,5 (HR, 1,08; IC 95%, 1,03-1,13, per incrementi di 5 µg/m3) e NO2 (HR, 1,03; 95% CI, 1,02–1,05, per incrementi di 10 µg/m3). Le associazioni erano robuste nelle analisi secondarie. Conclusioni 
I nostri risultati suggeriscono un possibile contributo dell'inquinamento atmosferico allo sviluppo della cirrosi. 
 Per approfondimenti cliccare qui

10 luglio 2021

ReCommon : La vera transizione

 Tratto da ReCommon

La vera transizione

Giusta, sostenibile e radicata nei territori, l’unica strada per un reale cambiamento

Da quando il governo Draghi si è insediato, creando un ministero per la Transizione ecologica, le grandi corporation italiane si sono tutte trasformate da causa della crisi – ecologica e non solo – a salvatori del Pianeta, impegnate nella costruzione delle molteplici soluzioni, in particolare quelle che verranno pagate dai miliardi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR).

Come da manuale, per il sistema capitalista ogni crisi diventa opportunità per perpetrare un nuovo ciclo di estrazione. E così anche questa volta, i milioni di morti causati dalla pandemia e il blocco di moltissime attività sono diventate occasione ghiotta per cooptare concetti come transizione, resilienza, rivoluzione verde da parte di un sistema incentrato sui combustibili fossili che si sta rigenerando, mantenendo intatta la struttura di potere, ma anche e purtroppo assicurando lunga vita alle fossili e in particolare al gas.

In poche settimane le promesse del Green Deal europeo e della transizione ecologica del governo Draghi si sono rivelate essere fumo negli occhi per chi aveva bisogno di sapere che ci sarebbe stato un lieto fine dopo la crisi in corso.

Per capire come costruire questo lieto fine è necessario spostare lo sguardo dalle promesse di governo e corporation verso ciò che davvero serve perché questa transizione non sia solo ecologica ma anche costruita assieme, giusta, equa e sostenibile.

Democrazia energetica, e non solo

L’accentramento è forse la caratteristica principale del sistema energetico fondato sulle fossili: Poche grandi corporation estraggono, producono, trasportano energia, decidendo il bello e il cattivo tempo. Sono loro a produrre le stime di domanda futura di energia, che vengono utilizzate per giustificare nuove infrastrutture. Sono loro a sedere ai tavoli di concertazione dove i governi e le istituzioni europee decidono le politiche energetiche, ma anche come utilizzare le risorse pubbliche. Costruire un sistema energetico distribuito e radicato nei territori significa riprendersi uno spazio di autonomia e decisionale, erodendo il potere e delegittimando queste grandi aziende che mettono il proprio portafogli – e quello dei loro grandi azionisti e investitori – prima del nostro futuro....,,,

I cittadini sono sempre un passo avanti alla politica, credono in una possibilità di crescita e di riscatto anche per la nostra terra
– Ester Satta – 
 

Crediamo che l’unica transizione possibile debba passare per un cambio del modello energetico e produttivo, in cui le comunità e i territori possano avere voce in capitolo. Serve una trasformazione radicale della società, ripartendo dal basso e dai territori, dalla definizione dei bisogni reali e non basata sulle proiezioni plasmate dalle stesse corporation che oggi controllano il mercato energetico, e non solo quello. 

Qui l’articolo integrale 

Noi di ReCommon

alle ingiustizie per innescare il cambiamento.

Crediamo in una transizione giusta e non solo ecologica, centrata sulla partecipazione attiva delle persone e sulla loro azione collettiva. E per raggiungerla ci impegniamo a segnalare gli abusi di potere e a controllare l’operato delle istituzioni pubbliche e delle grandi multinazionali.

