UNITI PER LA SALUTE E' UNA ASSOCIAZIONE DI VOLONTARIATO ODV APARTITICA, PERSEGUE FINI DI SOLIDARIETA' SOCIALE, CIVILE E CULTURALE: PROMUOVE E SOSTIENE INIZIATIVE,INTERVENTI, INFORMAZIONI FINALIZZATI AL MIGLIORAMENTO DI VITA E DI SALUTE DEI CITTADINI DEL TERRITORIO DELLA PROVINCIA DI SAVONA.
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Tratto da Doctor33 Ilva, nuovo dossier riaccende l'allarme. Isde: prevenzione primaria è
indispensabile
È l'ennesimo dossier su Taranto: prodotto e diffuso pochi giorni fa da PeaceLink, si chiama "Non toccate quelle polveri"
e conferma l'emergenza ambientale che persiste nella città pugliese, nonostante la causa, l'acciaieria Ilva, sia ormai nota
e denunciata da decenni. Ci sono tuttavia alcuni nuovi dati: prima di tutto il fatto che solo una parte delle polveri
industriali che ricadono su Taranto viene monitorata, mentre altre si depositano a terra e si possono risollevare,
soprattutto quando c'è vento. E proprio nelle giornate ventose aumentano infarti e ictus, perché l'impatto
dell'inquinamento non è solo a lungo termine, con un aumento dei tumori. Il presidente della Regione Puglia Michele
Emiliano, intervenendo al congresso dei presidenti degli Ordini dei medici, ha chiesto il loro impegno per "fermare la
strage". Ma secondo Agostino Di Ciaula, referente regionale per la Puglia dell'associazione Isde di medici per l'ambiente, siamo
di fronte a un paradosso, perché le responsabilità sono tutte politiche e i medici non si sono mai tirati indietro:«sono
anni che lavorano sul problema ambientale e sanitario di Taranto e nel 2013 la Fnomceo ha dedicato a questo un intero
convegno». Di Ciaula riconosce a Emiliano una sensibilità "che altri non hanno avuto", «ma la questione si gioca a
livello nazionale e negli ultimi quattro anni ci sono stai ben dieci decreti legge "salva-Ilva", che sono stati scritti in maniera assolutamente
indipendente dalla tutela ambientale e sanitaria, privilegiando di fatto la produzione dell'acciaio su qualunque altro diritto, soprattutto quello alla
salute; questi decreti sono ora all'attenzione della Corte per i diritti umani di Strasburgo».
Secondo Di Ciaula, si è creato un modello di salute pubblica in cui ci si limita a quantificare periodicamente i danni prodotti dagli inquinanti
ambientali, dimenticando completamente qualunque possibilità di prevenzione primaria:«In questo caso non si tratta di fare diagnosi o terapia, ma
di prevenzione; occorre rimuovere le cause note degli eccessi di patologie che colpiscono gli abitanti di Taranto, dall'età intrauterina in poi».
Riscaldamento climatico. Le responsabilita' giuridico-finanziarie di Exxon Mobil Exxon Mobil e' stata sufficientemente trasparente a livello pubblico e verso gli investitori a proposito dell'impatto della sua attivita' sul riscaldamento climatico? Questo e' in sintesi quando indirizzato, lo scorso mercoledi' 4 novembre, dal procuratore di New York, Eric Schneiderman, al gigante petrolifero. La procedura e' inedita e potrebbe aprire un vasto fronte giuridico per tutte le aziende che vivono di energia fossile. La giustizia quindi esige che Exxon Mobil fornisca un certo numero di documenti, messaggi postali, rapporti finanziari, per verificare se la compagnia petrolifera, attraverso le lobby che ha potuto esercitare in questi ultimi anni, non abbia cercato di venire meno ai suoi obblighi non allertando i suoi azionisti sui rischi incombenti sulle attivita' dell'impresa e sulla sua capacita' di continuare ad utilizzare delle energie fossili. Lotta contro le frodi finanziarie nello Stato di New York La richiesta nasce dal Martin Act, una legislazione datata 1921, propria dello Stato di New York, che assegna poteri discrezionali molto estesi per lottare contro le frodi finanziarie. Questa legge vieta essenzialmente “ogni frode, inganno, dissimulazione, soppressione, falsi pretesti” o “ogni falsa presentazione o dichiarazione” e da' allo Stato tutti i poteri per denunciarli. Il documento, composto di diciotto pagine, vuole mettere in evidenza quando il gruppo ha comunicato questi ultimi anni direttamente a tutte le parti coinvolte: clienti, investitori e anche dipendenti. La procedura non va molto per il sottile. In passato, l'ex-procuratore di New York (tra il 2006 e il 2010). Andrew Cuomo, poi governatore, aveva utilizzato il Martin Act per intimare ad alcune centrali a carbone il cambio delle loro comunicazioni finanziarie sui rischi del cambiamento climatico. Intanto il quotidiano The New York Times ha rilevato giovedi' 5 novembre che Peabody Energy, il piu' grosso produttore americano di carbone, e' gia' soggetto a due indagini simili. La procedura e' sempre in corso......