05 luglio 2021

Ecofoodfertility: L'inquinamento MODIFICA il DNA

Tratto da http://www.ecofoodfertility.it/
L'inquinamento 
MODIFICA il DNA


Lo smog rischia di farci estinguere quindi è importante dove vivi e che cosa respiri

 "UN NUOVO MODELLO PER LA VALUTAZIONE DELL’IMPATTO AMBIENTALE SULLA SALUTE E PER LA PREVENZIONE PRIMARIA NELLE AREE A RISCHIO"


Il progetto di ricerca è stato ideato ed è coordinato da Luigi Montano, UroAndrologo, responsabile dell'Ambulatorio Pubblico di Andrologia della ASL di Salerno presso l'ospedale di Oliveto Citra, esperto in Patologia Ambientale e Medicina dello Stile di Vita, nonché attuale Presidente della Società Italiana di Riproduzione Umana (www.siru.it). EcoFoodFertility, nato inizialmente in Campania al fine di individuare un nesso su base scientifica fra i preoccupanti tassi di inquinamento ambientale nelle provincie a Nord di Napoli e basso casertano (Terra dei Fuochi) e il preoccupante incremento di patologie cronico-degenerative registratosi negli ultimi decenni, oggi coinvolge diverse aree d’Italia e d’Europa. Infatti, il gruppo di specialisti, che operano presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), Istituto Superiore di Sanità (ISS),  ASL, Università e altri centri di ricerca, verificheranno in maniera sistematica e con un’ampia gamma di esami le eventuali associazioni fra bioaccumulo di contaminanti nel sangue e nel liquido seminale, i disordini quali-quantitativi del seme maschile e l’efficacia di modelli alimentari e/o nutraceutico-funzionali. 
In questo studio multidisciplinare e multicentrico maschi sani, 18-40 anni, non fumatori, non bevitori abituali, non consumatori di droghe e non esposti professionalmente, provenienti da aree ad alto e basso indice di pressione ambientale saranno infatti reclutati dall’Italia, ma anche da alcuni paesi europei ed extraeuropei.

Grondacci : Il Decreto legge semplificazioni estende l'uso del Combustibile Derivato dai Rifiuti

 Tratto da Note di Grondacci

Il Decreto legge semplificazioni estende l'uso del Combustibile Derivato dai Rifiuti 

Nuova norma che favorisce l'estensione dell'uso del Combustibile Solido Secondario (CSS) in impianti ulteriori a cementifici e centrali termoelettriche sopra i 50MW. 

La norma è stata introdotta dal Decreto Legge 77/2021 con l'articolo 35 intitolato misure di semplificazione per la promozione della economia circolare. Cosa abbia di economia circolare un materiale che è di fatto un rifiuto e che solo grazie ad una normativa precedente è stato, declassificato a combustibile per definizione normativa ma rifiuto resta.  


Secondo il comma 2 articolo 35 del Decreto Legge 77/2021  gli interventi di sostituzione dei combustibili tradizionali con CSS-combustibile, conforme ai requisiti di cui all'articolo 13 del decreto del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare 14 febbraio 2013, n. 22 [NOTA 1], in impianti o installazioni già autorizzati allo svolgimento delle operazioni R1 [NOTA 2], che non comportino un incremento della capacità produttiva autorizzata, nel rispetto dei limiti di emissione per coincenerimento dei rifiuti, non costituiscono una modifica sostanziale ai sensi delle procedure di VIA ma anche di AIA (vedi definizione lettera l-bis comma 1 articolo 5 DLgs 152/2006 - [NOTA 3]) e della disciplina della Autorizzazione Unica Ambientale (vedi definizione ex lettera g) comma 1 articolo 2 DPR 59/2013 - [NOTA 4]). Peraltro questo era già previsto dal Decreto 22/2013, occorre ricordare infatti che questo Decreto prevede che i cementifici e le centrali termoelettriche in cui può bruciare il CSS e che siano in possesso di autorizzazione integrata ambientale (di seguito AIA), rilasciata prima della data di entrata in vigore del presente Decreto (29/3/2013), possono utilizzare il CSS previa comunicazione da trasmettere  da parte dell'utilizzatore all'autorità competente almeno sessanta giorni prima dell'effettivo utilizzo del CSS. 


ESTENSIONE USO CSS A NUOVE TIPOLOGIE DI IMPIANTI

Intanto qui occorre una precisazione: il Decreto 22/2013, che come già scritto sopra è quello che stabilisce le condizioni per considerare il CSS non rifiuto, comunque prevede che il CSS sia bruciabile solo nei cementifici e centrali termolettriche sopra i 50 MW (vedi comma 1 articolo 13 Decreto 22/2013) entrambi assoggettati ad AIA. Ora se si fa riferimento anche alla definizione di modifica sostanziale della Autorizzazione Unica Ambientale vuol dire che si estende ex lege la possibilità di bruciare il CSS anche negli impianti minori nei quali si svolga una attività di recupero rifiuti, il tutto in palese contrasto con il Decreto 22/2013. 

A conferma di questa interpretazione il comma 2 articolo 35 Decreto Legge 77/2021 afferma ulteriormente che l’introduzione del CSS non costituisce variante sostanziale anche ai sensi del comma 19 [NOTA 5] articolo 208 che disciplina le autorizzazioni di impianti di rifiuti non soggetti ad AIA. 

 

Sempre il comma 2 articolo 35 del Decreto Legge 77/2021 nell’ultimo periodo afferma che non essendo necessaria una nuova autorizzazione nel caso che l’arrivo del CSS non venga considerato modifica o variante sostanziale, è richiesta solo la comunicazione dell'intervento di modifica da inoltrarsi, unitamente alla presentazione della documentazione tecnica descrittiva dell'intervento, all'autorità competente. Nel caso in cui quest'ultima non si esprima entro quarantacinque giorni dalla comunicazione, il soggetto proponente può procedere all'avvio della modifica. Mentre il Decreto 22/2013 prevedeva che la comunicazione sia inviata almeno 60 giorni prima dell’utilizzo del CSS nell’impianto, ora la nuova norma il termine è ridotto a 45 giorni, quindi si riduce il termine per svolgere la verifica da parte dell’autorità competente sempre in contrasto con il Decreto 22/2013.

 

Infine, conclude il comma 2 articolo 35 del Decreto Legge 77/2021, l'autorità competente, se rileva che la modifica comunicata sia una modifica sostanziale che presuppone il rilascio di un titolo autorizzativo, nei trenta giorni successivi alla comunicazione medesima, ordina al gestore di presentare una domanda di nuova autorizzazione. La modifica comunicata non può essere eseguita fino al rilascio della nuova autorizzazione. 



[NOTA 1] Per un commento a questo Decreto vedi a questo link  https://notedimarcogrondacci.blogspot.com/2014/11/il-combustibili-da-rifiuti-non-e-piu.html

[NOTA 2] Operazioni di recupero come utilizzazione principalmente come combustibile o come altro mezzo per produrre energia

[NOTA 3] modifica sostanziale di un progetto, opera o di un impianto: la variazione delle caratteristiche o del  funzionamento ovvero un potenziamento dell'impianto, dell'opera o dell'infrastruttura o del progetto che,   secondo l'autorità competente, producano effetti negativi e significativi sull'ambiente o sulla salute umana. In particolare, con riferimento alla disciplina dell'autorizzazione integrata ambientale, per ciascuna attività  per la quale l'allegato VIII indica valori di soglia, é sostanziale una modifica all'installazione che dia luogo ad un incremento del valore di una delle grandezze, oggetto della soglia, pari o superiore al valore della soglia stessa

[NOTA 4] modifica sostanziale di un impianto: ogni modifica considerata sostanziale ai sensi delle normative di settore che disciplinano gli atti di comunicazione, notifica e autorizzazione in materia ambientale compresi nell'autorizzazione unica  ambientale in quanto possa produrre effetti negativi e significativi sull'ambiente.

[NOTA 5] 19. Le procedure di cui al presente articolo si applicano anche per la realizzazione di  varianti  sostanziali  in  corso  d'opera  o  di esercizio che comportino modifiche a seguito delle quali gli impianti non sono piu' conformi all'autorizzazione rilasciata. 