“Hanno negato la scienza” Il co-fondatore del sito ecologista 350.org, Bill McKibben, sta conducendo da diverse settimane delle iniziative per attirare l'attenzione sulle manchevolezze di cui Exxon Mobil e' responsabile. McKibben ha pubblicato diversi interventi sul settimanale americano The New Yorker e sul quotidiano britannico The Guardian. “Exxon sapeva da decenni tutto quello che c'era da sapere sul cambiamento climatico, e invece di allertarci, ha negato la scienza ed ha fatto ostruzione alla lotta contro il cambiamento climatico”....... Intanto questa inchiesta fa piombare sull'industria petrolifera il rischio di una serie di processi, sul modello di quelli che, alcuni anni fa, sono costati decine di miliardi di dollari al settore del tabacco.
(articolo di Stéphane Lauer, pubblicato sul quotidiano Le Monde del 06/11/2015) Su Aduc l'articolo integrale
«I 47 rinvii a giudizio sono il primo, provvisorio, passo per l’accertamento delle responsabilità nel processo all’Ilva e, per quanto ci riguarda, del riconoscimento dei danni al mondo agricolo». Luca Lazzàro, presidente di Confagricoltura Taranto, ha almeno dieci milioni di motivi – a tanto ammonta la richiesta di risarcimento in sede processuale– perché le centinaia di aziende agricole che rappresenta abbiano la loro parte di giustizia e di verità nel maxi-processo che vede alla sbarra la più grande industria dell’acciaio d’Europa.
Un enorme calderone in cui sono finiti inquinamento ambientale, salute umana e responsabilità istituzionali e imprenditoriali a tutti i livelli.
«Non ultima – ha spiegato stamane in conferenza stampa Lazzàro – la salubrità dei prodotti agricoli, l’immagine delle nostre tipicità con marchio Taranto e la semplice possibilità di poter liberamente portare avanti la propria azienda zootecnica come, invece, è tuttora vietato nel raggio di 20 km attorno alle ciminiere Ilva per il rischio diossina».
«L’obiettivo di Confagricoltura Taranto – ha sottolineato il presidente – è uno solo: che alla fine dell’iter processuale venga affermato con forza che l’ambiente e chi vi opera vanno tutelali e non inquinati. Dunque: chi inquina paga, penalmente e civilmente».
......... Ci siamo costituiti parte civile nel processo per difendere il mondo agricolo, almeno quello che rappresentiamo, e il ruolo fondamentale che esso svolge in direzione di un ambiente sano e un’economia sostenibile. Va ribadito, tuttavia, che la nascita della new-co Ilva renderà vana ogni pretesa risarcitoria, per cui riteniamo necessario che il governo, dopo i tanti interventi normativi disposti, si faccia carico anche di questo aspetto con un provvedimento ad hoc».
Dal punto di vista più strettamente processuale, è l’avvocato Donato Salinari a rappresentare e difendere Confagricoltura Taranto con l’obiettivo – ha chiarito – di “collaborare all’accertamento dei fatti ed ottenere l’integrale risarcimento dei danni per i danni causati dall’inquinamento ambientale e dagli effetti collaterali che questo ha provocato”.
«Non v’è dubbio – ha ricordato il legale citando i contenuti della costituzione di parte civile di Confagricoltura – così come ritiene il Legislatore alle norme indicate e contestate agli imputati, che questi ultimi, con la loro plurima e concorsuale condotta si siano resi responsabili di comportamenti gravi, riprovevoli ed altamente lesivi dell’immagine, del decoro, della struttura organizzativa e del patrimonio economico degli associati. A causa dei comportamenti illeciti tenuti dagli imputati si è verificato un danno di immagine ed economico per Confagricoltura Taranto oltre che degli associati della stessa associazione con evidente ed ingiusto profitto da parte dei soggetti imputati».
«La responsabilità – ha rimarcato l’avvocato Salinari – emerge non da elementi astratti ma da elementi oggettivi di indagine, compreso l’atteggiamento tenuto in modo volontario e premeditato da parte degli imputati, i quali erano ben consapevoli del danno che stavano provocando e dell’ingiusto profitto che stavano conseguendo.
Confagricoltura Taranto ed i suoi associati hanno subito un danno notevole, valutato in dieci milioni di euro, e per questi motivi essa si è costituita parte civile al fine di tutelare gli interessi dell’impresa agricola in ogni sua forma, della proprietà e della conduzione agricola degli agricoltori associati. L’iter processuale è ancora lungo – ha infine commentato Salinari – ma «il rinvio a giudizio di tutti gli inquisiti e due condanne con rito abbreviato certificano che la magistratura inquirente ha lavorato in modo opportuno e che noi abbiamo visto giusto nel volerci costituire parte civile nel processo».
BREVE PROMEMORIA PER CHI VORREBBE FAR MODIFICARE IL DECRETO FINALE SULL' AIA E PER CHI SARA' SEDUTO INTORNO " AL TAVOLO DEL 18 GIUGNO " ..........
Cresce inoltre l’attesa per la decisione che il Tar dovrà prendere in merito ai ricorsi presentati dalla stessa azienda e dalle associazioni ambientaliste.
PERCHE' QUESTE IMMAGINI E QUESTE PAROLE rimangano BENE IMPRESSE ripubblichiamo il post del 4 dicembre
Ha evidenziato l' avvocato Matteo Ceruti in sede di Conferenza dei servizi "Gli esiti davvero drammatici, sul piano ambientale e ancor più su quello sanitario, delle ricerche condotte dai tecnici incaricati dalla Procura di Savona sono evidentemente conseguenti alla collocazione della centrale Tirreno Power in piena area urbana densamente popolata:un rapido sguardo alle fotografie pubblicate sul sito web del Comitato Uniti per la Salute rende evidenza di questa ubicazione assolutamente fuori da ogni logica.