04 luglio 2021

Nature Communications. I Combustibili fossili provocano un milione di morti all’anno

Tratto da HEALHDESK

I combustibili fossili provocano un milione di morti all’anno


Ecco la mappa dettagliata delle fonti più inquinanti in 200 Paesi del mondo...... Ma ogni Paese ha i suoi colpevoli. E “stanarli” serve a programmare interventi mirati

I combustibili fossili provocano nel mondo un milione di morti all’anno. A voler essere precisi il bilancio riguarda il 2017, ma non c’è motivo di credere che i dati degli anni precedenti o successivi si discostino di molto da quella cifra. È il bilancio di una indagine condotta dai ricercatori della Washington University di St. Louis i cui risultati sono stati pubblicati su Nature Communications. Non è la prima volta e non sarà l’ultima che vengono calcolati gli effetti sulla salute delle sostanze inquinanti che finiscono prima nell’aria e poi nei nostri polmoni. Ma questa volta si è aggiunta un’informazione in più: gli scienziati hanno cercato di ricostruire più nel dettaglio “chi fa cosa” e anche “dove”, ossia quale fonte di inquinamento provoca determinati danni e in quali Paesi.

In questo modo sono emersi problemi diversi in differenti aree del mondo. In Asia per esempio i fumi prodotti dalle cucine e dal riscaldamento sono i principali responsabili dell’elevata concentrazione di polveri sottili nell’aria. In Europa l’agricoltura gioca un ruolo chiave nell’inquinamento dell’aria e nelle concentrazioni di PM 2,5, così come il traffico automobilistico e le industrie. Ci sono zone dell’Africa sub-sahariana dove invece le minacce alla salute provengono soprattutto dai fenomeni naturali. In questi Paesi, poco inquinati, la polvere trasportata dal vento rappresenta quasi tre quarti del particolato nell’atmosfera. Infine, l’uso di biocarburanti solidi è una fonte primaria di emissioni in 78 Paesi, in particolare in tutti i Paesi tropicali. Dallo studio emerge che il carbone contribuisce per il 14 per cento all’inquinamento dell’aria mentre l’olio e i gas naturali per il 13,2 per cento. I ricercatori riconoscono ad alcuni Paesi, come Stati Uniti, Germania e la stessa Italia, il successo degli interventi per la riduzione delle emissioni dei combustibili fossili. Il problema è che l’impatto globale di questi progressi viene ridimensionato dall’eccessivo ricorso ai combustibili fossili che persiste nel resto del mondo. 

Dato che il maggior numero di decessi attribuibili al Pm2,5 si è verificato in Cina e India, la completa eliminazione del carbone e della combustione degli altri prodotti in questi due Paesi potrebbe ridurre l’impatto sulla salute dell’inquinamento di quasi il 20 per cento. 

«Nonostante le recenti riduzioni globali delle emissioni di inquinanti atmosferici dovute al carbone, questo carburante era ancora il tipo di combustibile dominante che ha contribuito alle malattie da PM2,5 in 20 paesi, tra cui la Cina e i paesi dell'Africa subsahariana meridionale e dell'Europa centrale», scrivono i ricercatori. 

Vediamo nel dettaglio il contributo alla concentrazione di poveri sottili delle diverse fonti di inquinamento. 

Su scala globale, il settore abitativo (cucina e riscaldamento) è stato la principale fonte di inquinamento responsabile delle malattie da PM2,5 nel 2017. Il contributo globale per il 2017 del settore dell'energia è stato del 10,2 per cento e dell'industria dell’11,7 per cento.  I trasporti hanno pesato per il 7,6 per cento e l’agricoltura per l’8 per cento. 

Lo smaltimento dei rifiuti, gli incendi, l’uso di solventi e il commercio internazionale hanno contribuito ciascuno per meno del 5 per cento alle malattie da PM2,5 nel mondo nel 2017.

A volte ai danni provocati dall’uomo si aggiungono anche quelli della natura: nel 2017 il contributo alla presenza di poveri sottili dovuto agli incendi è stato del 4,1 per cento.

«La natura completa della nostra analisi fornisce informazioni dettagliate sulla fonte dell’inquinamento e fornisce informazioni utili per le strategie di mitigazione del PM2.5 oltre a calcolare potenziali stime dei benefici per la salute che possano motivare ulteriormente l'azione. I risultati mostrano che le fonti residenziali, energetiche, industriali e totali di polveri sottili sono tra i settori che contribuiscono maggiormente al carico globale della malattia da PM2,5, mentre i contributi relativi dalle singole fonti e dai combustibili variano a livello nazionale e subnazionale», concludono i ricercatori.



02 luglio 2021

Marco Grondacci : La Proroga capacity market nell'immediato favorirà le centrali a gas

 Tratto da Note di Grondacci

La Proroga del capacity market nell'immediato favorirà  le centrali a gas 

Il Ministro della Transizione Ecologica con una lettera indirizzata (QUI) ai responsabili di Terna spa e Arera, ha definito la proroga di quattro mesi per il capacity market. 

Si tratta del meccanismo di derivazione comunitaria, attuato in Italia con Decreto Ministeriale 28 giugno 2019 (QUI),  che disciplina il sistema di remunerazione della disponibilità di capacità produttiva di energia elettrica ex Regolamento UE 2019/943.

Il Ministro nella sua lettera precisa che ci sarà quindi una nuova asta entro novembre 2021 e che occorrerà avviare una modifica dei meccanismi del sistema di incentivi del capacity market per recuperare la promozione degli impianti di generazione elettrica da fonte rinnovabile.

Ma c’è un passaggio che dimostra come nell’immediato questa proroga rischia di favorire le centrali a gas…

01 luglio 2021

Il cambiamento climatico ci sconvolgerà la vita: il nuovo rapporto IPCC. IL PEGGIO DEVE ANCORA VENIRE

Tratto  da  LIBERA CITTADINANZA

Il cambiamento climatico ci sconvolgerà la vita: il nuovo rapporto IPCC

“Il peggio deve ancora venire”, scrivono gli autori del report del panel intergovernativo dell’Onu sul cambiamento climatico. La bozza vista da AFP in anteprima ha toni durissimi e scardina i punti di riferimento tradizionali usati per costruire le politiche climatiche in questi anni

L’impatto del climate change si farà sentire prima di quanto fosse stato previsto

(Rinnovabili.it) – Anche se terremo sotto controllo le emissioni di gas serra, nei prossimi decenni il cambiamento climatico modificherà profondamente la vita sulla Terra. L’impatto del climate change si farà sentire prima di quanto fosse stato previsto.  Le soglie dell’accordo di Parigi non valgono più. Le diseguaglianze cresceranno vertiginosamente se non agiamo subito. “Il peggio deve ancora venire, incidendo sulla vita dei nostri figli e dei nostri nipoti molto più della nostra”. È quanto si legge nella bozza del nuovo rapporto dell’IPCC, il panel intergovernativo dell’Onu sui cambiamenti climatici.

Il nuovo report IPCC sul cambiamento climatico

Sul documento di oltre 4.000 pagine sono riusciti a mettere gli occhi in anteprima i giornalisti dell’AFP. Il rapporto IPCC dovrebbe uscire soltanto nel febbraio del 2022, ma i principali risultati sono già consolidati. L’IPCC infatti costruisce una “summa” della scienza climatica: lo stato dell’arte più aggiornato, con una ponderazione delle previsioni più attendibili, da cui emergono gli scenari di riferimento. È in base a questo documento che le politiche climatiche si devono muovere.

Sui numeri stabiliti dal panel dell’Onu si misura l’ambizione climatica degli Stati. Una bussola per comprendere se stiamo andando nella direzione giusta, e se ci stiamo andando abbastanza veloci. Insomma, un reality check rispetto ai piani di transizione ecologica messi in campo.