Quest'ultima è la ragione di assoluta particolarità che contraddistingue quest'impianto industriale e che dovrete necessariamente tenere presente al momento di decidere.”
"Ribadiamo quindi che NON è compito delle amministrazioni locali quello di appellarsi a scelte strategiche nazionali che sono di competenza governativa, il problema, e già di per sé notevolissimo, su cui hanno responsabilità e competenza è qui, e riguarda i valori di emissione di questo impianto e in questo contesto."
Tratto da Pontificia Accademia delle Scienze Workshop congiunto della PAS/PASS su Umanità sostenibile, natura sostenibile: la nostra responsabilità
Stabilizzare il clima e dare accesso a tutti all’energia con un’economia inclusiva
L'umanità ha varcato la soglia di una nuova era. La nostra abilità in campo tecnologico ha condotto l'umanità a un bivio. Siamo gli eredi di due secoli di cambiamenti tecnologici considerevoli.....Questi progressi hanno ridisegnato l'economia mondiale rendendola sempre più urbana e interconnessa a livello globale, ma anche sempre più disuguale.
Tuttavia, proprio come l'umanità ha affrontato "un cambiamento rivoluzionario" (Rerum Novarum) nel XIX secolo all'epoca dell’Industrializzazione, oggi abbiamo modificato a tal punto l’ambiente naturale che gli scienziati tendono a definire la nostra era comeEtà dell’Antropocene, vale a dire un periodo in cui l'azione umana, attraverso l'uso di combustibili fossili, ha un impatto decisivo sul pianeta. Se continuano le tendenze attuali, questo secolo sarà testimone di cambiamenti climatici senza precedenti e della distruzione dell'ecosistema, con conseguenze drammatiche per noi tutti.
L'azione umana che non rispetta la natura diventa un boomerang per gli esseri umani, creando disuguaglianza ed estendendo quelle che Papa Francesco ha definito "la globalizzazione dell’indifferenza" e l’"economia dell’esclusione" (Evangelii Gaudium), che mettono a repentaglio la solidarietà con le generazioni presenti e future.
I progressi nella produttività misurata in tutti i settori – agricoltura, industria e servizi – ci permettono di immaginare la fine della povertà, la condivisione della prosperità, e un aumento ulteriore dell’aspettativa di vita. Tuttavia, le strutture sociali ingiuste (Evangelii Gaudium) sono diventate un ostacolo all’organizzazione appropriata e sostenibile della produzione e all'equa distribuzione dei suoi frutti, che sono entrambi necessari per raggiungere tali obiettivi. Il rapporto dell'umanità con la natura è pervaso da conseguenze impreviste delle azioni compiute da ognuno di noi a scapito delle generazioni presenti e future. I processi socio-ambientali non sono autocorrettivi. Le sole forze di mercato, prive di etica e di azione collettiva, non possono risolvere le crisi interdipendenti di povertà, esclusione e ambiente. Tuttavia, il fallimento del mercato è andato di pari passo con quello delle istituzioni, che non hanno sempre puntato al bene comune.
I problemi sono stati esacerbati dal fatto che, attualmente, l'attività economica è misurata solo in termini di prodotto interno lordo (PIL) e non tiene conto del degrado della Terra che ne consegue, né delle disuguaglianze ingiuste tra paesi e all'interno di ciascun paese. La crescita del PIL è stata accompagnata da divari inaccettabili tra ricchi e poveri. Questi ultimi, infatti, non hanno ancora accesso alla maggior parte dei progressi avvenuti nella nostra epoca. Ad esempio, il cinquanta per cento circa dell'energia disponibile è fruibile da un miliardo scarso di persone, mentre gli impatti negativi sull'ambiente colpiscono i tre miliardi di persone che non ne hanno accesso. Questi tre miliardi, infatti, hanno così scarso accesso all'energia moderna da essere costrette a cucinare, riscaldarsi e illuminare le proprie case usando metodi dannosi per la loro salute.
Il massiccio uso di combustibili fossili su cui è incentrato il sistema energetico globale sconvolge profondamente il clima della Terra e provoca l’acidificazione degli oceani del globo. Il riscaldamento e le condizioni meteorologiche estreme che esso comporta raggiungeranno livelli senza precedenti durante la vita dei nostri figli e il 40% dei poveri del mondo, il cui ruolo nell’inquinamento mondiale è minimo, rischiano di soffrirne di più. Le pratiche agricole su scala industriale stanno trasformando il territorio in tutto il mondo, distruggendo ecosistemi e minacciando la diversità e la sopravvivenza delle specie su scala planetaria. .....
In considerazione della povertà persistente, dell'ampliamento delle disuguaglianze economiche e sociali, e della distruzione continuativa dell'ambiente, i governi del mondo hanno chiesto l'adozione, entro il 2015, di nuovi obiettivi universali, denominati Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS), che servano a guidare le azioni su scala planetaria dopo il 2015. Il raggiungimento di questi obiettivi richiederà una cooperazione a livello globale, innovazioni tecnologiche (la maggior parte delle quali già esistenti) e, a livello nazionale e regionale, politiche economiche e sociali di sostegno, quali la tassazione e la regolamentazione degli abusi ambientali, l’imposizione di vincoli all'enorme potere delle imprese transnazionali e un'equa ridistribuzione della ricchezza. È ormai più che evidente che il rapporto dell'Umanità con la Natura debba essere gestito tramite azioni di cooperazione collettiva a tutti i livelli – locale, regionale e globale......