Se si tiene a mente questo, il contenuto del rapporto IPCC ha dei toni ancora più drammatici di quanto non sembra a prima vista. E non sembra un caso che in un documento scientifico di questa portata sia usato un linguaggio anche molto crudo, diretto, per nulla ambiguo. Le sfide che abbiamo di fronte sono sistemiche e intrecciate con la nostra vita di tutti i giorni. Il cambiamento climatico è già qui, avverte l’IPCC. E ci stiamo tirando la zappa sui piedi da soli, trasformando i nostri alleati più preziosi in potenziali nemici. Come? Diminuendo la capacità di foreste, oceani e altri ecosistemi di assorbire CO2 e quindi tamponare l’impatto del cambiamento climatico.

Il cambiamento climatico è già qui

Nel resoconto del rapporto fatto dall’AFP, l’agenzia stampa francese evidenzia 4 grandi conclusioni. Primo punto: il cambiamento climatico è già qui. L’IPCC calcola che le temperature globali siano cresciute finora di 1,1°C sui livelli preindustriali. Si tratta, sottolinea, di un valore che innesca già un climate change con effetti molto importanti sulle nostre vite. In pratica il messaggio è che le soglie individuate dall’accordo di Parigi non sono più valide: non bastano a tenerci al riparo. In ogni caso, l’IPCC sottolinea che il riscaldamento globale prolungato anche oltre gli 1,5 gradi Celsius potrebbe produrre “conseguenze progressivamente gravi, lunghe secoli e, in alcuni casi, irreversibili”.

Anche a questa soglia di riscaldamento globale, molte specie sono condannate all’estinzione e diversi ecosistemi sono profondamente degradati. Le condizioni climatiche corrono più veloci, troppo veloci, rispetto alla capacità di animali, piante e ecosistemi di adattarsi al cambiamento climatico.

Il secondo messaggio del rapporto è proprio sull’adattamento: non stiamo facendo abbastanza. “Gli attuali livelli di adattamento saranno inadeguati per rispondere ai futuri rischi climatici”, avverte l’IPCC. Non siamo pronti ad affrontare nemmeno gli scenari che contengono il global warming a 2°C entro il 2050. Tutto ciò punta chiaramente in una direzione: l’aumento delle diseguaglianze. Decine di milioni di persone in più soffriranno la fame, 130 milioni finiranno in povertà estrema. Centinaia di milioni di persone dovranno affrontare inondazioni nelle città costiere, ondate di caldo intollerabili, scarsità d’acqua.

Sul punto di non ritorno

Il terzo messaggio dell’IPCC riguarda i cosiddetti tipping points, i punti di non ritorno climatici. Una questione molto discussa e ancora troppo poco compresa. Per il panel dell’Onu la scienza è sufficientemente concorde: sono un pericolo reale. Perché sono importanti? C’è il pericolo che un cambiamento climatico inneschi impatti multipli e a cascata, come in un effetto domino che destabilizza una catena di ecosistemi. Il rapporto cita lo scioglimento dei ghiacciai in Groenlandia e Antartide, il degrado dell’Amazzonia e lo scioglimento del permafrost siberiano.

Per alcune regioni, in un futuro più immediato di quanto ci si aspettava finora, gli eventi climatici estremi possono colpire in rapida sequenza, dando forma a una sorta di tempesta perfetta. Brasile orientale, Sud-est asiatico, Mediterraneo, Cina centrale e quasi tutte le zone costiere potrebbero trovarsi di fronte, contemporaneamente, a siccità, ondate di calore, cicloni, incendi, inondazioni. L’umanità non sta agendo nel verso giusto, visto che la probabilità di innescare i punti di non ritorno è esacerbata da fenomeni profondamente influenzati dall’uomo come “perdita di habitat e di resilienza, sfruttamento eccessivo, estrazione di acqua, inquinamento, specie non autoctone invasive e dispersione di parassiti e malattie”.