Le basi tecnologiche e operative per ottenere un vero sviluppo sostenibile sono già disponibili o alla nostra portata. ............
I sistemi energetici possono essere resi molto più efficienti e molto meno dipendenti dal carbone, dal petrolio e dal gas naturale, in modo da evitare cambiamenti climatici, proteggere gli oceani, ed eliminare dall'aria le sostanze inquinanti generate dal carbone.La produzione alimentare può essere resa molto più proficua e meno dispendiosa in termini di consumo di acqua e di suolo, più rispettosa dei contadini e delle popolazioni indigene e meno inquinante. Lo spreco di alimenti può essere drasticamente ridotto, con vantaggi sia sociali che ecologici.
La sfida più grande risiede forse nella sfera dei valori umani. I principali ostacoli al raggiungimento della sostenibilità e dell’inclusione umana sono la disuguaglianza, l’ingiustizia, la corruzione e la tratta di esseri umani. ........Anzi, quel che è ancora più importante è che la disuguaglianza, l’ingiustizia globale, e la corruzione stanno minando i nostri valori etici, la dignità personale e i diritti umani. Vi è una forte necessità, innanzitutto, di cambiare convinzioni e atteggiamenti, e di combattere la globalizzazione dell'indifferenza con la sua cultura dello scarto e l’idolatria del denaro. Dobbiamo insistere sull’opzione preferenziale per i poveri; rafforzare la famiglia e la comunità; e onorare e proteggere il Creato come responsabilità fondamentale dell'umanità nei confronti delle generazioni future. L'umanità ha urgente bisogno di correggere il proprio rapporto con la natura, adottando gli Obiettivi di Sviluppo sopraindicati in modo da promuovere un modello sostenibile di sviluppo economico e di inclusione sociale. Un’ecologia umana sana in termini di virtù etiche contribuisce al raggiungimento della sostenibilità naturale e di un ambiente equilibrato. Occorre oggi instaurare un rapporto di reciproco beneficio: l’economia ha necessità di essere permeata dai veri valori, mentre il rispetto per il Creato dovrebbe promuovere la dignità umana e il benessere.
Su questi temi tutte le religioni e tutti gli individui di buona volontà possono essere d’accordo. I giovani di oggi li abbracceranno per creare un mondo migliore. Il nostro messaggio è un avvertimento urgente, perché i pericoli dell’Antropocene sono reali e l’ingiustizia della globalizzazione dell’indifferenza è una questione seria. Eppure, il nostro messaggio è anche di speranza e di gioia. Un mondo più sano, più sicuro, più giusto, più prospero e più sostenibile è alla nostra portata. I credenti tra noi chiedono al Signore di darci il nostro pane quotidiano, in quanto cibo per il corpo e per lo spirito. Leggi qui i Firmatari e l'articolo integrale Leggi anche
Inquinamento industriale, un delitto senza castigo.
C’è una verità scomoda che tutti fingono di non conoscere: i reati ambientali sono spesso un delitto senza castigo. È l’esperienza che porta purtroppo a questa amara constatazione, a questa frustrante presa d’atto. Infatti, frugando negli archivi poco o nulla si trova su inchieste e processi che si sono conclusi inchiodando alle loro responsabilità, morali giuridiche, coloro che hanno fatto della Sardegna la regione italiana che ospita la maggiore estensione di aree inquinate: complessivamente 447.144 ettari rientrano infatti nei due siti di interesse nazionale (Sin) per le bonifiche ambientali del Sulcis-Iglesiente-Guspinese e di Sassari-Porto Torres.
C’è quasi una specie di afasia politica, di incapacità di denuncia e di mancanza di rigore, che porta a un’omissione gravissima. E cioè il non riconoscere che esiste un vizio di sistema, un’architettura normativa e di garanzie inadeguata che non è capace di legare un filo etico tra la devastazione ambientale e le sue drammatiche conseguenze sulla salute.E così troppo spesso non si denuncia chi aggredisce, ferisce e umilia l’ambiente, fino a corromperlo con veleni che poi si insinuano silenziosamente nelle nostre vite, alimentando una strage dolorosa, ma non riconosciuta. La desolante consuetudine è quella del limite del dibattito che si sviluppa su chi debbano ricadere gli oneri delle bonifiche, sulle estenuanti ricerche di fondi per guarire la natura ferita, sulle caratterizzazioni e sulle procedure amministrative.
E questa evidenza chiama direttamente in causa la politica. La sua ignavia e la sua debolezza, prima di tutto. E in alcuni casi, forse, addirittura la sua complicità. Perché troppo spesso, mentre tragedie ambientali e umane si consumavano, la politica ha preferito nascondersi dietro le infinite dispute su metodi di rilevamento, in risultati di analisi non coerenti e quindi controversi, in silenzi sospetti e in minimizzazioni inquietanti.
Dietro questa foglia di fico si nasconde una verità catastrofica che studi scientifici autorevoli hanno già raccontato. Documenti che non possono essere ignorati o rimossi. Uno dei primi è sicuramente la mappatura fatta nel 1994 dall'istituto di Igiene dell'Università di Sassari sulla mortalità da tumore in Sardegna. Una fotografia cruda dello stretto rapporto tra inquinamento industriale e crescita dei decessi per cancro. Uno studio nato senza la pretesa di scoprire il nesso causale tra agenti patogeni e malattia. Fissava semplicemente uno scenario che non aveva bisogno di essere spiegato. Da quello studio è emersa la mappa dell'inquinamento e della morte: Porto Torres, il Sulcis (soprattutto Portoscuso), Sarroch......
Questi numeri, e il dolore che si portano dentro, sono la conseguenza dell’inquinamento industriale. E nessuno oggi può dire di non sapere.
WWF Italia: Spot, vignette e infografiche per dire ‘NO AL CARBONE SI AL FUTURO’
La campagna WWF ‘No al carbone, Si al futuro!’ lancia i nuovi strumenti di comunicazione: un spot, 3 vignette, un’infografica e l’aggiornamento del “dossier carbone: un ritorno al passato inutile e pericoloso”.
In Italia 13 centrali a carbone, producono un terzo delle emissioni del sistema elettrico nazionale
Impianti da attenzionare da Genova a Brindisi, soprattutto se inseriti nel contesto urbano e vecchi. E servono autorizzazioni più stringenti. L'autorizzazione integrata ambientale, ad avviso di Massimiliano Varriale del Wwf, "dovrebbe essere propedeutica all'attività delle centrali"
Roma, 11 dic. - (AdnKronos) - Il caso di Tirreno Power a Vado Ligure accende i riflettori sulla sicurezza, ambientale e sanitaria, delle centrali a carbone in Italia. E a preoccupare non è solo quell'impianto: “quello di Genova, un impianto obsoleto e proprio dentro la città, quelli di La Spezia e di Brindisi dovrebbero essere attenzionati”, spiega all'Adnkronos Massimiliano Varriale, curatore del rapporto “Carbone: un ritorno al passato inutile e pericoloso” del Wwf.
Attualmente in Italia sono in funzione 13 centrali a carbone (alcune momentaneamente ferme, ma sostanzialmente operative), diverse tra loro per potenza installata e tecnologia impiegata, che nel 2013 sono state responsabili di oltre un terzo di tutte le emissioni del sistema elettrico nazionale, a fronte di un modesto contributo (tra il 12,9 e il 13,7%) al fabbisogno elettrico complessivo.
“La maggior parte degli impianti in Italia viaggia su concezioni di emissione che non sono particolarmente accorte dal punto di vista sanitario e ambientale– aggiunge Varriale - ma questo non significa necessariamente che siano fuorilegge.
"Il punto è che bisognerebbe essere più stringenti quanto si rilascia l'autorizzazione integrata ambientale - continua Varriale - e, in situazioni dove esiste un potenziale allarme sanitario o ambientale, tenersi sui limiti più bassi possibile”.
Il livello di attenzione “dovrebbe essere alzato soprattutto sugli impianti più vecchi e su quelli che insistono nelle aree urbane, adottando le migliori tecniche disponibili e anche avendo il coraggio di dire che certi impianti non sono compatibili. Senza contare poi - conclude Varriale – che a volte le autorizzazioni arrivano con anni di ritardo e nel frattempo l'impianto continua la sua attività. Le autorizzazioni invece dovrebbero essere propedeutiche allla sua entrata in esercizio. Questa è un'anomalia italiana”.
Tra tutte le fonti fossili, rileva il rapporto “Carbone: un ritorno al passato inutile e pericoloso”, il carbone rappresenta la principale fonte di emissioni di gas serra: nel 2012, quasi il 44% della Co2, corrispondente a oltre 13,9 miliardi di tonnellate, è stata originata proprio dalla combustione del carbone. A parità di energia primaria disponibile, le emissioni di Co2 provenienti dalla combustione del carbone arrivano a essere del 30% superiori a quelle del petrolio e del 70% superiori a quelle del gas naturale.
Pubblicata la nuova edizione del rapporto Wwf dedicato alla fonte fossile
Carbone, il gettone nell’iPhone dell’energia che non si vuol vedere Nel Bel Paese sono ancora oggi in funzione 13 centrali.
Sarebbe assurdo usare il telegrafo per mandare SMS o il grammofono per ascoltare la musica in stereo: ebbene, per produrre energia il carbone è altrettanto anacronistico, il futuro é nelle fonti rinnovabili. Sceglie l’ironia il Wwf per lanciare una nuova edizione del rapporto ‘Carbone: un ritorno al passato inutile e pericoloso’,affiancata da una graffiante campagna mediatica, e il pensiero vola subito a quel premier secondo cui – nel 2014 – difendere l’abolizione dell’articolo 18 sarebbe anacronistico come voler inserire un gettone nell’iPhone per far partire la telefonata.
Contro il Jobs Act di Renzi domani si scatenerà uno sciopero generale,mentre il carbone suscita scalpore solo quando miete i suoi morti. Che non sono pochi, purtroppo. Come ricorda il Wwf è il carbone tra tutti i combustibili fossili quello che minaccia di più la nostra salute rilasciando in atmosfera, nei terreni e nelle acque, le maggiori quantità di inquinanti a parità di energia prodotta, oltre ad essere la principale minaccia per il clima del pianeta, visto che le emissioni di CO2 provenienti dalla combustione del carbone arrivano a essere del 30% superiori a quelle del petrolio e del 70% superiori a quelle del gas naturale.