Dobbiamo cambiare la nostra vita

Serve un cambiamento radicale e realmente trasformativo. Questo il quarto messaggio del rapporto IPCC sul cambiamento climatico. Le priorità devono essere evitare che gli scenari peggiori si concretizzino e prepararsi per quegli impatti del climate change che ormai non possiamo più evitare.

Cosa dobbiamo fare? Il rapporto nomina alcuni punti. Conservazione e ripristino dei cosiddetti ecosistemi blue carbon (foreste di alghe e mangrovie). Mangiare meno carne e prodotti animali. Abitudini di consumo più orientate a diete a base vegetale sono in grado di tagliare le emissioni legate al cibo anche del 70% entro il 2050.

“Abbiamo bisogno di un cambiamento trasformativo che operi su processi e comportamenti a tutti i livelli: individuo, comunità, imprese, istituzioni e governi”, conclude il rapporto IPCC. “Dobbiamo ridefinire il nostro modo di vivere e di consumare“.

28 giugno 2021

TARANTO : Il Consiglio di Stato consente la prosecuzione di un rischio sanitario inaccettabile

Tratto da  Peacelink

Disco verde per Ilva in amministrazione straordinaria e ArcelorMittal

Il Consiglio di Stato consente la prosecuzione di un rischio sanitario inaccettabile

Questa sentenza aumenta la nostra determinazione nel condurre con ancora più vigore la lotta per la tutela dei diritti inalienabili dei cittadini esposti ad un rischio sanitario inaccettabile. Tale rischio sanitario inaccettabile è attestato dalla nuova valutazione danno sanitario (VDS)
23 giugno 2021
Comitato cittadino per la salute e l’ambiente a Taranto

COMUNICATO STAMPA #ILVALogo del Comitato Cittadino per la Salute e l'Ambiente a Taranto

La sentenza del Consiglio di Stato tra le ragioni dei cittadini e le ragioni dell'azienda ha ritenuto più fondate le ragioni dell'azienda.

Ne prendiamo atto.

Questa sentenza non riduce ma aumenta la nostra determinazione nel condurre con ancora più vigore la lotta per la tutela dei diritti inalienabili dei cittadini esposti ad un rischio sanitario inaccettabile. Tale rischio sanitario inaccettabile è attestato dalla nuova valutazione danno sanitario (VDS) che certifica per il futuro un elevato rischio cancerogeno in base all'attuale autorizzazione integrata ambientale a 6 milioni di tonnellate/anno per l'azienda.

Siamo inoltre in presenza di eccessi di mortalità anche recenti (calcolati fino al 31 dicembre 2020) nei tre quartieri più vicini al polo industriale, accertati con i dati dell'anagrafe comunale. Infine sono emersi i gravi effetti neurotossici di piombo e arsenico sui bambini di Taranto che vivono vicino all'industria pesante.

Una sentenza favorevole alle ragioni aziendali non fermerà l'accertamento di tutti i danni alla salute e la nostra lotta per porvi fine.

Assieme alle associazioni di Taranto ci faremo promotori di un'iniziativa di tutela multilivello che solleciti contemporaneamente la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo, il Comitato ONU per i diritti dell'infanzia di Ginevra, la Commissione Europea di Bruxelles, tutti gli organi nazionali preposti alla tutela dell'infanzia e infine anche la Procura della Repubblica per quanto di propria competenza.

Le nostre ragioni sono e saranno più solide di quelle dell'acciaio.

Comitato Cittadino per la Salute e l’Ambiente a Taranto

Questo comunicato è inviato da Massimo Castellana (responsabile legale del Comitato) assieme a: Associazione PeaceLink (Alessandro Marescotti), Comitato Quartiere Tamburi (Giuseppe Roberto), Articolo 32 (Angelo Fasanella), Genitori Tarantini (Cinzia Zaninelli), LiberiAmo Taranto (Maria Arpino), Lovely Taranto (Antonella Coronese).