E l’Italia non è certo esente da questa responsabilità. Attualmente, si legge nel report ambientalista, nel Bel Paese «sono in funzione 13 centrali a carbone, assai diverse per potenza installata e anche per la tecnologia impiegata. Questi impianti hanno prodotto circa 44.726 GWh nel 2011, 49.141GWh nel 2012 e 45.104 GWh nel 2013 contribuendo rispettivamente all’12,9%, al 14,4% e al 13,7% del fabbisogno elettrico complessivo. A fronte di questi dati, tutto sommato abbastanza modesti, scopriamo che gli impianti a carbone nel 2011 avevano prodotto oltre 38,3 milioni di tonnellate di CO2 che nel 2012 dovrebbero aver raggiunto circa 42,8 milioni di tonnellate e che ne 2013, malgrado il calo dei consumi, avrebbero superato 39,3 milioni di tonnellate, corrispondenti a oltre 1/3 di tutte le emissioni del sistema elettrico nazionale».
Non solo. Le centrali a carbone oltre che gravemente dannose per la salute dei cittadini, il clima e l’ambiente risultano sempre più inutili anche per il sistema energetico nazionale, in forte overcapacity con gli impianti costretti a funzionare a scartamento ridotto o addirittura a stare fermi. Del resto i dati sono chiari: in Italia ci sono oltre 125.000 MW di potenza installata con una disponibilità reale (al netto delle manutenzioni e dei fattori di indisponibilità) di oltre 78.700 MW a fronte di una domanda di punta è rimasta pressoché invariata e che non ha mai superato i 56.822 MW (massimo picco storico). Nel frattempo, secondo Terna, “ad agosto le rinnovabili hanno generato il 48,9% dell’elettricità nazionale e coperto il 45,4% della richiesta elettrica” a riprova che del carbone non c’è più bisogno.
«A Lima si sta cercando faticosamente di creare una vera alleanza tra gli Stati per battere il più allarmante e pericoloso fenomeno globale mai prodotto dalle attività umane, il cambiamento climatico – ha detto Mariagrazia Midulla, responsabile clima e energia del WWF Italia che sta seguendo i negoziati nella capitale sudamericana – A remare contro ci sono gli interessi particolari, egoistici e folli degli inquinatori. Quanto siano pervasivi é emerso proprio qui nella COP20, quando si è scoperto che il Giappone finanziava centrali a carbone in Indonesia con i soldi stanziati per il Fondo Verde per il Clima. Ma altri Stati mimetizzano tra i progetti ‘puliti’ alcuni sporchi di carbone. Tra tutti i combustibili fossili il carbone é quello che, bruciato, produce più CO2. Farne a meno sarebbe semplice e ovvio, a 200 anni dall’inizio della rivoluzione industriale. Eppure, mentre qui a Lima organizzazioni di tutte le ispirazioni, tra cui i sindacati mondiali, manifestavano per chiedere azioni immediate per aumentare gli obiettivi di taglio delle emissioni anche prima del 2020,a Roma ci si sta per riunire per cercare di cancellare le richieste di rispetto delle prescrizioni ambientali per la centrale a carbone di Vado Ligure.Illudendo i lavoratori, invece di favorire la loro transizione verso i settori del futuro, e il tutto per garantire i debiti di chi ha puntato su un settore sporco del passato.
Da Lima il messaggio é: coerenza. Non più un euro ai combustibili fossili, basta con il carbone, puntiamo sul futuro rinnovabile ed efficiente».
Greenpeace esprime la sua vicinanza alla città di Genova e cordoglio per il lutto che sta vivendo. Le alluvioni, in questo come in altri territori del Paese e del Pianeta, stanno diventando una macabra consuetudine, un appuntamento fisso che si ripete sempre più violento.
“È ora che i cittadini comprendano, una volta per tutte, che i responsabili di questi disastri sono i governi che fanno poco o nulla per arrestare i cambiamenti climatici” dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia. “Torneremo a parlare della messa in sicurezza del territorio come la più grande opera pubblica che l’Italia possa mettere in campo: questo è certamente vero, ma la responsabilità di chi continua a puntare sulle fonti energetiche fossili, magari ostacolando la crescita delle energie pulite, non può essere più taciuta.” Greenpeace ricorda che quest’anno si è registrato un nuovo record di concentrazione di gas serra in atmosfera: l’anidride carbonica ha raggiunto le 396 parti per milione, ovvero il 142 per cento in più rispetto all’età preindustriale.non sono un’episodica sciagura o “disastri naturali”.Sono la conseguenza delle alterazioni che le attività antropiche hanno determinato sul clima. “Auspichiamo che il premier Renzi e il suo governo si uniscano al cordoglio del Paese senza cogliere questa triste occasione per nuovi spot.Speriamo che, per decenza, chi sta puntando tutto sulle fonti fossili, svendendo l’Italia e i suoi mari alle compagnie petrolifere, taccia riconoscendo i propri errori” conclude Boraschi.
“IL GIORNALE”:CHE FURBETTO QUEL SOR-GENIO – DE BENEDETTI SI RIFIUTA DI METTERE 150 MILIONI PER SALVARE LA “SUA” SORGENIA, MENTRE NE INCASSA 140 DA CHANEL PER LA VENDITA DI UN NEGOZIO A PARIGI.
Per la boutique l’Ingegnere si fa pagare 233mila euro al metro quadro, ma la sua azienda dell’energia la lascia ...... in mano alle banche......
......Che così ha dato un’altra lezione di capitalismo......... Rivisitato a modo suo.
Non che un imprenditore e finanziere non sia libero di agire sul mercato come e quando crede. Inoltre, l’operazione parigina è stata effettuata direttamente dalla famiglia De Benedetti e non da società con azionisti terzi. Quindi, tutto super trasparente.
Dopodiché non può non balzare all’occhio che la stessa famiglia ha appena rifilato alle banche la sua società più disastrata: Sorgenia, gruppo elettrico indebitato per quasi due miliardi, finito in profondo rosso, salvato dal crac solo grazie all’intervento degli istituti di credito che per non perdere tutto ci hanno messo, per ora, 400 dei loro milioni.
Mentre i De Benedetti, tramite Cir che controlla Sorgenia al 53%, si sono ben guardati dal partecipare al salvataggio.
Sarebbe bastata proprio una cifra come quella del negozio di Chanel: le banche avevano chiesto un impegno di 150 milioni. Invece niente: Cir ha preferito lavarsene le mani e lasciare che la società fallisse; o che qualcun’altro agisse con un diverso senso di responsabilità.
Poco importa se le banche, in questo modo, saranno costrette a tenere impegnati chissà fino a quando ingenti risorse altrimenti destinabili ad aziende piccole o medie che li meriterebbero.
SORGENIA: INCONTRO DELRIO-DE BENEDETTI HA AVUTO UN RUOLO?
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Roma, 29 lug -
'A distanza di pochi giorni dalla irrituale visita del sottosegretario Graziano Delrio a Carlo de Benedetti, un cartello di banche italiane ha posto in essere un'operazione finalizzata al salvataggio di Sorgenia, societa' riconducibile, come e' noto, all'imprenditore vicino al Pd.
Alla luce di tutto cio', i cittadini italiani hanno diritto di conoscere le reali motivazioni di quell'incontro ............. Continua a leggere sull'articolo integrale
Inchiesta sulla centrale: una settimana di indagini a Roma per i magistrati savonesi
Savona. Una trasferta a Roma per approfondire l’inchiesta sulla centrale termoelettrica di Vado. La scorsa settimana i magistrati savonesi, il procuratore Francantonio Granero e il sostituto Chiara Maria Paolucci, sono volati nella capitale per svolgere attività investigativa in relazione all’indagine sull’impianto di Vado sotto sequestro da un mese.
Sui particolari dell’attività svolta a Roma dalla Procura non trapela nulla: “abbiamo lavorato con grande impegno e la trasferta è stata produttiva” è l’unica battuta che si lascia scappare il procuratore Granero. Anche se dai magistrati non arriva nessuna conferma non è difficile ipotizzare che la presenza degli inquirenti negli uffici romani sia riconducibile alla volontà di “scavare” più a fondo sulle eventuali responsabilità delle istituzioni (o comunque degli organi che avevano il compito di vigilare sulla regolarità delle attività della centrale) nell’inchiesta.
I magistrati savonesi hanno probabilmente approfondito le modalità con cui le autorizzazioni per il funzionamento della centrale siano state rilasciate a Tirreno Power.
Sulla base dei risultati di questa attività investigativa non è da escludere che l’indagine possa allargarsi e coinvolgere anche volti non legati all’azienda che gestisce la centrale di Vado.
Possiamo intanto anticipare che in questa vicenda i pesi e i contrappesi hanno funzionato benissimo: la giustizia è arrivata a sanare la “neghittosità” delle istituzioni mettendo in discussione un’AIA molto “vantaggiosa”a tutela dei diritti dei cittadini. E scusate se è poco..........
....“Fino a che punto può un magistrato – assumendo iniziative cautelari – disinteressarsi agli effetti delle sue azioni? Dove stanno i pesi e contrappesi che dovrebbero contraddistinguere il buon funzionamento di una democrazia?”
E’ questo l’attacco dell’editoriale che sulla questione del sequestro di Tirreno Power dovrebbe rappresentare la linea di pensiero dello staff dell’Istituto Bruno Leoni(IBL).
IBL si autodefinisce un think tank che “promuove una discussione pubblica più consapevole ed informata sui temi dell’ambiente, della concorrenza, dell’energia, delle liberalizzazioni, della fiscalità, delle privatizzazioni e della riforma dello Stato sociale”.Ciò nonostante, l’analisi del caso in questione sembra procedere a senso unico, preoccupandosi unicamente delle conseguenze economiche derivanti dal sequestro - per Tirreno Power, dipendenti e indotto.
Rimuovendo completamente l’etica della responsabilità d’impresa che la stessa Tirreno Power pretende di interpretare, e in virtù della quale gode di benefici importanti – apparentemente immeritati - nelle autorizzazioni e nei controlli.
Possiamo intanto anticipare, molto banalmente, che in questa vicenda i pesi e i contrappesi hanno funzionato benissimo: la giustizia è arrivata a sanare la “neghittosità” delle istituzioni mettendo in discussione un’AIA molto “vantaggiosa” a tutela dei diritti dei cittadini. E scusate se è poco.
Potenziale danno per la salute vs sicuro danno economico
Secondo l’analisi, l’assurdità del provvedimento starebbe nell’aver provocato conseguenze certe - “effetti definitivi molto gravi per un’azienda e per la città dove occupa 220 persone, delle quali solo 50 impiegate nei gruppi a gas ancora aperti” – a fronte di un “mero sospetto” circa il pericolo per la salute di oltre 150.000 persone. Tanti infatti sono i cittadini coinvolti nella perizia epidemiologica, e quindi potenzialmente impattati dalla centrale a carbone di Vado sulla base dell’analisi ambientale realizzata con il supporto del biomonitoraggio lichenico.Mentre IBL si preoccupa della non reversibilità del danno economico,nessuna parola è spesa per la non reversibilità del danno alla salute dei cittadini.
Come mai? Perché, secondo la tesi, il danno economico è certo mentre quello sulla salute è ipotetico e basato “sulla base di una sola perizia di parte”.
Perizia di parte vs obiezioni Tirreno Power: le tre anomalie secondo IBL
1) “Le obiezioni di Tirreno Power, che ha criticato lo studio sotto il profilo metodologico, non paiono essere state prese in considerazione”.
Non risulta che Tirreno Power abbia prodotto una controperizia o argomentato compiutamente le proprie critiche alla metodologia utilizzata, sebbene non fosse un mistero per nessuno l’avvio dell’indagineambiente-salute (già dal 2012) e sebbene Tirreno Power disponga della perizia già da diversi mesi. Inoltre risulta che “solo 1 dei 5 indagati per disastro colposo alla Tirreno Power ha presentato ricorso al tribunale del Riesame contro l’ordinanza che dispone il sequestro della centrale elettrica a carbone”. (Il SecoloXIX)
2) “Tirreno Power non è accusata di gravi violazioni della legge. Anzi, nell’ordinanza del gip si legge testualmente che “gli indagati... hanno sempre esercitato l’impianto con dati emissivi molto prossimi al tetto massimo previsto dalla legge, ma con livelli di emissione molto distanti, seppure limitatamente ad alcuni parametri, da quelli stabili dalle BAT [Best Available Techniques]…”
In regime di autocontrollo e con la tendenza a non rispettare le prescrizionidell’AIA (vedi OCD et altri), peraltro accettate nel momento in cui si accetta l’Autorizzazione, dati emissivi molto prossimi al tetto massimo sono suscettibili di essere considerati “sospetti”. Le violazioni della legge sono tanto più gravi quanto maggiori le conseguenze potenziali che possono determinare. In questo caso stiamo parlando della vita dei cittadini e quella delle future generazioni (disastro ambientale).
3) “L’applicazione di una sorta di “principio di precauzione” passa sopra ogni valutazione delle conseguenze delle decisioni prese. Per esempio, non sembra trasparire dall’ordinanza alcuna sensibilità rispetto all’incomparabilità dei costi e dei benefici marginali della chiusura dei gruppi. Nell’ipotesi peggiore, ossia che l’impianto sia effettivamente responsabile dei danni sanitari che gli vengono imputati, i benefici marginali della chiusura immediata anziché dopo una eventuale condanna definitiva (un anno? due?) sono minimi. Per contro i costi marginali sono immensi: Vado è uno degli impianti da cui dipende la capacità di generare reddito di Tirreno Power, azienda già in forti difficoltà finanziarie”.
Il principio di precauzione non è “una sorta” ma un principio sancito dal diritto internazionalee presente nel Codice dell’Ambiente (art. 301) “… in caso di pericoli, anche solo potenziali, per la salute umana e per l’ambiente dev’essere assicurato un alto livello di protezione.L’applicazione del principio concerne il rischio che comunque possa essere individuato a seguito di una preliminare valutazione scientifica obiettiva…” Non bastasse, c’è poi l’art.15 della Dichiarazione di RIO del giugno 1992, ratificata dall’Unione Europea, che afferma:“Quando una attività crea possibilità di fare male alla salute o all’ambiente, misure precauzionali dovrebbero essere prese, anche se alcune relazioni di causa-effetto non sono stabilite con certezza dalla scienza”. L’applicazione del principio pertanto, nell’ordinanza, è da manuale.
Infine, a proposito dell’incomparabilità dei “costi e dei benefici marginali della chiusura dei gruppi”va ricordato che la perizia si è concentrata su malattie acute, escludendo i tumori, e pertanto è provato scientificamente che al diminuire dell’inquinamento aumenta in tempi brevissimi il vantaggio per la salute della popolazione impattata (circa 150.000 persone).
L’etica della responsabilità… di Tirreno Power. Anche se nell’ottica del socio che vuole solo incassare i dividenti assume valenza primaria l’altro aspetto “Vado è uno degli impianti da cui dipende la capacità di generare reddito di Tirreno Power, azienda già in forti difficoltà finanziarie”,non bisogna scordare, e lo ripeto, cheTirreno Power si fregia della certificazione ISO14001 e della registrazione EMAS: un impegno di responsabilità sociale d’impresa che dovrebbe essere anche quello dei suoi soci.
E non bisogna scordare, ripeto infine, che Tirreno Power ha accettato l’AIA sottoscrivendo l’impegno a rispettare le prescrizioni “vantaggiose” in essa contenute.
Ripeto ancora: un think tank che “promuove una discussione pubblica più consapevole ed informata sui temi dell’ambiente, della concorrenza, dell’energia, delle liberalizzazioni, della fiscalità, delle privatizzazioni e della riforma dello Stato sociale”, quale l’Istituto Bruno Leoni afferma di essere – posto che non risultano conflitti di interessi dichiarati, anche se la pagina dei finanziatori è lasciata in bianco - dovrebbe argomentare sulla questione con una visione ben più ampia. Che vada oltre il ricatto abbastanza tipico delle imprese, dopo che hanno inquinato, del “se… allora”.